"…la dottrina è infallibile, è a causa del fatto che essa è un’espressione della verità, la quale, in se stessa, è assolutamente indipendente dagli individui che la ricevono e che la comprendono. La garanzia della dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»". René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cap. "Sull’infallibilità tradizionale"

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lunedì 22 settembre 2014

René Guénon, Iniziazione e realizzazione spirituale - XXII - Saggezza innata e saggezza acquisita

René Guénon
Iniziazione e realizzazione spirituale 

XXII - Saggezza innata e saggezza acquisita

Confucio insegnava che vi sono due specie di saggi, gli uni di nascita, gli altri, tra cui è da annoverare lui stesso, diventati tali mediante i loro sforzi.
Bisogna tener presente che il «saggio» (cheng) quale egli lo intende, che rappresenta il grado più elevato della gerarchia confuciana, costituisce in pari tempo, come altrove abbiamo spiegato[1], il primo scalino della gerarchia Taoista, e perciò si situa in certo qual modo al punto limite in cui si congiungono i due domini exoterico ed esoterico. In queste condizioni ci si può chiedere se, parlando di saggezza innata, Confucio abbia soltanto voluto definire così l’uomo che possiede per natura tutte le qualificazioni occorrenti per accedere effettivamente e senz’altra preparazione alla gerarchia iniziatica, e che, di conseguenza, non ha alcun bisogno di sforzarsi per salire preventivamente a poco a poco, attraverso studi più o meno lunghi e faticosi, i gradini della gerarchia esteriore.
Ciò è possibile in effetti, e rappresenta l’interpretazione più verosimile ed anche la più legittima, in quanto implica il riconoscimento dell’esistenza di esseri per così dire destinati, dalle loro stesse possibilità, a passare immediatamente al di là di quel dominio exoterico nel quale lo stesso Confucio ha sempre inteso restare. D’altra parte tuttavia, ci si può anche domandare se, al di là dei limiti inerenti al punto di vista prettamente confuciano, la saggezza innata non sia suscettibile di un significato più esteso e profondo, nell’ambito del quale quello da noi indicato potrebbe del resto rientrare a titolo di caso particolare.
Che una questione del genere possa porsi, è facile da capire se si pensa, come sovente abbiamo avuto occasione di affermare, che ogni conoscenza effettiva costituisce un’acquisizione permanente, ottenuta dall’essere una volta per tutte e che niente può fargli perdere. Di conseguenza, se un essere giunto ad un certo grado di realizzazione in uno stato d’esistenza passa ad un altro stato, dovrà necessariamente portare con sé in quest’ultimo quanto in precedenza acquisito, il che pertanto apparirà come «innato» in questo nuovo stato; è d’altronde fuori causa che, nella fattispecie, non può trattarsi se non di una realizzazione rimasta incompleta, altrimenti il passaggio ad un altro stato non si concepirebbe in nessuna maniera, e che nel caso dell’essere passato allo stato umano, caso che ci interessa qui in modo particolare, tale realizzazione non è ancora arrivata fino all’affrancamento dalle condizioni dell’esistenza individuale; essa può però estendersi, dai gradi più elementari, fino al punto più vicino a quello che, nello stato umano, corrisponderà alla perfezione di questo stato[2]. Si può ancora osservare che, allo stato primordiale, tutti gli esseri i quali nascevano uomini dovevano trovarsi in quest’ultimo caso, in quanto possedevano tale perfezione della loro individualità in modo naturale e spontaneo, senza dover fare alcuno sforzo per arrivarci, il che implica ch’essi erano sul punto di conseguire un grado del genere prima di nascere allo stato umano; erano cioè veramente saggi di nascita, e non solo nell’accezione ristretta in cui Confucio l’intendeva dal suo punto di vista, ma in tutta la pienezza del significato che si può dare a questa espressione.
Prima di proseguire, è bene richiamare l’attenzione sul fatto che quanto sopra si riferisce ad un’acquisizione ottenuta in stati d’esistenza diversi dallo stato umano, il che di conseguenza non può aver niente in comune con qualsiasi concezione «reincarnazionista»; una concezione del genere del resto, a parte le ragioni d’ordine metafisico che in tutti i casi la rendono assolutamente impossibile, sarebbe ancor più manifestamente assurda nel caso dei primi uomini, e tanto basta per evitare di insistervi oltre. È invece forse più importante considerare espressamente, data la facilità con cui si potrebbe equivocare, che quando diciamo anteriore allo stato umano, non bisogna intendere letteralmente tale anteriorità come una successione più o meno assimilabile a quella temporale, quale esiste all’interno dello stato umano stesso, ma soltanto come espressione della concatenazione causale dei diversi stati; questi, pertanto, non possono esser descritti come successivi altro che in modo prettamente simbolico, ed è d’altronde evidente che se non si ricorresse a tale simbolismo, conforme alle condizioni del nostro mondo, sarebbe del tutto impossibile esprimere le cose intelligibilmente in linguaggio umano. Fatta questa riserva, si può parlare di un essere come possessore di un certo grado di realizzazione prima di nascere allo stato umano; basta sapere in qual senso si debba intenderla perché questa maniera di parlare, per inadeguata che sia in se stessa, non presenti veramente alcun inconveniente; ed è così che un tale essere avrà per nascita, nel mondo umano, il grado corrispondente a questa realizzazione, grado che potrà andare da quello di cheng-jen o saggio confuciano, fino a quello di tchenn-jen o «uomo vero».
Nelle condizioni attuali del mondo terrestre, tuttavia, non bisogna credere che questa saggezza innata possa manifestarsi del tutto spontaneamente come avveniva nell’epoca primordiale, perché bisogna tener conto degli ostacoli frapposti a ciò dall’ambiente. L’essere in questione dovrà dunque ricorrere ai mezzi appositamente esistenti per sormontare questi ostacoli, il che equivale a dire ch’egli non è per nulla dispensato, come a torto si potrebbe ritenere, dal ricollegarsi ad una «catena» iniziatica, altrimenti, finché si trova nello stato umano, resterebbe semplicemente quel che era al momento di entrarvi, e come immerso in una specie di «sonno» spirituale che gli impedirebbe d’andar oltre nella sua via di realizzazione. A rigore si potrebbe anche concepire che egli manifesti esteriormente, senza aver bisogno di svilupparlo in modo graduale, lo stato che è proprio del cheng-ien, perché questo è ancora soltanto al limite superiore del dominio exoterico; ma per tutto quanto si trova al di là, l’iniziazione propriamente detta costituisce pur sempre attualmente una condizione indispensabile, e peraltro anche sufficiente in un caso del genere[3]. Apparentemente questo essere potrà allora passare attraverso gli stessi gradi dell’iniziato che è semplicemente partito dallo stato di uomo ordinario, ma la realtà sarà ben diversa; in effetti, non solo l’iniziazione invece di essere a tutta prima esclusivamente virtuale com’è d’abitudine, sarà per lui immediatamente effettiva, ma per di più egli «riconoscerà» questi gradi, se così ci si può esprimere, come già presenti in lui in maniera paragonabile alla «reminiscenza» platonica, la quale, senza dubbio, può anche avere un significato come questo. Tale caso è anche paragonabile, nel campo della conoscenza teorica, a quello di qualcuno che possieda già interiormente la coscienza di certe verità dottrinali, ma che sia incapace di esprimerle non avendo a sua disposizione i termini appropriati, e però, una volta che le intenda enunciare, le riconosca immediatamente e ne penetri per intero il significato senza dover fare alcun lavoro per assimilarle. Può anche succedere, quand’egli si trovi in presenza dei riti e dei simboli iniziatici, che questi gli appaiano come li avesse sempre conosciuti, in certo qual modo «intemporalmente», avendo effettivamente in sé quanto, di là e indipendentemente dalle forme particolari, ne costituisce l’essenza stessa; in effetti questa conoscenza non ha in realtà alcun inizio temporale, poiché risulta da un’acquisizione realizzata al di fuori del corso dello stato umano, il quale solo è veramente condizionato dal tempo.
Un’altra conseguenza di quanto abbiamo detto è che, per percorrere la via iniziatica, un essere del genere non ha affatto bisogno dell’aiuto d’un Guru esteriore e umano, poiché, in realtà, l’azione del vero e proprio Guru interiore opera in lui fin dall’inizio, e rende evidentemente inutile l’intervento di ogni «sostituto» provvisorio, tale essendo in definitiva la funzione del Guru esteriore; nella fattispecie si tratta di quel caso eccezionale cui già ci è capitato di fare allusione. Soltanto, è indispensabile aver ben presente che appunto può trattarsi soltanto di un caso del tutto eccezionale, e naturalmente lo sarà sempre di più man mano che l’umanità procede nella marcia discendente del suo ciclo; in esso si potrebbe infatti vedere quasi un’ultima traccia dello stato primordiale e degli altri stati che l’hanno seguito prima del Kali-yuga, ma una traccia offuscata, per forza di cose, in quanto l’essere che «di diritto» possiede fin dalla nascita la qualità d’«uomo vero», o quella corrispondente ad un minor grado di realizzazione, non può più svilupparla, di fatto, in modo del tutto spontaneo e indipendente da ogni circostanza contingente. È fuori questione che la funzione delle contingenze è comunque per lui ridotta al minimo, in quanto, in definitiva, si tratta soltanto d’un puro e semplice ricollegamento iniziatico che gli è evidentemente sempre possibile ottenere, tanto più che a questo sarà quasi invincibilmente guidato da quelle «affinità» che sono un effetto della sua stessa natura. Ma bisogna soprattutto evitare, ed è un pericolo sempre temibile quando si considerano eccezioni come questa, che taluni, con eccessiva facilità, possano ritenere che il loro sia un caso del genere, sia perché si sentono naturalmente portati a ricercare l’iniziazione (il che di solito indica soltanto che sono pronti ad entrare in questa via e non che l’abbiano già percorsa in parte in un altro stato), sia perché, prima ancora dell’iniziazione, è loro capitato di avere dei «bagliori» più o meno vaghi, probabilmente più d’ordine psichico che spirituale, i quali in definitiva non hanno niente di più straordinario né di più probante delle «premonizioni» di qualsiasi specie che occasionalmente sono possibili a qualunque uomo le cui facoltà non siano così strettamente circoscritte come lo sono comunemente quelle dell’umanità attuale, e i cui limiti di conseguenza siano meno esclusivamente ristretti alla sola modalità corporea della sua individualità, cosa questa che in generale non implica neanche ch’egli sia veramente qualificato per l’iniziazione. Tutto ciò appare certamente insufficiente a giustificare la pretesa di fare a meno di un Maestro spirituale e tuttavia arrivare sicuramente all’iniziazione effettiva, così come a ritenersi dispensati da ogni sforzo personale in vista di questo risultato; è doveroso dire che una possibilità del genere esiste per la verità, ma non riguarda che un’infima minoranza, per cui in pratica non è il caso di tenerne conto. Coloro che realmente hanno questa possibilità, ne prenderanno sempre coscienza al momento voluto in modo certo ed indubitabile, e questa, in fondo, è la sola cosa che conti; quanto agli altri, se si lasceranno trascinare dalle loro immaginazioni vane, cioè a dar loro credito e a comportarsi di conseguenza, esse non potranno che condurli verso i più pericolosi disinganni.



[1] La Grande Triade, cap. XVIII. 
[2] Diciamo soltanto il punto più vicino, perché se fosse stata effettivamente raggiunta la perfezione di uno stato individuale, l’essere non dovrebbe più ripassare per un altro stato individuale. 
[3] L’unico caso in cui tale condizione non esiste è quello della realizzazione discendente, perché questa presuppone che la realizzazione ascendente sia stata compiuta fino al suo termine ultimo; questo caso è dunque evidentemente del tutto diverso da quello che stiamo considerando.

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