"…la dottrina è infallibile, è a causa del fatto che essa è un’espressione della verità, la quale, in se stessa, è assolutamente indipendente dagli individui che la ricevono e che la comprendono. La garanzia della dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»". René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cap. "Sull’infallibilità tradizionale"

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mercoledì 1 luglio 2015

Giovanni Ponte, La situazione spirituale dell'Occidente - I - Platone e gli “Antichi”


Giovanni Ponte
La situazione spirituale dell'Occidente - I - Platone e gli “Antichi” 

«Gli Uomini Veri dell’antichità... erano elevati fino alle regioni sublimi del Principio. Gli Uomini Veri antichi non erano turbati da nessun sogno durante il sonno, da nessuna tristezza durante la veglia. Essi ignoravano la raffinatezza. La loro respirazione calma e profonda compenetrava il loro organismo fino ai talloni...
Gli Uomini Veri antichi ignoravano la passione per la vita e l’orrore per la morte. Il loro ingresso nella vita non suscitava in essi attaccamento, la loro uscita dalla vita non provocava in essi spavento. Calmi venivano, calmi partivano, dolcemente, senza scosse, come planando... Amavano questa vita mentre la vivevano, e la dimenticavano alla partenza...
I loro sentimenti umani non ostacolavano la presenza del Principio in essi: in essi l’umano (la natura individuale) non era di impedimento al Celeste (la-realtà sopra-individuale)... Di conseguenza, il loro cuore era fermo, la loro attitudine era raccolta, il loro aspetto era semplice, la loro condotta era temperata, i loro sentimenti erano regolati. Essi facevano in ogni occasione ciò che bisognava fare... Chi ha creduto che si muovessero attivamente (per loro iniziativa individuale) si è sbagliato... Essi erano stabiliti nella conoscenza di tutto come essenzialmente Uno, alla maniera del Cielo, e d’altra parte distinguevano poi esteriormente i casi particolari, alla maniera degli uomini. Così, in essi, nessun conflitto tra il Celeste e l’umano: ecco che cosa significa Uomo Vero» 1.
Questa descrizione estremo-orientale degli Uomini Veri “antichi” può servire a comprendere meglio il significato più profondo che si può attribuire agli “Antichi” di cui si parla talvolta nei dialoghi di Platone. Nel Fedro, ad esempio, troviamo questa enunciazione di sapore quasi taoista 2: «Gli “Antichi” sanno la Verità (alethés); se noi la trovassimo, forse che avremmo ancora da preoccuparci delle opinioni degli nomini?» 3.
Gli “Antichi” sono dunque qui, proprio come gli Uomini Veri “antichi” di Ciuang-Tse, coloro che sono stabiliti nella conoscenza della Verità: essi sono partecipi di quella conoscenza principiale ed universale la cui perdita ha posto gli uomini sotto il dominio delle opinioni e delle altre contingenze, ma che può e deve essere ritrovata per ristabilire l’adesione originaria alla Verità, che è, in termini taoisti. adesione dell’umano al Celeste. La designazione di “Antico” si riferisce quindi essenzialmente ad una “anteriorità” anzitutto nel senso “verticale” di una maggiore prossimità al Principio, e solo secondariamente in un senso “orizzontale”, cioè temporale e storico.
Questi due aspetti sono del resto strettamente connessi, o per meglio dire il secondo dipende dal primo ed in certo modo ne è un’espressione, in quanto il Principio universale, come è all’origine di ogni manifestazione, è anche all’origine dello sviluppo ciclico dell’umanità 4.
Il significato simbolico da attribuire agli “Antichi” di Platone (próteroi, palaiói) è anche illuminato e confermato dal fatto che egli li identifica agli archâioi, termine che, se ne è in certo modo sinonimo, è però ancora più espressivo, derivando da Arché (Principio): oi archâioi si potrebbe quindi tradurre letteralmente “i Principiali” 5, od anche, con riferimento al solo mondo umano, “gli Uomini primordiali”, i quali non sono altro che gli “Uomini Veri” del taoismo.
D’altra parie, nel Fedro, gli “Antichi” sono detti «Coloro che hanno stabilito i nomi» («oi tà onómata tithémenoi») 6, proprio come, analogamente, nella tradizione semitica Adamo, Uomo primordiale, enunciò i nomi di tutti gli esseri viventi 7. Il possesso dei nomi significa qui anzitutto il possesso delle essenze primordiali dei molteplici esseri periferici del mondo terrestre le cui possibilità si trovano infatti integralmente sintetizzate nella condizione “centrale” dell’Uomo primordiale. Nel “nome” è racchiusa l’“idea” trascendente che si manifesta in ciascun essere, ed è racchiuso anche il “suono primordiale” che, pur appartenendo già al dominio individuale, è espressione diretta del trascendente ed “ordina” la manifestazione esteriore attraverso le sue “vibrazioni”. Ci limitiamo ad un rapido accenno su quest’ultimo punto, il quale si presterebbe a notevoli applicazioni che ci allontanerebbero troppo dal nostro argomento; si può ad ogni modo comprendere perché il riferimento ai “nomi”, applicabile a livelli diversi con una funzione intermediaria tra i princìpi ed il mondo terrestre, si ritrovi concordemente a proposito dell’“Uomo primordiale”, il quale, nella perfetta armonia del “Celeste” e dell’“umano”, è Mediatore per eccellenza. Egli è Mediatore nell’enunciare i “nomi” degli esseri viventi, ed è Mediatore anzitutto come strumento del Verbo divino al quale essenzialmente si identifica, come enunciatore della “Parola” primordiale.
Queste considerazioni possono aiutare a scorgere il senso più profondo che è implicito in questa frase di Socrate, nel Filebo: «Gli “Antichi”, migliori di noi, stando più prossimi agli dèi (cioè ai princìpi), ci hanno trasmesso la Parola enunciata (tàuten phémen)» 8.
Viene stabilito qui in modo assai chiaro il nesso esistente tra gli “Antichi”, la “Tradizione”, che è trasmissione attraverso di essi, e la “Parola”, che è oggetto di questa trasmissione e racchiude il segreto della partecipazione alla loro conoscenza, e cioè alla conoscenza del Principio stesso. Ed è importante tener presente questa funzione di “trasmissione” attribuita agli “Antichi”, la quale è un aspetto della loro funzione mediatrice: da essa dipende l’equilibrio relativo del mondo umano allontanatosi dallo stato primordiale e centrale, ed in tale trasmissione risiede la possibilità di ritrovare la conoscenza principiale.
Con riferimento a tale funzione di “trasmissione”, agli “Antichi” si identificano dunque essenzialmente ed eminentemente gli esseri che stanno all’origine di tutte le legislazioni e forme tradizionali autentiche, i quali rappresentano propriamente la manifestazione della “discesa” del Verbo divino 9 e gli strumenti della sua Rivelazione. Ed inoltre agli “Antichi” si possono identificare simbolicamente coloro che, ricollegati a una di quelle “discese” del Verbo divino e avendo realizzato una piena partecipazione ad esso, sono qualificati per trasmettere, lungo l’intero ciclo dell’umanità, l’influenza spirituale e l’insegnamento dell’ordine più profondo.
Sotto quest’ultimo aspetto, è interessante notare che il termine greco palaiós, che abbiamo tradotto precedentemente con “Antico”, significa anche “Vecchio”; ed in certe tradizioni il Maestro iniziatico è appunto designato con il nome di “Vecchio” 10. Anzi, appare giustificato pensare che precisamente questo sia il significato simbolico a cui allude lo stesso Platone parlando, nel Timeo, di un Sacerdote egizio che era “molto vecchio” (mála palaión), al quale sono attribuite queste sorprendenti parole: «O Solone, Solone, voi Greci siete sempre bambini; tra i Greci non vi è nessun Vecchio» 11. In questa frase, il cui significato dovrebbe apparire ben chiaro dopo quanto abbiamo ricordato circa il senso simbolico della “vecchiezza”, si può dire che Platone definisce la situazione spirituale della civiltà greca: ed anzi, quasi per dare a tale definizione una portata più decisiva e inappellabile, la attribuisce ad un personaggio designato nettamente come detentore di un’elevatissima autorità spirituale («Hieréon mála palaión»).
Nell’ambito della civiltà greca, dunque, secondo questa testimonianza di Platone, non vi era nessun “Vecchio”, nessun detentore della conoscenza tradizionale integrale, nessuno che, attingendo la conoscenza direttamente ai princìpi, conservasse il segreto per ordinare il mondo umano in conformità ad essi e potesse trasmettere ad altri la pienezza dell’influenza spirituale e dell’insegnamento iniziatico.
Del resto, ciò viene precisato nel seguito del testo del Timeo dallo stesso Sacerdote egizio, le cui spiegazioni si prestano anch’esse a un’interpretazione simbolica che va al di là del senso letterale. Egli dice che manca ai Greci qualsiasi “antica nozione” (palaiàn dóxan), proveniente da una “tradizione antica”, ed usa qui il termine “archâian” (da Arché, Principio), per cui si potrebbe anche intendere, in senso superiore, “tradizione risalente al Principio”. Ed un significato simbolico è pure abbastanza evidente nelle “inondazioni” alle quali allude subito dopo il medesimo Sacerdote egizio, che provocherebbero periodicamente in Grecia la perdita della scrittura 12 (si ricordi il senso del possesso dei “nomi” a cui abbiamo già accennato) posta in stretta connessione con l’assenza dei “Vecchi” in Grecia, a partire da una certa epoca 13.
Non dovrebbe essere difficile comprendere che in questa situazione anormale della civiltà greca risiede la spiegazione di come quest’ultima abbia potuto svilupparsi, forse come nessuna prima di essa, in una direzione individualistica ed arbitraria, spesso utilizzando a tal fine elementi tradizionali non più compresi 14 o nettamente deviati 15, fino ad alimentare un senso del tutto abusivo della “libertà” umana, in una cecità rispetto ai princìpi che, comunque ineludibili nelle loro conseguenze, apparvero in certo modo allora sotto l’aspetto oscuro e impenetrabile di una “fatalità” senza scampo 16.
Questa divenne dunque la condizione inevitabile di una civiltà che, non possedendo più un patrimonio tradizionale vivente e completo verso l’alto, proseguiva ormai nell’ignoranza dei princìpi. Tale condizione non era però del tutto irrimediabile, come ci proponiamo di mostrare nel seguito del presente studio.
(continua)

Tratto da: Rivista di Studi Tradizionali n° 4




1 Ciuang-Tse, Cap. 6, b. Abbiamo seguito qui quasi interamente la versione del Wieger. 
2 Naturalmente, non si tratta affatto di derivazioni dalla Cina alla Grecia o viceversa, ma del riferimento, in Cina come in Grecia, a un comune contenuto tradizionale. 
3 Fedro.
4 È appunto per questo che nell’iniziazione ai “Piccoli Misteri», riguardanti la realizzazione dello stato umano integrale, i gradi di tale realizzazione possono essere rappresentati da una risalita nel tempo fino allo “stato primordiale”, che è lo stato dell’“Uomo Vero” taoista; naturalmente, poi, per quel che riguarda gli stadi più elevati della realizzazione, al di là dello stato umano, non si può più parlare di una corrispondenza diretta con la risalita del ciclo dell’umanità attuale, ma si può sempre parlare di un’anteriorità metafisica e causale: ciò rende pure possibile il riferimento simbolico degli “Antichi” a chi possieda gli stati trascendenti della realizzandone spirituale (l’“Uomo trascendente” del taoismo), che del resto implicano eminentemente e a fortori anche la realizzazione dello stato primordiale umano.
5 È curioso constatare a questo proposito l’accostamento che si può stabilire con il testo coranico riguardante i Muqarrabûn (gli “Approssimati” al Principio), che sono detti «numerosi tra gli Antichi e pochi tra le ultime generazioni» (LVI, 13-14); appunto lo stato trascendente dei Muqarrabûn implica anche necessariamente la realizzazione della condizione di “Uomo primordiale” (Al-Insânu-l-Qadîm secondo l’espressione dell’esoterismo islamico) che si può far corrispondere al senso simbolico del greco archâioi.
6 Fedro, 144, b, 6.
7 Genesi, 2, 19-20.
8 Filebo, 16,c; phémen significa anche, in particolare, Voce profetica, Rivelazione, Oracolo.
9 II termine “discesa” si ritrova appunto in varie forme tradizionali con il significato al quale alludiamo, a cui corrisponde anche l’“incarnazione” nella teologia cristiana; così, nella tradizione indù, il nome di “Avatâra” significa letteralmente “discesa” e nella tradizione islamica la parola “tanzîl”, cioè ancora “discesa”, designa in particolare la “discesa” della Rivelazione e della Legge divina. Sotto un altro aspetto che si ricollega pur sempre a quello indicato, ricordiamo la funzione di interpreti della Legge universale e dell’“intelligenza cosmica”, nei diversi momenti dell’umanità, affidata, secondo la tradizione indù, ai diversi Manu; è interessante osservare che questo termine si ritrova con una forma ed un significato abbastanza analogo nel Menes della tradizione egizia e nel Minos della tradizione cretese arcaica, e si ricollega ad una radice man designante in diverse lingue la “mente” (cfr. il sanscrito Manas) e l’uomo, riconducendoci ancora all’idea dell’“Uomo primordiale”.
10 Ad esempio, nella tradizione estremo-orientale, per designare il Maestro iniziatico è in uso un termine cinese che significa “fratello più vecchio”, mentre nell’esoterismo islamico viene usato comunemente il termine Shaykh, cioè letteralmente “Vecchio”; può essere pure interessante osservare che lo Shaykh per eccellenza è detto Arif bi-Llâh, espressione che significa: colui che attinge la conoscenza direttamente dal Principio.
11 «O Sólon Sólon, Héllenes aèi paîdés este, géron dè Héllen ouk éstin»: Timeo. 22, b. Qui il termine géron sostituisce palaiós, usato immediatamente prima, ma il significato è evidentemente del tutto analogo.
12 Timeo, 23, b: «... il diluvio celeste... lascia di voi soltanto gli illetterati e gli ignoranti, talché diventate di nuovo giovani...».
13 Secondo il lesto del Timeo, tale non era ad esempio la condizione della Grecia 9000 anni prima, anteriormente all’ultima catastrofe dell’Atlantide.
14 Si pensi allo sviluppo naturalistico ed estetizzante della mitologia e dell’arte in generale, agli ordinamenti sociali ed alle forme di culto ormai quasi del tutto idolatriche ad essi connesse.
15 Citeremo qui due esempi: l’alterazione del mito di Prometeo, e la leggenda di Atalanta allevata dall’“Orsa” che uccide il “Cinghiale” nell’isola di Caledonia, dove si può vedere l’espressione della pretesa vittoria di un principio puramente individuale contro l’autorità spirituale. La stessa leggenda di Atalanta fa pensare ad una deviazione anteriore alla stessa civiltà greca, deviazione che è stata fatta risalire alla civiltà atlantidéa, alla cui catastrofe non sarebbe naturalmente estranea. 
16 Si può pensare qui alla “Tyche” della “Commedia Nuova”, la “Fortuna” irrazionale e cieca da cui viene fatta dipendere in definitiva la determinazione degli eventi, che è così definita da Filemone: «Non esiste nessuna Tyche dea, no: ciò a cui si dà il nome di Tyche non è che il caso, che accade così come a ciascuno capita».

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