"…la dottrina è infallibile, è a causa del fatto che essa è un’espressione della verità, la quale, in se stessa, è assolutamente indipendente dagli individui che la ricevono e che la comprendono. La garanzia della dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»". René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cap. "Sull’infallibilità tradizionale"

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venerdì 9 dicembre 2016

Silvio Grasso, Significato e portata del simbolo alla luce dell’opera di R. Guénon

Silvio Grasso 
Significato e portata del simbolo alla luce dell’opera di R. Guénon

Tutta l’opera di René Guénon mette in risalto l’estrema importanza della funzione del simbolo, funzione mediatrice tra il mondo propriamente illimitato dei principi metafisici ed il mondo contingente degli esseri determinati.
Questa funzione fa del simbolismo il linguaggio iniziatico per eccellenza ed il supporto indispensabile di ogni insegnamento tradizionale.
Il valore eminente del simbolismo deriva dalla legge di corrispondenza che ne costituisce il fondamento. «In virtù di questa legge – scrive René Guénon – ogni cosa, procedendo essenzialmente da un principio metafisico dal quale riceve tutta la sua realtà, traduce od esprime questo principio a modo suo e secondo il suo ordine di esistenza, talché, da un ordine all’altro, tutte le cose sono concatenate e si corrispondono, per concorrere all’armonia universale e totale, la quale, nella molteplicità della manifestazione, è come un riflesso della stessa unità principiale» 1. La portata del simbolo è dunque propriamente illimitata, dato che, in ultima analisi, ogni cosa costituisce un simbolo del principio metafisico dal quale procede, e voler considerare il simbolo come nient’altro che una semplice astrazione mentale sarebbe cosa del tutto inadeguata.
Del resto, anche da un punto di vista più limitato, si può dire che «qualsiasi immagine presa per rappresentare un’idea, per esprimerla o per suggerirla in un modo qualsiasi ed a qualsiasi grado, è per ciò stesso un segno o, ed è la stessa cosa, un simbolo di quest’idea; poco importa che si tratti di un’immagine visuale o di tutt’altro genere, poiché ciò non introduce nessuna differenza essenziale e non cambia assolutamente nulla al principio stesso del simbolismo. Quest’ultimo, in tutti i casi, si basa sempre su di un rapporto di analogia o di corrispondenza tra l’idea che si tratta di esprimere e la figura, grafica, verbale o altra, con la quale la si esprime; da questo punto di vista del tutto generale, le parole stesse non sono e non possono essere altro che dei simboli 2. Anzi, invece di parlare di un’idea o di un’immagine, come abbiamo fatto, si potrebbe parlare, in modo ancora più generale, di due realtà qualsiasi di ordine differente, tra le quali esista una corrispondenza avente il suo fondamento nella natura sia dell’una che dell’altra: in queste condizioni, una realtà di un certo ordine può essere rappresentata da una realtà di un altro ordine, e questa è allora un simbolo di quella» 3.
D’altra parte, appare chiaro che, in virtù di questa legge di corrispondenza, ogni simbolo include necessariamente una indefinita pluralità di significati. «Infatti, una cosa qualsiasi può essere considerata come una rappresentazione non solo dei principi metafisici, ma anche delle realtà di tutti i piani superiori al suo, benché ancora contingenti, poiché queste realtà, da cui pure dipende più o meno direttamente, adempiono nei suoi riguardi alla funzione di “cause seconde”; e l’effetto può sempre essere preso come un simbolo della causa, a qualsiasi grado si trovi, perché tutto ciò che esso è non è altro che l’espressione di qualcosa di inerente alla natura della sua causa. Questi significati simbolici molteplici e sovrapposti gerarchicamente non si escludono affatto tra di loro, così come non escludono il senso letterale; al contrario, essi concordano perfettamente tra di loro, perché esprimono in realtà applicazioni di un medesimo principio a degli ordini diversi; e così si completano e si rafforzano a vicenda, integrandosi nell’armonia della sintesi totale» 4.
Per questo il simbolismo è un modo di espressione assai meno limitato di qualsiasi altro linguaggio ed è il solo che si presti alla comunicazione di certe verità. Appunto per tale ragione René Guénon mette in risalto l’importanza del simbolismo come linguaggio iniziatico e come il solo atto a fornire una base all’essere umano per una presa di contatto con gli stati sopra-umani. «Una delle funzioni del simbolismo è infatti di suggerire l’inesprimibile, di farlo presentire, o meglio “assentire”, mediante le trasposizioni che permette di effettuare da un ordine all’altro, dall’inferiore al superiore, da ciò che è più immediatamente afferrabile a ciò che lo è molto più difficilmente» 5. Vi è quindi uno stretto rapporto tra il simbolo in generale ed il mito (in greco mythos). La radice di quest’ultimo termine, my (che si ritrova nel latino mutus). rappresenta la bocca chiusa e per conseguenza il silenzio. Questa idea di “silenzio” si ricollega proprio alla funzione del mito e, più in generale, del simbolo, funzione che consiste appunto nel suggerire quelle cose che a causa della loro stessa natura sono inesprimibili, almeno direttamente e per mezzo del linguaggio ordinario.
Il simbolo può dunque costituire, per l’essere che si trova nello stato umano, un punto d’appoggio per elevarsi dalla conoscenza delle realtà naturali alla conoscenza delle verità “soprannaturali” o metafisiche nel senso proprio ed etimologico della parola. Questa funzione del simbolo è essenzialmente identica a quella del rito, ed infatti questi due elementi si trovano sempre associati in tutte le forme di iniziazione 6. Del resto, entrambi sono strettamente legati dalla loro stessa natura, talché si potrebbe dire correttamente che il simbolo è un rito “fissato” e che il rito è un simbolo “agito” 7.
D’altra parte, come fa notare René Guénon, si può scorgere una certa preminenza del simbolo in rapporto al rito, nel senso che il rito, come ogni azione, è qualcosa che si compie necessariamente nel tempo, mentre il simbolo in sé può anche venir considerato da un punto di vista intemporale. Ma, in fondo, sia il simbolo che il rito non sono che due aspetti di quella legge di corrispondenza che ricollega fra di loro gerarchicamente tutti gli indefiniti stati dell’essere 8. Del resto, vi è sia nel simbolo che nel rito qualcosa che si situa al di là del mondo umano e che risiede nell’opera stessa del Verbo divino. L’origine di entrambi si trova infatti nella manifestazione universale e, da un punto di vista più particolare, se considerata più specialmente in rapporto all’umanità. nella Tradizione primordiale. «Questa Tradizione primordiale, di cui tutte le altre non sono che forme derivate, si incorpora, per così dire, nei simboli trasmessici di epoca in epoca senza che si possa assegnare loro un’origine “storica”, ed il processo di questa specie di incorporazione simbolica è anche analogo, nel suo ordine, a quella della manifestazione» 9. Così la Tradizione ordina ed illumina tutto il mondo umano e ne mantiene sempre viva la partecipazione ai principi sopra-umani 10.
Per questo, nella vita tradizionale, intesa nella sua pienezza, ogni cosa è vissuta nella sua portata simbolica 11, ed ogni azione ha un valore propriamente rituale, talché non vi è nulla di autonomo o di anarchico, ma ogni cosa viene ricollegata gerarchicamente ai principi che le sono superiori, fino al Principio stesso della manifestazione che è la sorgente prima di ogni cosa.
Così, ad esempio, gli astri ed il loro movimento vengono studiati come simboli di principi metafisici e di leggi cosmologiche ai quali si ricollegano e dai quali dipendono effettivamente 12, ed è per questo che, in tutte le forme tradizionali, l’astrologia è considerata propriamente una scienza sacra. Conformemente allo stesso principio di correlazione, l’ordinamento sociale è costituito ad immagine dell’intero universo e viene governato in conformità a quelle leggi che ordinano e reggono la manifestazione universale 13. Lo stesso imperatore, o chi ne svolge una funzione analoga (dove l’autorità spirituale ed il potere temporale si trovino riuniti in un’unica persona, com’era il caso ad esempio del Wang, antico imperatore cinese), è considerato un simbolo del Legislatore primordiale, anche quando in seguito a una degenerazione più o meno accentuata egli stesso non ne abbia realizzato effettivamente l’identità (come sempre avviene però di fatto alle origini di una forma tradizionale 14), ma ne costituisca soltanto un supporto per l’influenza spirituale. Egli governa l’impero in armonia con le leggi che governano il cosmo e rappresenta quindi sulla terra il “volere del Cielo”. La sua funzione è perciò in diretto rapporto con quella del Chakravartî (lett. «Colui che fa girare la ruota») della tradizione indù, che, stando al Centro della ruota cosmica 15, ne dirige la rotazione.
II luogo di residenza di un tale elemento mediatore fra il mondo principiale ed il mondo manifestato è quindi di estrema importanza e costituisce per ciò stesso il centro spirituale di una determinata tradizione 16. Nella sua costituzione ed “elezione”, se così si può dire, entra in gioco inevitabilmente le geografia sacra a motivo della correlazione simbolica che mette in contatto determinati elementi geografici con determinate correnti cosmiche. Del resto, in modo più generale, sulla geografia sacra si fonda la costituzione di ogni città tradizionale la quale è sempre anch’essa un centro spirituale, e viene costruita, con i necessari adattamenti, ad immagine del centro spirituale supremo 17. Secondo lo stesso ordine di idee, la costruzione delle abitazioni, dei templi, e di ogni edificio in generale, ha un valore essenzialmente simbolico ed è questo che fa dell’architettura un’arte sacra 18.
Del resto, nel mondo tradizionale, ogni mestiere è propriamente un’arte e viene sempre ricollegato ad un’origine sopra-umana. L’artigiano è così un’immagine dell’Artefice divino e la sua attività si svolge in conformità all’azione creatrice del Principio. È questa la ragione per cui i vari mestieri tradizionali costituiscono la base appropriata delle iniziazioni artigianali corrispondenti. L’arte o il mestiere è quindi necessariamente qualcosa di inerente alla natura profonda di chi lo esercita e non può essere praticato da chiunque, ma soltanto da chi ne abbia le qualifiche. Si tratta in generale di qualcosa che viene tramandato da padre in figlio, o tra gente della stessa casta, o comunque tra gente che abbia delle analoghe determinazioni interiori atte a mettere colui che esercita il mestiere in contatto con i medesimi principi psichici e spirituali che ne stanno all’origine 19. Questo è anche il principio sul quale si fonda, in modo più generale, l’istituzione delle caste o di ciò che di analogo si ritrova in ogni forma tradizionale 20. Infatti, la casta, lungi dal rappresentare una chiusura arbitraria, ha appunto la funzione di permettere ad ogni individuo l’espansione integrale delle sue determinazioni interiori in vista del superamento delle sue limitazioni esteriori e della presa di coscienza dei principi trascendenti che stanno all’origine del suo stesso essere. È così che nell’ordinamento sociale tradizionale ogni membro si integra armonicamente nella società svolgendo la funzione che corrisponde alla sua natura intima in virtù di un ordine gerarchico che non ha nulla di arbitrario ma si fonda sull’essenza profonda di ognuno 21.
Similmente, anche nello stesso nucleo familiare, ognuno, esercitando la funzione che corrisponde alla sua natura profonda, si integra nell’insieme della famiglia, ad immagine dello stesso macrocosmo in cui ogni essere concorre, con il pieno sviluppo delle possibilità inerenti alla sua natura, all’armonia universale e totale.
Anche i rapporti fra l’uomo e la donna e le loro rispettive funzioni sono ordinati nel mondo tradizionale in modo tale da favorire l’espansione delle determinazioni profonde di ognuno, e si improntano quindi ad una naturalezza che non ha nulla in comune con la pretesa “libertà” artificiale e arbitraria della vita profana, ma sorge dall’intimo degli esseri in virtù di una corrispondenza simbolica che ha le sue radici in principi che trascendono i limiti della natura umana. Infatti, i rapporti fra l’uomo e la donna hanno la loro origine nella più primordiale delle dualità e cioè in quella dei due poli essenziale e sostanziale della manifestazione, ovvero nelle due prime “determinazioni” dell’unità principiale in Principio attivo e Principio passivo.
La conoscenza delle leggi che determinano le azioni e reazioni di questi due fattori primordiali che stanno all’origine dell’intero universo e ai quali partecipano quindi tutti gli esseri manifestati, ha pure innumerevoli applicazioni in tutte le scienze tradizionali. Essa è un elemento essenziale, ad esempio, della medicina tradizionale 22, la quale si basa anche sulla conoscenza della correlazione simbolica che lega gli elementi terrestri ai loro principi psichici ed agli archetipi spirituali che stanno all’origine sa degli uni che degli altri. Comunque, in linea più generale, tutte le scienze tradizionali si basano sul simbolismo e da esso traggono la loro efficacia.
Ma la conoscenza della legge di correlazione che unisce gerarchicamente tutti gli stati dell’essere e che costituisce propriamente il fondamento del simbolismo, ha ancora un’applicazione più importante. Essa rappresenta infatti il mezzo della realizzazione iniziatica, ovvero della presa di coscienza dell’essere a partire dallo stato umano di tutti gli stati che, di grado in grado, si risolvono nello stato assoluto ed incondizionato del Principio supremo. E per “presa di coscienza” non intendiamo ovviamente nulla di astratto, ma qualcosa di eminentemente effettivo che implica anzi una vera e propria identificazione.
Vi sarebbero ancora altre considerazioni da fare sul simbolismo, ma non vogliamo dilungarci troppo. Pensiamo però che quanto abbiamo detto dovrebbe essere sufficiente per far intravedere l’immensa portata del simbolo, sia nel senso dell’ampiezza che in quello della profondità. Questo suo valore propriamente illimitato è messo in luce ad esempio da queste parole di un testo tradizionale orientale: «Faremo loro vedere i nostri segni agli orizzonti ed in loro stessi, affinché appaia loro evidente che Esso è la Verità» 23.
Questa frase può essere messa in rapporto con la “ruota cosmica” di cui parlavamo poc’anzi. Gli «orizzonti» possono infatti rappresentare, come le circonferenze concentriche della ruota simbolica, l’intero universo manifestato. D’altra parte, l’uomo (designato dal termine «loro stessi»), in virtù delle possibilità che racchiude in sé, almeno virtualmente, può venire assimilato all’“Uomo Universale”, ossia a Colui che, stabilito nel centro della ruota, è identificato al “Signore dei mondi”. In realtà, però, sia il centro che la circonferenza e ciò che essi rappresentano sono essi stessi dei simboli e non hanno alcuna realtà propria al di fuori di quella Verità assoluta ed incondizionata che sta al di là di ogni distinzione. 24
«Tutto ciò che è, in qualsiasi modo esso sia, partecipa necessariamente dei principi universali, e nulla esiste se non per partecipazione a questi principi, che sono le essenze eterne ed immutabili contenute nella permanente attualità dell’Intelletto divino; di conseguenza, si può dire che tutte le cose, per quanto contingenti esse siano in se stesse, traducono o rappresentano i principi a loro modo e secondo il loro ordine di esistenza, poiché, altrimenti, esse non sarebbero che un puro nulla. Così, da un ordine all’altro, tutte le cose si concatenano e si corrispondono per concorrere all’armonia universale e totale, poiché l’armonia, come già abbiamo indicato, non è altro che il riflesso dell’unità principiale nella molteplicità del mondo manifestato; e questa corrispondenza è il vero fondamento del simbolismo» 25.

Tratto da: Rivista di Studi Tradizionali n° 6




1 Le Symbolisme de la Croix, Introduzione, p. 12 della 3a edizione.

2 Questo valore simbolico delle parole si trova pienamente realizzato nelle lingue sacre, nelle quali sia il suono che i caratteri grafici con cui esse si esprimono presentano una corrispondenza effettiva sia con le cose che designano, sia con i principi universali che ne sono gli archetipi. Questa è anche la ragione dell’efficacia delle formule rituali che, quando se ne adempiano le condizioni, possono operare in connessione a quei principi ed archetipi e rappresentare così un supporto per le influenze spirituali, oltre che una chiave per il dominio della natura. È questo un esempio particolarmente significativo di quale può essere la portata effettiva dei simboli, di cui troviamo dei segni ancora nei riti religiosi praticati in Occidente.

3 René Guénon, Aperçus sur l’Initiation, cap. XVII, p. 121. Di questa opera è stata pubblicata anche una traduzione italiana che ha per titolo: Considerazioni sulla via iniziatica (Bocca ed.).

4 Le Symbolisme de la Croix, Introduzione, p. 13 della 3a edizione.

5 René Guénon, Aperçus sur l’Initiation, cap. XVII, p. 124.

6 A questo proposito, sarà bene mettere in chiaro che, se abbiamo parlato del simbolismo come di un “linguaggio”, bisogna dare a quella parola un significato molto più effettivo di quanto si sia soliti fare comunemente. Infatti, i simboli, come i riti, al di là del loro aspetto puramente mentale, hanno una loro efficacia, per così dire obiettiva, che viene determinata da leggi precise. È così che, ad esempio, tanto i simboli che i riti agiscono anche qualora chi li mette in azione non sia cosciente del loro valore effettivo. E, d’altra parte, se nel compimento dei riti non vengono osservate le condizioni richieste, l’effetto ottenuto può essere diverso o anche opposto a quello che si sarebbe verificato in condizioni normali.

7 Vedi René Guénon, Aperçus sur l’Initiation, cap. XVI, p. 119.

8 Per questo è della massima importanza mettere in chiaro che non è assolutamente possibile “inventare” dei simboli o dei riti. La loro origine deve necessariamente essere sopra-umana ed è proprio questo che ne assicura l’efficacia sia nell’ordine iniziatico che nell’ordine esoterico.

9 René Guénon, Aperçus sur l’Initiation, cap. XVIII, p. 133.

10 Poco importa, a questo proposito, se, lungo il ciclo involutivo dell’umanità, questa partecipazione vada vieppiù affievolendosi, e scompaia gradatamente la coscienza del valore simbolico di tutte le cose e dell’intero universo, mentre l’efficacia stessa dei simboli e dei riti risulta ostacolata dallo stato di disordine generale caratteristico della presente fase di allontanamento dal Principio (l’“età oscura” della dottrina indù), che “interferisce” per così dire nella loro messa in opera. Non per questo la Tradizione cessa di essere quello che è, e sta ad ognuno di aderirvi (o di ritrovarla nella misura in cui sia stata perduta) e di trarne dei frutti a seconda delle proprie capacità. Quest’ultima considerandone solleva dei problemi che sono praticamente della massima importanza, ma che non pensiamo di prendere qui in esame, benché gli argomenti che andiamo svolgendo ci interessino proprio in quanto presupposti per poterli affrontare.

11 È importante rendersi conto che «vivere le cose nella loro portata simbolica» non significa soltanto considerare le cose come dei simboli (il che si ridurrebbe in fondo ad avere una particolare opinione a proposito delle cose), ma piuttosto aprirsi alla natura profonda delle cose in modo tale da penetrarle realmente anziché limitarsi a dei rapporti puramente esteriori.

12 Cfr. Salmi, 19, 1: «I cieli narrano la gloria di Dio e il firmamento annunzia l’opera delle Sue mani».

13 Non sarà forse inutile mettere in chiaro ancora una volta che l’ordinamento sociale, come tutte le istituzioni tradizionali, e, più in generale, come tutti i simboli che sono veramente tali, deve necessariamente essere vivificato dal di dentro e non può prodursi che in virtù di un intervento di principi sopra-umani nel mondo umano. Per questo, sarebbe del tutto insensato voler ricostruire dal di fuori un ordinamento sociale riferendosi a forme tradizionali passate, come taluni hanno tentato di fare, ed anzi, un’azione in tal senso non potrebbe che avere il carattere di una deplorevole parodia con conseguenze aberranti.

14 È questo infatti il caso degli “Avatâra”, secondo la terminologia indù, o dei “Rusul”, Inviati legislatori, secondo la terminologia islamica.

15 La ruota è un simbolo che, sotto diverse modalità, si ritrova pressoché in tutte le forme tradizionali. Fra le molteplici applicazioni possibili, si può vedere in essa un’immagine dell’universo. Il punto centrale della ruota rappresenta allora il principio stesso della manifestazione che, con l’irradiazione delle possibilità inerenti alla sua natura, produce i mondi. La circonferenza della ruota, o meglio le molteplici circonferenze concentriche, rappresentano tatti gli stati della manifestazione, i quali gerarchicamente procedono l’uno dall’altro.

16 Questo centro della tradizione che costituisce il punto di incontro delle influenze celesti con il mondo umano non è sempre necessariamente rappresentato da un essere umano ma può anche esserlo da qualche altro elemento atto a costituire un appropriato ricettacolo della Presenza divina. Ricordiamo a questo proposito il Tabernacolo o Santo dei Santi ebraico e la Pietra nera della Kaaba islamica che sono detti essere il luogo di manifestazione della Shekinah (in ebraico) o Sakînah (in arabo), e cioè appunto della “Presenza divina”. Cfr. René Guénon, La Grande Triade, cap. XVI.

17 Cfr. René Guénon, La Cité Divine, Études Traditionnelles, Settembre 1950.

18 Del suo vastissimo simbolismo si ritrovano ancor oggi in Occidente parecchi punti di riferimento nel rituale massonico.

19 Vedi René Guénon, Iniziazione e mestieri, Rivista di Studi Tradizionali, Gennaio-Marzo 1962.

20 Ad evitare poetabili equivoci, sarà bene precisare che le caste non devono affatto essere confuse con le classi sociali del mondo profano, le quali anzi ne rappresentano in certo modo proprio il rovesciamento. Infatti, mentre le caste, come ogni istituzione tradizionale, si fondano sulla natura intima degli esseri, le classi sociali del mondo profano sono determinate da fattori esteriori che sono fonte inevitabile di continuo squilibrio.

21 Questo passo del Rig-Vêda si riferisce appunto alla natura profonda delle caste e lascia scorgere le possibilità di realizzazione implicite in essa: «Di Purusha, il Brâhmana fu la bocca, il Kshatriya le braccia, il Vaishya i fianchi, il Shûdra nacque sotto ai suoi piedi» (Rig-Vêda, X, 90). Purusha, che può anche venir assimilato all’Uomo Universale, è il Principio trascendente della manifestazione universale. Le quattro caste dei Brâhmana, Kshatriya, Vaishya e Shûdra sono rispettivamente le caste dei sacerdoti, dei guerrieri, dei commercianti e dei servi.

22 In particolare la medicina tradizionale cinese è pressoché basata interamente sulla conoscenza dei due principi essenziale e sostanziale designati dai termini yang e yin e dei loro rapporti. Cfr. Tullio Masera, L’Agopuntura cinese, Rivista di Studi Tradizionali, Ottobre-Dicembre 1962.

23 Corano, sura 41, versetto 53.

24 Cfr. lo hadîth qudsî: «Chi conosce se stesso conosce il suo Signore».


25 Autorité Spirituelle et Pouvoir Temporel, cap. I, pag. 22.

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