"…la dottrina è infallibile, è a causa del fatto che essa è un’espressione della verità, la quale, in se stessa, è assolutamente indipendente dagli individui che la ricevono e che la comprendono. La garanzia della dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»". René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cap. "Sull’infallibilità tradizionale"

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venerdì 3 luglio 2015

Giovanni Ponte, La situazione spirituale dell’Occidente - II - Gli intermediari dell’ influenza spirituale nel mondo classico

Giovanni Ponte
La situazione spirituale dell’Occidente - II - Gli intermediari dell’ influenza spirituale nel mondo classico

(Segue)

Secondo Platone, fu appunto una situazione analoga 1 quella che si produsse nella civiltà atlantidea, conducendola infine alla catastrofe.
Ecco infatti che cosa leggiamo in un passo del Crizia, che nuovamente ci fa ricordare, per qualche aspetto, certe descrizioni taoiste: «Durante molte generazioni, finché in essi dominò la natura divina (“celeste” in termini taoisti), i Re (dell’Atlantide) si conformarono alle Leggi e rimasero attaccati al Principio divino, al quale erano apparentati (kài pròs tò suggenès thêion philophónos êichon). I loro pensieri erano veri e grandi in tutto, essi usavano bontà ed anche giudizio in presenza degli avvenimenti che sopravvenivano, e gli uni verso gli altri. Così sdegnando ogni cosa fuorché la “Virtù” (cioè la conformità al Principio), non si preoccupavano di ciò che possedevano; portavano come un fardello la massa del loro oro e delle loro ricchezze, non si lasciavano inebriare dalla vastità della loro fortuna, non perdevano la padronanza di se stessi e camminavano diritti per la loro strada. Con chiaroveggenza acuta e lucida, vedevano bene che tutti quei vantaggi si accrescono con l’affetto reciproco unito alla “Virtù”, mentre al contrario lo zelo eccessivo per quei beni e il valore che si attribuisce ad essi conduce a perderli, e a perdere con essi la “Virtù”. A motivo di questa consapevolezza e grazie alla presenza persistente in essi del Principio divino, tutti i beni che abbiamo enumerato continuavano ad accrescersi a loro vantaggio. Ma quando l’elemento divino venne a diminuire in essi, in connessione al ripetuto incrocio con numerosi elementi mortali, quando il carattere umano venne a prendere il sopravvento, allora, incapaci di sopportare la loro prosperità presente, essi caddero nell’indecenza. Agli uomini saggi apparvero brutti, poiché avevano lasciato perdere i migliori tra i beni più preziosi. Al contrario, agli occhi di coloro che non sapevano discernere qual genere di vita contribuisce veramente alla felicità, è allora che parvero pienamente belli e felici (proprio come i Greci dell’età classica agli occhi dei moderni), ed erano tutti gonfi di ingiusta avidità e di potenza. E il Dio degli Dèi, Zeus, che regna per mezzo delle Leggi, e che di certo aveva la capacità di conoscere tutti questi fatti, seppe quali disposizioni miserabili stava prendendo quella razza, originariamente tanto eccellente. Egli volle allora stabilire contro di essi un castigo...» 2.
Abbiamo tenuto a citare per esteso questo passo perché chiarisce quale fosse la concezione platonica riguardo all’ordine ed all’equilibrio normale delle civiltà, confermando nello stesso tempo indirettamente quanto abbiamo affermato in precedenza circa la funzione di coloro che sono «attaccati al Principio divino», e cioè dei detentori della conoscenza tradizionale: tale loro funzione è assolutamente essenziale per l’equilibrio e, in ultima analisi, per l’esistenza stessa del mondo umano.
Eppure essi, secondo la testimonianza contenuta nel Timeo, erano ormai scomparsi dalla civiltà greca. Che cosa possiamo dedurne? Non certo che la spiritualità greca era completamente morta, ma, molto verosimilmente, che essa si conservava mediante l’aiuto spirituale proveniente da fonti ad essa estranee; e ciò appare confermato dal fatto che questo aiuto spirituale, possibile anche in forme assai più discrete, si manifesta a più riprese in diverse epoche della civiltà greca.
Senza bisogno di risalire a certi personaggi entrati nella mitologia che potrebbero aver operato una trasmissione spirituale dai “Barbari” ai Greci 3, numerosi sono coloro a cui poté essere affidata una funzione di “intermediari”, alcuni dei quali assai noti.
Già abbiamo accennato a Solone, uno dei “Sette Savi”, interlocutore del Sacerdote «molto vecchio» del Timeo, con il quale è lecito pensare che non si limitasse ad intrattenersi su notizie storiche riguardanti il lontano passato 4. Ancora maggiore poté essere l’importanza, quale “intermediario”, di Pitagora, egli stesso forse non di origine greca, del quale è detto che ricevette tra l’altro gli insegnamenti di Maestri assiri, caldei, persiani e persino indù (precisamente dei Brâhmana, “Brachmânon”) 5, oltre che dei Sacerdoti egizi 6; ed è assai significativo il fatto che lo stesso Pitagora sia stato considerato in correlazione con la tradizione iperborea, derivazione diretta della grande Tradizione primordiale 7, al che si potrebbe connettere una sua probabile funzione rivivificatrice del culto di Apollo a Delfo, cioè in uno dei massimi centri spirituali della civiltà greca 8. D’altra parte, in diverse scuole “presocratiche” sono presenti degli insegnamenti, particolarmente di carattere cosmologico, di cui appare assai probabile l’origine indù o per lo meno orientale, il che conferma che le relazioni intellettuali della Grecia con altre civiltà (che potremmo definire intellettualmente più normali e complete) dovettero essere assai più importanti di quanto generalmente si suppone.
Ed anche in Platone si può vedere senza dubbio un intermediario tra una fonte di conoscenza tradizionale vivente ed il mondo greco; ciò risulta da riferimenti contenuti nei suoi Dialoghi, come quelli che abbiamo ricordato, ed è confermato dai suoi biografi 9, secondo i quali egli ricevette dai Sacerdoti egizi l’insegnamento della geometria, della teologia e delle scienze sacerdotali. Naturalmente, sarebbe praticamente impossibile stabilire la portata di tali insegnamenti e di quelli che Platone fu a sua volta in grado di trasmettere ai suoi discepoli: secondo certe fonti non si trattava che di una parte delle speculazioni teoriche dei Sacerdoti di Eliopoli 10; e i Dialoghi platonici presentano indubbiamente degli sviluppi enormemente eccessivi sul piano meramente speculativo, sviluppi che, se ne rendono la lettura dispersiva e in generale poco utile (specie in confronto a fonti tradizionali più pure), potrebbero essere anche il segno di una partecipazione abbastanza indiretta ed incompleta alla fonte tradizionale da cui l’opera di Platone trae in fondo la sua validità. Peraltro, non possiamo sapere fino a che punto ciò sia dovuto a un’opportunità di adattamento dialettico per coloro a cui i Dialoghi erano destinati, né possiamo sapere che cosa rimase serbato sempre sul piano esoterico tra Platone e i suoi Maestri e tra Platone e i suoi discepoli. Si potrebbe inoltre discutere sulla completezza o meno, specie nell’ordine metafisico e della realizzazione trascendente, della tradizione conservata a quell’epoca dai Sacerdoti di Eliopoli, tenendo conto che già allora la civiltà egizia si trovava in uno stadio abbastanza tardo 11, con segni gravi di decadenza e di sviluppo disarmonico in domini inferiori delle scienze tradizionali; nello stesso tempo si potrebbe anche supporre che Platone abbia potuto attingere ad altre fonti tradizionali non meno importanti, ad esempio attraverso la corrente spirituale pitagorica.
Ma non è questo ciò che qui ci interessa; è importante invece aver stabilito abbastanza chiaramente la situazione spirituale della civiltà greca che riassumeremo qui ancora una volta. Da una parte, essa era dedita ormai, nell’epoca classica, ad uno sviluppo distaccato dai principi, che abbassava e alterava sistematicamente gli elementi tradizionali di cui era ancora largamente impregnata; d’altra parte, però, una più profonda vita tradizionale continuava a sussistere nell’esoterismo, e per mezzo di intermediari, illustri o nascosti, un aiuto spirituale continuava ad esercitarsi, proveniente da altre fonti tradizionali, particolarmente orientali.
Dopo Platone, questo aiuto spirituale ricorrente si fa certo meno visibile per diversi secoli 12 (ed infatti il pensiero greco si afferma allora con modalità sempre più individualistiche); ma riappare nel modo più imponente, pur mescolato spesso ad elementi spuri e sospetti, al declino dell’epoca classica, ad esempio con il “Neoplatonismo”, sul quale influì tra l’altro l’esoterismo ebraico 13, e soprattutto con il Cristianesimo.
Ed è precisamente su quest’ultimo punto, assai delicato ed estremamente importante per le deduzioni che se ne possono trarre, che intendiamo soffermarci nel seguito del presente studio.
(continua)



Tratto da: Rivista di Studi Tradizionali n° 5





1 Analoga a quella della civiltà classica, nella quale, secondo la testimonianza dello stesso Platone, erano scomparsi i detentori della conoscenza tradizionale integrale (cfr. Timeo, 22-23), il che rendeva possibile uno sviluppo non più coscientemente ordinato secondo i principi, quindi arbitrario e propriamente anormale: vedi la prima parte di questo studio, nel numero 4 di luglio-settembre della presente rivista.
2 Crizia, 120 e, 121 a,b.
3 Si potrebbe pensare qui ad esempio alle origini della corrente tradizionale ed iniziatica orfica passata in Grecia dalla Tracia. Citiamo inoltre a questo proposito la seguente curiosa testimonianza: «Erodoro racconta che Ercole era un indovino dedito alle scienze naturali, e che fu da Atlante, barbaro frigio, che ricevette le “colonne del mondo”. Questa leggenda lascia intendere che egli ricevette quale discepolo la Scienza delle cose celesti» (San Clemente d’Alessandria, Strom. 1, 73, 2).
4 Secondo Diodoro, anche Omero era stato a istruirsi in Egitto.
5 Così afferma Alessandro, autore del “Perì Pythagorikôn Symbólon”, citato da San Clemente d’Alessandria.
6 Crediamo che possa essere interessante riportare per esteso questo passo della Vita di Pitagora di Porfirio, citato da S. Sauneron in Les Prêtres de l’ancienne Egypte, che spiega come Pitagora riuscì ad ottenere gli insegnamenti dei Sacerdoti egizi, indicando nello stesso tempo quale fosse la loro attitudine nei riguardi dei Greci: «Essendo stato ricevuto da Amasi (re d’Egitto dal 568 al 526 a.C.), egli ottenne da lui lettere di raccomandazione per i sacerdoti di Eliopoli, che lo mandarono da quelli di Menfi, considerati più antichi, il che, in realtà, non era altro che un pretesto. Poi da Menfi, adducendo le stesse ragioni, lo mandarono ai sacerdoti di Tebe. Questi, temendo il re e non osando trovare delle scuse per tenere lontano il nuovo venuto dai loro Templi, credettero di potersene sbarazzare obbligandolo a subire un pessimo trattamento ed a eseguire degli ordini duri completamente estranei all’educazione ellenica. Tutto ciò era stato calcolato per spingerlo alla disperazione e farlo finalmente desistere dalla sua impresa. Ma siccome egli eseguiva con zelo tutto ciò che gli era ordinato, i Sacerdoti finirono con l’apprezzarlo grandemente...». Secondo Giamblico, Pitagora «frequentò i santuari d’Egitto con molto ardore... istruendosi in tutte le cose con la massima attenzione… badando a non mancare a nessun rito sacro», e ciò durante ventidue anni di soggiorno in Egitto, giungendo ad apprendere dai Sacerdoti di Tebe e di Menfi «quella Scienza per cui è considerato un Sapiente».
7 Si racconta ad esempio il suo incontro con il saggio Abaris, Sacerdote del «popolo degli Iperborei», il quale lo avrebbe riconosciuto come una “ incarnazione” dell’“Apollo iperboreo”.
8 Pur non avendo l’intenzione di soffermarci qui sull’importanza della corrente spirituale che si ricollega a Pitagora ed alla funzione da lui svolta, accenneremo ancora all’apporto che essa poté rappresentare anche nelle antiche iniziazioni artigianali e poi nella Massoneria, unitamente alla corrente spirituale “salomonica”. Un segno curioso di questa influenza si può riscontrare esplicitamente in un rituale inglese dove, per una strana assimilazione fonetica, si parla di un “Peter Gower”, il quale pare non essere altro che lo stesso Pitagora.
9 Olimpiodoro e l’autore della “Vita” anonima.
10 Ecco quanto riferisce Strabone, parlando del suo viaggio in Egitto (XVII, I, 29, citato da S. Sauneron): «Abbiamo visto gli edifici consacrati un tempo all’alloggio dei Sacerdoti; ma non è tutto: ci venne anche mostrata l’abitazione di Platone e di Eudossio... Arrivati ad Eliopoli, vi si stabilirono e vissero colà ambedue per tredici anni in stretto contatto con i Sacerdoti: ciò è affermato da diversi autori Questi Sacerdoti, tanto profondamente versati nella conoscenza delle cose celesti, erano nello stesso tempo persone misteriose, pochissimo comunicative, e soltanto a forza di tempo e di abilità Eudossjo e Platone riuscirono ad essere ammessi ad apprendere da loro qualcuna delle loro speculazioni teoriche. Ma quegli stranieri ne tennero nascosta la miglior parte». Si noterà l’esteriorità del punto di vista di Strabone che, da buon Greco, parla di abilità dove avrebbero dovuto entrare in gioco soprattutto ben altre qualificazioni ed attitudini.
11 Beninteso, però, pensiamo che non si debba tenere minimamente conto di una certa critica dissolvente basata sulla portata assai limitata di ciò che si è riusciti a ricavare dai documenti ritrovati, che pretenderebbe negare quasi totalmente le conoscenze tradizionali degli Egizi, quasi si fosse trattato di una semplice montatura scioccamente accettata per secoli da molti popoli. Tale “critica” ci pare piuttosto il frutto del dispetto di vedersi sfuggire l’oggetto della propria ricerca e della volontà di non ammettere la propria ignoranza. È vero d’altra parte che coloro che hanno creduto di comprendere meglio la civiltà egizia si possono trovare in condizioni assai peggiori, dato il rischio che si incontra sempre, non solo sul piano speculativo, quando si vanno a scovare sconsideratamente i residui di una civiltà tradizionale morta in cui la magia ebbe un largo posto.
12 Dobbiamo però almeno ricordare l’influenza che dovettero esercitare le dottrine orientali, e particolarmente indù, nella formazione della logica e della metafisica aristotelica, subito dopo la scomparsa di Platone, influenza che sola può spiegare certe analogie troppo strette per essere fortuite. Però in questo caso, più che in quello dl Platone, sembrerebbe probabile che si sia trattato d’un aiuto sul piano puramente speculativo.


13 L’esoterismo ebraico, cioè la Qabbalah, è certo anteriore al Neoplatonismo, e benché molti suoi documenti scritti siano posteriori, è assai più giustificato parlare di un’influenza della Qabbalah sul Neoplatonismo che viceversa.

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