"…la dottrina è infallibile, è a causa del fatto che essa è un’espressione della verità, la quale, in se stessa, è assolutamente indipendente dagli individui che la ricevono e che la comprendono. La garanzia della dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»". René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cap. "Sull’infallibilità tradizionale"

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giovedì 23 marzo 2017

Giovanni Ponte, Dottrine vere e uomini finti

Giovanni Ponte 
Dottrine vere e uomini finti

Come già abbiamo fatto osservare, il punto di vista tradizionale corrisponde concretamente a possibilità di realizzazione e di espansione immensamente più valide di quelle offerte dalla vita “profana”.
Naturalmente, però, perché ciò accada, occorre che il legame con elementi o dottrine tradizionali non si limiti ad un’adesione meramente teorica. Abbiamo preso in considerazione altrove 1 l’importanza di tale adesione teorica, che rappresenta un punto di partenza e un presupposto indispensabile; ma deve essere ben chiaro che essa non conduce proprio a nulla di valido se non è tanto profonda da implicare la tendenza ad una partecipazione più intima e totale del proprio essere. E il più brillante sviluppo mentale, anche se si esprima e si qualifichi con dei termini presi a prestito dalle dottrine tradizionali, non basterà mai a sostituire quella rispondenza fondamentale che può venire soltanto dal centro del proprio essere, cioè dalla sede della vera intuizione intellettuale, rappresentata simbolicamente dal Cuore in tutte le tradizioni: non c’è dunque rimedio, finché il “Cuore” resti indurito.
Questa relativa dissociazione tra l’attitudine mentale e una più profonda facoltà intellettuale è all’origine di un fenomeno abbastanza singolare. Persone che mostrano di essersi già notevolmente avvicinate al punto di vista tradizionale, o per le meno che si considerano persuase da certe enunciazioni tradizionali dell’ordine più profondo e fondamentale, trovano poi una barriera difficilmente sormontabile quando si tratti di trarne le conseguenze al di là di un ambito puramente mentale.
Indubbiamente, rompere un precedente equilibrio illusorio, andare per così dire contro corrente, costruire qualcosa che sia qualitativamente del tutto diverso da ciò a cui sospingono le suggestioni dominanti nella società attuale, comporta difficoltà con l’ambiente e con se stessi, e, per superarle, un certo tempo e una certa maturazione possono essere indispensabili. Ma accade talvolta che queste difficoltà vengano enormemente ingrandite, quasi a giustificare l’assenza di un impegno più serio. Circostanze secondarie e più o meno insignificanti diventano così pretesti da sfruttare per difendersi contro l’eventualità di dover cambiare davvero qualcosa di se stessi, temuta come il più grande dei pericoli, quasi come se il vero spaventoso pericolo non consistesse nel continuare a seguire alla cieca la gran corrente della vita “profana”.
In qualche caso, poi, questo stato di cose è aggravato da un’attitudine di falsa sicurezza che si rafforza proprio appoggiandosi ad aspetti tra i più elevati delle dottrine tradizionali, alle stesse enunciazioni metafisiche 2, malamente intese e peggio applicate. Così, ad esempio, con una strana confusione di piani, l’idea dell’inalterabilità del “Sé” trascendente viene in qualche modo riferita alla propria condizione presente, alimentando un’impressione cerebrale di padronanza e di autosufficienza del tutto illusoria.
In questo modo, ad una presunta impotenza pratica messa davanti a se stessi a propria giustificazione si può benissimo associare un certo senso di indifferente superiorità completamente contraddittorio, ma in effetti utilizzabile anch’esso al medesimo scopo di esimersi ad ogni costo dallo scomodarsi a ricercare una realizzazione che porti al di là del mondo tutt’altro che rassicurante nel quale si è immersi e dal quale si è abituati a subire, con perseverante incoscienza, ogni sorta di determinazioni. E questa posizione è tanto più insostenibile se si riflette alla condizione di maggiore responsabilità di chi ha cominciato a comprendere certe cose, e che non può ritornare ad una situazione di ignoranza pura e semplice. Questa maggiore responsabilità, beninteso, non si riduce ad una diversa condizione “morale”, ma soprattutto rende di fatto il proprio comportamento assai più impegnativo, ed anche l’inazione non potrebbe certo considerarsi indifferente nel gioco di azioni e reazioni concordanti che determinano il divenire di un essere, quando essa corrisponda al rifiuto di possibilità spirituali che sono perseguibili ad un certo momento e che potrebbero non più esserlo in seguito.
Eppure, l’iniziale partecipazione alla metafisica tradizionale dovrebbe e può normalmente avere conseguenze ben diverse ed assumere un’importanza decisiva, anche per persone estranee ad ogni altro legame con la tradizione. Quando quella partecipazione non rimanga rinchiusa sul piano mentale, quando sia tanto sincera da toccare veramente il “Cuore” dell’essere umano, essa, ben lungi dal favorire sofismi di comodo, sbarazza il campo dalle complicazioni immaginarie, ed allora vi è una questione che non può essere elusa: poiché nonostante la comprensione teorica della metafisica la propria realtà di fatto rimane limitata e limitatrice, e ancora non si può fare a meno di identificarsi ad essa, come raggiungere la sua risoluzione effettiva nella realtà metafisica, e, anzitutto, come stabilire tra questi due diversi gradi di realtà un legame cosciente, il quale soltanto, ormai, potrà dare un “senso” alla propria esistenza?
D’altra parte, il mutamento di prospettiva permette anche di vedere come il senso profondo della vita tradizionale sia proprio la risposta a quella fondamentale questione. Anche le determinazioni particolari e limitative insite inevitabilmente in ogni forma di vita tradizionale appaiono quindi in una nuova luce, illuminate dalla consapevolezza dello scopo verso il quale conducono, che è appunto la realizzazione della realtà metafisica; e, secondo una nota immagine, la zattera può essere indispensabile ad attraversare la corrente, anche se dopo la traversata sarà un inutile ingombro da lasciare indietro.
La vita tradizionale è dunque in certo modo la “pietra di paragone” della sincerità dell’adesione alla dottrina metafisica.
Si può osservare ancora, a questo riguardo, che l’attivazione di un legame cosciente tra la propria condizione di fatto e la realtà metafisica implica anche, in un modo o in un altro, la presa di coscienza di uno stato di subordinazione e di sottomissione; e, finché vi è dualità, vi è anche un rapporto di dipendenza totale verso il Principio. La vita tradizionale, la vita rituale, attiva continuamente la consapevolezza di tale rapporto; e proprio ciò può condurre al di là delle forme molteplici del mondo umano, nella condizione centrale di chi, appunto perché in rapporto diretto con la realtà principiale, realizza perfettamente la propria “sottomissione” cosciente al Principio, base di ogni realizzazione trascendente: è questo, secondo l’espressione taoista, lo stato dell’“uomo vero”.
Coloro che invece evitano di affrontare le difficoltà che comporta l’assunzione di una vita tradizionale, restando al di sotto delle sue forme, rinchiusi in una partecipazione puramente mentale alle dottrine tradizionali, non possono che realizzare di fatto una “sottomissione” incosciente alle illusioni della “vita ordinaria”. Finché rimangono in questo stato, è inutile che cerchino di farsi valere appoggiandosi a dottrine vere: sono degli uomini finti.

Tratto da: Rivista di Studi Tradizionali n° 5




1 Vedi Il primo lavoro da compiere, nel numero 3 di questa rivista.


2 Ci riferiamo qui in particolare ad enunciazioni del Vêdânta, del Taoismo, del Buddismo Zen e dell’esoterismo islamico, diventate più note in Occidente in questi ultimi tempi.

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