"…la dottrina è infallibile, è a causa del fatto che essa è un’espressione della verità, la quale, in se stessa, è assolutamente indipendente dagli individui che la ricevono e che la comprendono. La garanzia della dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»". René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cap. "Sull’infallibilità tradizionale"

Per contattare la redazione del blog: scienzasacra@libero.it

lunedì 13 gennaio 2014

Giovanni Ponte, Il primo lavoro da compiere

Giovanni Ponte 
Il primo lavoro da compiere

Rivista di Studi Tradizionali n° 3

In un nostro precedente articolo[1] abbiamo parlato della comprensione teorica come di un presupposto indispensabile per la realizzazione effettiva dell'essere che parte dallo stato umano, realizzazione che, intesa nella sua pienezza, comporta l'integrazione totale delle sue possibilità, fino al Principio di cui ogni cosa non è che una manifestazione limitata e che si trova nascosto in tutti gli esseri.
Questa presenza latente, che è sempre possibile ritrovare, a determinate condizioni, poichè si tratta appunto di una presenza interiore, è affermata concordemente da tutte le dottrine tradizionali: è, nella tradizione indù, Brahma che risiede simbolicamente nel più piccolo ventricolo del cuore (hridaya), identico al «Sé» (Atmâ) che ugualmente sta nel cuore, «più piccolo di un chicco di miglio, più piccolo del germe racchiuso nel chicco di miglio», ma anche, in realtà, «più grande della terra, più grande dell'atmosfera, più grande del cielo, più grande di tutti questi mondi insieme»[2], dal momento che ne è il Principio e ne contiene tutte le possibilità.
È, nella dottrina estremo-orientale, il Tao che risiede nell’«Invariabile Mezzo» (Ciung-yung), il Centro originario di ogni essere, detto anche, considerato sotto diversi aspetti simbolici, il «Centro del vuoto», lo «Spazio dlell’antico cielo», il «Cuore celeste», il «Castello giallo»[3]. E questo stesso Centro è, nella tradizione degli Indiani d’America, il «piccolo spazio» in cui abita il «Grande Spirito» (Wakan-Tanka), chiamato «Occhio del Cuore» (Chante lshta) dai Sioux, secondo una terminologia identica a quella che si ritrova nell'esoterismo islamico (Aynul-Qalb in arabo)[4]. È il «Santo dei Santi» o «Palazzo interiore» della Qabbalah ebraica, dove risiede il punto primordiale da cui si origina tutta la manifestazione nell'espansione delle sei direzioni dell spazio, corrispondenti ai «sei giorni» della creazione, ed a cui si ritorna nel compimento del «settimo giorno», il Sabbath che rappresenta la reintegrazione nel Principio[5]. È il «Regnum Dei intra vos» ed il «granello di senape» della parabola evangelica[6]. Ed a questa medesima presenza interiore totale, benchè solo virtualmente per l’essere che non l’ha ancora realizzata, si riferiscono infine i detti dell'esoterismo islamico «Chi conosce se stesso (nafsahu: si potrebbe anche dire «il proprio sé», Atmâ secondo la terminologia indù) conosce il proprio Signore (Rabbahu)» e «Il Cielo e la Terra non mi contengono, ma mi contiene il Cuore del mio fedele servitore»[7].
Abbiamo voluto riportare tutte queste citazioni (e se ne potrebbero trovare molte altre analoghe) per mettere in evidenza l'unanimità della Tradizione nelle diverse forme che ha rivestito lungo lo sviluppo ciclico della presente umanità, in due affermazioni essenziali[8], che del resto sono strettamente connesse l'una all'altra: l'affermazione della presenza interiore dello stesso Principio universale della manifestazione e l'affermazione della possibilità di realizzarne la conoscenza effettiva, cioè di identificarsi ad esso, per l'essere che, come punto di partenza, si trova identificato ad una manifestazione individuale umana.
Sappiamo bene che queste affermazioni sono diventate addirittura inconcepibili per la grande maggioranza degli Occiflentali moderni, e non potrebbe essere altrimenti dato l'orizzonte conoscitivo sempre più chiuso imposto agli uomini che vivono nell'attuale civiltà antitradizionale. Proprio questo rende più indispensabile un accurato lavoro di preparazione teorica, ad evitare malintesi ed equivoci che potrebbero avere le più funeste conseguenze quando si volesse passare ad una fase «operativa», anche per il pullulare di contraffazioni che servono troppo bene allo scopo di distogliere da ciò che è veramente essenziale.
Questo lavoro da compiere consiste dunque anzitutto in una chiarificazione intellettuale basata sull'enunciazione dei princìpi universali e delle loro opportune applicazioni: enunciazione che non può essere altro che simbolica anche quando rivesta una forma discorsiva. E questa chiarificazione è volta naturalmente all'acquisizione di una certezza che permetterà di discernere la vera dalla falsa dottrina, l'autorità autentica da quella in tutto o in parte priva di fondamento, e renderà possibile una consapevole determinazione dei mezzi da mettere in opera per percorrere la via della realizzazione effettiva.
Si comprende quindi che, quando ci riferiamo a qualche cosa di «teorico» e di «intellettuale», questi termini hanno una portata ben più vasta e profonda di quella che abitualmente hanno assunto.
La «teoria», che etimologicamente è sinonimo di «contemplazione», non riguarda qui una mera costruzione mentale, necessariamente sistematica ed esclusiva nella sua pretesa di imporre i propri limiti alla realtà, e tale da non rappresentare in fondo nient'altro che un insieme più o meno coerente di «opinioni». Dice un detto orientale che «l'opinione non serve a nulla nei confronti della Verità»; e la stessa dottrina tradizionale non vale se non in quanto, procedendo più o meno direttamente dalla Verità, con essa stabilisce un legame per chi ne sa cogliere lo spirito, analogamente a quanto avviene quando si pone in atto un rito. In ambedue i casi, è il valore simbolico a creare un legame con la realtà universale: e la presenza del simbolo dottrinale nella mente dell'uomo può appunto essere il presupposto per un'efficace assunzione dei «simboli agiti» in cui consiste tutta la vita rituale, cioè tutta la vita tradizionale.
In pratica, se è necessario insistere attualmenle su una preparazipne teorica approfondita, ciò è dovuto anche al particolare stato delle facoltà mentali dell'Occidentale moderno: queste facoltà si sono infatti sviluppate enormemente, ma in modo autonomo e quindi inconsapevole, rispetto a ciò da cui normalmente dovrebbero dipendere, cioè rispetto a quell'intuizione intellettuale sopra razionale della quale non si suppone neppure più l’esistenza. È così che il mondo mentale, anziché servire di base per stabilire un legame con la Verità universale, è diventato generalmente una barriera quasi insormontabile che impedisce l'accesso al dominio dell'intellettualità vera.
La chiarificazione intellettuale di cui parliamo è dunque, sotto questo aspetto, proprio il contrario di quel compiaciuto «coltivare» indefinitamente complicazioni mentali e modi artificiali di sensibilità che spesso è ritenuto prerogativa degli «intellettuali». La verità è che coloro che potrebbero avere, in altre condizioni, delle autentiche aspirazioni intellettuali sono impossibilitati a svilupparle e a soddisfarle proprio con il rimanere anch'essi vittime di questa «cultura», idolo dalle mille forme e senza testa, ma sostenuto dall’organizzazione sempre più formidabile ed ingannevole dell'«istruzione» profana, tanto che, in mancanza di termini di paragone, è assai difficile che si giunga semplicemente a constatare questo stato di cose.
Si può dunque dire che, a questo riguardo, l’ignoranza pura e semplice sia un punto di partenza migliore dell'ipertrofìa mentale propria della cultura moderna. Ma in pratica, almeno in Occidente, il vantaggio dell'ignorante rimane inefficace: le circostanze esteriori della sua vita sono solitamente le più sfavorevoli a ricevere un insegnamento diverso da quello generalmente impartito, e la mentalità dominante nell'ambiente in cui vive gli impone spesso un senso di inferiorità che lo porta a subire ciecamente i pregiudizi correnti, nel qual caso questi ultimi vengono anzi ad assumere una forma particolarmente massiccia e grossolana.
Sotto quest’ultimo aspetto, l'assimilazione di tutti i gradi dell'insegnamento «profano» può dunque anche diventare utile, se non altro per rendersi conto nel modo più diretto possibile del vuoto conoscitivo che ne rappresenta in certo modo il vertice; e, a costo di ripeterci, dobbiamo precisare che parlando qui di vuoto conoscitivo abbiamo naturalmente in mente l'assenza della sola conoscenza che valga, in senso assoluto, la conoscenza dapprima teorica dei princìpi universali che sola, con le applicazioni appropriate che ne derivano, può permettere di uscire dal vicolo cieco in cui l'uomo moderno si è imprigionato e da cui, in certi casi, potrebbe ancora avere la possibilità di uscire.
Tenendo presente di questa situazione, conforme anch'essa a ciò che deve essere nel quadro delle possibilità proprie della nostra epoca, ma ben allarmante e forse tragica per coloro che vi sono coinvolti, appare più evidente la grandiosa sciocchezza di quelli che imperterriti si accaniscono ad ammassare ed elaborare indefinitamente nozioni di dettaglio, conoscenze relative e caduche del tutto inutilizzabili in funzione della Verità; ed altrettanto insensata appare la pertinacia di coloro che si dedicano ad elaborare i frutti della loro immaginazione da un mal definibile punto di vista estetico, mentre quelli che si volgono a soddisfare «realisticamente» le loro esigenze individuali, singole o collettive, si identificano con ciò stesso al piano dell'azione senza speranza di superarlo, e sono quindi trascinati ciecamente da bisogni e da suggestioni fino all'esaurirsi della loro vita animale.
Ma l'aspirazione alla conoscenza è talmente scomparsa anch'essa che il «vuoto conoscitivo» di cui abbiamo parlato, anzichè indurre a riflettere e a cercare altre vie di ricerca, diventa spesso un titolo di gloria con il nome di «agnosticismo», e si pretende che mai nessuno abbia potuto ottenere quella conoscenza della verità che ci si è accorti di non possedere più.
Il lavoro preliminare di chiarificazione intellettuale diventa più arduo quando chi dovrebbe compierlo è stato abituato a pregiudizi del genere, imposti spesso con una suggestione tanto più forte quanto più infondata, ma destinata ad una necessaria autodifesa della «cultura» e della stessa civiltà moderna in generale: infatti, che valore si potrebbe attribuire a questa cultura e a questa civiltà se si comprendesse che ambedue si sono sviluppate a scapito o in sostituzione di qualche cosa che, rigorosamente parlando, vale infinitamente di più?
Peraltro, questo «agnosticismo» diventa in certi casi veramente paradossale e sarebbe insostenibile se molti nostri contemporanei non avessero imparato a dimenticare, quando è necessario, anche la più elementare coerenza, assumendo con apparente naturalezza le posizioni più contraddittorie. Ci riferiamo in particolare a quello che solitamente avviene quando i nostri uomini di cultura vengono a contatto con le dottrine e i dati tradizionali che sarebbero meno suscettibili di equivoci, ed è il caso della maggior parte degli orientalisti. La loro refrattarietà a trarre profitto da quelle dottrine e da quei dati tradizionali è davvero sorprendente. Il fatto è che un testo, sia pure il più altamente intellettuale nel suo significato, non è che lettera morta quando venga separato dallo spirito vivente della tradizione di cui è un'espressione, e limitarsi ad analizzarlo è come sezionare un cadavere: non se ne troverà mai l'anima, e magari se ne dedurrà che non esiste.
Del resto, nelle civiltà tradizionali, i testi scritti non hanno mai rappresentato altro che degli adiuvanti secondari e, di per sè soli, assolutamente insufficienti, specialmente per quel che riguarda l'aspetto esoterico degli insegnamenti; sarebbe dunque ben strano se questi testi, essendo insufficienti per coloro stessi che appartengono alle rispettive civiltà tradizionali ed a cui sono destinati, fossero sufficienti invece per dei ricercatori carichi della pesante barriera dei pregiudizi occidentali moderni!
Per quel che riguarda gli orientalisti, in pratica, quando non ci si accontenti di una semplice ottusa erudizione, il più delle volte succede che i testi tradizionali, dopo essere stati ridotti a residui morti, se possibile attraverso rigorosi metodi «scientifici», sono poi vivificati artificialmente dalla mentalità stessa di chi se ne occupa. È un po' quello che accade degli «oggetti d'arte» orientali, bovinamente ammirati in Occidente come «tanto decorativi» ed esposti nei musei - questi monumenti di raffinata stoltezza - magari dopo essere stati saccheggiati nei luoghi dove adempivano alla loro funzione spirituale normale.
Ed è forse in questi tentativi di rivivificazione che si trovano le contraddizioni più manifeste della cultura occidentale. Ad esempio, nelle esposizioni dottrinali dell’Oriente tradizionale in forma più chiaramente discorsiva, scambiate per «filosofie», gli orientalisti sono soliti vedere una «evoluzione» (nel solito senso «progressista») rispetto a testi anteriori che presentano un simbolismo più immediato ma meno comprensibile nel suo senso profondo[9], ed ammirano il geniale sforzo di «ricerca» e l'«originalità» dei presunti «filosofi»[10] i quali invece non hanno fatto altro che adattare consapevolmente sul piano razionale ciò che era e rimane essenzialmente soprarazionale, e che, beninteso, sfugge completamente agli interpreti di cui parliamo. Ma il bello è che gli stessi autori orientali affermano che questi adattamenti valgono esclusivamente come strumento in funzione della presa di coscienza della fonte tradizionale di cui non sono che una espressione in una maniera in certo modo più limitata, il che è semplicemente normale e potrebbe riferirsi in fondo a qualsiasi applicazione legittima a delle mutate condizioni dell'ambiente.
Come starebbero dunque le cose se si prendessero sul serio queste interpretazioni più o meno sottintese degli orientalisti? Gli espositori orientali delle dottrine tradizionali sarebbero ammirevoli per la loro geniale inventività, di cui tuttavia non si sarebbero minimamente accorti, avendo essi creduto di spiegare semplicemente la Verità tradizionale una ed immutabile, che d'altra parte non esiste in virtù del «principio» dell'agnosticismo. È facile immaginarsi quale idea potrebbero avere i rappresentanti del pensiero tradizionale di simili «ammiratori», dal momento che le dottrine di cui si tratta implieano inequivocabilmente che le idee direttrici con cui vengono studiate da questi ultimi sono false, aberranti e negatrici dell'essenziale.
È forse anche per questo che agli orientalisti di cui parliamo non viene mai in mente di ricevere gli insegnamenti e le opportune interpretazioni dalle autorità viventi delle civiltà orientali. Ed è singolarmente ironico che certi insegnamenti in cui si dice che, per comprenderli, è necessario un Maestro vivente nel senso del Guru indù e che la cultura profana non serve a nulla, vengano intrepidamente spiegati senza neppur pensare di ricercare un Maestro ed appoggiandosi alla sola cultura profana. Eppure, se l'«agnosticismo» va rispettato, se gli Occidentali moderni (certi Greci avevano aperta la strada) hanno scoperto che non c'è conoscenza della Verità e che quindi tutti i modi di conoscenza tradizionali non sono mai esistiti come tali, allora perchè studiarli? Effettivamente, vi sono parecchi orientalisti che preferiscono non occuparsi troppo di ciò che potrebbe smascherare la contraddittorietà delle loro posizioni. Ricordiamo a questo proposito una frase significativa: un allievo che avrebbe voluto occuparsi di una forma di esoterismo orientale venne seriamente ammonito con queste parole: «Lei rischierebbe di perdere l’agnosticismo»!
Dopo tutto quello che abbiamo detto sull'argomento si comprenderà perchè, a nostro giudizio, ai fini del lavoro iniziale da compiere per un'adeguata chiarificazione teorica non ci si deve basare sulla cultura «ufficiale», neppure quando questa si riferisce a dati autenticamente intellettuali e tradizionali nella loro origine. In realtà, anche qui l'unica base sicura è quella della conoscenza; e se, prima di possederla, un riferimento diretto ad essa è impossibile, occorre in qualche modo appoggiarsi ad essa indirettamente, attraverso chi la possiede già, ad un'autorità vivente.
È appena il caso di dire che, volendo parlare qui di conoscenza volta alla realizzazione effettiva ed universale e per così dire allo stato puro, un’autorità religiosa non corrisponderebbe a ciò che intendiamo, senza che peraltro questo pregiudichi in qualsiasi modo la sua validità nel campo che le
è proprio.
Sarebbe dunque forse necessario recarsi in Oriente a cercare, come il primo dei «Rosacroce» dopo la fine del Medio Evo[11], gli insegnamenti che in Occidente non si possono più trovare? Questa eventualità non è certo priva di difficoltà e di rischi: difficoltà esteriori per lasciare l'Occidente, e soprattutto per trovare coloro a cui ci si può utilmente rivolgere, tanto più che si tratterebbe probabilmente di autorità non rivestite di funzioni esteriori facilmente riconoscibili; e proprio ora, in
Oriente, l'invadenza dell'«occidentalizzazione», anche per mezzo del potente strumento della cultura profana[12], rende ancor meno accessibile ciò di cui si tratta. E ci sarebbe il rischio di errori gravi e definitivi per mancanza di discernimento in un ambiente, almeno all'inizio, sconosciuto.
Con questo non vogliamo escludere completamente la possibilità di un contatto utile, diretto ed immediato, con gli Orientali. René Guénon, che parlava per esperienza diretta, scriveva in Orient et Occident: «Senza dubbio, tra gli Europei che sono vissuti in contatto diretto con gli Orientali, ve ne sono alcuni che hanno potuto comprendere e assimilare certe cose, appunto perchè, non essendo degli «specialisti», erano più liberi da idee preconcette; ma, in genere, essi non hanno scritto; ciò che hanno appreso, l'hanno tenuto per sè, e del resto, se è loro accaduto di parlarne a degli Occidentali, l'incomprensione dimostrata da questi ultimi era tale da scoraggiarli e da obbligarli a mantenere lo stesso riserbo degli Orientali»[13].
Ma René Guénon scriveva anche sulla funzione che erano sempre suscettibili di assumere tali intermediari, a condizione che vi fossero degli Occidentali i quali, anziché dimostrare incomprensione, intendessero ricorrere al loro aiuto; nel suo pensiero, la loro stessa presenza sarebbe il segno che non tutte le speranze di intesa fra gli Occidentali e l'Oriente tradizionale sono irrimediabilmente perdute.
L'importanza di questa presenza di possibili intermediari con l'Oriente risulta evidente se si considerano le difficoltà e i rischi che comporta quasi inevitabilmente l'eventuale ricerca di un contatto più diretto, ed ai quali abbiamo già accennato. A questo proposito aggiungiamo ancora che l'insegnamento, per essere efficace, deve sempre tenere conto adeguatamente del punto di partenza di chi lo deve ricevere, specialmente quando si tratta di un autentico insegnamento tradizionale, che sotto molti aspetti è proprio l'opposto dell'istruzione standardizzata e livellatrice affermatasi nell’Occidente contemporaneo. Sotto questo aspetto, nessuno potrebbe tener conto degli innumerevoli pregiudizi e deformazioni mentali da cui gli Occidentali devono anzitutto «purificarsi» meglio e più ultilmente di chi abbia vissuto in Occidente e lo conosca a fondo, a condizione che, d'altra parte, abbia assimilato effettivamente l’intellettualità orientale[14] da cui si tratta di apprendere.
Da parte nostra, abbiamo ragione di credere che fosse questo il caso dello stesso René Guénon, la cui opera non è certo fine a se stessa, ma pensiamo rappresenti anzi, nelle condizioni attuali, il presupposto quasi indispensabile per preparare un rivolgimento della mentalità che permetta di incontrare qualche cosa di valido e che non sia più semplicemente «libresco», nel senso sopra spiegato.
Crediamo che gli stessi testi tradizionali, per quanto accuratamente studiati, sarebbero inadatti a dare  lo stesso risultato, data la mancanza di riferimento al punto di partenza del lettore occidentale, il quale, anche con le migliori intenzioni, ben difficilmente potrebbe uscire da una prospettiva astratta ed inefficace senza cadere in errori di fondo analoghi a quelli degli orientalisti.
In conclusione, l'aspirazione a quella realizzazione spirituale, a quella Liberazione per mezzo della conoscenza effettiva della Verità che è sempre e dovunque il fine dell'esoterismo autentico e completo, impone un lavoro preliminare di preparazione teorica che non può basarsi sulla cultura profana, e che deve anzi risolutamente rimuoverne i limiti. Questo è possibile soltanto attraverso l'aiuto più o meno diretto proveniente dalla stessa fonte vivente della conoscenza che si aspira a raggiungere; abbiamo accennato brevemente, a titolo indicativo, alle modalità che può assumere attualmente questo aiuto; ma in ogni caso tutto dipende, in fondo, dall'attitudine di ciascuno, dal suo sforzo di ricerca e dal lavoro che egli stesso deve compiere, il quale, come la sua aspirazione stessa, è come una prima manifestazione della capacità essenzialmente «attiva» (nel senso interiore) propria di ogni realizzazione eli ordine veramente esoterico.

[1] «Conoscenza tradizionale e scienza moderna», nel N. l di questa rivista, pagg. 17·20 (n.d.r. Rivista di Studi Tradizionali). 
[2] Chândogya Upanisad, 3° Prapâthaka, 14° Khanda, Shruti 3. 
[3] Cfr. T'ai-Chin-Hua Tsung Chih («Il Mistero del Fiore d'Oro »), Cap. I. Possiamo citare ancora questa frase simbolica
del «Libro del Castello Giallo»: «Nel compartimento grande un pollice della casa grande un piede si può organizzare la vita». 
[4] Cfr. Hehaka Sapa, Les Rites Secrets des lndiens Sioux, pagina 14, dove è pure riportata questa frase significativa: «L'uomo che, in questa maniera, è puro, contienc l'Universo nella cavità del suo cuore (Chante Ognaka)», da avvicinare al detto dell'esoterismo islamico che citeremo tra poco. 
[5] Cfr. P. Vulliaud, La Kabbale juive, tomo I, pagg. 215-217 e pagg. 405-406. Questo simbolismo è naturalmente applicabile sia al «macrocosmo» che al «microcosmo», e cioè sia al mondo nel suo insieme che a ciascun essere. «Secondo la Kabbala, la Shekinah o la «Presenza divina», che è identica alla «Luce del Messia», abita (shakan) sia nel Tabernacolo, chiamato perciò mishkan, sia nel cuore dei fedeli; e vi è un legame molto stretto tra questa dottrina e il significato del nome Emmanuel, applicato al Messia e interpretato come “Dio in noi”» (René Guénon, Le grain de sénevé, Etudes Traditionnelles 1949, pag. 27). 
[6] S. Matteo, XIII, 31 e San Luca, XIII, 19. 
[7] Hadith qudsi, attribuito al Profeta, in cui Allah si esprime in prima persona. 
[8] Naturalmente, queste affermazioni possono trovare applicazione ed essere considerate più particolarmente a livelli diversi, il che non toglie l'identità di fondo, che si può sempre ritrovare restituendo ai simboli il loro pieno signifieato metafisico. 
[9] Citiamo due esempi tipici: i Veda e il Corano, considerati come espressioni di modi di conoscenza inferiori rispetto a testi successivi delle rispettive tradizioni. Occorre davvero non aver capito nulla dello spirito tradizionale per non rendersi conto minimamente dell'enormità di questo genere di interpretazioni, che tuttavia sono così generalmente accettate in Occidente! 
[10] Dobbiamo pure accennare, almeno di sfuggita, all'altra assimilazione, completamente abusiva ed ingannevole, che identifica varie dottrine orientali al misticismo. 
[11] Ci riferiamo al viaggio compiuto nel XIV secolo, secondo la tradizione rosacrociana, da colui che viene chiamato simbolicamente Christian Rosenkreuz. Effettivamente, si può pensare che i Rosacroce servirono a mantenere per un certo tempo il legame dell'Occidente, la cui tradizione era rimasta incompleta, con la conoscenza tradizionale integrale sempre presente in Oriente. Ricordiamo però che, secondo varie fonti concordanti, i veri Rosacroce lasciarono l'Europa poco dopo la guerra dei trent'anni (XVII secolo), e del resto tutte le pretese organizzazioni «rosacrociane» che esistono oggi in Europa e in America, talora di recentissima formazione, non hanno alcun collegamento effettivo con la tradizione autentica che portava lo stesso nome (cfr. le opere di René Guénon: «Il Re del Mondo», ed. Atanor, capitolo VIII; «Aperçus sur l'Esotérisme Chrétien», pag. 39; «Le Règne de la Quantité et les Signes des Temps» cap. XXXVI). 
[12] Questa penetrazione della cultura profana occidentale rende ora possibile l'esistenza di Orientali d'origine «octidentalizzati» in parte, i quali espongono delle dottrine tradizionali, spesso in lingua inglese, con deformazioni che in qualche caso sono assai meno sensibili di quelle abituali degli orientalisti. Ciò rende talvolta più complessa la situazione attuale, ma comunque basta dire al riguardo che certamente costoro (e, a maggior ragione, i loro seguaci) non sono affatto i detentori dell'aulorità tradizionale a cui ci si potrebbe utilmente rivolgere. 
[13] Orient et Occident, II ed., pag. 135. 
[14] Evidentemenete, è questo il punto capitale, e senza dubbio non è sempre facile stabilirlo.