"…la dottrina è infallibile, è a causa del fatto che essa è un’espressione della verità, la quale, in se stessa, è assolutamente indipendente dagli individui che la ricevono e che la comprendono. La garanzia della dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»". René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cap. "Sull’infallibilità tradizionale"

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lunedì 1 giugno 2015

Giovanni Ponte, Julius Evola, o il rinoceronte sull’asfalto - II

Giovanni Ponte 
Julius Evola, o il rinoceronte sull’asfalto* - II 

(segue) 

IV

Di fatto, tutto è strettamente connesso nelle dottrine tradizionali, e non è da stupire se anche nel caso di Julius Evola le incomprensioni di fondo si riflettono in innumerevoli campi diversi, che del resto non sarà certo il caso di esaminare per esteso.
Accenneremo perciò soltanto brevemente alle polemiche dell’autore a sostegno di una pretesa supremazia dell’“azione” rispetto alla “conoscenza”, quasi che potesse essere valida un’azione non subordinata alla conoscenza, e cioè un’azione ignorante, e quasi che si potesse concepire alcunché al di sopra della Conoscenza per eccellenza, che è identificazione al Principio universale e che coincide con la finale “Liberazione”. Ne deriva, sempre secondo Evola, una corrispondente pretesa supremazia “regale” (o di chi ha la “potenza”) rispetto all’autorità “sacerdotale” detentrice della conoscenza tradizionale. E, si noti bene, simili deviazioni e rovesciamenti non hanno soltanto un carattere accademico e teorico, ma presentano anche conseguenze pratiche incalcolabili, fino ad una solidarietà più che arrischiata con correnti politiche senza dubbio attiviste ed “imperialiste” ma ahimè quanto tipicamente moderne, fino all’esclusione a priori di ogni dipendenza da qualsiasi autorità spirituale esistente, per appoggiarsi invece alla propria presunta dignità e “differenziazione” interiore, fino al rifiuto d’ogni legge tradizionale. Come abbiamo già accennato, il nostro autore ama invece riferirsi a metodi e tecniche “adattate” sulla base di certe speciali scuole tantriche, capaci di sviluppare il distacco dalla morale corrente e la già citata «volontà d’incondizionato», unitamente alla «virilità» 1. Sarebbe questa, secondo Evola, la «via della mano sinistra», pericolosa sì ma tanto più efficace per chi sappia percorrerla con successo.
Dall’elucubrazione passiamo così nel campo della vera e propria contraffazione. La «via della mano sinistra» del tantrismo è infatti un’autentica via tradizionale, che però viene qui tirata in ballo soltanto per mascherare il carattere tutt’altro che tradizionale di ciò che l’autore propugna. In effetti, tale particolare via tradizionale comportava sì una regola di vita in contrasto con alcune delle norme più comunemente seguite dall’induismo (le quali del resto presentano una varietà amplissima): ma anzitutto si rivolgeva di fatto ad individui che non erano dei profani, avendo precedentemente seguito una vita tradizionale nella quale avevano già realizzato una purificazione altrimenti impensabile; inoltre, si trattava senza dubbio di una via iniziatica, fondata sulla trasmissione di un’influenza spirituale e mantenuta praticamente perseguibile dal rapporto diretto tra il Maestro che aveva già conseguito un determinato grado di conoscenza e il discepolo che doveva conseguirlo. Senza contare poi le condizioni ereditarie ed ancestrali completamente diverse da quelle di un Occidentale moderno.
Evola definisce l’attitudine da seguire nel mondo attuale con l’espressione estremo-orientale «cavalcare la tigre», dalla quale egli ha tratto appunto il titolo per la sua opera di cui abbiamo riportato alcuni estratti: ma anche questa espressione corrisponde a un metodo da seguire per percorrere una certa via tradizionale, né si vede quale significato valido possa conservare nel caso in cui qualsiasi via tradizionale sia stata esplicitamente esclusa. Di fatto, in tali condizioni, quando non intervenga qualche elemento più “effettivo”, che sarà allora di natura piuttosto sospetta, tutto si riduce ad “atteggiamenti” come quelli caratterizzati da «ebbrezza» e «piacere eroico» descritti nelle citazioni che precedono.
Osserviamo ancora che certi riferimenti evoliani ad una pretesa «via diretta» di realizzazione da applicare a chi viva in un ambiente profano moderno appaiono assai più fuori della realtà di quanto l’autore sia disposto ad ammettere. Egli parla, ad esempio, dell’ideale di solitudine espresso tra l’altro in un testo buddista nei seguenti termini: «... Simile ad un leone che non trema per qualsivoglia rumore, simile al vento che nessuna rete afferra, simile a foglia di loto, su cui l’acqua non ha presa, vada solo come un rinoceronte» 2; ed afferma che il «distacco» (viveka) in senso interiore «si presenta forse più facile a realizzare oggi, che non in una civiltà più normale e tradizionale»: «uno spirito ancora “ario” (!) in una grande città di Europa o di America, tra grattacieli ed asfalti... può forse sentirsi più solo e distaccato e nomade, che non al tempo del buddismo, nelle condizioni di un isolamento fisico e di un reale peregrinare. La maggiore difficoltà, a tale riguardo, consisterebbe nel dare al senso di interno isolamento, che oggi dunque può presentarsi a molti quasi spontaneamente, dei caratteri di positività...» 3.
Ancora una volta, in questo vagheggiato rinoceronte sull’asfalto, è piuttosto palese la confusione tra situazioni puramente psicologiche e condizioni spirituali lontanissime dal punto di partenza di qualunque Occidentale contemporaneo. Ed è anche un’illusione il considerare, come un fattore eventualmente favorevole, il carattere “disanimato” di un ambiente determinato dalle manifestazioni “razionali” proprie della scienza e della tecnica contemporanea: in realtà, nel mondo terrestre non c’è proprio nulla di “disanimato”, e dietro un’apparenza puramente materiale e “obiettiva” vi è senza dubbio sempre una controparte “sottile” o, se si vuole, psichica che la sostiene, la quale anzi, nel crescente squilibrio generale, è destinata ad aprirsi prima o poi delle “fessure” inaspettate. Ma forse proprio tali “fessure” verranno considerate, dagli «uomini differenziati» di Evola, felici occasioni di «speciali situazioni traumatiche» utili per spostare il proprio limite 4. E, naturalmente, non è difficile pensare all’attrattiva di provocare da se stessi simili «situazioni traumatiche», nell’ambito della cosiddetta via della mano sinistra; di fatto, occorre ricordare a questo punto che il nostro autore giunge a valutare positivamente anche manifestazioni di ciò che è stato chiamato “contro-iniziazione”. Pensiamo qui ad esempio a certi ambigui giudizi di Evola nei riguardi di un Aleister Crawley, o delle pratiche del “Sabba”; e pensiamo anche ad una via «tenebrosa» (e un tantino ridicola) suggerita a «tipi speciali di donne», che sarebbe l’unica «via diretta» per la realizzazione (in quale direzione?) di aspiranti femminili. Crediamo opportuno citare a questo proposito un passo dell’Introduzione alla Magia quale Scienza dell’Io, certamente scritto o ispirato da Evola, dove l’accenno alla contro-iniziazione come possibile base di realizzazione è esplicito: «Si può accennare ancora alle partecipazioni che alla donna sono possibili in un ordine piuttosto tenebroso, che è quello dei Misteri tellurici degenerati fino ad essere centri della contro-iniziazione. Tipi speciali di donne possono raccogliere e far agire le forze di un’estasi e di un’ebbrezza che operano nel senso d’una distruzione dell’elemento maschio e veramente sovrannaturale (?!). Anche se estremamente pericolose, (tecniche del genere) sono le uniche che si offrano alla donna nel dominio di una via diretta: usare il sesso realizzato nella sua profondità abissale e demoniaca per il superamento estatico del sesso» 5.
L’esaltazione connessa alla presunta «dignità» e «differenziazione» spirituale evoliana, che pure talvolta pare confondersi con una certa adesione a punti di vista tradizionali, rappresenta dunque in definitiva un’apertura anche a simili influenze estreme.

V

Un altro sintomo che non va sottovalutato, nella contraddittoria apertura alle tendenze più sovversive, lo troviamo ancora nel recente volume Cavalcare la Tigre, dove Julius Evola accoglie benignamente, almeno a titolo ipotetico, la favola della prossima incipiente «era dell’Acquario», era di rinnovamento spirituale in cui l’Occidente «sarebbe qualificato per adempiere ad una nuova funzione generale di guida e di comando» 6.
È un punto d’arrivo piuttosto inquietante 7, così come possiamo vedere un “marchio” abbastanza palese nella già accennata presa di posizione contro la partecipazione a ciò che rimane di effettivamente tradizionale, che ci ricorda il partito preso ancor più insistente del suo ex seguace Massimo Scaligero sullo stesso argomento.
Anche secondo Evola, le forme tradizionali attualmente accessibili hanno perso la loro efficacia, per lo meno ai fini di una realizzazione iniziatica; nei riguardi della quale peraltro, a suo parere, un ricollegamento rituale non sarebbe affatto necessario, ed anzi il ritenerlo tale dipenderebbe soltanto da un punto di vista «burocratico»: peccato che, con la giustificazione di combattere la “burocrazia”, il nostro autore si metta così in aperta contraddizione contro i Maestri del Tantrismo (e parliamo qui naturalmente del Tantrismo autentico) 8, come pure del Vêdânta 9, del Taoismo, dello Zen 10 e dell’Esoterismo islamico 11; e del resto egli nega così anche un requisito fondamentale di vie assai meno elevate, dato che il ricollegamento rituale si ritrova pure come una condizione essenziale per l’efficacia dell’insegnamento trasmesso persino nelle forme di bassa magia!
E il nostro autore non si limita alla suddetta negazione di carattere generale. Per citare un caso sul quale egli ritorna con una certa insistenza nei suoi scritti, ricordiamo che egli nega, ad esempio, la validità dell’iniziazione massonica, sulla base di considerazioni politiche certamente estranee all’essenza della questione. A sostegno della sua tesi, egli si riferisce tra l’altro ad indizi di carattere «sovversivo» presenti in certi rituali degli alti gradi della Massoneria scozzese. A parte l’osservazione ovvia che all’autore sarebbe stato più profittevole ricercare nella sua stessa opera indizi del genere, sarebbe facile rispondere che tali gradi rappresentano un’aggiunta assai tarda, fissata in modo definitivo nel secolo scorso, ai tre gradi fondamentali della Massoneria azzurra, talché la loro struttura non toglie nulla all’ortodossia e, tanto meno, alla validità tradizionale dei primi tre gradi; in secondo luogo si può benissimo ammettere la presenza di elementi eterogenei nel testo di determinati rituali 12 senza per nulla infirmare la validità dei gradi stessi a cui quei rituali furono a un dato momento applicati in certi paesi. È evidente che la questione è ben altrimenti complessa, così come sarebbe arduo giudicare adeguatamente il senso di certi simboli che si incontrano soltanto negli alti gradi della Massoneria scozzese. Quanto poi a basare le proprie argomentazioni sulla critica di opinioni largamente diffuse tra i Massoni, ci pare trattarsi tipicamente di quello «scambiare il principio con i rappresentanti» di un’istituzione tradizionale, che proprio Evola additò come uno dei mezzi della subdola azione disgregatrice della «contro-iniziazione» 13.
In realtà, i simboli e i riti massonici fondamentali conservatisi fino ad oggi non presentano nessun indizio di quel rovesciamento completo che l’autore vuole vedere nell’attuale iniziazione massonica. Un simile giudizio negativo non fa che opporsi ad una possibilità di rivivificazione tradizionale, forse più preziosa di quel che qualcuno potrebbe essere tentato di pensare, in una situazione generale così sfavorevole come l’attuale. E, volere o no, il nostro autore si accoda così alle tenebrose calunnie di certe correnti clericaleggianti, fomentate efficacemente da attivi servitori della contro-iniziazione, quali il famigerato Leo Taxil.
D’altra parte, il fatto che qualcuno tenga a mostrare di non aver saputo vedere nulla di iniziatico in un’iniziazione ci pare strettamente connesso alle sue personali qualificazioni, e non crediamo che vi sia nulla di accidentale in tutto ciò.
Anche per quel che riguarda il Cristianesimo, com’è noto, la presentazione evoliana è fortemente negativa, mettendo in dubbio persino la validità del Cristianesimo delle origini 14.
Per quanto poi concerne l’Oriente, Julius Evola non vede in esso che un patrimonio spirituale «residuale» e si attiene ad un punto di vista alquanto esteriore, fermandosi più che altro alla considerazione di situazioni politiche e sociali, certo sfavorevoli dal punto di vista tradizionale, senza preoccuparsi della sola questione praticamente essenziale: quella della costante presenza, anche se diventata meno palese, dello spirito tradizionale integrale e dei suoi rappresentanti destinati a mantenerlo vivente fino alla fine del presente ciclo umano. D’altra parte, Evola afferma che l’aiuto spirituale dell’Oriente non potrebbe dar luogo che a «contatti “intellettuali”» ed a «colloqui ad alto livello fra elementi isolati, fra cultori di sistemi metafisici», dai quali «non si guadagnerebbe molto» 15: ci si può stupire che egli si sia lasciato sfuggire un simile giudizio senza neppure curarsi di dare almeno un’apparenza meno superficiale e profana al suo pensiero.
Ma non pensiamo che sia il caso di soffermarci oltre sui diversi punti deboli e sulle diverse deviazioni esistenti nell’opera dell’autore, della quale non pretendiamo certamente di offrire un quadro completo, tanto più che il lettore intelligente a cui l’argomento interessasse non avrebbe troppa difficoltà a fare egli stesso un simile lavoro di analisi e di applicazione. Del resto, tutte le deviazioni e gli errori particolari, benché siano praticamente assai rilevanti, e benché riguardino anche la concezione stessa della Tradizione e della sua struttura, sono però rigorosamente secondari e subordinati al suaccennato difetto di comprensione e di adesione di fondo alla Verità metafisica che in tante forme si manifesta attraverso tutta l’opera di Evola, a dispetto di qualsiasi eventuale contraddittoria affermazione di principio tratta dalle dottrine tradizionali.
Nonostante il carattere inevitabilmente incompleto del nostro esame, su certe conclusioni ci pare dunque che non vi possa essere alcun dubbio. È vero che i libri di Evola possono rappresentare un’occasione piuttosto eccezionale per l’approfondimento critico del mondo contemporaneo, e per venire a conoscere certi elementi tradizionali importanti, dei quali l’autore è molto spesso un deciso ed efficace assertore. Ma non si può fare a meno di vedere anche, nell’opera di Evola, l’espressione più o meno mascherata di tendenze fondamentalmente antitradizionali e sovversive. Praticamente, anziché cercare di integrare se stesso nella Tradizione, Evola ha cercato, al contrario, di integrare la Tradizione nel proprio sistema di pensiero, trovando modo di alimentare così le proprie inclinazioni e quindi anche le proprie deviazioni individuali. Il fatto stesso che egli utilizzi elementi veramente tradizionali, inquadrati ed alterati in funzione della sua prospettiva, può provocare conseguenze particolarmente deleterie, neutralizzando sul nascere l’efficacia dell’aspirazione spirituale, specie in chi non sia insensibile al fascino di certe suggestioni, e portando a posizioni del tutto sterili, se non decisamente opposte a ciò che vi è di più fondamentale in ogni via tradizionale.
Soprattutto per questo abbiamo ritenuto necessario riprendere in esame il pensiero di Julius Evola, separando inoltre nel modo più definitivo la nostra responsabilità da quella, grave che con la sua opera egli si è assunta. 

Post scriptum 

Dopo quanto precede, ci rimane ancora qualche parola da dire su un articolo scritto da Evola a proposito della nostra rivista 1.
Siamo davvero spiacenti che il nostro autore abbia potuto pensare che non apprezziamo la sua opera nel suo giusto valore, valore al quale è ben comprensibile che egli tenga moltissimo. Egli ci rimprovera severamente per la nostra pretesa di criticare un suo libro, poiché abbiamo mancato nei suoi riguardi del dovuto «senso delle distanze». Teniamo ad assicurare che, al contrario, troviamo l’opera di Evola molto distante dal punto di vista che intendiamo costantemente mantenere, né vantiamo o cerchiamo per nulla di avere quell’«alta statura personale» che egli, non senza ragione, ci contesta. Dice un proverbio orientale che l’uomo non sarebbe capace di aumentare la sua statura di un pollice, eppure egli non conosce limiti nelle sue pretese. Noi non sappiamo se, da parte sua, il nostro autore ha impiegato le sue forze nell’accrescere la propria statura; si sarà potuto accorgere, ad ogni modo, che «tali forze hanno, in fondo, la catena misurata» 2.
D’altra parte, riconosciamo volentieri il suo merito nell’aver fatto conoscere una parte dell’opera di René Guénon, benché il fatto che egli l’ubbia utilizzata a modo suo ci obblighi ad un pesante e piuttosto noioso lavoro di chiarificazione con i nostri lettori, parecchi dei quali sono abituati a considerare quasi come sinonimi il punto di vista tradizionale esposto da Guénon e il punto di vista ideal-magico-viril-olimpico rivoluzionario escogitato ed elaborato da Julius Evola 3; quanto a noi, non vediamo come si possa contestare il diritto di ritenere più degna di fiducia l’opera di Guénon che quella di Evola.
Con l’occasione, precisiamo anche che a noi non interessa affatto la personalità di René Guénon, o di chiunque altro, in quanto tale. Semplicemente, si può constatare che l’opera di Guénon adempie ad una certa funzione in una certa epoca (la nostra) nell’esposizione di determinati insegnamenti tradizionali fondamentali verificabili ad esempio in testi indù, taoisti e dell’esoterismo islamico che erano diventati del tutto ignoti od incompresi per la generalità degli Occidentali. Con ciò, non intendiamo minimamente affermare che gli scritti di Guénon siano infallibili sulle questioni di dettaglio; ma vi sono dei princìpi che, una volta compresi, sia pure soltanto teoricamente, non ammettono alcun compromesso, ed a Julius Evola è capitata la disgrazia di fondare proprio in contrasto con quei principi il suo edificio mentale: è un vero peccato che così, per difenderlo, la sua combattività abbia finito col prendere una direzione che lo pone in una situazione ben poco invidiabile.
Julius Evola giunge a dare un’interpretazione psicanalitica delle nostre prese di posizione, ed enuncia la sua diagnosi con un sonante termine germanico (supponiamo freudiano): «Geltungstrieb». Non comprendiamo perché egli si sia appoggiato a qualcosa di così tipicamente “sovversivo” come la psicanalisi per combattere le idee che abbiamo cercato di esporre. E diciamo questo fermo restando il fatto che peraltro riconosciamo a chiunque il diritto di non trovare di suo gusto lo stile dei nostri scritti.
È poi singolare che Evola rimproveri noi, e persino René Guénon, per la carenza di «tutto ciò che riguarda il campo “esistenziale” e operativo, l’esperienza vissuta, le direttive realizzative oltre alla semplice dottrina»; singolare, diciamo, da parte di un autore che si è tanto compiaciuto di scrivere sulla Tradizione da costruire un gran monumento letterario, sempre conoscendola dall’esterno e senza mai integrarsi in una sua forma vivente, che, sola, avrebbe potuto rappresentare il suo «campo esistenziale ed operativo» normale.
Ciò che veramente manca in Rene Guénon – e nel “mondo tradizionale” – è l’azione non subordinata alla conoscenza (evidente mostruosità per chiunque abbia l’“intelletto sano”), che si trova invece senza dubbio in Evola, ancora pertinacemente affermata ed esaltata nella recensione di cui parliamo.
A questo proposito, l’autore pretende avanzare delle prove storiche della supremazia dell’autorità corrispondente all’azione su quella corrispondente alla conoscenza: ma i casi da lui citati, quando non siano manifestazioni di un rovesciamento nettamente eterodosso, corrispondono semplicemente ad autorità che sintetizzavano in sé le funzioni di conoscenza ed azione, o piuttosto erano anteriori alla loro differenziazione; la subordinazione dell’azione alla conoscenza veniva così realizzata nella stessa persona rivestita dell’autorità, secondo il medesimo rapporto che del resto, come è ovvio, deve esistere sempre tra le facoltà intellettive e volitive dell’uomo.
Nella sua argomentazione, il nostro autore crede di potersi appoggiare al detto «post laborem scientia», senza capire che questa espressione, sotto forma di successione, pone proprio l’azione in funzione della “scienza”; ed anzi, osserviamo, il termine “labor” si riferisce ad un’azione che, per essere veramente efficace, deve essere guidata ed ordinata da chi già possieda una conoscenza adeguata, e il giusto rapporto tra conoscenza ed azione si ritrova dunque nella relazione tra Maestro ed Apprendista, per esprimerci nei termini delle iniziazioni artigianali a cui il detto citato da Evola si applica esattamente.
Dobbiamo aggiungere che anche il riferimento dell’autore alla Bhagavad Gîtâ è del tutto estraneo all’argomento: se esiste una «via dell’azione», essa è valida proprio per chi riconosca anzitutto la sua totale subordinazione al Supremo Conoscitore; essa è anzi un modo per realizzare tale subordinazione, fino alla conoscenza effettiva del legame interiore, che è poi quello di Arjuna con Krishna, secondo il simbolismo della stessa Bhagavad Gîtâ, dove si cercherebbe invano l’ideale di un Arjuna che, con l’azione, pretendesse di diventare un autosufficiente «individuo assoluto»! Del resto, come luminosamente si esprime un testo metafisico quale il Commento ai Brahma Sûtra di Shankarâchârya, è evidente che «la conoscenza del Principio (Brahmajnâna) non è il risultato d’una qualsiasi attività umana, poiché di per se stessa, sola, essa è» 4.
Il fatto che poi in pratica, per l’uomo occidentale moderno, una via di realizzazione debba essere in gran parte una «via d’azione» (karma marga) risponde a tutt’altra questione: si tratta della verità di fatto, sulla quale siamo perfettamente d’accordo, che l’uomo contemporaneo, incapace per sua natura di una via di conoscenza diretta, ha bisogno di assumere nel modo più ampio la propria azione come supporto per la purificazione e la trasmutazione progressiva del proprio essere. E ciò è possibile, lo ripetiamo, se tale azione sarà subordinata alla conoscenza: sia alla sua conoscenza teorica, sia alla conoscenza dell’autorità destinata in qualche modo a guidarlo, indispensabile per dare una portata propriamente “rituale” alla sua azione; non si dimentichi, a questo proposito, che il termine karma tradotto sopra con “azione” significa in particolare l’azione rituale.
Non ci soffermeremo sulla negazione, da parte di Evola, della necessità di un ricollegamento tradizionale effettivo: ne abbiamo già parlato, e sarà utile riparlarne piuttosto in altra sede, considerando altri aspetti della questione. D’altra parte, egli ci fa notare che «la rottura fra le forme della vita esteriore e i residui tradizionalistici exoterici da una parte, ogni possibile orientamento trascendente dall’altra, è ormai da noi profonda e irreversibile», e, non a torto, vorrebbe evitare che in nome di una «necessità dell’exoterismo tradizionale» si cada in un «conformismo codino e piccolo borghese». È appena il caso di dire che quella “necessità”, esclusa dal nostro autore, deve e può corrispondere precisamente alla base di «ciò che riguarda il campo esistenziale e operativo, l’esperienza vissuta, le direttive realizzative oltre la semplice dottrina», secondo le già citate espressioni evoliane, conducendo immensamente lontano da qualsiasi conformismo di comodo; egli preferisce invece ribadire la sua «via della mano sinistra», sorta di teurgia da parte di “profani” che suggerisce di tentare, con una disinvoltura davvero eccezionale. Ci asterremo qui da ulteriori commenti, anche per evitare ripetizioni non più necessarie: ricorderemo soltanto che, secondo una tradizione araba, chi si presenta a una certa porta senza esservi pervenuto in un modo normale è condannato a ritornare sui suoi passi non più come semplice profano, ma come sâhir (mago), ed egli sarà così perpetuamente relegato negli stati inferiori e tenebrosi dell’esistenza. Forse l’insegnamento racchiuso in questo semplice avvertimento aiuterà qualcuno a riflettere?
Poiché poi, nella sua conclusione, Evola ci accusa di aver alterato il senso di una sua osservazione sulla vita sessuale, la citeremo testualmente: «Circa lo stesso adulterio, non bisogna dimenticarsi, che nell’Oriente ario ogni appartenente ad una casta superiore aveva più donne a sua disposizione e, propriamente, più come oggetti d’uso che come “mogli” nel senso occidentale» (La Dottrina del Risveglio, pag. 170). Come si noterà, l’autore sostiene che gli Arii di casta elevata vedevano nelle loro donne più che altro degli «oggetti d’uso», proprio come avevamo scritto.
Il nostro autore termina con un accenno intenzionalmente ironico, dicendo di aver appreso che l’autore della recensione della Dottrina del Risveglio svolge nella «vita professionale» l’attività di giudice di tribunale. Di fronte a questa notizia, completamente fantastica, si sarebbe portati a pensare che, come fonte di informazioni, il nostro contraddittore non è più attendibile che come fonte di interpretazioni dottrinali.

Tratto da: Rivista di Studi Tradizionali n° 9




1 Certe pratiche sessuali, del tutto aberranti per chiunque sia estraneo a certe specialissime correnti tradizionali indù, e quindi per qualsiasi lettore di Evola, occupano qui una parte importante. Il nostro autore parla con una certa frequenza di ragazze che vengono “usate” (sic) in determinate “esperienze”, il che, se può rappresentare un’attrattiva non indifferente per qualcuno, ci pare un altro indizio abbastanza significativo di una mentalità completamente esteriore e “profana” (cfr. la recensione di Silvio Grasso su Metafisica del Sesso, nel N° 5 di questa rivista, pag. 275).

2 La Dottrina del Risveglio, pag. 141.

3 Ibidem, pag. 142.

4 Cfr. Cavalcare la Tigre, pag. 210, dove si ammette che in mancanza di tali «situazioni traumatiche» è difficile che per il «tipo differenziato» « la via della conoscenza lungo le dimensioni multiple del reale conduca oltre un certo limite».

5 Introduzione alla Magia quale Scienza dell’Io, vol. II, pagg. 443-444.

6 Cfr. Cavalcare la Tigre, pag. 22. In tale occasione, l’autore si avventura persino in una giustificazione fondata sulla natura simbolica del suddetto segno zodiacale, mettendolo in correlazione con l’acqua e, quindi, con le possibilità latenti. A quanto pare, le sue nozioni di astrologia sono dunque piuttosto approssimative, dato che il più elementare manuale avrebbe potuto rivelargli che si tratta di un segno d’aria e non di un segno d’acqua.

7 Tanto più per uno scrittore che, se non altro per aver studiato e utilizzato un’opera come Le Règne de la Quantité et les Signes des Temps, avrebbe potuto apprendere che vi è, prima di un nuovo ciclo umano (Manvantara), una frattura nella condizione temporale, e cioè, se così si può dire, una completa “fine del mondo” per tutto ciò che riguarda la modalità corporea della presente umanità.

8 Cfr. ad esempio, sull’importanza essenziale del Guru che trasmette l’iniziazione (diksha), il cap. XIII dei Principi del Tantrismo (Tantratattwa) di Shrîyukta Shiva Chandra Vidyârnava; cfr. anche i Precetti di Dvagpo-Lharje, il Maestro tibetano successore di Milarepa, dove la presenza di un Guru capace di guidare sul Sentiero della Liberazione è considerata espressamente come una delle «dodici cose indispensabili».

9 La necessità dell’insegnamento iniziatico, trasmesso esclusivamente di padre in figlio o da Maestro a discepolo, si ritrova espressa a più riprese ad esempio nelle Upanishad: cfr. tra l’altro la Kathôpanishad, II, 8; la Mundakôpanishad, I, 2; la Chhândogyôpanishad, VI, 14, 1-2. Lo stesso concetto è espresso nel modo più chiaro e inequivocabile nel Viveka-chûdâ-mani di Shankaracharya.

10 Cfr. a questo proposito la precisa affermazione di Suan-Che, discepolo del Sesto Patriarca Chan, Huei Nêng, riportata in questo stesso numero, nella recensione della traduzione del Fa-Pao-Tan-King.

11 Cfr. ad esempio Muhyi-d-dîn Ibn ’Arabi, Tadbîrah, capitolo XXII: «Sappi, o murîd, dov’è la salvezza della tua anima; la prima cosa che ti occorre soprattutto, anche se tu dovessi andarlo a cercare in capo al mondo, è la ricerca di un Maestro».

12 Si può ammettere senz’altro l’esistenza di segni di grave incomprensione, ad esempio in un rituale citato da Evola, redatto dal Supremo Consiglio del Belgio.

13 Cfr. Gli Uomini e le Rovine, pag. 197. Naturalmente, da parte nostra, non intendiamo affatto contestare la situazione di decadenza e di incompletezza della Massoneria attuale rispetto a quella che fa la “Massoneria operativa”: ma questa è tutta un’altra questione, che pone problemi e prospettive ben diverse da quelle che deriverebbero da una pretesa negazione della validità stessa dell’iniziazione massonica.

14 A questo proposito, ci accontenteremo di ricordare un’osservazione abbastanza significativa: il racconto dell’adorazione dei tre Re Magi, che di fatto serve a rappresentare il riconoscimento di Cristo come autorità spirituale da parte dei detentori della Tradizione, viene curiosamente definito da Evola come un «tentativo» di attribuire un carattere tradizionale al Cristianesimo! (Il Mistero del Graal, pag. 51).

15 Cavalcare la Tigre, pagg. 20-21.

1 René Guénon e la “scolastica” guénoniana, nella rivista Il Ghibellino, gennaio 1963.

2 Cfr. Cavalcare la Tigre, pag. 19.

3 Del resto, non sembrerebbe che tale grosso equivoco gli dispiaccia molto: così, ad esempio, nella recente edizione del Mistero del Graal (pag. 9), parlando del senso che egli dà al termine «mondo tradizionale», ama precisare che «è lo stesso senso che R. Guénon e il suo gruppo vi hanno dato». Notiamo di sfuggita che l’accenno ad un presunto «gruppo» di René Guénon, in realtà mai esistito, non si può spiegare che con un difetto di informazione dell’autore.


4 Commento al 1° Adhyâya, 1° Pâda, 4° sûtra.

3 commenti:

  1. Si dà il caso che il buon Giovanni Ponte - probabilmente un nome d'arte. E non saprei nemmeno dire se il personaggio sia ancora vivo oppure no - non era nemmeno capace di esprimersi con un linguaggio ed uno stile propri ed aveva continuamente bisogno di scimmiottare lo stile di colui cui diceva di ispirarsi. Patetico.

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  2. Patetici gli evolomani,che non hanno capito nemmeno lo spirito antittradizionale di certe affermazioni del loro maestro, precisissimi i pezzi di Ponte, autorevoli ed attualissimi.

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  3. Mai capito cosa ci sia di 'tradizionale' nell'opera di Evola, anzi di spirituale visto che gli interessi del 'barone' erano piuttosto materiali in ogni senso. Risulta abbastanza leggibile 'Maschera e volto ...' ma il resto è generalmente un pastone indigeribile e infantilmente affetto da una ridicola mania di 'grandezza' tradita dall'ossessivo ritorno di certi termini che si vorrebbero 'aristocratici' e 'guerreschi' con invenzioni quali la cosiddetta 'romanità' che serviva solo a cercare di fare 'carriera' durante il ventennio. Se non avesse incontrato, ad un certo punto della sua vita, l'opera di Guenon, Evola sarebbe già dimenticato viste le corbellerie ( per usare un eufemismo ) scritte sotto il fascismo. Nell'ultima parte della sua vita ebbe un minimo di resipiscenza ma ormai il latte l'aveva versato. I suoi seguaci si sono dovuti persino inventare il concetto di 'razzismo spirituale' per cercare di difendere il teorico degli Kshatriya ...

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