"…la dottrina è infallibile, è a causa del fatto che essa è un’espressione della verità, la quale, in se stessa, è assolutamente indipendente dagli individui che la ricevono e che la comprendono. La garanzia della dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»". René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cap. "Sull’infallibilità tradizionale"

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lunedì 2 febbraio 2015

Pietro Nutrizio, «Per il bene e il progresso dell'umanità»

Pietro Nutrizio
«
Per il bene e il progresso dell'umanità»

Dicevamo alcuni anni fa su queste stesse pagine[1] che può sembrare paradossale che gli aderenti a un'organizzazione iniziatica ancora vivente, cioè con una trasmissione valida dell'«influenza spirituale» e con rituali regolari per quanto operativamente incompleti, si ritrovino periodicamente a cercare «cosa sia» l'organizzazione di cui fanno parte.
Quando questo avviene, facevamo rilevare in quell'occasione, ciò è indicativo di una situazione anomala, situazione che riassumevamo non poter essere che di «impoverimento» rispetto a uno stato di cose originario di completezza dall'alto, vale a dire - in fondo - di un impoverimento dal punto di vista della conoscenza effettiva.
Le cose non sembrano essere cambiate in questo frattempo - e a questo proposito - nell'organizzazione che costituiva allora l'oggetto della nostra osservazione - vale a dire la Massoneria -, se ancora recentemente avvengono, come sappiamo, incontri dei suoi aderenti proprio e ancora sullo stesso tema. Ma non ci si fraintenda: se da una parte è un dato di fatto che è anomalo che all’interno della Massoneria si discuta con intenti di «ricerca» sull’essenza di questa stessa organizzazione iniziatica (quando invece proprio da essa, ovvero dai suoi membri gerarchicamente piu elevati, dovrebbe in Occidente normalmente «venire la luce» per i «neofiti» e gli aspiranti all'iniziazione), dall'altra ciò sta a significare che in essa sono ancora presenti individualità aperte a un'«istanza» spirituale, e ciò, nelle condizioni attuali della civiltà occidentale moderna, ci pare tutt'altro che insignificante.
Per questa ragione ci è sembrato che sarebbe stato forse non privo di interesse per qualcuno se fornissimo un approccio indiretto al tema di cui parlavamo piu sopra. È nostra opinione infatti che, nell'affrontare il problema di cosa sia una qualsiasi organizzazione, uno dei modi per giungere a chiarire almeno in parte l'assunto, sia quello di indagare quali sono i fini che hanno provocato la sua costituzione. Di fatto, è abbastanza evidente che, individuate certe necessità o appetibilità, i mezzi e i metodi messi in opera per soddisfarle - nella qual cosa consiste propriamente il concetto di organizzazione - ne conseguiranno direttamente, partecipando per di piu della natura stessa delle necessità in questione.
Ora, fra le formule in cui appare coagulato il patrimonio dottrinale dell'organizzazione iniziatica massonica, ce n'è almeno una che suggerisce decisamente, anche se alquanto genericamente, un fine. Questa formula è costituita dall'affermazione secondo la quale il Massone deve lavorare «per il bene e il progresso dell'umanità». Per poter indagare con successo il senso profondo di tale affermazione occorrerebbe esaminare secondo criteri fondati sulla metafisica tradizionale i concetti di «lavoro», di «bene» e, per quanto appaia strano in una prospettiva tradizionale, di «progresso». Non è possibile - come si comprenderà facilmente - sviluppare nel corso di un breve articolo come il presente tutta la somma di lavoro necessaria, ciò nonostante potremo abbozzare un accostamento generico dell'argomento cosi individuato, essendo a nostro parere da considerarsi già un risultato soddisfacente le riflessioni che potranno eventualmente suscitare in qualcuno le osservazioni certo un po' frammentarie che seguiranno.
La formula in questione può essere interpretata immediatamente - e infatti lo è da parte della maggioranza degli attuali aderenti alla Massoneria - in un modo conforme alle correnti mentali che circolano nel mondo che ci circonda. Tale modo di interpretarla è il seguente: è dovere del Massone agire in maniera disinteressata, non egoistica; è morale che egli cerchi un risultato che non si confini nel suo interesse individuale, ma abbia un riflesso positivo anche sugli esseri umani che lo circondano. Ciò è elevato e quindi nobile, e in ciò consiste la differenza – altrimenti quale sarebbe? - tra il lavoro inteso in modo proprio o profano, volto a garantire la sopravvivenza dell'individuo, e quel lavoro diverso che deve necessariamente contraddistinguere un'organizzazione iniziatica.
Piu chiaramente, quale obiettivo si prefiggerà tale lavoro? Un solo fine può garantire la moralità di una azione quale è stata precedentemente descritta: il bene degli altri, il bene di tutti; ora, poiché il bene comune dell'umanità moderna è ormai identificato ed etichettato da molto tempo (un molto assai relativo, ma con quale metro misura la sua storia l'uomo moderno, se il suo orizzonte, in questo àmbito, non si estende generalmente al di là della Grecia antica?) come il «Progresso», sarà verso di esso che il Massone dovrà indirizzare i suoi sforzi, in sintonia – ovviamente - con ln «parte migliore» dell'umanità. E sarà quindi in direzione di sempre maggior «benessere», di inedite, raffinate «scoperte» scientifiche e tecnologiche e delle conseguenti soluzioni sociologiche «nuove».
Tutto ciò ha l'indubbio vantaggio - oltre che di suonar bene - di essere facilmente inteso dalla maggioranza della gente, e soprattutto condiviso senza difficoltà.
Chi può infatti avere il coraggio di opporsi a una tesi che deve risolversi nel vantaggio di tutti? Chi si sentirà di arrestare un movimento che un'abitudine ormai consolidata afferma condurre a tappe di vita piu alte? E del resto, per quale ragione farlo? Cosi, secondo questa prima interpretazione, bene si inquadra l'opera e la presenza della Massoneria nella società moderna: essa è fautrice di un'azione trascinante di essenza ideale, che plasma il mondo terrestre e i destini degli uomini da dietro le quinte di un semianonimato virtuoso (anche se da non pochi Massoni insistentemente osteggiato) e persino un pochino eccitante e misterioso.
Abbiamo accennato al fatto che questa è però soltanto una - la prima - delle interpretazioni possibili della formula che stiamo esaminando, ed è un'interpretazione conforme alle tendenze e ai modi correnti di concepire la vita e la ragion d'essere dell'uomo. È infatti un'interpretazione moderna, che non proviene dal passato, che quindi in qualche modo trascura il concetto di tradizione, la quale, se ci si attiene al significato etimologico del termine, implica invece, all'opposto, un modo di pensare e di essere che tiene soprattutto in conto il bagaglio trasmesso alla generazione attuale dalle generazioni che l'hanno preceduta, e obbliga gli esseri che lo condividono a uno sforzo di coerenza con l'origine stessa dell'umanità.
Per chi si pone dal punto di vista tradizionale (e i Massoni in quanto tali dovrebbero essere in questo
novero) dovrà esistere quindi una seconda interpretazione, che dopo quanto accennato è abbastanza facile prevedere non potrà non essere in discordanza con la precedente proprio perché tiene conto del fatto che il presente contiene tutti gli elementi essenziali del passato, di cui non è che uno sviluppo logico, quindi non contraddittorio. Ritorniamo perciò alla prima interpretazione, e vediamo se essa è in tutto conforme al patrimonio dottrinale della Massoneria. Com'era facile prevedere, non è cosi: secondo essa, come abbiamo visto, nella Massoneria attuale tutto è chiaro, i suoi fini, i suoi metodi, le strade da percorrere. Nel patrimonio dottrinale della scienza tradizionale massonica, invece, esiste un'altra formula - rimasta sempre alquanto enigmatica, e forse per ciò stesso molto trascurata dai moderni ricercatori - secondo la quale «la Parola è perduta». Non risulta, come si è visto, che essa sia stata finora ritrovata; non basterebbe già questa constatazione per suscitare dubbi - nei Massoni che siano almeno potenzialmente tali, e cioè essenzialmente degli iniziati - sulla bontà o almeno sulla universalità della prima interpretazione?
Secondo noi, il termine «Progresso», contenuto nella formula che stiamo esaminando, cosi com'esso è oggi capito in Occidente (nel quale ha dopo tutto ricevuto i natali), è quello che nasconde l'insidia maggiore - insidia i cui effetti deleteri incominciano del resto ad apparire in piena luce da qualche tempo anche agli occhi dei profani (ovvero dei superficiali) piu incalliti. Secondo l'etimologia, progredire (dal latino pro, verso l'avanti, e gradi, camminare) significa infatti, molto semplicemente, avanzare in una direzione, qualunque essa sia; ora, è sufficientemente chiaro che, applicato all'umanità e inteso per cosi dire in modo assoluto, questo spostarsi non potrà mai essere giudicato un vantaggio o uno svantaggio se non si qualifichi la direzione e il senso di spostamento, ossia se non si definisca qualitativamente la meta verso cui ci si sta dirigendo, appurando se essa è realmente un «meglio» rispetto al punto di partenza.
Si risponderà che secondo la formula in questione questo fine è pur sempre identificato nel bene dell'umanità, e contro ciò è apparentemente impossibile fare obiezioni valide. Ma il termine «bene» è pure esso suscettibile di essere interpretato in molti modi, e d'altronde affermare che il Massone deve «lavorare per il bene dell'umanità» pretendendo che la cosa sia assiomaticamente chiara, significa, a ben riflettere, che tutti i Massoni conoscono qual è il Bene puramente e semplicemente, e si ricade cosi nella contraddizione già messa in evidenza e riferentesi alla perdita della «Parola».
Ora, questo Bene a cui si deve dare un contenuto, non è tale se non lo si contrappone al male; come tutti gli elementi che costituiscono una dualità, esso assume un significato soltanto quando sia confrontato al suo opposto. Da solo esso è indifferente e non giustifica nessuna scelta particolare che lo faccia assurgere legittimamente a fine privilegiato. Soltanto un punto di vista morale (vale a dire comportamentale) può sempre avvalorare la scelta, e siccome in un individuo come tale nessun elemento è per cosi dire assoluto, risulta illegittimo il trasferimento della loro scelta a tutta l'umanità.
Si deve dedurre da ciò che una seconda interpretazione non esiste, che la formula in questione è ineluttabilmente priva di significato, e che solo per errore essa è stata integrata nel patrimonio dottrinale della Massoneria? È evidente che non è certo questo che intendiamo sostenere, a patto che si abbia cura di operare una trasposizione del punto di vista morale, dal quale è nata l'interpretazione progressistica moderna, a uno intellettuale, l'unico che sia atto a portare a una spiegazione non illusoria o relativa. È questa trasposizione a fornire l'interpretazione tradizionalmente accettabile della formula secondo la quale il Massone deve «lavorare per il bene e il progresso dell'umanità»; per noi essa è esprimibile nel modo seguente: «Parlare di bene dell'umanità e di progresso verso di esso ha un senso soltanto se per bene si intende ciò che per l'umanità (o per una parte di essa, o per un popolo, o per un individuo fra i suoi componenti) è una potenzialità - vale a dire è qualcosa che fa parte della sua natura e deve passare, per realizzarsi, dalla potenza all'atto. Soltanto secondo questa interpretazione l'azione del Massone (o il suo « lavoro», che è un termine suscettibile di una concezione meno restrittiva), partendo da una certezza, cioè dalla conoscenza delle potenzialità degli esseri, conduce a una conseguenza immancabilmente reale e ordinata; ma l'azione in questo caso trae tutta la sua efficacia dal suo punto di partenza, il quale non è piu morale, bensì, come abbiamo visto, intellettuale. Non di scelta tra piu azioni si tratta infatti in questo caso, ma di conoscenza dell'unico atto che possa portare a un risultato conforme alla natura degli esseri nei confronti dei quali è compiuto.
Appare qui tutta la differenza che separa un agire del genere da quello conosciuto dall'immensa maggioranza degli uomini attuali. Conoscere le modalità di questo agire qualificato implica che si conosca la loro ragion sufficiente, il perché del loro manifestarsi in modo terrestre e nella loro forma particolare. Questa conoscenza non nasce dall'empirismo, come la scienza moderna; essa è globale e ha le sue radici - per così dire -  in uno strato del proprio essere in cui l'uomo non è questo individuo, ma tutte le possibilità di manifestazione in modo umano. L’essere che può agire in tal modo trae le ragioni del suo agire da dove tutti gli altri esseri sono, anche se non hanno ancora coscienza di essere, e solo per questo la sua azione non può che risultare in un bene per tutta l'umanità.
Ma come si può giungere a questo stato di conoscenza e di identificazione con gli altri? Non c'è che
una via: arrivare alla conoscenza di se stessi. Il cammino che conduce a questo stato - che è il cammino dell'iniziato, e le cui tappe o modalità possono effettivamente essere considerate qualitativamente un «progresso» - potrà anche apparire ai profani (cioè a coloro che per la propria natura sono ineluttabilmente, finché rimangono tali, confinati a guardare alle cose dall'esterno) marchiato dalle caratteristiche dell'egoismo, perché presuppone il lavoro su se stessi e su se stessi soltanto. In realtà esso è il piu altruistico che si possa concepire, se si pone mente al risultato a cui normalmente deve condurre. A rigor di termini esso non è né egoistico né altruistico, perché si pone al di là della sfera in cui simili distinzioni hanno un senso e un valore. Né si pensi che il risultato che l'iniziato si propone - nella sua enorme disparità con quanto è semplicemente individuale e umano - possa, quando sia dottrinalmente concepito in modo ortodosso, dettargli atteggiamenti di orgoglio o di volontà di potenza. L'iniziato, se si comprende quanto più sopra accennato nell'unico modo in cui è legittimo concepirlo, vuole soltanto arrivare ad essere effettivamente ciò che da sempre è stato e che ogni essere è in potenza; vuole ridurre la sua volontà a non essere piu la propria ma quella del Tutto; in altre parole – in parole massoniche -, vuole integrarsi coscientemente nel Piano del Grande Architetto dell'Universo cosi da collaborarvi attivamente. Dopo di che la sua azione (il suo «lavoro») e la sua stessa presenza saranno veramente una garanzia per l'umanità che il bene non ha la sua contropartita nel male, perché quest'ultimo, per un atto d'intelletto di cui egli è diventato testimonio vivente, non può alla fine che dissiparsi davanti al primo come nebbia in presenza del sole.

Tratto da: Rivista di Studi Tradizionali n° 42


[1] «Operatività e Speculatività» pubblicato nel n° 16 [Rivista di Studi Tradizionali, N.d.R.]

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