"…la dottrina è infallibile, è a causa del fatto che essa è un’espressione della verità, la quale, in se stessa, è assolutamente indipendente dagli individui che la ricevono e che la comprendono. La garanzia della dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»". René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cap. "Sull’infallibilità tradizionale"

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sabato 29 aprile 2017

Giovanni Ponte, Metafisica e “tradizionalismo”

Giovanni Ponte 
Metafisica e “tradizionalismo”

Alcuni lettori hanno lamentato il fatto che i nostri scritti si mantengano, a loro giudizio, su di un piano astratto e volutamente indeterminato.Chi ha seguito la nostra rivista avrà però avuto modo di capire che ciò che è astratto non rappresenta per noi né un punto d’arrivo né una soddisfazione qualsiasi di non sappiamo quali tendenze filosofeggianti, che ci sono in realtà del tutto estranee.
Nel nostro precedente articolo (1) abbiamo già insistito abbastanza sulla sciocchezza di un’esaltazione pseudo-metafisica e pseudo-tradizionale mantenuta indefinitamente su un piano soltanto mentale, mettendo in chiaro che quel che conta secondo noi è ben altro.
Se varie questioni sono state trattate qui in termini generali e con riferimenti a idee di ordine universale, scambiate senza dubbio da molti per concetti “astratti”, ciò si deve soprattutto al fatto che la considerazione e la comprensione di quelle idee è del tutto essenziale e indispensabile per procedere ad un lavoro effettivo in senso tradizionale, secondo il pieno significato che ha per noi questo termine.
Quando il lavoro da compiere si presenti come dettato da un’autentica vocazione intellettuale, vocazione a quella conoscenza che coincide con la realizzazione stessa di ciò che sta al di là delle apparenze illusorie, allora si può comprendere perché occorra anzitutto riuscire a riferirsi e ad assentire a quei principi che, soli, stanno appunto al di là dell’illusione, e che sono al tempo stesso la fonte universale e immutabile della Tradizione, qualunque forma abbia rivestito quest’ultima nei suoi molteplici adattamenti esteriori, secondo le diverse condizioni dell’umanità.
Questo preliminare riferimento teorico ai principi metafisici è certo poco compatibile con la generale fretta di vedere subito dei risultati esteriori, propria della mentalità occidentale; ma non vi è nessun motivo legittimo di soddisfare tale impazienza con il rischio di dimenticare le fondamenta di quello che si tratta di costruire; ed anzi, occupandoci prima di tutto della natura di tali fondamenta è anche più facile dare a qualcuno la possibilità di porsi corretta mente certi problemi, giungendo egli stesso a certe conclusioni (il che può essere assai meglio che vedersela presentare per così dire dall’esterno) e ad applicazioni sue proprie, valide secondo le circostanze e le possibilità.
Tutto ciò, come è facile capire, non ha niente a che vedere con una presunta “propaganda” per l’esoterismo, la quale non potrebbe che riguardare una contraffazione di quest’ultimo, incontrando magari, con l’indulgere alle debolezze della mentalità corrente, un “successo” immediato assai più vistoso.
D’altra parte, è importante chiarire bene che l’accesso ai principi e alla dottrina metafisica è possibile soltanto con un’intuizione che vada al di fuori e al di là di ogni prospettiva particolare, come ad esempio una prospettiva scientifica od una prospettiva religiosa. Enunciazioni come quella della “non-dualità” principiale, della Possibilità infinita, della “totalizzazione” illimitata nello stato incondizionato dell’“Identità suprema”, degli stati multipli dell’essere e della loro gerarchia, a cui si connette strettamente il concetto stesso di Tradizione (2), non si possono intendere nella loro decisiva evidenza se vengano racchiusi e subordinati ad una forma limitata qualsiasi, anche se si tratti di una forma autenticamente tradizionale. Per contro, proprio da un’intuizione metafisica, dapprima anche soltanto teorica, si può discendere alla considerazione di ogni forma tradizionale particolare, vedendone allora la giustificazione non in virtù di una semplice credenza, ma per la partecipazione ad una conoscenza vera; e, in particolare a questo riguardo, la comprensione metafisica teorica, quando sia sufficientemente ampia e approfondita, può fornire davvero quella “bussola infallibile” che pensiamo dovrebbe cercare di ottenere chiunque intenda perseguire una via di realizzazione conoscitiva.
Quanto abbiamo detto, implica che ogni forma particolare in cui si può concretare la vita tradizionale, ben lungi dall’opporsi alla metafisica vera ed universale, od all’esoterismo che ne detenga la dottrina, trova in essa il fondamento più essenziale ed incrollabile (3). Ma d’altra parte può accadere che i rappresentanti di una determinata forma tradizionale abbiano completamente perso di vista la dottrina metafisica di cui abbiamo parlato, giungendo a considerare la propria dottrina particolare come autonoma e non subordinata a quella Conoscenza che è indipendente da ogni forma e tutte le domina ad un tempo.
Esempi caratteristici in questo senso sono quelli che poterono prodursi nel campo delle scienze tradizionali, allorché sopravvissero forme di magia senza il persistere di scienze cosmologiche più profonde e nell’ignoranza, appunto, della metafisica. E là dove, per un necessario adattamento all’ambiente, si sia operata una distinzione tra “esoterismo” ed “exoterismo” tradizionale, ritroviamo un caso analogo quando avvenga una frattura tra questi due domini, e l’esoterismo scompaia o sia comunque generalmente misconosciuto. Una civiltà in cui ciò accada, venendo a mancare di ogni legame diretto ed effettivo con i principi superiori, non può che perdere a poco a poco le sue caratteristiche tradizionali, le quali permarranno ormai quasi come le membra di un organismo vivente che sia stato abbandonalo dallo spirito.
In queste condizioni, che sono quelle dell’Occidente moderno (4), il ritrovamento preliminare della dottrina metafisica diventa ancor più indispensabile. Infatti, mentre in una situazione normale l’approfondimento della vita tradizionale così come la si trova di fatto in seno alla società può aprire di per sé delle possibilità illimitate, condizionate soltanto dalle qualificazioni di ciascuno, nel caso di una frattura tra esoterismo ed exoterismo è chiaro che la semplice assunzione di quest’ultimo comporta il rinchiudersi nelle sue stesse limitazioni, che rappresenteranno così una vera e propria barriera. Le migliori intenzioni non potranno certo ovviare alla deficienza di conoscenza; qualsiasi azione intenzionalmente tradizionale si svolgerà come alla cieca, senza possibilità di impedire alla radice l’allargarsi della frattura rispetto a quei principi che sono stati persi di vista e che sono rimasti esclusi dal proprio orizzonte intellettuale. Una partecipazione sentimentale a certi elementi tradizionali, oltre al permanere di qualche vestigia di vita rituale, potrà forse mantenere per lo meno un legame indiretto ed incosciente con i principi, preservando da una completa “perdizione”; il resto sono illusioni.
A questo potranno forse riflettere quei “tradizionalisti” i quali pongono, al primo posto delle loro preoccupazioni, una restaurazione tradizionale nel campo sociale, che è proprio il più esteriore e presuppone la rivivificazione degli aspetti più interiori della tradizione: soltanto tale rivivificazione, del resto, potrebbe determinare anche le modalità particolari di quella restaurazione, variabili secondo i tempi e i luoghi e del tutto imprevedibili, specie nel disordine attuale, sulla base di considerazioni necessariamente estrinseche (5).
Purtroppo, l’attaccamento a simili impostazioni “tradizionalistiche” può non soltanto essere sterile, ma rappresentare anche un ingombrante bagaglio interiore che esclude il formarsi di un terreno adatto per un lavoro di ordine più profondo.
Assai più proficua può essere l’attitudine iniziale di chi abbia la capacità e il coraggio di cominciare per così dire da zero, evitando in tal modo di porre da se stesso degli ostacoli all’efficacia di quella presa di contatto con la metafisica tradizionale sulla quale abbiamo più volte insistito. È importante notare che anche le circostanze e le possibilità di fatto offerte al momento attuale in Occidente si possono presentare allora in una nuova luce, e ci auguriamo di aver modo di esaminare questo argomento anche sulla presente rivista, nella misura in cui ciò è possibile in una pubblicazione che, ovviamente, non può tener conto dei diversi casi e delle diverse caratteristiche personali, le quali hanno una portata variabile e determinante quando si tratta di questioni che toccano necessariamente il campo “pratico”.
Ma vi è ancora un altro aspetto dell’efficacia della presa di contatto con la metafisica tradizionale che non può non riflettersi in un modo decisivo anche sul piano pratico, benché la sua ragion d’essere sia più nascosta: un vero assentimento intellettuale implica sempre, nell’essere umano, un mutamento in profondità delle sue condizioni, e questo mutamento, ancorché possa sfuggire in gran parte alla coscienza individuale, crea naturalmente dei rapporti nuovi con le stesse influenze spirituali, dal cui intervento dipende, in definitiva, qualsiasi realizzazione effettiva.

Tratto da: Rivista di Studi Tradizionali n° 6




1 Dottrine vere e uomini finti, nel numero 5 di questa rivista.

2 Ci limitiamo qui a questi brevissimi accenni alla metafisica tradizionale, che verranno intesi da chi già conosca ciò a cui alludiamo e che potranno servire come riferimento a chi intendesse approfondire l’argomento. Naturalmente, non possiamo pensare di riesporre qui la dottrina metafisica tradizionale, la cui comprensione teorica adeguata è possibile solo attraverso un impegnativo e non affrettato lavoro di studio e di meditazione. Del modo di perseguire una tale ricerca teorica nelle attuali condizioni abbiamo già parlato in un precedente articolo (Il primo lavoro da compiere, nel numero 3 di questa rivista).

3 L’adesione alla metafisica tradizionale comporta naturalmente l’attitudine meno esclusiva possibile nei riguardi di tutto ciò che è tradizionale, ed a questa attitudine abbiamo tempre inteso conformarci. Questo basta a dimostrare l’inconsistenza della critica che ci è stata rivolta, di limitare «in maniera notevolissima» «la molteplicità dei comportamenti secondo le vocazioni che ogni tradizione suggerisce per tenersi in ordine con una direzione verso l’alto». Ed è piuttosto singolare che questa accusa di esclusivismo ci sia venuta proprio da chi, nella pagina successiva, pretende che «l’utilizzazione degli insegnamenti tradizionali» sia feconda soltanto se racchiusa nella «misura» di una certa forma religiosa (vedi L’Alfiere, dicembre 1962, pagg. 15-16). Teniamo d’altra parte ad osservare che nella prima parte della recensione di cui parliamo, scritta da Silvio Vitale, l’autore ha cercato di esporre fedelmente i concetti espressi nei primi tre numeri di questa rivista senza travisarli, del che gli siamo grati. Sembrerebbe che la sua critica nei nostri riguardi sia stata determinata anche da una nostra presunta negazione della validità di un lavoro di critica storica svolto dal punto di vista tradizionale. Precisiamo dunque, con l’occasione, che riteniamo invece che anche le ricerche specifiche in campo storico, volte a raddrizzare le falsificazioni antitradizionali ed a comprendere il senso di elementi tradizionali del passato, possano condurre senza dubbio ad utili riflessioni, ma ciò non toglie affatto che sia preminente anzitutto la ricerca di quelle “chiavi della conoscenza”, se così si può dire, le quali soltanto rendono veramente sicura anche l’interpretazione della storia.

4 Ritorniamo su questo punto, con considerazioni di carattere più specifico, nella terza parte dell’articolo La situazione spirituale dell’Occidente, di prossima pubblicazione.


5 È davvero sorprendente che qualcuno abbia creduto di giustificare questa preminenza della preoccupazione sociale considerando che ciò che è più interiore e centrale è certo sempre presente, data la sua stessa natura perenne, talché il lavoro da compiere dovrebbe riguardare proprio l’esteriore. Ma come si può pensare di compiere un’azione esteriore valida in senso tradizionale senza preoccuparsi di realizzare prima concretamente il legame con quel Centro perenne, dal quale soltanto, del resto, potrà venire poi, eventualmente, una direttiva ai fini di qualsiasi opera esteriore autenticamente tradizionale? Né vale qualificarsi ad esempio con riferimenti, ahimè, oggi soltanto letterari e retorici, ai Cavalieri del Graal, dato che non si tratta affatto di ricollegarsi a centri spirituali e a forme iniziatiche in modo soltanto “ideale”!

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