"…la dottrina è infallibile, è a causa del fatto che essa è un’espressione della verità, la quale, in se stessa, è assolutamente indipendente dagli individui che la ricevono e che la comprendono. La garanzia della dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»". René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cap. "Sull’infallibilità tradizionale"

martedì 19 febbraio 2019

Gian Giuseppe Filippi, Recensione di: Svāmī Karpātrī, Symboles du monothéisme hindou: Le Liṅga et la Déesse.


Gian Giuseppe Filippi
Svāmī Karpātrī, Symboles du monothéisme hindou: Le Liṅga et la Déesse
Prefazione dello Jagadguru Śaṃkarācārya Svāmī Śrī Svarūpānanda Sarasvatī, trad. e cur. di Jean-Louis Gabin e Gianni Pellegrini, Paris, éd. du Cerf, 2013.

Questo paziente lavoro di critica e di traduzione nasce da una necessità di fare chiarezza. Il promotore di una tale impresa, il Dr. Gabin, ha avuto il merito e il coraggio di denunciare in un precedente libro (L’Hindouisme Traditionnel et l’interprétation d’Alain Daniélou, Paris, éd du Cerf, 2010) le spudorate falsificazioni di Daniélou nelle sue traduzioni degli scritti di Svāmī Karpātrī.
Il libro che qui recensiamo vuole restituire i loro vero senso a due lunghi articoli dello Svāmījī: si tratta de “Il segreto del culto del Liṅga (Liṅgopāsanārahasya)” e de “Il principio della Gloriosa Dea (Śrī Bhagavatātattva)”. Con estrema puntualità in nota sono riportate le numerosissime alterazioni, mutilazioni, e falsificazioni operate da Daniélou nelle sue traduzioni in inglese e francese. Quest’azione di demolizione del testo karpatriano può essere sintetizzata in questi punti principali: 1) L’Induismo è una religione politeista che ignora l’esistenza di un Principio divino unico. 2) L’Induismo è una religione composta da un essoterismo, il Vedismo, e da un esoterismo, lo Śivaismo. 3) Il Vedismo è una ottusa religione ritualistica portata in India dall’invasione ārya (o ariana, indoeuropea). 4) Lo Śivaismo, espressione della popolazione dravidica, è fonte della Conoscenza esoterica suprema. 5) La Conoscenza esoterica suprema (cioè la Voluttà) è raggiungibile attraverso una via di lussuria, principalmente per mezzo del culto del fallo. 6) Lo stesso fallo è la reale persona di Śiva. 7) Śiva è tamas, il principio tenebroso dell’ignoranza. Tutte queste affermazioni sono contraddette ripetutamente e con estrema precisione dallo Svāmī Karpātrī. Perciò la traduzione dei due articoli ha costretto Daniélou a un continuo intervento mistificatore. Considerando che Alain Daniélou era stato accettato come discepolo dal celebre saṃnyāsin, ci si chiederà chi e cosa lo abbia spinto a intraprendere una simile azione contro-tradizionale. Certamente i legami con la Società Teosofica possono dare una risposta parziale. Tuttavia, considerando che Svāmī Hariharānanda Sarasvatī Karpātrījī, Guru di Advaita Vedānta e di Śrī Vidyā, ha svolto nel XX secolo una funzione di restauratore dell’intero Sanātana Dharma, il burattinaio di Daniélou andrebbe ricercato in un qualche ambiente ben più temibile. Il tradimento del pensiero del suo Guru rende inoltre inaffidabili tutti gli scritti del musicologo francese. D’altra parte, come si può definire un dīkṣita che consapevolmente distorce e rovescia gli insegnamenti ricevuti?
La via iniziatica śākta nota come Śrī Vidyā, è l’insegnamento intellettualmente più elevato della tradizione tantrica. Infatti esso fu insegnato anche dall’Ādi Śaṃkarācārya e da allora è trasmesso, assieme all’Advaita Vedānta, presso tutti i pīṭha śaṃkariani. Śrī Vidyā comprende tre livelli iniziatici: il primo è quello della Pūjā, che i discepoli compiono nelle loro riunioni (satsaṅga), il cui scopo principale è l’ottenimento di benefici in questa vita e la purificazione del proprio veicolo corporeo; il secondo è quello del mantra che ognuno compie meditando singolarmente e che comporta una purificazione della propria individualità, in particolare del proprio organo interno (antaḥkāraṇa). Il terzo livello è quello del Vedānta, con il quale si aspira al mokṣa. In quest’ultimo caso l’iniziato potrà continuare a utilizzare il simbolismo e il linguaggio śākta. Oppure potrà assumere direttamente la dottrina advaita. I due trattati tradotti in questo libro esprimono i due livelli più elevati. Il Liṅgopāsanārahasya esprime in modo limpido la dottrina mantrica di Śrī Vidyā, mentre il Śrī Bhagavatātattva si apre alla prospettiva vedāntica, raggiungendo infine livelli ineffabili di metafisica pura. Il contenuto delle pagine 159-161, certamente di non facile lettura, si spinge fino agli estremi limiti della formulazione dottrinale in linguaggio umano. Queste tre pagine sublimi basterebbero a rendere straordinario l'intero libro.
Si tratta di una pubblicazione che, mondata dalle profanazioni di Daniélou, rappresenta un vero gioiello come supporto di riflessione per i cercatori della conoscenza. Poiché certamente una tale pubblicazione sarà meritevole di ripubblicazione, ci permettiamo di segnalare qualche piccola imperfezione che potrà essere corretta: upāsanā, “culto”, in ambito iniziatico, significa meditazione su un simbolo (liṅgopāsanā); manas, la mente, non può mai essere tradotto con “spirito”; lakṣaṇā, sarebbe meglio tradurla con “metafora”; prātibhāsika sattā, non è un errore della percezione ma della mente. Infine, talvolta guṇa è trattato come se fosse femminile.
Indipendentemente da questi piccoli refusi, consigliamo vivamente i nostri lettori francofoni di procurarsi questo libro e di utilizzarlo come supporto conoscitivo. Ci permettiamo anche di ricordare rispettosamente ai Guru tradizionali che ci leggono, di valutare con estrema attenzione gli aspiranti occidentali.

Dal sito: https://www.vedavyasamandala.com/

Nessun commento:

Posta un commento