"…la dottrina è infallibile, è a causa del fatto che essa è un’espressione della verità, la quale, in se stessa, è assolutamente indipendente dagli individui che la ricevono e che la comprendono. La garanzia della dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»". René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cap. "Sull’infallibilità tradizionale"

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domenica 23 aprile 2017

Shankarâchârya, Dṛgdṛśyaviveka La discriminazione tra Sé e non-Sé

Shankarâchârya
Dṛgdṛśyaviveka
La discriminazione tra Sé e non-Sé

A causa di distinzioni quali: blu, giallo, grosso o sottile, corto o lungo, ecc., l’occhio, come unità, percepisce la varietà delle forme.
L’occhio [vista] è penetrante, offuscato oppure è cieco: e queste caratteristiche possono essere percepite perché la mente è un’unità. Ciò si applica anche [a tutti gli altri organi]: orecchio, pelle, ecc.
La Coscienza illumina il desiderio, la risolutezza e l’incertezza, la fede e l’incredulità, la perseveranza e l’incostanza, l’umiltà, la comprensione, il timore, ecc., perché [Essa] è un’unità.
Questa [Coscienza] non ha né nascita né crescita né morte; Essa è sempre autosplendente e, senza l’aiuto di alcuno, illumina ogni cosa.
Un riflesso di pura Coscienza permea la buddhi dandole intelligenza. La buddhi si rivela sotto una duplice natura: come fattore egoico e come mente.
Il Saggio considera equivalenti il riflesso [della coscienza] e il senso dell’io, alla stregua del fuoco e del pezzo di ferro arroventato. Il corpo, identificandosi con l’io, prende coscienza di sé.
Il senso dell’io può identificarsi in modo triplice: con il riflesso della coscienza, con il corpo e con il Testimone. La prima [identificazione] è naturale, la seconda è dovuta al suo karma precedente, la terza all’ignoranza.
La reciproca e naturale identificazione [dell’ego e del riflesso della coscienza] persiste fino a quando è considerata reale; le altre due identificazioni svaniranno quando gli effetti del karma saranno finiti e quando emergerà l’Illuminazione.
Nel sonno profondo [prājña], quando l’ego sparisce, lo stesso corpo diviene privo di coscienza. Nel sogno [taijasa] vi è solo una semi-emergenza dell’ego, mentre nella condizione di veglia [vaiśvānara] l’ego è nella sua piena consapevolezza.
L’organo interno, che è una modificazione, identificandosi con il riflesso della coscienza, immagina idee nel sogno. Poi, nello stato di veglia e in rapporto agli organi sensoriali, immagina oggetti esterni.
L’insensibile corpo sottile, causa materiale del manas e del senso dell’io, è un’unità; esso passa progressivamente per i tre stati [veglia, sogno e sonno profondo] ed è soggetto a nascita e morte.
Certamente, maya ha due poteri: il potere proiettivo (viksepa-shakti) e quello velante (avriti-shakti). Dal corpo sottile al corpo grossolano, tutto è creato grazie al potere proiettivo (proiettante).
Nel Sat-chit-ananda (Essere, Coscienza, Beatitudine), che è la vera natura del Brahman; il mondo dei nomi e delle forme si manifesta come le onde e le gocce che emergono dall’oceano; questo evento viene chiamato manifestazione.
Un altro potere di maya (il velante) occulta la distinzione tra colui che vede e ciò che è visto, situato all’interno (del corpo), e la distinzione tra Brahman e il mondo delle apparenze, percepito esternamente (dal corpo). Questo potere è la causa dell’universo fenomenico.
In prossimità del Testimone (Atman), il misterioso corpo sottile (linga sharira) identificato con il corpo grossolano (denso) si illumina, e prende vita grazie al riflesso della Coscienza pura, divenendo così l’individualità operante.
Questa, che è la natura del jiva, appare come un effetto della sovraimpressione illusoria nel Sé-Testimone. Nel momento in cui il potere velante di maya scompare, si può quindi notare chiaramente la differenza e come conseguenza l’io (individualità) svanisce.
In modo simile, l’influenza ignota del potere velante, occulta tutta la distinzione tra l’universo delle apparenze e Brahaman. Quest’ultimo sembra avere gli attributi del mondo fenomenico.
Anche in questo caso, la distinzione tra Brahman ed il mondo fenomenico può essere compresa solo quando il potere velante di maya è stato eliminato. Di modo che il cambiamento può essere percepito nel mondo delle manifestazioni e non in Brahman.
L’Essere (Sat), la Coscienza (Chit), la Beatitudine (Ananda), il nome e la forma, sono le cinque caratteristiche universali; Le prime tre si riferiscono a Brahaman, le altre due all’universo fenomenico, ossia al riflesso.
L’Essere puro (Sat), la Coscienza pura (Chit) e la Beatitudine pura (Ananda) sono comuni non solo all’etere (akasha), all’aira, al fuoco, all’acqua e alla terra, ma anche agli Dei, agli uomini e agli animali; solo i nomi e le forme (creati dalle facoltà della mente) danno la parvenza di distinzione fra loro.
Quando uno si volge con indifferenza al mondo dei nomi e delle forme (distacco) e si consacra al Sat-cit-ananda, deve praticare interrottamente la Contemplazione (Samadhi) nel centro del Cuore o contemplando un pensiero-seme (forma-pensiero) esterno.
Nel centro del Cuore può praticare due generi di samadhi: uno, in cui sono presenti le idee (savikalpa) e l’altro, in cui le idee sono assenti (nirvikalpa). A sua volta, il primo è suscettibile di distinzioni: può associarsi con un oggetto di percezione, oppure un suono (come oggetto).
I desideri ecc … contenuti nella mente, sono oggetti (di conoscenza). E’ necessario meditare sulla coscienza Chit come Testimone di tali modificazioni mentali. Questo stato si chiama savikalpa-samadhi associato con un oggetto (di conoscenza o di percezione).
Essendo Sat-cit-ananda indipendente, autorisplendente, libero da dualità. Questo si conosce come (il secondo tipo di) savikalpa-samadhi associato con il suono (soggettivo).
Invece, nel nirvikalpa-samadhi, come la fiamma alimentata dai venti, si mantiene stabile e il discepolo dimora indifferente e quieto non solo di fronte a tutti gli oggetti esterni della meditazione, ma anche verso gli oggetti interni associati con i suoni, perché assorbito completamente nella Beatitudine del Brahaman.
Il primo genere di samadhi (savikalpa) è possibile attraverso un oggetto, tanto interno (soggettivo) quanto esterno (oggettivo). In quest’ultimo samadhi, il mondo dei nomi e delle forme (nama-rupa) si dissocia dall’Esistenza pura.
L’Essere (Brahman), rimane sempre nel suo stato naturale incondizionato impregnato del Sat-cit-ananda. La contemplazione ininterrotta di questo stato si chiama riflesso medio.
Il precedente stato di quietitudine mentale è considerato per la sua beatitudine, come la terza fase del samadhi. E’ necessario realizzare incessantemente questi tre generi di samadhi.
Disidentificandosi dal corpo e realizzando l’Atman supremo, anche se la mente può dirigersi verso qualche oggetto, si sperimenta il nirvikalpa-samadhi.
Quando le catene del desiderio sono state frantumate, tutti i dubbi dissipati, e i diversi tipi di karma risolti, si realizza “Quello” che, nello stesso tempo sta in alto ed in basso. Quello che è sia immanente che trascendente.
Ci sono tre specie (concetti) sul Jiva: il limitato, il falsamente presentato e l’immaginato nel sogno.
La limitazione è illusoria, ma quello che pare limitato è reale. Lo stato del jiva si deve alla sovrapposizione degli attributi dell’Atman, però l’Atman ha la stessa natura di Brahman.
La grande sentenza vedica “Tu sei Quello” (Tat tvam asi), esprime l’dentità del jiva con Brahman senza differenze. Questa identità si applica al jiva limitato e non si concepisce con gli altri due jiva.
La maya proiettiva e velante riposa in Brahaman. Essa, coprendo la naturale indivisibilità del Brahaman, immagina l’universo (jagat) e il jiva.
Il falso riflesso della coscienza nella buddhi, che effettua diverse azioni e ne raccoglie i frutti, si chiama jiva. A sua volta, quello che consiste in elementi, con i suoi rispettivi prodotti che sono della natura della gioia, si chiama universo (jagat).
Questi (l’universo ed il jiva), che non hanno inizio, esistono solo per coloro che ancora non hanno ottenuto la Liberazione (moksha). Pertanto entrambe sono fenomenici.
Associato con un erroneo riflesso della coscienza, il sonno-torpore (maya), che è causa della proiezione e dell’oscuramento, comincia a ricoprire (nello stato di veglia) il jiva e l’universo percepito, dopo (durante il sogno) immagina un altro universo oggetto.
Essi (il soggetto e l’oggetto della percezione) sono entrambe illusori perché esistono solamente mentre dura l’esperienza del sogno. In realtà, nessun jiva che dorme, una volta che rientra lo stato di veglia, può vedere gli stessi oggetti del sogno.
Il jiva, mentre sogna, considera reale l’universo sognato, però il jiva empirico (quello dello stato di veglia) lo considera irreale.
Il jiva oggettivo (visva) considera, anche, questo mondo di veglia come reale, però il vero jiva (l’Atman) comprende che questo mondo reale non è.
Il vero jiva riconosce la sua identità con Brahaman come Realtà, e non vi è altra identità. Tutto il resto lo considera illusorio.
Così come il sapore, la freschezza e la fluidità, attributi dell’acqua, appaiono appartenere alla onda e quindi alla schiuma (di cui la onda è il substrato).
In egual modo l’Esistenza, la Coscienza e la Beatitudine (che sono il Testimone), sembrano appartenere al jiva dell’esperienza della veglia e del sogno.
Quando la schiuma svanisce ritornando ad essere onda, la fluidità, la freschezza, etc., si dissolvono nell’onda e questa, a sua volta si dissolve nell’oceano.
Quando il jiva dell’esperienza del sogno si riassorbe nella veglia, l’esistenza, la coscienza e la beatitudine del jiva notturno si dissolve nello stato di veglia. Quando il jiva dell’esperienza della veglia termina riassorbendosi nell’Osservatore-Testimone (Atman), allora il suo riflesso di esistenza, coscienza e beatitudine si dissolvono in “Quello”.

Tratto da: http://www.visionaire.org

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