"…la dottrina è infallibile, è a causa del fatto che essa è un’espressione della verità, la quale, in se stessa, è assolutamente indipendente dagli individui che la ricevono e che la comprendono. La garanzia della dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»". René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cap. "Sull’infallibilità tradizionale"

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lunedì 11 dicembre 2017

Silvio Grasso, Un insegnamento Zen del maestro Huang-Po

Silvio Grasso
Un insegnamento Zen del maestro Huang-Po

Nel volumetto The Zen Teaching of Huang Po (Editore Rider, Londra, 2a ed., 1959). John Blofeld presenta la sua traduzione di un testo buddista cinese del nono secolo, il Po Ch’uan Hsin Fa Yao, una raccolta di insegnamenti attribuiti tradizionalmente al Maestro Huang Po.
Questo grande Saggio appartenne, come è noto, alla corrente buddista che, venuta dall’India con il nome di Dhyâna (lett. Contemplazione diretta), si propagò in tutto l’Estremo Oriente, fino al Giappone dove assunse il nome, più conosciuto in Occidente, di “Buddismo Zen”.
Nei discorsi di questo Maestro, che venne chiamato dai posteri «II Maestro Zen che distrugge ogni limite», viene messo in particolare evidenza il concetto – che sta a fondamento di tutte le dottrine e forme tradizionali – del Principio unico ed assoluto, realtà totale ed incondizionata dalla quale tutti gli esseri contingenti traggono la loro realtà relativa. Per dare un’idea adeguata del suo particolare modo di espressione citeremo alcuni brani del primo discorso della raccolta che ci appaiono particolarmente incisivi e ricchi di significato. (Abbiamo preferito rendere il termine “hsin” con Principio anziché con Mente (Mind) come fa il Blofeld, perché ci pare che “Principio” si avvicini di più al significato essenziale che il termine assume nel testo; inoltre riteniamo che “Mente”, per quanto corrisponda effettivamente ad uno dei principali significati di “hsin”, si presti facilmente ad inutili malintesi).
II Maestro disse: «Tutti i Budda e tutti gli esseri sensibili non sono nient’altro che il Principio unico, al di fuori del quale nulla esiste. Questo principio, che è senza inizio, non è nato ed è indistruttibile. Non è verde né giallo, e non ha né forma né apparenza. Non appartiene alle categorie delle cose che esistono o non esistono, e non può essere concepito in termini di nuovo o vecchio. Non è né lungo né corto, né grande né piccolo, poiché trascende ogni limite, ogni misura, ogni traccia o paragone. È ciò che sta innanzi a voi, ma se vi mettete a ragionare su di esso, ecco, siete già in errore. È simile al vuoto illimitato che non può essere scandagliato né misurato. Il Principio unico solo è il Budda, e non vi è distinzione fra il Budda e gli esseri sensibili se non questa: che gli esseri sensibili sono attaccati alle forme e cercano esteriormente lo stato di Budda. Proprio con il cercarlo lo perdono, perché usano (il concetto che si fanno del) Budda per raggiungere il Budda e usano la ragione per afferrare il Principio. Anche se facessero il massimo che è loro possibile per un intero ciclo cosmico, non potrebbero raggiungerlo. Essi non sanno che se arrestassero ogni percezione distintiva e si svincolassero da ogni stato contingente, il Budda apparirebbe loro, perché il Sé (identico al Principio) è il Budda e il Budda è tutti gli esseri viventi. Esso non viene sminuito per il fatto di essere manifestato negli esseri comuni, né viene ingrandito dal fatto di essere manifestalo nei Budda.
***
Quanto all’eseguire le sei pâramitâ ed un gran numero di simili pratiche, o quanto all’acquistarsi meriti innumerevoli come i granelli di sabbia del Gange, talché tu divenga fondamentalmente completo in ogni aspetto, simili infime pratiche non aggiungerebbero alcunché alla Sua perfezione. Quando è il caso di compierle, compile; e quando non è più il caso, resta immobile. Se tu non sei assolutamente convinto che il Sé è il Budda, e se sei attaccato alle forme, ai riti, alle pratiche meritorie, il tuo modo di considerare le cose è sbagliato e del tutto incompatibile con la Via (della Conoscenza suprema). Il Sé è il Budda. e non vi sono altri Budda né altri sé. Esso è ampio e senza traccia come il vuoto, non ha alcuna forma né apparenza. L’Eterno Budda non è un Budda di forma o attaccamento. L’adempimento delle sei pâramitâ e di miriadi di simili pratiche con l’intenzione di divenire un Budda in virtù di esse significa progredire per gradi, ma l’Eterno Budda non è un Budda di gradi. Soltanto risvegliarsi al Principio unico, e non vi è assolutamente null’altro da raggiungere. Questo è il vero Budda. Il Budda e tutti gli esseri sensibili sono il Principio unico e nient’altro.
***
II Principio è simile al vuoto nel quale non vi è né confusione né difetto, come avviene quando il sole ruota in esso irraggiando i quattro angoli del mondo. Perché, quando il sole sorge ed illumina tutta la terra, il vuoto non acquista splendore; e quando il sole tramonta, il vuoto non si oscura. La luce e le tenebre si alternano, ma la natura del vuoto rimane inalterata. Così ne è del Principio del Budda e degli esseri sensibili. Se tu consideri il Budda come un essere dall’apparenza pura, ampia od illuminata, e se consideri gli esseri sensibili come esseri dall’apparenza impura, oscura, mortale, questi concetti, che sono la conseguenza dell’attaccamento alla forma, ti impediranno di raggiungere la suprema Conoscenza, anche se dovessero trascorrere tanti cicli cosmici quanti sono i granelli di sabbia del Gange. Non vi è che il Principio unico e non vi è alcunché d’altro su cui appoggiarsi, poiché questo Principio è il Budda. Se voi discepoli nella Via non vi risvegliate all’essenza del Sé, oscurerete la Presenza del Principio con il pensiero concettuale, cercherete il Budda al di fuori di voi, e rimarrete attaccati alle forme, ai riti e così via; e tutto questo è nocivo ed estraneo alla Via della Conoscenza suprema».

Pensiamo che testi come questo, che mettono in particolare evidenza il concetto del Principio illimitato ed incondizionato, del quale nel linguaggio vedico è detto «tu sei Ciò», possano far sorgere il problema della realizzazione, da parte dell’essere che si trova nello stato umano, di quella Realtà unica che costituisce il vero Sé di tutti gli esseri manifestati. Ed infatti, la realizzazione di questa Realtà assoluta e totale rappresenta in fondo il fine ultimo di tutti gli esseri e la base stessa dell’Universo (cfr. lo Hadîth qudsî: «Ero un tesoro nascosto, volli essere conosciuto e creai i mondi»). La realizzazione di questo Principio «che è senza inizio, non è nato ed è indistruttibile» implica evidentemente il superamento non solo dei limiti inerenti alla natura umana, ma anche di ogni altra possibile limitazione, e la funzione dell’iniziazione, intesa nel suo senso pieno, è proprio quella di condurre l’essere che si trova nello stato umano al superamento dei limiti inerenti a quello stato in vista poi del trascendimento di ogni qualsiasi stato contingente fino alla realizzazione dello Stato supremo incondizionato. D’altra parte, come è unanimemente affermato in tutte le dottrine tradizionali, «il Sé non può essere raggiunto che dal Sé» e «nessuno Lo conosce se non Lui», ed è per questo che l’iniziazione deve implicare necessariamente un ricollegamento diretto con il Principio unico dell’Universo. Queste osservazioni potranno anche fare intuire quale debba essere la natura di un Maestro spirituale inteso nel pieno senso iniziatico, ed anzi qualcuno, considerando lo stato di estremo allontanamento dal Principio caratteristico del mondo attuale, potrà forse dubitare che ancora possano vivere sulla terra ai nostri giorni degli esseri che abbiano realizzato effettivamente (se è lecito esprimersi così per alludere a qualcosa che trascende ogni possibile modo di successione temporale o sovratemporale) l’identità con il Principio Supremo. È però importante comprendere che, in definitiva, l’esistenza stessa di questo mondo dipende dalla loro presenza, perché solo mediante essi si mantiene il legame fra la Realtà principiale ed il mondo terrestre. D’altra parte, è ben vero che, nelle condizioni del mondo attuale, la ricerca di un autentico Maestro (anche senza intendere con questo termine un essere che sia identificato effettivamente al Principio incondizionato, ma semplicemente un essere che per realizzazione e per funzione si trovi in uno stato di partecipazione cosciente con il mondo principiale e svolga un’azione mediatrice fra questo ed il mondo umano) non può che presentarsi come estremamente ardua ed incerta.
Per quanto la cosa possa già apparire evidente di per sé, non sarà forse inutile far notare, dato che abbiamo fatto riferimento ad un testo Zen, che, per molteplici ragioni, i metodi di realizzazione Zen, i quali sono già estremamente duri e difficili per degli Orientali, non sono praticamente utilizzabili per degli Occidentali. Ci si può anzi chiedere, in queste condizioni, quali siano il valore ed il significato reali dei tentativi fatti in questi ultimi tempi per una specie di “esportazione” dei metodi Zen, i quali, per degli Occidentali impreparati, non possono che avere l’effetto di aumentare in loro il disordine e la confusione.
Crediamo inoltre opportuno osservare che, se è ben vero che nessuna pratica purificatoria o rituale può essere di alcuna efficacia per il raggiungimento della Conoscenza suprema, essendovi una totale impossibilità di rapporto fra il limitato e l’Illimitato, è pur anche vero che, nelle condizioni di estrema impurità e dispersione in cui si trovano inevitabilmente anche le persone più qualificate fra gli Occidentali moderni, un’attitudine “quietista” non potrebbe che essere nociva, non corrispondendo minimamente a quello «svincolarsi da ogni stato contingente» di cui parlano gli insegnamenti Zen. E riteniamo che, per chi attualmente in Occidente aspiri ad impegnarsi in una via di realizzazione iniziatica, sia assai più opportuno raccomandare anzitutto una costante attitudine di discriminazione e di lotta verso i propri pregiudizi e difetti naturali ed una pratica assidua di una vita tradizionale e rituale. E questo, non certo per ottenere immediatamente la Conoscenza suprema, ma semplicemente per raggiungere un indispensabile grado di purificazione e di equilibrio che possa servire di base ad un proficuo lavoro iniziatico.

Tratto da: Rivista di Studi Tradizionali n° 4

1 commento:

  1. Il maestro non può scegliersi il discepolo così come il discepolo non può scegliersi il maestro. È il Mistero assoluto a scegliere per entrambi.

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