"…la dottrina è infallibile, è a causa del fatto che essa è un’espressione della verità, la quale, in se stessa, è assolutamente indipendente dagli individui che la ricevono e che la comprendono. La garanzia della dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»". René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cap. "Sull’infallibilità tradizionale"

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domenica 11 dicembre 2016

Tomaso Savinelli, Cenni sulla vita di Shrî Shankarâchârya

Tomaso Savinelli
Cenni sulla vita di Shrî Shankarâchârya

Shankarâchârya nacque nel Malabar, sulla costa sud-occidentale dell’India, da una famiglia di brâhmana, verso la fine dell’VIII secolo d. C., secondo quasi tutti gli studiosi moderni, nel 44 a. C., secondo Ânandagiri, suo discepolo 1. 

Shankarâchârya era ed è considerato, in India, un Avatara 2 di Shiva; non stupisce, pertanto, che la sua vita sia densa di fatti straordinari, fin dalla più tenera infanzia. Una volta un cobra gli si attorcigliò intorno al collo e quando la madre accorse spaventata, il cobra assunse la forma di un rosario 3. In un altro episodio riportato dalla tradizione si dice che il piccolo fu un giorno trascinato improvvisamente via da una enorme colonna di polvere rossa; le persone che si erano messe alla sua ricerca tornarono indietro portando con sé parecchi bambini a lui somiglianti; ma quando Shankarâchârya fu trovato in un tempio non lontano e riportato nella sua abitazione, gli altri piccoli lì radunati scomparvero. La cerimonia della tonsura avvenne quando egli ebbe tre anni e, poco dopo, suo padre morì; il ragazzo consolò la madre disperata dicendo che se il padre era morto ciò era stato voluto dall’Altissimo e bisognava pertanto rassegnarsi.
Dopo i cinque anni Shankarâchârya andò a vivere con un Guru (maestro spirituale); ben presto egli si impadronì di tutte le scienze sacre; fu iniziato al brahmachârya 4 e ritenuto qualificato per lo studio dei Vêda.
All’età di otto anni, il ragazzo tornò a casa per vivere con la madre e per servirla; un giorno sua madre, già vecchia, non riuscì a camminare sino al fiume, dove abitualmente si bagnava, e dovette tornare a casa: Shankarâchârya pregò affinché ella potesse ancora bagnarsi e, il giorno dopo, il fiume scorreva accanto alla loro casa.
Quando ebbe l’età per sposarsi (e ciò in India si verifica abbastanza presto) Shankarâchârya disse alla madre che non poteva trarre piacere dalla vita matrimoniale e che, ai fini della realizzazione, avrebbe preferito diventare sannyâsî. Ma la madre, vedova e con quell’unico figlio, si rattristò molto a quella idea. Avrebbe preferito che il ragazzo seguisse la via normale: si sposasse, cioè, assolvendo ai suoi doveri di capo di famiglia, e poi, in tarda età, si dedicasse alle pratiche ascetiche per ottenere la Liberazione. Ma ciò che andava bene per la maggior parte degli uomini non si addiceva a Shankarâchârya; egli voleva bruciare col fuoco della conoscenza tutti i desideri e le ambizioni che sono proprie a un padre di famiglia 5.
Durante questo periodo alcuni saggi vennero da varie regioni per rendere visita a Shankarâchârya, che era ormai ritenuto un Avatara di Shiva. La madre venne così a sapere che il figlio non avrebbe avuto lunga vita e cadde nella disperazione: il ragazzo la consolava, dicendole che il dolore e le sofferenze non sono che il prodotto dell’ignoranza e che non bisognava considerare una fortuna il solo fatto di vivere a lungo.
Il modo in cui Shankarâchârya ottenne dalla madre di divenire sannyâsî è piuttosto singolare. Un giorno, mentre era al fiume per bagnarsi e per rendere grazie, un coccodrillo lo attaccò, gli afferrò un piede e lo trascinò nell’acqua. Alle sue grida di aiuto la madre accorse; egli le disse che aveva ancora pochi istanti di vita e la pregò di concedergli di diventare sannyâsî, poiché, se fosse morto come brahmachârî, non avrebbe ottenuto la Liberazione, in quanto non era sposato, come sarebbe stato necessario. La madre acconsentì e in quel preciso momento il coccodrillo lasciò il ragazzo. Appena tornato a casa, Shankarâchârya disse alla madre che doveva andarsene, per cercare una persona qualificata a trasmettergli l’iniziazione: così, col permesso della madre, il ragazzo si mise alla ricerca di un altro Guru.
Dopo aver camminato a lungo e traversato foreste, fiumi, monti e valli, arrivato nell’India centrale venne a sapere che numerosi saggi conducevano vita ascetica in una caverna. Recatesi là, seppe che tra essi c’era Shrî Govindabhagavat Pâda in stato di samâdhi. Shankarâchârya si dimostrò devotissimo e si prostrò più volte davanti a quel consesso di saggi. Compiaciuto per questo atteggiamento e sapendo di essere in presenza di una incarnazione di Shiva, Govindabhagavat Pâda uscì dal suo stato di samâdhi e acconsentì alla richiesta di Shankarâchârya conferendogli l’iniziazione alla dottrina esoterica.
La catena iniziatica (Guru parampara) a cui Shankarâchârya fu così ricollegato era composta dai seguenti Guru: Vasistha Parâshara – Vedavyâsa – Shuka Yôgîndra – Gauda Pâda – Govindabhagavat Pâda.
L’eremitaggio a cui Shankarâchârya si era recato per ascoltare gli insegnamenti del suo Guru era sulle rive del fiume Narmada; un giorno, dopo una pioggia torrenziale, il fiume straripò e inondò l’agrahâra 6; Shankarâchârya recitò un mantra e subito le acque si ritirarono.
Ora, era stato detto dal saggio Atri Maharshi che chiunque avesse salvato la caverna dalla piena del fiume sarebbe stato la persona adatta a scrivere il commento ai Brahma-sûtra di Bâdarâyana 7.
A questo punto Govindabhagavat Pâda consigliò al suo discepolo di recarsi a Kâshî, luogo famoso di devozione e di studio.
Lì Shankarâchârya cominciò la sua opera di maestro e di commentatore dei testi sacri.
Un giorno Shankarâchârya, mentre si recava ad un santuario, incontrò un chandâla 8 e gli ingiunse di uscire dalla strada. Il chandâla obiettò che non c’è differenza alcuna tra l’Âtmâ 9 di un brâhmana e quello di un chandâla, che il sole splende ugualmente sulle acque del Gange e su un recipiente pieno di orina. Shankarâchârya, dapprima sorpreso, ben presto si accorse di essere di fronte a una incarnazione di Shiva e rispose che effettivamente le cose stavano così e che la differenza tra i diversi aspetti della realtà è solo apparente. Shiva, in forma di chandâla, replicò di non essere altro che una parte di lui stesso e aggiunse che, per adempiere completamente la sua funzione di Avatara, Shankarâchârya avrebbe dovuto recarsi a Badrikâshrama, incontrare Vyâsa e con l’aiuto delle sue benedizioni e istruzioni iniziare il commentario ai Brahma-sûtra. Gli fu anche prescritto di scegliere e preparare dei discepoli capaci di propagare e difendere la giusta interpretazione dei testi sacri. Shankarâchârya, ubbidendo all’ordine, si mise in viaggio.
Quando si incontrò con Vyâsa, Shankarâchârya stava per compiere sedici anni. Poiché avrebbe dovuto essere il termine della sua vita, al fine di consentirgli il lavoro di diffusione e consolidamento della vera dottrina, Vyâsa ottenne di prolungargli la vita di altri sedici anni. Dopo questo incontro, Shankarâchârya ritornò a Khâsî. Ma non si fermò qui; avendo ricevuto da Vyâsa un compito ben preciso, continuò il suo viaggio attraverso l’India, accompagnato da numerosi discepoli.
Le dispute a cui Shankarâchârya si presentava erano lunghissime, a volte duravano giorni e giorni. La sua missione ebbe pieno successo: istituì numerosi monasteri in diverse parti dell’India.
La morte di Shankarâchârya è così descritta dal suo discepolo Ânandagiri: «Mentre era seduto egli assorbì il suo corpo grossolano in quello sottile; poi, distruggendo anche il corpo sottile, divenne puro intelletto; infine, raggiungendo il mondo di Ishvara, divenne simile a un circolo perfetto e si identificò all’Intelligenza che pervade l’universo: in Essa egli tuttora esiste».
È difficile dire esattamente quante opere furono scritte da Shankarâchârya. Alcune forse gli furono attribuite senza essere sue. Secondo Dasgupta, è consigliabile attribuirgli «solo quelle opere che sono state commentate da altri scrittori, poiché ciò mostra che esse hanno la forza della tradizione alle loro spalle» 10.
Seguendo questo criterio, dobbiamo attribuire a Shankarâchârya le seguenti opere:
1) I commenti a dieci Upanisad (Ishà, Taittirîya, Kena, Katha, Prashna, Mundaka, Mândûkya, Aitareya, Chândogya, Brhad-âranyaka).
2) Il commento ai Brahma-sûtra di Bâdarâyana.
3) Il commento alle Mândûkya-Kârikâ di Gaudapâda 11; quest’opera è chiamata Gaudapâdîya-bhâsya o anche Agamashâstra-vivarana.
4) Il commento alla Bhagavad-Gîtâ (Bhagavad-gîtâ-bhâsya).
5) Il Viveka-cûdâmani (Il gioiello della corona di discriminazione), che sembra attribuibile a Shankarâchârya, nonostante non abbia avuto alcun commento.
6) Âtmâ-jnânopadesha.
7) L’Eka-shloka.
8) L’Atmânâtma-viveka, che ebbe quattro commentari.
9) L’Atmopadesha-vidhi.
10) L’Ananda-laharî.
11) L’Upadesha-sâhasri.
L’opera più importante tra quelle elencate è certamente il commento ai Brahma-sûtra, che fu a sua volta commentato da Vâcaspati Mishra nel nono secolo, da Ânandajnâna nel tredicesimo e da Govindânanda nel quattordicesimo secolo. Altri commenti (e anche commenti di commenti) furono scritti, ma quelli citati sono i principali.
Per avere un’idea dell’importanza del commento di Shankarâchârya ai Brahma-sûtra, sentiamo quanto scrive Richard Garbe: «Quasi tutti gli Indù educati nella moderna India, eccetto coloro che hanno abbracciato idee europee, aderiscono al Vêdânta; e tre quarti di questi accettano l’interpretazione di Shankarâchârya ai Brahma-sûtra, mentre gli altri sono divisi tra le varie spiegazioni... offerte dall’uno o dall’altro dei restanti commentatori» 12.

Da: Rivista di Studi Tradizionali n° 31 


1 Cfr. S. Radhakrishnan, Indian Philosophy, vol. II, p. 448, nota 2.
2 Avatara, dalla radice tr (passare) e ava (attraverso) significa «colui che è passato “attraverso” diversi stati».
3 Questa e le altre notizie riportate sono tratte dall’articolo Shri Samkaracarya and his mission di S. Shrikantaya, comparso nel Quarterly Journal of the Mythik Society, 1955-56, pp. 23-31, 134-153; 1956-57, pp. 52-80, 117-149.
4 Il brahmachârya è il primo dei quattro stadi (ashrama) della vita tradizionale indù: consiste nello studio della scienza sacra.
5 «Si può anche accedere al quarto stadio in qualsiasi momento, se si è maturi, ma solo in questo caso, e se il richiamo è irresistibile». Cfr. A. K. Coomaraswamy, Hindouisme et Bouddhisme, Paris, 1966, p. 62.
6 Luogo di riunione oggetto di donazione da parte di un re.
7 I Brahma-sûtra sono l’opera fondamentale del Vêdânta.
8 Nato da un shûdra e da una brâhmana (Manava-Dharma-Shastra, 10, 12), addetto generalmente ai lavori di boia e di becchino.
9 L’Âtmâ è il Sé, il Principio per il quale ogni realtà esiste.
10 Cfr. S. Dasgupta, A History of Indian Philosophy, vol. II, p. 78.
11 Gaudapâda fu maestro di Govinda, a sua volta maestro di Shankarâchârya.
12 Cfr. R. Garbe, voce “Vêdânta” in Hastings, Encyclopaedia of Religion and Ethics, 13 vols., New York, 1928, vol. XII, p. 597.

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