"…la dottrina è infallibile, è a causa del fatto che essa è un’espressione della verità, la quale, in se stessa, è assolutamente indipendente dagli individui che la ricevono e che la comprendono. La garanzia della dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»". René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cap. "Sull’infallibilità tradizionale"

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sabato 15 marzo 2014

Pietro Nutrizio, Il «declino dell’Occidente»


Pietro Nutrizio 
Il «declino dell’Occidente»* 

Nel nostro precedente articolo abbiamo accennato al senso di smarrimento, o per lo meno di incertezza, che taluni dei nostri contemporanei provano quando, per qualche congiuntura che li tocchi, da vicino, pare loro di accorgersi che tutto quanto li circonda, nei settori ed ai livelli più diversi, sia preda di un profondo disordine.
Ai nostri giorni fatti e circostanze atti a far riflettere non mancano certamente, ma è assai raro, anche se abbiamo l'impressione che la frequenza di simili riconoscimenti vada in qualche modo aumentando, che tali constatazioni abbiano un riflesso nella mentalità contemporanea, o, quanto meno, giungano a prender voce all'esterno, come segni di una inquietudine a nostro giudizio affatto fondata.Che poi tali voci appartengano a individualità di rilievo è ancor più raro ed è certamente l'indizio di una insolita ampiezza di vedute e di notevole coraggio, come prova l'ondata di ritorno delle proteste che sempre accolgono simili prese di posizione e cercano di so:ffocarne l'eco; nulla è infatti così sgradevole all'«opinione pubblica», o a chi la costruisce, come il sentirsi dire da persone universalmente giudicate assennate che proprio nelle sue opinioni c'è qualcosa che non corrisponde alla realtà.
È anche a queste individualità che intendevamo alludere quando dicevamo della probabile esistenza ai nostri giorni di persone che non si accontentano di lasciarsi semplicemente sommergere dall'onda delle opinioni correnti, e, aggiungiamo, vedendo cose che la maggioranza dei contemporanei non vedono, hanno una naturale tendenza a spingere le loro ricerche in direzioni inconsuete, avvicinandosi a conclusioni che rischiano di compromettere l'illusorio equilibrio che rende possibile una vita come quella che gli uomini conducono nella civiltà moderna. Soltanto che anche in questi casi più favorevoli, nei quali ricerca e giustificata preoccupazione per l'avvenire sono presenti[1], il risultato a cui si giunge generalmente è più che altro negativo, o, se qualche soluzione viene talvolta abbozzata, essa suona stranamente sproporzionata al problema sollevato, e i punti sui quali l'argomentazione si appoggia risentono ancora dei pregiudizi correnti, e non potrebbe accadere altrimenti, se si tien conto che da troppo tempo mancano nell'area del mondo occidentale certe idee fondamentali in assenza delle quali il pensiero individuale non ha nessuna possibilità di uscire dai propri limiti ristretti. Non intendiamo affrontare qui la questione del come e del perchè abbia potuto verificarsi tale assenza, ma, limitandoci alle sue conseguenze, dobbiamo far notare quanto essa abbia ridotto l'orizzonte mentale degli Occidentali, se si pensa che è giunta a restringerne le prospettive persino sotto l'aspetto storico, nel qual campo anche i più accreditati specialisti non riescono a superare la barriera dell'antichità cosidetta classica facendo praticamente nascere l'uomo, così come essi lo intendono, in quella Grecia che per tutti gli Europei è la sola culla della civiltà. 
Prospettive di questo genere conducono naturalmente ad una concezione del mondo e della umanità in funzione dell'Occidente, e in fondo la cosa, a parte ogni questione di verità, non sarebbe poi così nociva se fosse pensata dalla massa dei nostri contemporanei soltanto; un'affermazione del genere si fa invece grave quando suona sulla bocca di chi, staccatosi da questa massa, cerca di indagare le cause della crisi attuale, la quale, pur se coinvolge ormai tutta l'umanità, trae le sue origini proprio da quell'Occidente che nel volgere degli ultimi secoli è andato espandendosi smisuratamente grazie alla sua potenza materiale, fino a imporre a quasi tutti gli altri popoli dei modi di vita che ben raramente ad essi si confanno.
D'altronde non è l'essere sentimentalmente attaccati all'Occidente - la qual cosa in fondo è normale per chi abbia coscienza di apparle nervi - che si opponga a una indagine seria delle ragioni dell'attuale situazione di disordine, ma l'ingiustificata intransigenza verso le altre civiltà, la quale, limitando la visione d'insieme che dovrebbe sempre essere presente nella sua integralità a chi aff10onta questo genere di problemi, fa sì che non si possa inquadrare in un ciclo evolutivo[2] più ampio la fase attuale dell'umanità, ciò che solo potrebbe conferirle un senso e aiutare chi può esserne interessato nella ricerca dei mezzi adatti a influire in qualche modo sul suo corso. 
Senza contare che questo atteggiamento conduce ad un'errata valutazione degli stessi elementi della storia occidentale, la quale può apparire dominata da un 'idea conduttrice soltanto a chi pensi che la pietra di paragone di ogni valore umano si definisca in termini di forza d'espansione, e non consista invece in qualcosa di più profondo che rivela la sua presenza al fondo d'una civiltà, anche a genio espansivo, per ciò che viene trasmesso a questo riguardo ai popoli assoggettati o assimilati. È proprio e soltanto in ragione di questa trasmissione di valori che possiamo chiamare spirituali (a patto di intendere il termine secondo la sua accezione più profonda e reale, oseremmo dire più tangibile, se non temessimo di suscitare inutili confusioni), che un'espansione territoriale si giustifica in te· grandosi nel piano più vasto della manifestazione delle possibilità dell'umanità intera. Ci pare quindi evidente che non l'espansione in sè è l'indice del valore di una civiltà, ma ciò che essa lascia dietro di sè quando la sua fase motoria si è esaurita, e bisogna ammettere che sotto questo aspetto - basta, per convincersene, guardare con un po' di attenzione alla situazione odierna dei paesi extraeuropei - la prova fornita dalla civiltà occidentale moderna non è stata delle più positive. Si può dire anzi che l'Occidente si trovi attualmente di fronte, nei popoli africani e asiatici, a un'immagine ingrandita di se stesso, con i difetti, le manchevolezze e i limiti che si è sforzato di estendere, propagandare e imporre per tutta un'era storica, e che non si può non ammettere dovessero essere presenti in esso allo stato embrionale già nel momento iniziale della sua espansione; a meno che non si voglia, in un estremo tentativo di difesa, andar contro anche al principio di ragion sufficiente, la qual cosa, coi tempi che corrono, non stupirebbe affatto. 
Se dunque di una vera idea conduttrice, che tenga cioè conto delle possibilità umane più profonde, non si può parlare, come chiamare l'impulso, o gli impulsi, che hanno diretto il mondo moderno fino a condurlo alla situazione attuale? Non vediamo altro nome da dargli che quello di suggestioni; e di fatto non d'altro si tratta che di questo: una serie di suggestioni più o meno coscienti, che hanno dominato per secoli lo sviluppo dell'Occidente fino a staccarlo, mentalmente e materialmente, dal resto dell'umanità[3]. Tali suggestioni non agirono di colpo ma a poco a poco, assumendo di volta in volta la figura esteriore delle varie dottrine (ma sarebbe meglio non designarle con tale termine, riservandolo piuttosto all'esposizione delle teorie della intellettualità tradizionale) sia filosofiche che scientifiche e persino sociologiche che ispirarono la mentalità occidentale nelle diverse fasi della sua trasformazione. 
La storia dell'Occidente moderno è caratterizzata da questi passaggi da un momento di predominio dell'influenza di una certa corrènte di opinioni e di concezioni all'altro; che ci si ponga, come abbiamo detto, da una prospettiva filosofica o scientifica o anche politica, o sociologica, non si può fare a meno di osservare come esistano dei periodi di lunghezza più o meno variabile che passano sotto l'influsso di questa o quella corrente che impregna di sè più o meno completamente la mentalità generale. Questa mutevolezza di punti di vista è generalmente riguardata come un progresso, vale a dire, secondo il senso abusivo che oggi viene attribuito al termine, un avvicinarsi continuo ad un « ideale », a cui d'altronde non si sa bene che caratteri attribuire. Ad un certo momento, così come sono nate, queste correnti si esauriscono senza che si sappia bene il perchè, almeno dalla maggioranza della gente. Ma anche se scompaiono come dottrine costituite e professate[4], non è men vero che le teorie che sono servite di « supporto » a queste correnti lasciano tracce più o meno profonde nella mentalità dell'ambiente che le ha accolte; così che si può dire che dopo il loro passaggio, ed anche quando esse siano state completamente dimenticate, la mentalità collettiva non può non presentare dei cambiamenti rispetto al suo stato precedente. Si vedrà poi che tali modifìcazioni sono servite egregiamente a far penetrare nella mentalità collettiva, e a farveli accogliere, gli indirizzi della fase successiva; ciò mostra come il susseguirsi di queste fasi non sia per nulla abbandonato al caso e appaia in qualche modo organizzato coscientemente e diretto a uno scopo ben preciso, il quale, è chiaro ormai da troppo tempo, è il distacco totale di tutta la civiltà dai princìpi tradizionali che la sorreggevano[5]. 
Questo è il senso vero, al di fuori di ogni illusione ed inganno, di quello che è generalmente considerato il susseguirsi delle tappe della civiltà moderna; se queste tappe sono inframmezzate da momenti di crisi - come deve fatalmente accadere, ogni movimento dovendo sottostare a leggi ben determinate - essi non sono che pause temporanee e in un certo modo apparenti di un moto centrifugo inesorabilmente volto dal centro, rappresentato dalla presenza di un vero principio ordina· tore, alla periferia, ovvero verso una molteplicità incoerente di impulsi di natura psichica e fisica. In questo alternarsi di fasi attive e di pause, queste ultime si presentano come arresti dovuti all'esaurimento della suggestione direttrice precedente mentre non è ancora in atto il movimento che costituirà, in direzione e intensità, la corrente mentale della prossima tappa[6]. Osservata da quest'angolo visuale la situazione attuale assunte tutti i tratti di uno di questi arresti, e per questa ragione essa rappresenta un momento di relativa libertà per individui che, assecondati dalla loro costituzione e da circostanze favorevoli, vogliano approfittarne, prima che sia troppo tardi e che la corsa discendente del presente ciclo terrestre travolga le loro facoltà individuali che non possono non partecipare dell'ambiente in cui sono inserite, per ricercare nelle profondità del proprio essere i principi che sfuggono al divenire. 
In molti casi è proprio il prendere coscienza del disordine che li circonda da ogni parte e va crescendo a misura del passar del tempo, che può suscitare in queste individualità il desiderio di vederci chiaro e di opporsi in qualche modo alle forze che tenderebbero a travolgerle trascinandole con sè nel vortice incipiente· che preparerà il caos e che costituirà, secondo l'avviso concorde di tutte le tradizioni, il regno palese, per quanto tramitorio, dell'«Anticristo» alla «fine dei tempi». 
Uno dei mezzi per favorire lo sviluppo di questo germe intellettuale, se così possiamo chiamarlo, è di mettere a disposizione di questi esseri costituzionalmente inclini all'equilibrio e all'armonia, i supporti mentali atti a formare la base assolutamente indispensabile di un lavoro futuro. Senza contare che il contatto con verità ignorate, spesso soltanto a causa dell'assenza in un determinato ambiente di certi elementi che, al contrario, dovrebbero costituire il fondamento stesso di una civiltà, può per taluni essere proprio l'occasione di simile presa di coscienza, o, a chiamarla col suo vero nome, di quel mutamento di prospettiva che consiste nel passaggio dall'esteriore all'interiore, ed è il primo passo nella via della conoscenza. 
Questo passo, se quantitativamente, come è stato accennato qui stesso da altri, potrebbe forse sembrare insignificante, qualitativamente ha una importanza incommensurabile, e rappresenta nient'altro che ciò che i Greci - i quali però, almeno nel periodo «classico», si servivano del termine a un livello molto inferiore ed esclusivamente morale - chiamavano catarsi, ed è un rivolgimento psichico e il conseguente momento iniziale del risveglio di quelle facoltà intellettuali latenti nell'uomo, che non solo di esso fanno parte, ma costituiscono la ragion sufficiente della sua presenza allo stato umano. 
* Pubblicato su Rivista di Studi Tradizionali n° 2, Gennaio Marzo 1962.


[1] A titolo di esempio citiamo un interessante articolo di questo genere che, intitolato «Declino dell'Occidente» e firmato da Arturo Carlo Jemolo, è apparso sul giornale «La Stampa» di Torino del 29 ottobre 1961. 
[2] Ci interessa far notare che non usiamo questo aggettivo secondo il senso ormai abituale, il quale implica un'idea di miglioramento qualitativo, ma conformemente al suo significato etimologico, secondo cui non si vuoi designare altro che lo sviluppo di certe possibilità, ovvero il loro passaggio dallo stato potenziale allo stato attuale. 
[3] Una prova che i «valori» sui quali di volta in volta si imperniò lo sviluppo dell'Occidente non sono valori nel vero senso della parola, è che gli Occidentali, davanti alle manifestazioni degli stessi impulsi in popoli che, ammaestrati dall'esperienza, se ne servono nel proprio interesse, reagiscono negativamente, rivelando così, o di essere inconseguenti, o di essere oscuramente coscienti che il motore della loro espansione non ha affatto la natura che si è voluta far credere ma risiede in qualcos'altro, ben più nascosto e complesso di quanto non si possa immaginare. 
[4] Si veda a questo proposito l'attuale atteggiamento della scienza «ufficiale» nei confronti di quello che, or non è un secolo, veniva pomposamente chiamato «evoluzionismo», che ora si tende sempre più a relegare in posizioni di sottordine, quando non ci si vergogni addirittura apertamente di professarlo. 
[5] Anche questo distacco, che si può dire ormai quasi pienamente raggiunto per quanto riguarda il mondo occidentale e in rapida fase di conseguimento per le civiltà non occidentali, non è nattaalmente fine a se stesso; sarebbe interessante esaminare a quale ulteriore stadio «positivo» preluda nel cammino dell'umanità verso la perdita totale dell'intellettualità primordiale. 
[6] Possiamo qui ricordare, ad illustrazione di quanto stiamo dicendo, due tra le più significative di queste tappe, o momenti della marcia progressiva verso l'attuale stato di cose. Il Rinascimento e la Riforma altro non sono infatti che due fasi diverse, come diversi furono i campi in cui si verificarono, dell'allontanamento del mondo occidentale dai principi tradizionali, che avevano per l'ultima volta fatto la loro comparsa in territorio europeo nel medio evo. Sappiamo che essi sono invece generalmente presentati e studiati, particolarmente il primo, come un risveglio dello «spirito» occidentale dopo un periodo di oscurazione; ciò non toglie che per noi entrambi siano, proprio a causa della deviazione dai princìpi, niente affatto una rettificazione ma un decadimento ben più profondo.