"…la dottrina è infallibile, è a causa del fatto che essa è un’espressione della verità, la quale, in se stessa, è assolutamente indipendente dagli individui che la ricevono e che la comprendono. La garanzia della dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»". René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cap. "Sull’infallibilità tradizionale"

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martedì 7 gennaio 2014

Giovanni Ponte, Conoscenza tradizionale e scienza moderna

Giovanni Ponte
Conoscenza tradizionale e scienza moderna

Rivista di Studi Tradizionali n° 1

Nonostante il diffondersi di una giustificata diffidenza intorno alla scienza moderna, la fiducia ingenua nel suo valore conoscitivo permane, almeno nel grosso pubblico, perchè molti scienziati hanno dovuto arcorgersi sempre più chiaramente che tale valore conoscitivo manca: le loro costruzioni ipotetiche, sempre più convenzionali e rapidamente mutevoli, non permettono infatti minimamente di avvicinarsi alla ragion d'essere dei fenomeni e delle cose, e l'apparenza rigorosa di queste costruzioni sempre nuove resiste soltanto fino al momento, talvolta assai prossimo, in cui devono essere sostituite da altre.
Se in particolare consideriamo l'aspetto della realtà più accessibile alla scienza moderna, che è indubbiamente il mondo corporeo, constatiamo che tale scienza, se considerata attentamente, ne dà appena un’immagine incerta, sulla quale in verità non si può fare affidamento.
Erwin Schrödinger, colui che pose le basi della meccanica ondulatoria e che è incontestabilmente uno dei più stimati fisici contemporanei, in una recente conferenza dichiarò francamente: « ... l'immagine della realtà materiale è oggi vacillante e malsicura come non lo è stata da molto tempo ... scegliere fra le immagini fondamentali alcune che siano veramente solide e costruire col loro aiuto qualche cosa che possieda una trama chiara, facilmente comprensibile di cui si possa dire: “è proprio così, oggi lo crediamo tutti”, è fra le cose impossibili. È una massima molto diffusa che non possa esistere in nessun caso un’immagine oggettiva della realtà in uno dei sensi che le si attribuivano in passato. Solo gli ottimisti in mezzo a noi (e io mi annovero fra quelli) pensano che questa sia un’aberrazione filosofica, un atto di disperazione di fronte a una grande crisi. Speriamo che l'instabilità dei concetti, e delle opinioni sia solo il sintomo di un violento processo di trasformazione, che finirà per condurci a qualche cosa che non sia più la desolata congerie di formule irrigidite intorno al nostro oggetto. È veramente spiacevole per me, ma anche per voi, miei onorati ascoltatori, che l'immagine della materia, che devo costruire davanti ai vostri occhi, non esista affatto, per il momento, ma che ne esistano appena dei frammenti, con nn valore di verità più o meno parziali. Da ciò consegne infatti che, quando se ne parla in un certo momento, non si può fare a meno di essere in contraddizione con quanto si era detto un momento prima (traduzione italiana eli A. Verson in «Discussioni sulla fisica moderna», Ed. Einaudi, 1959, pagg. 35-36).
La «desolata congerie di formole irrigidite» di cui parla Schrödinger definisce bene una tendenza tipica della scienza moderna, e cioè la tendenza a ridursi ad un'espressione puramente matematica e qnantitativa, lasciandosi così sfuggire tullo l'aspetto qualitativo della realtà, e cioè proprio l'essenziale[1]. Osserviamo che, di conseguenza, l'ottimismo a cui pure accenna lo stesso Schrödinger è del tutlo ingiustificato, a meno che ci si decida e si abbia la possibilità di prendere una strada completamente diversa.
Se poi dal mondo corporeo passiamo al mondo psichico, troviamo che il preteso rigore scientifico è ancora più illusorio, in quanto le constatazioni ed i criteri quantitativi non possono coglierlo che indirettamente, nelle sue manifestazioni più esteriori. Già la psicologia ordinaria è meno «esatta» della fisica, e si possono al massimo trovare ancora nel suo campo abbastanza «uniformità» per formare dei quadri descrittivi (ma non realmente esplicativi) in cui si fanno rientrare più o meno completamente tutti i fenomeni presi in considerazione, tanto più se non si esce dall'ambiente caratterizzato dalla mentalità moderna. Quando poi entrano in gioco dei fenomeni di un ordine un po' più lontano da quello della vita ordinaria, l'inquadramento diventa sempre meno agevole; d'altra parte lo stesso carattere più inabituale dei fenomeni fa sentire di più la mancanza di mezzi veramente esplicativi (che pure, come abbiamo visto, infirma il valore conoscitivo delle stesse scienze fisiche attuali), ed invano si cerca di rimediarvì con delle ipotesi, inevitabilmente discordanti e mutevoli, le quali, il più delle volte, non fanno che attribuire al dominio psichico delle caratteristiche che sono invece proprie ciel mondo sensibile e corporeo. Per questo molte forme di «neospiritualismo» non rappresentano in realtà che un materialismo trasposto, dal quale lo «spirito» è non meno assente che dalle forme più grossolane di «positivismo» scientifico.
In fondo, chi attraverso la scienza moderna cerca di ottenere una conoscenza reale delle cose viene così a trovarsi inevitabilmente di fronte a questa alternativa: o una ricerca che si risolve in «volontà di credere» in determinate ipotesi «immaginate» e mai dimostrabili (il caso più favorevole è che non si dimostri il contrario, ma non si dimentichi che fatti identici potrebbero sempre concordare con ipotesi molteplici e diversissime tra di loro), ovvero una scienza ridotta a constatare.e a catalogare le concomitanze tra le sue constatazioni, senza mai spiegare veramente nulla.
D'altra parte, al giorno d'oggi gli scienziati, e particolarmente i fisici, sono ormai avvezzi ad ammettere che il «metodo scientifico» non lascia alcuna via d'uscita al di fuori di questa alternativa[2], e ci si può chiedere se siano ancora capaci di concepire che cosa sarebbe una conoscenza che la superi; in generale (quelli che come Schrödinger parlano di aberrazione e di una grande crisi rappresentano delle onorevoli eccezioni) non si dimostrano particolarmente indodisfatti di poter soltanto edificare delle costruzioni sempre più «convenzionali», adatte esclusivamente a trarne dei risultati «pratici», occupazione che generalmente toglie loro il tempo di preoccuparsi della propria ignoranza della ragion d'essere delle cose. Quasi tutti gli altri, poi, sono poco o nulla al corrente delle «autocritiche» della scienza moderna ed è per questo che, come abbiamo già accennato, la credenza nel suo valore conoscitivo persiste appoggiandosi ad un prestigio diventato piuttosto un «mito», alimentato da secoli e consolidato dallo spettacolo delle applicazioni esteriori: eppure tale spettacolo non solleva affatto il velo della nostra ignoranza, e, ben lungi dal riportarei ad un ordine di realtà dove si trovi la ragion d'essere dei fenomeni, agisce semplicemente come un polo di attrazione dell'attenzione degli uomini, distogliendoli così dalla ricerea di qualche cosa di più importante per loro e di più serio. Basta pensare allo «choc» provocato dalla mentalità dei nostri contemporanei dal lancio dei primi satelliti artificiali ed all'amplificazione della psicosi che ne è derivata, ottenuta utilizzando persino il prodigioso successo delle sciocchezze di «fantascienza», per rendersi conto che tutte queste cose sono tutt'altro che innocue![3]
In definitiva, alla riconosciuta impotenza della scienza moderna di dare all'uomo una conoscenza effettiva della ragion d'essere delle cose e di se stesso, è corrisposto un addormentamento generale delle aspirazioni a tale conoscenza.
Questo permette, in certo modo, il mantenimento di un equilibrio almenò apparente, benché alquanto instabile, ma per coloro che, nonostante tutto l'apparato illusorio che li circonda, mantengono vive le loro esigenze conoscitive, non vi è dunqne nessuna soluzione possibile? E, beninteso, una soluzione non potrebbe, in questo caso, essere rappresentata dalla sempliee credenza in una religione o in un'opinione filosofica, poiché è proprio di conoscenza che parliamo.
A questo punto, dobbiamo notare subito che il «metodo scientifìco» di cui ahbiamo ricordato i limiti non riguarda in realtà che un tipo molto particolare di scienza, e cioè quello che si è affermato e sviluppato appieno in Occirlente soltanto negli ultimi quattro o cinque secoli. E sono sicuramente esistiti prima di allora in Europa, ed esistono altrove, altri modi di «scienza» che solo la sconfìnata presunzione dei morlerni potrebbe permettersi di disprezzare o di ridurre comodamente ai propri limiti.
Questa semplice constatazione basterebbe da sola a stabilire che il «metodo scientifico» conosciuto oggi, dagli Occirlentali non è affatto l'unico possibile per costruire una scienza, ed è abbastanza facile vedere che esso implica anzi delle auto-limitazioni che sono scambiate frettolosamente per dei limiti delle stesse facoltà conoscitive e che precludono delle conoscenze le quali, di per sè, non sarebbero affatto inaccessibili all'uomo, purché egli riprendesse il pieno possesso delle sue facoltà.
In effetti, è del tutto naturale che il «metodo scientifico», sorto da una pretesa autonomia assoluta delle scienze applicate ai fenomeni sensibili (la res extensa di Cartesio), sia necessariamente incapace di uscire dal piano in cui questi si svolgono, o, per meglio dire, può uscirne soltanto per discendere al di sotto di esso, con le sue semplificazioni abusive che tendono verso la quantità pura, ovvero (come succede nei recenti tentativi di psicanalisi, metapsichica, parapsicologia) con il volgersi a dei contenuti psichici che rappresentano dei fattori di disintegrazione delle psiche ordinaria piuttosto che dei veri principi ordinatori.
Ora, è proprio sulla conoscenza di questi principi ordinatori che si sono sempre fondate tutte le scienze, ad esclusione appunto della scienza moderna. Tale è ad esempio la natura delle scienze cosmologiche antiche ed orientali, ed anche quella dell'aritmetica e della geometria pitagorica, la cui assimilazione comportava infatti una «trasmutazione» psichica ed intellettuale ehe dava accesso agli insegnamenti ed alla realizzazione propriamente metafisica (appunto per questo si racconta che Platone, sulla porta che conduceva all'interno della sua scuola, aveva fatto apporre l’iscrizione «Nessuno entri se non è geometra» la quale sarebbe stata semplicemente ridicola se la scienza a cui si riferiva fosse stata ridotta negli angusti limiti di quella moderna che, come un residuo senz’anima, porta ancora lo stesso nome).
In questo senso, più in generale, la «fisica» (cioè l'insieme delle scienze della «physis» o natura) era la preparazione alla «metafisica», permettendo di passare, in virtù di una corrispondenza simbolica che offriva una apertura illimitata, dalla conoscenza e dalla «realizzazione» dei principi ordinatori relativi a quella del Principio supremo. Ovviamente, non può essere questo il caso delle scienze fisiche e psichiche conosciute oggi in Occidente; e pertanto, per chi aspiri effettivamente ad una conoscenza nel senso pieno della parola – che abbracci cioè la ragion d’essere delle cose e di sé - il presupposto di un lavoro serio consiste nel ripulire la propria mentalità dall’incredibile carico di pregiudizi che ha reso praticamente inaccessibile ogni tipo di scienza diverso da quello morlerno. E poiché in qualsiasi forma si debba realizzare, una conoscenza effettiva presuppone una conoscenza teorica corrispondente, sia pure non fine a se stessa (come parve diventare in Occidente a partire dalla filosofia greca, alrneno nel suo aspetto esteriore che in certi casi poteva nascondere qualcosa di più profondo), si presenterebbe il problema di accostarsi in qualche modo alla formulazione teorica di queste scienze di tipo non moderno, cioè delle «sienze tradizionali».
Bisogna però evitare di trasferirle con ciò stesso nell'ambito della mentalità moderna e dei suoi metodi; così, per citare un esempio alquanto significativo, è del tutto vano a questo fine lo studio dell’alchimia sulla base dei contenuti dei sogni degli psicopatici: non serve ritrovare i riflessi dei simboli alchemici ripetuti nelle modalità inferiori della psiche, ciò signifìcherehbe anzi procedere nella direzione opposta a quella dovuta, mentre occorrerebbe comprendere i principi superiori da cui questi simboli derivano.
In questa breve nota intendiamo semplicemente accennare a certi aspetti delle prospettive che si aprono in virtù di questa impostazione, e del resto preferiamo qui mantenerci volutamente in una certa indeterminatezza, proprio per non limitare il campo delle applicazioni che se ne potranno trarre. Teniamo ad ogni modo a notare subito che sarebbe quasi impossibile evitare di perdersi in labirinti quasi incomprensibili ed anche pericolosi senza un filo d’Arianna che serva di guida. E questo filo d'Arianna, nella fase che potremmo dire di chiarificazione teorica, non può essere rappresentato che da una chiara dottrina «metafisica», non nel senso abituale che la riduce ad un ramo della filosofia, ma nel senso suaccennato di enunciazione della conoscenza del Principio. La ragione di questa opportunità di cominciare la chiarificazione teorica dalla «metafisica», da tenere particolarmente presente a motivo della confusione attuale, è facile da capire se si considera che la «metafisica», pur venendo «dopo la fisica» nell'ordine della realizzazione, viene però necessariamente prima della «fisica», e prima di qualsiasi altra cosa, nell’ordine logico, contenendo la ragion d’essere di tutti i «principi ordinatatori» relativi e, quindi, di tutte le scienze.
Naturalmente, con questa osservazione le difficoltà non sono certo risolte, occorrendo allora discernere anzitutto una esposizione metafisica che sia veramente tale, nel senso indicato sopra, e che possa servire efficacemente di base: problema da considerare attentamente ma non impossibile da risolvere, tanto più che anche oggi non vi è ragione di credere che le conoscenze di cui parliamo siano completamente scomparse dal nostro mondo. Per quel che riguarda poi la fase ulteriore della ricerca, e cioè il passaggio dalla conoscenza teorica a quella effettiva, la questione non può logicamente porsi che in un secondo tempo; ciò non toglie che è in funzione di tale passaggio che tutta la ricerca deve essere impostata, poiché soltanto attraverso di esso può operarsi poi la «trasmutazione» ed il risveglio della conoscenza dei principi ordinatori dell’essere umano, fino al Principio che, solo, ordina tutte le cose, ed in cui la realtà di tutte le cose è riposta in una sintesi assolutamente totale.
E non è forse proprio a questa conoscenza che si riferisce Dante con le parole:
«Nel suo profondo, vidi che s'interna
legato con amore in un volume,
ciò che per l'universo si squaderna;
«Sustanze ed accidenti e lor costume
tutti conflati insieme per tal modo
che quel ch'io dico è un semplice lume»?
Sappiamo bene che si vorrà vedere in ciò una semplice immagine «poetica» o l'espressione di una più o meno confusa esperienza «mistica», ma ciò non fa che riportarci ai comodi pregiudizi a cui abbiamo già fatto allusione, e del resto tutta la «Divina Commedia», al di là della forma filosofico-religiosa, è evidentemente ricchissima di elementi di scienze completamente ignorate dai moderni, ancorché espressi in una maniera che li renderebbe oggi ben difficilmente utilizzabili. Ad ogni modo, lo ripetiamo, è proprio di conoscenza che si tratta; naturalmente, alla luce di una conoscenza di tale natura, e indipendentemente dalla via percorsa per pervenirvi, potrebbe essere illuminato anche quell'«al di là» dei fenomeni corporei che la scienza moderna è del tutto impotente a raggiungere; ci riferiamo, in particolare, alla possibilità di una conoscenza effettiva del mondo psichico, nel quale, inteso nel senso più ampio, risiede appunto la ragion d'essere immediata delle determinazioni del mondo corporeo; ma anche l'ottenimento di quella conoscenza non dovrebbe corrispondere che ad una fase transitoria (gli Indù chiamano appunto «intermedio» tutto il mondo psichico) in vista della realizzazione di ciò che la metafisica tradizionale chiama «Sorgente della Riunione» o «Identità Suprema».
Fuori di ogni illusione e da ogni scoraggiamento, è chiaro che la via della conoscenza, restituendo a questo termine il suo significato profondo ed integrale, è sempre quella che nel Medio Evo era chiamata «longissima via»: ma «anche la via più lunga comincia con un passo», e per questo pensiamo che possa essere utile cominciare a riflettere su questi argomenti.
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[1] Per una più ampia esposizione a questo riguardo, vedi Réné Guénon, «Le Règne de la Quantité et les Signes des Temps», Gallimard Ed.
[2] È appena il caso di osservare che le «ipotesi di lavoro» degli scienziati non rappresentano affatto una via di uscita dall’alternativa di cui parliamo, limitandosi a rinviarne indefinitamente la soluzione.
[3] E parliamo qui semplicemente dei riflessi deplorevoli sulla mentalità grnerale, senza considerare l'aspetto piuttosto inquietante insito nell'euforia di provorare conseguenze sempre più vaste nella natura che non si conosce, sulla sola base di effetti già conosciuti, la quale potrebbe rivelarsi domani assai più fragile del previsto, tutto questo assomiglia davvero ad un gioco infantile estremamente pericoloso.