"…la dottrina è infallibile, è a causa del fatto che essa è un’espressione della verità, la quale, in se stessa, è assolutamente indipendente dagli individui che la ricevono e che la comprendono. La garanzia della dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»". René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cap. "Sull’infallibilità tradizionale"

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domenica 19 marzo 2017

‘Abd Al-Qâdir, La parabola della creazione rinnovata (Mawqîf 119)

‘Abd Al-Qâdir
La parabola della creazione rinnovata
Mawqîf 119

Dio ha detto:
“Tuttavia, essi dubitano a proposito di una nuova creazione”.[1]
Egli ha detto anche:
“Il Nostro ordine è una sola Parola, esso è rapido come un batter di ciglio”.[2]
Egli ha detto ancora:
“Si, ogni cosa, Noi l’abbiamo creata”[3], con la lettura di “ogni” al nominativo.[4]
Egli ha detto infine:
“Dì: se il mare fosse stato inchiostro per scrivere le parole del mio Signore, esso sarebbe sicuramente prosciugato prima che le parole del mio Signore siano esaurite, anche se aggiungessimo una quantità di inchiostro uguale alla prima”.[5]

È riferito nella tradizione profetica seguente che l’Inviato (saws) ha detto: “Io vengo dalla luce del mio Signore e i credenti procedono dalla mia luce”.[6] E ancora: “La luce del tuo profeta è la prima cosa che Dio ha creato, oh Jâbir”.[7]
Sappi che il Reale mi ha fatto contemplare il senso di questo versetto e di queste tradizioni profetiche in una santissima contemplazione vertente sull’Essenza, sotto un certo aspetto e, sotto un altro aspetto, in una santa contemplazione vertente sugli attributi, e tutto ciò grazie alla parabola che Egli mi ha esposto.
Ho visto una luce simile ad un faro che si elevava nel cielo fino alle nuvole. E di fronte, una candela sempre simile ad un faro che si elevava nel cielo fino alle nuvole. Il faro di luce dominava sul cero; lo attaccava e rimaneva sempre dopo di lui. Quando la luce si produceva con forza e intensità, spegneva la candela. Quando la forza e l’impetuosità della luce lo permetteva, la candela si accendeva sulle tracce lasciate dalla luce. Poi, con la sua forza, la luce respingeva il cero e lo spegneva; in seguito, quest’ultimo si accendeva di nuovo con le tracce rimanenti della luce; e così di seguito per l’eternità.
Appresi, nel corso di questa contemplazione, che la candela era il simbolo della realtà muhammadiana chiamata presenza della possibilità, hylé[8] del mondo, ecc… È quella che riceve l’illuminazione e l’estinzione, l’esistenziazione e l’annientamento. Il faro della luce, quanto alla sua forza e alla sua impetuosità, è il simbolo dell’unità. Da un altro lato, la candela è il simbolo del grado della divinità. Ora l’unità esige per la sua realtà la negazione e l’annientamento di quel che la sdoppia, perché sia effettiva l’unità reale e che scompaia l’alterità metaforica. Quando essa si manifesta, la luce del candeliere sparisce e non ne rimane nient’altro. La divinità che è il grado dei nomi, ricerca la manifestazione dei loro effetti; allora il cero si accende, perché la divinità serve da inchiostro all’Essenza una, nella manifestazione sotto la forma dell’altro. Dunque la divinità è il grado dell’Essenza una: essa non ha né particolarità né alterità. Le creature, quanto a loro, esistono sempre tra queste due esigenze, l’esigenza dell’unità e quella della divinità. Esse sono dunque sempre tra l’esistenziazione e l’annientamento. Tale è il senso della creazione rinnovata a proposito della quale le persone si sbagliano. L’efflusso con forza della luce sulla candela, l’estinzione di quest’ultima, la riaccensione e la ripetizione di questo non si sviluppano nel tempo e secondo un ordine manifesto, se non al piano della comprensione. D’altra parte, il momento di questa operazione coincide con quello dell’altro, proprio come per il lampo; il momento del suo irraggiamento corrisponde a quello dell’illuminazione dello spazio, il quale corrisponde a quello dello svelamento delle cose operate grazie a lui, il quale, a sua volta, corrisponde al momento della fissazione dello sguardo sulle cose. Al livello dei sensi, non vi è successione in queste operazioni, questo non esiste che sul piano della ragione. Tale è l’ordine divino ed è ciò che significa questo versetto: 
“Il Nostro ordine è una sola Parola; essa è rapida come un batter d’occhio”[9].
Il Suo ordine è per Lui un attributo e il Suo attributo è la Sua Essenza stessa. La Luce, che è esistenziata nella candela quando la si accende e che sparisce quando la si spegne, è l’essenza della luce destinata alla candela, che essa sia accesa o spenta; essa non è nient’altro, poiché la realtà luminosa nei due casi è unica. Non la si conta che in funzione della manifestazione e della determinazione. E succede lo stesso, a livello dei sensi, quando si accende una lampada con un’altra: la seconda fiamma è l’essenza stessa della prima; essa appare di un altro stoppino, ma non è diversa dalla prima. Perché è la stessa che è dapprima esistenziata in un supporto di manifestazione, mentre non esiste ancora in un altro. Tale è il senso del versetto: “Si, abbiamo creato ogni cosa”[10].
Questa accensione successiva e continua è l’effetto delle parole di Dio che non bruciano mai. Considera dunque questa informazione e l’esempio sublime:
“Ecco degli esempi che proponiamo agli uomini, ma coloro che sanno sono i soli a comprendere”[11].
Gli esempi sono proposti alle genti cioè a coloro che gioiscono della qualità d’umanità e non all’essere vivente puro e semplice. Non comprendono e non sanno che questi esempi non hanno in essi stessi il loro scopo, perché non sono che delle scale con le quali si sale fino a dove si vuole arrivare, al punto che l’intelligibile diventa sensibile, unicamente che i detentori della vera scienza. In effetti, essi passano dal senso letterale apparente di questi esempi al senso nascosto. Sono i veri sapienti che sanno che la scienza, il sapiente e l’oggetto della scienza sono una sola e stessa essenza i cui nomi si moltiplicano in funzione del numero delle sue attribuzioni. Non si tratta dei sapienti che dicono che il sapiente e l’oggetto della scienza sono delle realtà differenti e che la scienza è un’altra realtà differente delle due precedenti. Tuttavia questa non è una scienza, perché non è che immaginazione. Ho inteso dire questo in una visione tra il sonno e la veglia: “La realizzazione della cerca della scienza mistica non è in questione”. Ciò che significa che colui che cerca a proposito di tale questione, una volta esaminatala, questa lo renda pronto a ciò che vi è dietro la questione e una volta esaminato anche questo è perché era pronto dietro la questione, ed egli è nuovamente pronto e così di seguito. Così le questioni a proposito della mistica sono senza fine, senza parlare dell’Essenza pura, assolutamente invisibile. Là ha fine ogni espressione, cessa ogni allusione e comincia il mare delle tenebre. Al termine di questa contemplazione, il Reale mi getta la Sua Parola: “Il loro Signore li disseterà con una bevanda assai pura”[12]. Vale a dire, quando il Reale introduce qualcuno nel giardino della Sua conoscenza, Egli l’abbevera della bevanda della scienza e dello svelamento delle realtà. Bevanda pura dalle sporcizie dell’ambiguità e dal dubbio, purificata dalle sozzure dei pensieri e preservato dall’inquinamento della natura.

[1] Corano 50, 15. Questo versetto è ugualmente commentato in Mawqîf 39.
[2] Corano 54, 50. Ibid., in Mawqîf 39, 62, 91, 107, 119 e 162.
[3] Corano 54, 49. Ibid., 64, 75 e 93.
[4] Perché, secondo la lettura ufficiale attuale, “ogni” (kulla) è all’accusativo.
[5] Corano 18, 109. Questo versetto è ugualmente commentato in Mawqîf 28.
[6] Tradizione non repertoriata da Wensinck.
[7] Ibid., essa è evocata in Mawqîf 89.
[8] Ossia, la materia primordiale. Vedere Mawqîf 49 e 89.
[9] Corano 54, 50
[10] Corano 54, 49
[11] Corano 29, 43
[12] Corano 76, 21

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