"…la dottrina è infallibile, è a causa del fatto che essa è un’espressione della verità, la quale, in se stessa, è assolutamente indipendente dagli individui che la ricevono e che la comprendono. La garanzia della dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»". René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cap. "Sull’infallibilità tradizionale"

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domenica 22 febbraio 2015

Bruno Rovere, A proposito del «Linguaggio degli uccelli»

Bruno Rovere
A proposito del «Linguaggio degli uccelli»

In un articolo dedicato al «Linguaggio segreto di Dante e dei Fedeli di Amore», pubblicato nel 1929, René Guénon, a proposito dell'obbligo imposto ai Fedeli d'Amore di impiegare nei loro scritti la forma poetica, scriveva: «...ci si potrebbe chiedere perché la poesia fosse chiamata dagli antichi il linguaggio degli Dei, perché vates in latino designasse contemporaneamente il poeta o l'augure o il profeta, perché i versi fossero chiamati carmina ed anche perché si dicesse che Salomone ed altri saggi, in particolare nella tradizione musulmana, comprendevano il linguaggio degli uccelli, il quale non è che un'altra denominazione del linguaggio degli Dei ... ».
A tali quesiti, la cui soluzione senza dubbio era allora già ben chiara per lui, René Guénon «rispose» due anni dopo con l'articolo Il linguaggio degli uccelli[1] cui faremo costante riferimento nel corso di queste note, precisando innanzitutto che la comprensione del linguaggio degli uccelli rappresenta la «comunicazione con gli stati superiori dell'essere». D'altra parte tale comunicazione è anche stabilita sia dai riti di ordine iniziatico che da quelli di ordine puramente exoterico[2], in virtù dell'influenza spirituale di cui essi sono veicolo, e costituisce «la ragione d'essere essenziale e primordiale di tutti i riti»: ma è questo genere di comunicazione ad essere simboleggiato dalla comprensione del linguaggio degli uccelli?
In un successivo articolo, René Guénon, ritornando sull'argomento, precisò: « ... si può dire che i riti hanno sempre per scopo di mettere l'essere umano in rapporto, direttamente o indirettamente, con qualcosa che supera la sua individualità e che appartiene ad altri stati di esistenza è d'altronde evidente che non è necessario in tutti i c'a si che la comunicazione cosi stabilita sia cosciente per essere reale, poiché essa avviene piu abitualmente tramite certe modalità sottili dell'individuo, modalità nelle quali la maggior parte degli uomini sono attualmente incapaci di trasferire il centro della loro coscienza»[3]. Vi è dunque una «comunicazione diretta» ed una «comunicazione indiretta», ed inoltre vi è la possibilità che la comunicazione per quanto reale non sia sempre cosciente. Ma prendiamo innanzitutto in considerazione la prima distinzione.
In un altro passo della sua opera René Guénon afferma che: «...una comunicazione diretta con gli stati superiori dell'essere, effettuandosi lungo l'asse, non è possibile che dal centro stesso; per il resto del dominio umano non può trattarsi che di una comunicazione indiretta, per una specie di rifrazione a partire da' questo centro...»[4]. Parimenti, nell'articolo che stiamo esaminando, dopo aver citato l'esempio della vittoria di Sigfrido sul drago, tosto seguita dalla comprensione del linguaggio degli uccelli, si fa notare che questa vittoria ha come conseguenza immediata la conquista dell'immortalità, conquista che « implica essenzialmente la reintegrazione nel centro dello stato umano, cioè nel punto ove si stabilisce la comunicazione con gli stati superiori dell'essere...». È dunque questa «comunicazione diretta», implicita nella realizzazione dello stato primordiale, ad essere rappresentata dalla comprensione del linguaggio degli uccelli; inoltre questa comunicazione non solo è diretta ma è evidentemente anche cosciente, in quanto non si potrebbe parlare altrimenti di «comprensione».
Ma anche una « comunicazione indiretta » con gli stati superiori, stabilita tramite un'influenza spirituale, può in certi casi essere di tipo cosciente. Infatti, se è pur vero che, se «...nel dominio exoterico non vi è alcun inconveniente a che l'influenza ricevuta non venga mai percepita coscientemente», quando invece si tratta di iniziazione, «in conseguenza del lavoro interiore compiuto dall'iniziato, gli effetti di questa influenza dovrebbero in seguito essere avvertiti: ciò costituisce precisamente il passaggio all'iniziazione effettiva, a qualsiasi suo grado ... »[5].
La comunicazione con gli stati superiori non va però considerata come un fine, ma soltanto come un punto di partenza, come ebbe poi modo di precisare René Guénon in un successivo articolo: «…se questa comunicazione deve essere innanzitutto stabilita per mezzo di una influenza spirituale, è per permettere in seguito una presa di possesso effettiva di questi stati ... ; non si tratta di comunicare con altri esseri che sono in uno stato angelico, ma di raggiungere e realizzare da se stessi un tale stato sopraindividuale, non, beninteso, in quanto individui umani, il che sarebbe evidentemente assurdo, ma in quanto l'essere che si manifesta come individuo umano in un certo stato ha anche in sé le possibilità di tutti gli altri stati...»[6].
Infatti, tale comunicazione (termine che implica un punto di contatto o comunque qualcosa in «comune con qualcos'altro»), per quanto reale e cosciente, è pur sempre qualcosa di «esteriore» rispetto alle realtà con cui viene effettuata, mentre la conoscenza effettiva che dovrebbe avere in vista l'iniziato è qualcosa di eminentemente «interiore», comportante una vera e propria identificazione. Potrà forse allora sorprendere l'affermazione di René Guénon secondo cui « ogni conoscenza che si può definire veramente iniziatica risulta da una comunicazione stabilita coscientemente con gli stati superiori, ed è ad una tale comunicazione che si riferiscono dei termini come ispirazione e rivelazione»[7], sennonché vi è un aspetto della questione che non va dimenticato: «...l'essere che ha superato lo stato umano elevandosi lungo l'asse agli stati superiori è con ciò stesso perso di vista, se cosi si può dire, per tutti coloro che sono in questo stato e non sono ancora arrivati al suo centro, ivi compresi coloro che possiedono dei gradi iniziatici effettivi ma inferiori a quello dell'uomo vero; di conseguenza costoro non hanno alcun mezzo per distinguere l'uomo trascendente dall'uomo vero, poiché dallo stato umano l'uomo trascendente non può essere percepito che mediante la sua traccia e questa traccia è identica alla figura dell'uomo vero»[8]. Per questa ragione le conoscenze di ordine trascendente, riflettendosi per ciò che è possibile nel centro dello stato umano, non potranno apparire agli occhi degli uomini come frutto di ispirazione o di «audizione» ed è per questo, che in certi testi ebraici è detto che i Libri sapienziali furono dettati al re Salomone dagli uccelli[9].
Se, come si è visto, per comprendere il «linguaggio degli uccelli», è necessario essere pervenuti al centro dello stato umano, situato sull'asse che collega tra loro tutti gli stati di manifestazione, la natura di tale linguaggio sarà incomprensibile per l’uomo ordinario. A questo proposito, René Guénon cita due esempi, tratti dalla tradizione islamica e da quella indù: gli angeli ed i Dêva che recitano rispettivamente il Corano e gli inni del Vêda, precisando che il Corano non è da identificarsi con quello espresso in linguaggio umano, ma con il suo prototipo eterno.
Particolare degno di nota è il fatto che i due termini che servono a designare ciò che gli angeli ed i Dêva recitano, implicano sia in arabo che in sanscrito l'idea di «ritmo»; ciò porta l'Autore a considerazioni estremamente interessanti sulla «scienza del ritmo». Egli osserva innanzitutto che il linguaggio ritmato costituisce, nel mondo umano, l'immagine del linguaggio angelico e che per questa ragione i Libri sacri sono scritti in versi. Si può dunque dire che come l'uomo vero è la «traccia» dell'uomo trascendente nel dominio umano, cosi il linguaggio ritmato è la «traccia», sempre in questo dominio, del linguaggio angelico.
A questo riguardo ci si potrebbe chiedere perché il linguaggio angelico si traduca a livello umano in un linguaggio caratterizzato dal «ritmo». Secondo la dottrina indù, nel punto centrale del nostro mondo, punto in cui, come abbiamo visto, avviene la comunicazione con gli stati superiori, si trova un principio chiamato Hiranyagarbha che è come una specificazione del Cuore universale, cioè del vero Cuore del Mondo, in rapporto  a questo stato. Hiranyagarbha «è un'aspetto di Brahma, cioè del Verbo produttore della manifestazione, e, nello stesso tempo, è anche Luce ... questa Luce cosmica,  per gli esseri manifestati in questo dominio ed in conformità con le loro particolari condizioni d'esistenza,  appare come Vita ... Hiranyagarbha è dunque, sotto questo aspetto, come il principio vitale di tutto questo mondo ... ; ... la Vita ... appare come un'immagine o un riflesso dello Spirito ad un certo livello di manifestazione... In un certo stato, corrispondente a questa prima modalità sottile dell'ordine umano ... l'essere si sente come un'onda dell'Oceano primordiale, senza che si possa dire se quest'onda è una vibrazione sonora o un'onda luminosa ... Lo stato di cui si tratta è dunque in relazione diretta con il principio stesso della Vita ... ; se ne trova come una immagine nelle principali manifestazioni della vita organica stessa ... sia nelle pulsazioni del cuore che nei movimenti alternati della respirazione; è questo il vero fondamento delle molteplici applicazioni della scienza del ritmo, il cui ruolo è estremamente importante nella maggior parte dei metodi di realizzazione iniziatica»[10]. È questa la ragione per cui come lo Spirito, riflettendosi nel nostro mondo condizionato dal tempo, vi appare come Vita, cosi il linguaggio degli Dei, che pure è di natura eminentemente spirituale, riflettendosi nello stato umano viene «segnato» dal ritmo, che è strettamente connesso con la vita in tutte le sue manifestazioni.
D'altra parte, in un senso non piu «discendente» ma «ascendente», il linguaggio ritmato viene impiegato come veicolo o supporto dell'aspirazione dell'essere verso l'universale, cioè dell'incantazione, come è il caso, nell'esoterismo islamico, per il «dhikr», la cui «ripetizione ha per scopo di produrre una armonizzazione dei diversi elementi dell'essere e di determinare delle vibrazioni suscettib ili, per la loro ripercussione attraverso la serie degli stati, in gerarchia indefinita, di aprire una comunicazione con gli stati superiori».
In un certo senso queste formule rituali non fanno che amplificare le «vibrazioni » che l'aspirazione, in quanto atto vitale interiore, già da sola suscita, come risulta chiaramente da un'importante osservazione di René Guénon a proposito dell'«intenzione» allorquando afferma che essa risveglia delle vibrazioni armoniche secondo la legge delle azioni e reazioni concordanti[11]. Si può allora intravedere quanto sia estremamente importante mantenere costantemente ed insistentemente «viva» l'aspirazione, poiché se i riti svolgono comunque una azione di amplificazione, nel caso in cui non siano «centrati» sulla retta intenzione essi finiscono per amplificare i contenuti individuali su cui si trovano ad essere «centrati», con effetti deleteri che non è difficile immaginare. Non va in effetti dimenticato l'ammonimento secondo cui tutti questi mezzi «...non sono in realtà che mezzi accidentali e che il risultato che essi aiutano ad ottenere non è affatto il loro effetto; essi mettono l'essere nelle disposizioni volute per arrivarvi piu facilmente ed è tutto»[12]; poche righe dopo egli aggiungeva che essi « ... servono soprattutto a favorire la concentrazione e ad armonizzare tra di loro i diversi elementi dell'individualità umana al fine di preparare la comunicazione effettiva tra questa individualità e gli stati superiori dell'essere».
I riti quindi non sono correlati con il «risultato» da un rapporto causa-effetto e, perché possano prepararne o agevolarne l'ottenimento, è indispensabile che siano accompagnati da una corretta intenzione; in altre parole essi non sono le chiavi che aprono le porte, ma corrispondono solo all'atto di bussare, cioè di battere ritmicamente a queste porte. La frase evangelica: «bussate e vi sarà aperto» sottolinea non solo l'attitudine attiva che deve avere l'iniziato, ma anche il fatto che le chiavi sono dall'altro lato della porta o comunque non in mano dell'iniziato in quanto individuo.

Tratto da: Rivista di Studi Tradizionali n° 64 




[1] Diventato il capitolo VII della raccolta postuta Simboli della scienza sacra.

[2] Apeçus sur  l'initiation, cap. III.

[3] Ibidem, cap. XV, pubblicato  come articolo nel marzo 1933.

[4] La Grande Triade, cap. XVIII.

[5] Iniziazione e realizzazione spirituale, cap. V.

[6] Apeçus sur  l'initiation, cap. III, pubblicato come articolo nel luglio 1935.

[7] Apeçus sur  l'initiation, cap. XXXII, pubblicato come articolo nel ottobre 1930.

[8] La Grande Triade, cap. III, cap. XVIII.

[9] Cfr. Charbonneau-Lassay, Le Bestiaire du Christ, cap. LXXXV.

[10] Apeçus sur  l'initiation, cap. XLVII.

[11] Il Re del Mondo, cap. VIII.


[12] La metafisica orientale.

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