"…la dottrina è infallibile, è a causa del fatto che essa è un’espressione della verità, la quale, in se stessa, è assolutamente indipendente dagli individui che la ricevono e che la comprendono. La garanzia della dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»". René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cap. "Sull’infallibilità tradizionale"

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lunedì 26 dicembre 2016

Giovanni Ponte, Per chi scriviamo

Giovanni Ponte 
Per chi scriviamo 

Il persistere di certi malintesi ci suggerisce la opportunità di alcuni chiarimenti che speriamo possano giovare a stabilire un rapporto più proficuo con i nostri lettori.
Come abbiamo già detto, non intendiamo fare dei nostri scritti un’occasione di dissertazioni specializzate, più o meno inconcludenti e inefficaci. Il punto d’incontro che riteniamo indispensabile con i lettori non è un compiacimento culturale di un genere particolare, ma anzitutto un’aspirazione.
Non è facile definire tale aspirazione in un modo che non dia luogo ad equivoci. Potremmo parlare dell’aspirazione a ricollegarsi coscientemente a qualcosa che non sia soggetto alle vicissitudini e alla caducità del mondo che sta fuori e dentro di noi, cioè del mondo corporeo e del mondo psichico: e si potrebbe pensare qui alla dottrina indù riguardante la “corrente delle forme” al di là della quale si tratta di passare.
Con un paragone tratto da un’espressione popolare (che deriva da un noto simbolismo tradizionale), diremo che, se la vita è «una ruota che gira», vi è però un centro della ruota che non gira, intorno al quale si ordina tutto il suo movimento. In generale, la situazione dell’uomo contemporaneo è paragonabile a una posizione del tutto periferica sulla “ruota dell’esistenza”, senza una possibilità effettiva di ricollegarsi al suo asse; tale situazione, in quanto permanga, comporta anche, per una logica inevitabile, il destino di rimanere schiacciati al termine del proprio ristretto ciclo di esistenza, ed infatti la morte corporea rappresenta comunemente per l’uomo moderno una chiusura definitiva del proprio orizzonte.
Il nostro discorso non è per chi si accontenti di questa condizione. E non è neppure per chi si accontenti di una fiducia passiva in ciò che sta all’origine della vita, e, mentre si lascia trascinare nella corrente del mondo contemporaneo, ritenga tuttavia di avere chissà quali “diritti” per l’“aldilà”.
Non intendiamo negare che la credenza in una sopravvivenza, o in un’ulteriore esistenza, possa essere giustificata. Ma non è questo il punto chi importa chiarire qui. Altra cosa è ricevere e, per così dire, subire un’ulteriore esistenza, altra cosa è ricollegarsi coscientemente a ciò che sta all’origine delle esistenze, non dopo una morte ma propriamente al di là e al di sopra di ogni morte 1. Altra cosa è rimanere chiusi nell’ambito sempre incerto di inclinazioni, sensazioni ed opinioni soggettive, altra cosa è raggiungere la certezza che viene dalla partecipazione diretta a quel Principio originario in cui risiede la spiegazione di ogni cosa.
Il nostro discorso è con coloro che si pongono la fondamentale questione di come volgersi a tale scopo finale, e sono o saranno decisi ad affrontarla.
Non importa che essi siano pochi. Piuttosto temiamo di non essere intesi da loro, anche a motivo del nostro particolare modo di esprimerci, certo non abituale per qualcuno, che forse sarà così indotto a sopravvalutare inizialmente gli impedimenti ad un punto d’incontro e ad una comprensione peraltro suscettibili di imprevisti sviluppi.
Osserviamo a questo proposito che le occasioni e le vie che conducono a porsi quella questione fondamentale, sia pure in forme diverse, sono praticamente innumerevoli; e, in un certo senso, si può anzi affermare che qualsiasi campo di esperienza o di ricerca, se venisse sufficientemente approfondito, condurrebbe inevitabilmente a doverla affrontare.
Di fatto, sappiamo che vi sono persone che sono giunte a ciò attraverso circostanze assai diverse. Ad esempio, attraverso l’insoddisfazione di fronte all’impotenza conoscitiva della scienza ufficiale, sempre più chiaramente ammessa dagli stessi scienziati 2, o attraverso la considerazione di aspetti della realtà che, se sfuggono interamente alla medesima scienza ufficiale, non sfuggivano però ad altri tipi di scienza, che presuppongono appunto, almeno ad un certo grado, la corretta impostazione della “questione fondamentale”. Altri sono giunti ad essa proprio mentre dovevano constatare che la religione, così come si presentava, non dava loro una risposta adeguata, oppure perché insoddisfatti del carattere relativo e vano delle costruzioni filosofiche individuali. Altri ancora si trovano di fronte alla medesima questione avendo cercato un criterio non arbitrario in mezzo al disordine della vita sociale, o dell’arte contemporanea, mossi talvolta dall’iniziale constatazione che gli ordinamenti delle altre civiltà si sono fondati su princìpi che sfuggono interamente alla mentalità corrente, la quale se ne fa una rappresentazione così manifestamente deformata da suscitare, in chi sappia reagire ad essa, almeno il sospetto che le pretese di superiorità dei contemporanei siano tutt’altro che giustificate. Per altri si pone più direttamente l’esigenza di trovare un principio ordinatore non arbitrario per la propria stessa esistenza quotidiana, al di là del convenzionalismo morale e delle vacuità di un sentimentalismo che sembra alimentato apposta per intorpidire irrimediabilmente i più. E questa esigenza di mettere ordine nella propria esistenza può assumere anche un aspetto angoscioso, nella constatazione della propria fondamentale ignoranza e della propria impotenza di fronte al “destino” e alla morte: una condizione che qualcuno ha chiamato impropriamente “angoscia metafisica”, ma che, all’opposto, è invece angoscia dovuta alla mancanza di metafisica.
In ogni caso, quando si arriva al “nocciolo”, la “questione fondamentale” è essenzialmente unica, ed è tale da poter suscitare appunto quell’aspirazione di cui abbiamo parlato in principio.
A chi la riconosca dentro di sé e si trovi ora all’inizio di una possibile ricerca, vorremmo dire di non lasciarsi scoraggiare dallo scetticismo e dall’incomprensione quasi generale.
Il punto di vista oggi comunemente diffuso non conta nulla a questo riguardo, e non è molto difficile constatare che le negazioni che esso comporta sono in contrasto con le espressioni fondamentali della conoscenza in ogni civiltà diversa dall’attuale, cioè con gli insegnamenti tradizionali, concordi ed unanimi 3 benché rivestiti di innumerevoli forme diverse secondo le condizioni di tempo e di luogo.
Per esprimerci in termini che, pur riflettendo solo certi aspetti della questione, servono a metterne in evidenza il senso effettivo e non astratto, diremo che la “conquista dell’immortalità” non è dunque alcunché di fantastico e di immaginario, ma corrisponde bensì ad una possibilità reale, una possibilità che in certo modo coincide, in definitiva, con il fine e con la stessa ragion d’essere di ognuno.
Ma quali saranno i mezzi per attuare tale possibilità? A dire il vero, a rigore, nessun “mezzo” è necessario in modo assoluto, dal momento che quello che si tratta di realizzare risiede nell’essenza stessa di ognuno. Però sussiste uno stato di fatto al quale l’uomo, nelle condizioni attuali, non può sfuggire: la sua coscienza è condizionata inevitabilmente da fattori esteriori, e uno sforzo isolato di concentrazione in se stesso, anche qualora fosse messo in atto in una certa misura, non potrebbe far incontrare altro che degli stati psicologici speciali, facilmente atti a provocare un ulteriore squilibrio e delle nuove illusioni.
Dovrebbe così essere abbastanza facile capire che la vera via d’uscita è data dalla possibilità di incontrare sul proprio piano di realtà presente qualche cosa che stabilisca il legame tra quest’ultima e quel dominio dell’“immortalità” che si intende realizzare. A questo riguardo, la cosa migliore ci sembra essere evidentemente quella di riferirsi a come la questione viene considerata là dove si trova effettivamente “risolta”, e dove la presenza vivente di coloro che manifestano di aver realizzato lo scopo finale ha sempre fatto parte della situazione normale della società, persino dal punto di vista della mentalità generale: ed è questo il caso di ogni civiltà veramente tradizionale e completa verso l’alto.
Eppure, questo riferimento che sarebbe quasi ovvio si trova oggi praticamente ostacolato e talvolta complicato in modo quasi inestricabile non soltanto per la generale ignoranza delle cose tradizionali, ma anche per l’influenza di innumerevoli correnti cosiddette “spiritualiste” 4 che presentano una prospettiva falsa e confusa della questione, pretendendo poi di offrire delle vie che sono tutt’al più delle imitazioni o delle contraffazioni. È vero che anche certe enunciazioni utilizzate in queste ultime possono essere un’occasione per risvegliare l’aspirazione di cui abbiamo parlato; ma occorre subito aggiungere molto nettamente che il contatto con simili correnti non è mai indifferente, e riserva anzi dei pericoli assai più gravi di quello che si potrebbe immaginare a prima vista. Il mondo psichico, scambiato per “spirituale” con estrema facilità, presenta delle possibilità di illusione e di inganno immensamente più vaste e incontrollabili del mondo corporeo, fino a poter far smarrire definitivamente la strada; e in ogni caso la possibilità di procedere utilmente è preclusa fino a quando non ci si liberi dall’influenza di quelle stesse correnti, per intraprendere la ricerca dopo aver “ripulito” la propria mentalità.
Riferendoci dunque a come la questione viene considerata in tutte le civiltà tradizionali, troviamo anche in senso “operativo” una concordanza precisa di indicazioni: nella condizione presente dell’umanità, è necessario ricevere una “influenza spirituale” trasmessa ritualmente attraverso una “catena” ininterrotta 5 di uomini qualificati a conservarla e a tramandarla, risalente in definitiva a ciò che si tratta di raggiungere. In questa trasmissione consiste il rito di “iniziazione”, il quale è il punto di partenza indispensabile di un lavoro essenzialmente interiore ma appoggiato su mezzi concreti e tecniche che possono avere il loro riflesso in ogni grado di realtà: lavoro che permetterà di sviluppare ciò che dapprima è soltanto virtuale nell’iniziato, per realizzare infine quel grado di “iniziazione effettiva” che coincide con l’“immortalità”. D’altra parte, ad evitare interpretazioni semplicistiche in proposito, dobbiamo però insistere sul fatto che qualsiasi mezzo, anche se praticamente necessario, è di per sé del tutto inadeguato a tale finalità ultima, che non si può assolutamente considerare come un “risultato” ottenibile dall’esterno; e osserviamo inoltre che anche il lavoro di purificazione preliminare, per il quale i mezzi tradizionali sono oggi massimamente indispensabili, richiede già, per essere compiuto nel mondo attuale, un coraggio e un impegno costante che non a sproposito si potrebbe definire eroico.
Naturalmente, comprendiamo che questi accenni non sono sufficientemente esplicativi, e rimangono ancora molti altri punti che potrebbero essere chiariti riferendosi a quelle medesime dottrine tradizionali sulle quali abbiamo sempre inteso basarci. Da parte nostra, per il momento, abbiamo soltanto cercato di rendere un po’ più concreto il senso di quell’aspirazione di cui parlavamo all’inizio, la quale, come abbiamo detto, è destinata ad essere il punto d’incontro fondamentale con i nostri lettori. Si tratta, coscientemente o no, di un’aspirazione alla realizzazione iniziatica.

Tratto da: Rivista di Studi Tradizionali n° 9




1 Questo corrisponde alla vera “immortalità” della quale parlano le dottrine orientali ed a cui alludevano anche, ad esempio, gli antichi Misteri occidentali. A ciò si può riferire pure uno dei significati simbolici del termine “Amore” (a-mor = senza morte) usato in certe forme iniziatiche medioevali.

2 Cfr. l’articolo Conoscenza tradizionale e scienza moderna, nel n. 1 di questa rivista.

3 Cfr. l’articolo Il primo lavoro da compiere, nel n. 3 di questa rivista.

4 Vi sarebbe anche da considerare, a questo riguardo, l’esistenza di altre correnti che, pur mostrando un’attitudine nettamente critica nei confronti delle varie forme di “neospiritualismo” contemporaneo, e pur pretendendo magari esplicitamente di ricollegarsi allo spirito tradizionale, sono in fondo non meno pericolose ed ingannevoli, come si vede ad esempio da una pretesa magia “sperimentale” ed empirica, dalla quale non si possono legittimamente attendere che conseguenze rovinose ai fini del perseguimento di una qualsiasi via autenticamente tradizionale.


5 Questo concetto di “catena” ininterrotta si ritrova ad esempio nel paramparâ della tradizione indù, nella shelsheleth della tradizione qabbalistica (cioè dell’esoterismo ebraico), nella silsilah islamica; e la concezione religiosa della “successione apostolica” non è altro che la sua trasposizione sul piano exoterico, nel quale peraltro la portata iniziatica è naturalmente assente.

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