"…la dottrina è infallibile, è a causa del fatto che essa è un’espressione della verità, la quale, in se stessa, è assolutamente indipendente dagli individui che la ricevono e che la comprendono. La garanzia della dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»". René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cap. "Sull’infallibilità tradizionale"

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venerdì 7 febbraio 2014

Giovanni Ponte, Importanza della volontà


Giovanni Ponte
Importanza della volontà 

Rivista di Studi Tradizionali n° 44

Vi è comunemente, negli uomini, la coscienza di possedere una propria volontà che dirige le loro azioni, sia pure entro i limiti piu o meno ristretti delle loro mutevoli possibilità.
La mentalità moderna, poi, ha spesso accentuato il senso di questa volontà individuale, come se fosse qualcosa di completamente autonomo, e come se lo scopo degli uomini fosse quello di estrinsecare al massimo tale autonomia. Ideali di azione e di lotta sono stati fabbricati appunto con questa mentalità, applicandola a volta a volta, nei modi più diversi ed esteriormente contrastanti, all'individualismo dei singoli, ai raggruppamenti etnici e nazionali, alle classi sociali ed economiche.
Ed è appunto soltanto per mezzo di tale mentalità che è stato possibile coinvolgere sempre di piu gli uomini nella costruzione del mondo moderno, dapprima in Occidente, e poi, attraverso le diverse forme di occidentalizzazione, in una porzione sempre piu vasta del nostro pianeta. 
Non è difficile constatare che ideali di questo genere, propri a diverse fasi del mondo moderno, si sono rivelati illusori, e sono stati combattuti e sostituiti da altri, destinati a loro volta ad essere travolti da forme di ideologie nuove e pur sempre provvisorie. Già questa constatazione potrebbe indurre a riflettere, ed a considerare se non vi sia un carattere intrinsecamente illusorio in qualunque ideale di affermazione autonoma della volontà degli individui e delle collettività umane. 
A questo proposito, si può osservare che, sul piano proprio dell'azione e dei fatti, esistono inevitabilmente limitazioni entro le quali ci si trova e ci si troverà pur sempre rinchiusi, rimandando indefinitamente il conseguimento di una piu ampia affermazione. Ma una inadeguatezza e incongruenza piu radicale viene dal fatto che individui e collettività umane non sono affatto «autonomi» quanto ai contenuti della propria volontà ed ai fini da raggiungere. Infatti, è ovvio che, oltre alle condizioni poste dal mondo corporeo, sussistano dei condizionamenti psichici; inoltre, è anche ovvio che chi subisca inclinazioni e suggestioni possa credere di affermare la sua volontà proprio nell'atto di essere spinto a seguirle. E l'apparente autonomia che permette di seguire le inclinazioni e suggestioni piu immediate aventi piu forza in un determinato momento è proprio ciò che, con l'affermazione di certi aspetti a spese di altri, può impedire la crescita e lo sviluppo delle possibilità di ordine piu profondo[1].
Del resto, la mentalità moderna dimostra ancor piu la sua incongruenza quando, accanto ad ideali di completa autonomia individuale e collettiva, accetta piu o meno implicitamente un cieco determinismo nelle scienze fisiche, e persino nella psicologia, che in effetti ha potuto giungere a considerare la coscienza individuale {e in essa, ovviamente, la volontà) come nient'altro che una derivazione dell'«inconscio», da cui, peraltro, opererebbe in definitiva quel «principio di distruzione» o «principio di morte» in virtù del quale ogni coscienza finirebbe con l'annullarsi.
A parte gli aspetti molto discutibili di tale teoria, restano comunque i fatti a cui si riferisce: resta la constatazione che l'affermazione della volontà individuale, illusoria nella sua autonomia, è destinata a concludersi per ciascuno, sul piano dell'azione, con la morte, in una completa impotenza e in un insuccesso totale.
Questo peso di un destino ineluttabile può indurre a pensare che allora non esistano alternative alle momentanee illusioni, e può condurre, al di là di esse, alla disperazione, od anche a una passiva rassegnazione al destino. Qualcuno può anche pensare che abbandonarsi cosi al destino corrisponda, in fondo, all' attitudine degli uomini prima delle grandi illusioni «prometeiche» della civiltà occidentale: in effetti, quella rassegnazione passiva corrisponde precisamente a quel fatalismo che non di rado è stato attribuito agli Orientali; e la consapevolezza tradizionale di un ordine sopraumano da cui tutto dipende (anche le azioni e le intenzioni umane) può essere scambiata per una credenza tale da togliere qualsiasi valore alla propria volontà: dire che ogni nostro atto di volontà presuppone di essere voluto dal Principio universale può essere interpretato come una negazione radicale della libertà umana, tale da indurre a un atteggiamento del tutto passivo verso le circostanze. Ebbene, tale interpretazione è completamente falsa; anzi, come mostreremo in seguito, proprio riconoscendo nel Principio universale la fonte vera di ogni atto di volontà si può giustificare quell'attitudine eminentemente attiva che ciascuno di noi, anche nelle circostanze piu sfavorevoli, può e deve assumere nella sua vita.
* * *
Ad evitare facili confusioni su questo argomento, sarà bene anzitutto distinguere il destino, quale si presenta all'individuo, dall'ordine universale. In effetti, il destino non ingloba affatto tutta la realtà, e neppure tutte le possibilità di manifestazione; per destino si deve intendere piuttosto l'insieme delle determinazioni, palesi e nascoste, insite nel mondo in cui l'uomo si trova ad operare, con il peso di tutte le conseguenze che ne derivano.
Il destino non può quindi essere alcunché di assoluto e, per sua stessa natura, è tutt'altro che un principio metafìsico; ciò non toglie che esso, inteso nel senso che abbiamo indicato, corrisponda a qualcosa di ben reale nell'ordine relativo dell'esperienza umana: anzi, sembrerebbe occupare tutto il campo della sua esistenza, ed effettivamente lo occuperebbe per intero se l'essere umano non comportasse nient'altro che delle determinazioni psico-somatiche e ambientali.
Ma in realtà una somma o un aggregato di determinazioni corporee e psichiche non basterebbe mai, da solo, a costituire un essere, mancando in tal caso proprio l'essenziale, quel principio unificante che fa si che quell'essere sia «se stesso».
Potremo chiarire meglio questo punto, che è d'importanza capitale, osservando che vi sono, nella natura individuale di ogni essere, «due elementi di ordine diverso, che conviene distinguere nettamente, chiarendo i loro rapporti nel modo piu preciso possibile: questa natura individuale} infatti} procede anzitutto da ciò che l'essere è in se stesso, e che rappresenta il suo lato interiore e attivo, e poi, secondariamente, dall'insieme delle influenze dell'ambiente in cui si manifesta, che rappresenta il suo lato passivo»[2]. È ovvio allora che ciò che l'essere è in se stesso, è essenzialmente tale quale è indipendentemente dalla sua manifestazione in un certo mondo (quale, per esempio, il mondo umano terrestre).
Nello stesso tempo, è evidente che, per manifestarsi concretamente nel mondo umano, ogni essere ha bisogno di assumere dei contenuti appartenenti al mondo umano, sotto determinate condizioni di tempo e di spazio. «L'essere si manifesterà dunque rivestendosi, per cosi dire, di elementi presi in prestito all'ambiente la cui “critallizzazione” sarà determinata dall'azione, su quell'ambiente, della sua natura interna (che, in se stessa, deve essere considerata come d'ordine essenzialmente sopra-individuale)»; «nel caso dello stato individuale umano, questi elementi apparterranno naturalmente alle diverse modalità di quello stato, cioè sia all'ordine corporeo che all'ordine sottile e psichico». In ogni caso, «gli elementi che l'essere assume prendendoli dal suo ambiente immediato, e anche quelli che attira in qualche modo a sé da tutto l'insieme indefinito del suo campo di manifestazione» (psichico e corporeo) «devono essere necessariamente in corrispondenza con quella natura, senza di che non se li potrebbe assimilare effettivamente in modo da fare di essi altrettante modificazioni secondarie di se stesso. In ciò consiste ((l'affinità" in virtu della quale l'essere, si potrebbe dire, non prende dall'ambiente se non ciò che è conforme alle possibilità che porta in se stesso, che sono le sue e non quelle di qualsiasi altro essere: ciò che, a motivo di questa stessa conformità, deve fornire le condizioni contingenti che permettano alle sue possibilità di svilupparsi o di “attualizzarsi” nel corso della sua manifestazione individuale». 
Ma allora, se ogni essere realizza in ogni caso la sua natura in tutta l'ampiezza compatibile con il mondo in cui si manifesta, si potrebbe concludere che ognuno afferma sempre compiutamente la sua volontà, che in fondo tutti sono ugualmente liberi e responsabili del proprio stato? E non sarebbe forse questa una conclusione che irriderebbe alle differenze tra le condizioni umane, e farebbe apparire vano ogni sforzo per migliorare e per migliorarsi?
In realtà, conclusioni del genere sarebbero del tutto aberranti, e sarebbero dovute a una identificazione astratta ed infondata tra il principio attivo e determinante del proprio essere, di natura sopra-individuale, e la volontà attualmente cosciente sul piano effettivo della propria esperienza individuale. Ebbene, sta di fatto che, nella presente fase del mondo umano e segnatamente nel mondo occidentale, tale piano effettivo di esperienza è, almeno inizialmente, caratterizzato dalla propria identificazione ad aspetti delle proprie possibilità individuali estremamente frammentari e condizionanti; d'altra parte, per il fatto stesso che cr riferiamo alla «propria» volontà, si tratta pur sempre di un riflesso o di un particolare aspetto del principio interiore che determina il proprio essere, ricollegantesi virtualmente alla sua essenza, che è per sua natura attiva e intrinsecamente libera.
La nostra volontà individuale, con tutta la forza del suo attaccamento alla sua attuale «particolarizzazione», è un fondamentale ostacolo al riconoscimento del principio determinante di noi stessi; ma· questa stessa volontà individuale, qualora operi rettamente per svincolarsi dal suo attaccamento e dalla sua particolarizzazione, ecco che diventa un fattore fondamentale per la realizzazione effettiva della propria essenza sopra-individuale e, in essa, della propria libertà. È questo, al di là delle velleità e delle intenzioni immaginarie, uno degli aspetti piu importanti della via iniziatica; e in tale direzione si può operare anche se le circostanze appaiono, dal punto di vista individuale, come estremamente sfavorevoli, ché anzi, in un certo senso, proprio le difficoltà esteriori possono diventare un sostegno vantaggioso per esercitare la propria volontà nel senso indicato, e servire, secondo un'espressione dell'alchimia, quale «mercurio di contrasto» per le proprie operazioni.
Abbiamo accennato al fatto che l'esercizio efficace della volontà per svincolarsi dal suo attaccamento e dalla sua particolarizzazione presuppone che essa operi «rettamente» in quel senso. A questo proposito, sarà bene precisare che tale rettitudine presuppone a sua volta un certo discernimento e una comprensione vera, senza la quale ogni sorta di errori e di falsificazioni diventa possibile. In altre parole, la giusta applicazione  della volontà può venire solo dalla sua completa subordinazione alla conoscenza: anzitutto, la conoscenza che l'essere trova in se stesso, e, in quanto questa sia attualmente inadeguata, la conoscenza di cui trova l'aiuto in ciò che la rappresenta apparendo provvisoriamente fuori di se stesso[3]. 
L'attitudine che abbiamo indicato, e sulla quale pensiamo sia opportuno insistere, corrisponde in fondo a quella descritta nella tradizione cinese allorché essa afferma che l'uomo deve essere «yin», cioè ricettivo, verso il Cielo, e «yang», cioè attivo, verso la Terra. Tutto ciò, sul piano effettivo della propria esistenza, è davvero il contrario di una rassegnazione passiva e di un cieco fatalismo.
Quando tale attitudine fosse compiutamente realizzata, la propria volontà, rinunciando ad imprigionarsi nelle proprie auto-limitazioni, si espanderebbe in armonia con la Volontà universale e, secondo un simbolismo espresso dal Triangolo del Maestro Libero Muratore[4], verrebbe conseguito un perfetto equilibrio nei riguardi del proprio destino.
Ma particolarmente vorremmo insistere sulla considerazione che chi operi veramente sulla propria volontà nel senso indicato, fin dai primi passi introduce nella sua esistenza un fattore qualitativamente diverso da tutto ciò che era racchiuso nel campo del suo destino, e imprevedibile nei riflessi che, prima o poi, si ripercuoteranno sulle circostanze. Vorremmo anche aggiungere che questa attitudine attiva[5], che è propria della via iniziatica, deve essere costantemente «riattivata»[6], se non si vuole che l'« ambiente », sia pure dopo essersi modificato, riprenda le sue prerogative oscure di chiusura[7] per la propria volontà troppo debole o distorta.
In ogni caso, si sarà intesa, in questa prospettiva, l'importanza veramente decisiva della volontà. In fondo, senza avvedercene, con la nostra volontà individuale ci manteniamo imprigionati nei nostri attaccamenti e nei nostri limiti; mentre, avendo intravisto quale sia la nostra situazione, prendendo risolutamente come prezioso strumento iniziale proprio la nostra attuale volontà frammentaria possiamo sperare di reintegrarla nella sua natura profonda e sopra-individuale, la quale non è altro che un aspetto della Volontà universale. Saremmo allora testimoni della verità che non c'è atto di volontà se non sia fondato sulla Volontà universale[8]:  in fondo, ciò significa che appunto la Volontà universale, e soltanto essa, può consentire che la volontà individuale umana occupi un suo posto ben reale nell'universo: un posto che può es-sere, se cosi si può dire, una base di partenza dell'universalizzazione; nella quale universalizzazione, propriamente parlando, non è piu possibile distinguerne e separarne la realtà, cosi come, senza piu alcuna determinazione limitativa, non si può parlare né di volontà, né di un Principio, né di una manifestazione distinta da Esso.

[1] È interessante osservare che a questo sviluppo delle possibilità umane si richiama il significato autentico di « autorità» (dal latino auctoritas, che deriva da augére, «aumentare», «far, crescere»). Ma è ben difficile, oggi, potersi riferire ad un'autorità vera capace di far crescere fino a maturità le facoltà degli uomini, con la conseguenza tragica che molti vedano dell'autorità solo le degenerazioni, e siano cosf tanto piu indotti ad affidarsi ad una pretesa illusoria di autonomia che li rinchiude negli orizzonti limitativi e deformanti della loro immaturità. 
[2] Questa citazione e le altre che seguono sono tratte da La Grande Triade, cap. XIII: L'étre et le milieu (L'essere e l'ambiente) di René Guénon [ed. Gallimard; traduzione italiana edita da Atanor e Adephi. N.d.r].
[3] Per piu ampi sviluppi su questo argomento, cfr. ad esempio i nostri articoli: Per chi scriviamo, L'Evidenza e la Via, Dottrina e autorità tradizionali e La Tradizione e noi stessi, nei numeri 9, 19, 20 e 22 di questa rivista [Rivista di Studi Tradizionali. N.d.r.]. 
[4] Ci riferiamo qui a un simbolo trasmesso dalla tradizione pitagorica a quella massonica, dove in particolare il Past Master ha per insegna un triangolo rettangolo i cui lati stanno nelle proporzioni dei numeri 3, 4 e 5. «Secondo la dottrina pitagorica, seguita su questo punto, come su tanti altri, da Platone, "la Volontà animata dalla fede (e quindi per questo stesso fatto associata alla Provvidenza) poteva soggiogare la stessa Necessità, comandare alla Natura e operare miracoli". L'equilibrio tra la Volontà e la Provvidenza da una parte e il Destino dall'altra era simboleggiato geometricamente dal triangolo rettangolo i cui lati sono rispettivamente proporzionali ai numeri 3, 4 e 5, triangolo al quale il Pitagorismo dava una grande importanza, e che, per una coincidenza ancora molto notevole, non ha minore importanza nella tradizione estremo-orientale. Se la Provvidenza è rappresentata da 3, la Volontà umana da 4 e il Destino da 5, si ha in questo triangolo: 32+42=52; l'elevazione dei numeri alla seconda potenza indica che ciò si riferisce al dominio delle forze universali...» (cfr. René Guénon, La Grande Triade, cap. XXI, dove l'Autore fa riferimento a dei testi di Fabre d'Olivet). 
[5] Ad evitare facili confusioni, osserviamo che questa attitudine non ha niente a che vedere con l'« attivismo», che consiste nel dare un valore preponderante all'azione. In realtà, l'azione non è che la forma piu esteriore di attività, quella che si esercita sul mondo corporeo: essa corrisponde senza dubbio ad esigenze reali e valide nel loro ordine, ma si deve anche osservare che «l'attività è tanto piu grande e reale quanto piu si esercita in un dominio lontano da quello dell'azione», e vicino all'essenza delle cose (cfr. René Guénon, Contro il «quietismo», cap. XXVI di Iniziazione e Realizzazione spirituale, ed. Studi Tradizionali). Del resto, si ricorderà che nella tradizione islamica la «grande guerra santa» è quella interiore, mentre quella esteriore è soltanto la «piccola guerra santa» (cfr. La Guerra e la Pace, cap. VIII del Simbolismo della Croce, ed. Studi Tradizionali). [Riedito da Rusconi, Luni e Adelphi. N.d.r.] 
[6] A questa esigenza di «riattivazione» costante corrisponde anche, in concreto, una virru di attenzione nell'impiego del proprio tempo. Nell'iniziazione massonica, è questo uno dei significati che si possono attribuire all'uso della riga di 24 pollici, riferita alla misura delle 24 ore del giorno. Se ne può dedurre inoltre un senso non banale nel motto dantesco «il perder tempo a chi piu sa piu spiace»; ed a ciò si ricollega pure l'avvertimento dello Sceikh Muhammad at-Tadilî a chi segue la via iniziatica: « ... vegli sui suoi respiri e sul suo tempo, perché ogni respiro gli domanda di pagare integralmente ciò che gli è dovuto e ogni istante di utilizzar/ o per il dhikr [l'incantazione e il ricordo del Principio universale], il discernimento ininterrotto della Presenza divina o la contemplazione cui il faqir è tenuto. Il tempo è una spada, se non lo si taglia con la Verità taglia con la falsità» (cfr. La Vita tradizionale è la Sincerità, testo tradotto nel N. 26 di questa rivista). 
[7]  In particolare, anche per chi sia riuscito a inserire stabilmente dei contenuti rituali tradizionali nella sua vita quotidiana, c'è poi il rischio che questa si trovi degradata a «routine». Contro tale rischio di chiusura può essere estremamente prezioso l'intervento rettifìcatore di un Maestro iniziatico autentico; mentre, per converso, una barriera e un'opposizione nei suoi riguardi può rendere la chiusura irrimediabile per il discepolo, talora portandolo a volgersi paradossalmente verso contenuti di origine tradizionale più esteriori proprio per difendere la propria chiusura. Da ciò anche una nuova sorta di farisaismo, contro il quale vale pur sempre la condanna evangelica ai « sepolcri imbiancati » di qualsiasi natura. 
[8] Secondo l'espressione coranica, «ma tasbâ'ûna illâ an yashâ 'Allahu», che può tradursi «non vorrete se non in quanto voglia Allâh» (la traduzione «non vorrete se non ciò che vuole Allàh» altera il senso dell'originale). Ciò potrebbe intendersi, in particolare, nel senso che l'uomo può esercitare effettivamente la sua volontà, se e quando ciò gli sia dato dal Principio universale, che in effetti, in quanto tale, è evidentemente anche il Principio della volontà umana.