"…la dottrina è infallibile, è a causa del fatto che essa è un’espressione della verità, la quale, in se stessa, è assolutamente indipendente dagli individui che la ricevono e che la comprendono. La garanzia della dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»". René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cap. "Sull’infallibilità tradizionale"

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sabato 7 aprile 2018

Guénon René, Considerazioni sull'Iniziazione - XLI - Qualche considerazione sull’ermetismo

René Guénon
Considerazioni sull'Iniziazione

XLI - Qualche considerazione sull’ermetismo


Abbiamo detto in precedenza che i Rosa-Croce erano propriamente degli esseri pervenuti al compimento effettivo dei «piccoli misteri», e che l’iniziazione rosacrociana, da loro ispirata, era una forma particolare che si incorporava nell’ermetismo cristiano; accostando questo a quel che abbiamo appena spiegato, deve essere già possibile capire che l’ermetismo, in maniera generale, appartiene all’ambito di quella che è denominata l’«iniziazione regale».

Sarà tuttavia opportuno aggiungere qualche precisazione sull’argomento, giacché, anche a tale proposito, numerose sono le confusioni che si sono prodotte, e la stessa parola «ermetismo» è usata da molti nostri contemporanei in modo assai vago e incerto; né con ciò vogliamo parlare soltanto degli occultisti, per i quali la cosa è troppo evidente, ma alludere anche al fatto che ci sono molte altre persone che, pur studiando la questione in maniera più seria, sembrano, forse a causa di certe idee preconcette, non essersi rese esattamente conto di cosa si tratti realmente.
Occorre innanzi tutto notare che la parola «ermetismo» indica che si tratta di una tradizione di origine egizia, rivestita in seguito di una forma ellenizzata, indubbiamente in epoca alessandrina, e sotto questa forma trasmessa, nel medioevo, sia al mondo islamico sia al mondo cristiano, e, aggiungeremo, al secondo in gran parte per l’intermediazione del primo[1], come provano i numerosi termini arabi o arabizzati adottati dagli ermetisti europei, a cominciare dalla stessa parola «alchimia» (el-kimyâ)[2]. Sarebbe perciò totalmente abusivo estendere questa denominazione ad altre forme tradizionali, allo stesso modo per cui sarebbe abusivo, ad esempio, chiamare «Kabbala» qualcosa che non sia l’esoterismo ebraico[3]; non, beninteso, che non ne esistano degli equivalenti da altre parti, e ne esistono di fatto a tal punto che quella scienza tradizionale che è l’alchimia[4] ha la sua corrispondenza esatta in dottrine come quelle dell’India, del Tibet e della Cina, anche se con modi di espressione e metodi di realizzazione naturalmente piuttosto diversi; sennonché, quando si pronuncia la parola «ermetismo», si specifica con ciò stesso che si intende parlare di una forma chiaramente determinata, la cui provenienza può essere soltanto greco-egizia. In effetti, la dottrina così denominata è con ciò stesso fatta risalire a Hermes, in quanto questi era dai Greci ritenuto identico al Thoth egizio; questo fatto presenta d’altronde tale dottrina come essenzialmente derivata da un insegnamento sacerdotale, poiché Thoth, nella sua funzione di conservatore e trasmettitore della tradizione, non è altra cosa se non la rappresentazione dell’antico sacerdozio egizio, o piuttosto, per parlare in modo più esatto, del principio di ispirazione «sovraumana» dal quale quest’ultimo traeva la sua autorità e in nome del quale formulava e comunicava la conoscenza iniziatica. Né è il caso di vedere in ciò la minima contraddizione con il fatto che questa dottrina appartiene propriamente all’ambito dell’iniziazione regale, giacché dev’essere ben chiaro che, in ogni tradizione regolare e completa, è il sacerdozio che, in virtù della sua funzione essenziale di insegnamento, conferisce entrambe le iniziazioni, direttamente o indirettamente, e assicura così la legittimità effettiva dell’iniziazione regale stessa, ricollegandola al suo principio superiore, nello stesso modo in cui il potere temporale può trarre la sua legittimità soltanto da una consacrazione ricevuta dall’autorità spirituale[5].
Detto questo, la questione principale che si presenta è la seguente: ciò che si è conservato sotto il nome di «ermetismo» può essere considerato costituire una dottrina tradizionale completa in se stessa? La risposta può essere soltanto negativa, perché si tratta, rigorosamente parlando, solo di una conoscenza di tipo non metafisico, ma esclusivamente cosmologico, intendendo del resto questa parola nella sua duplice applicazione «macrocosimca» e «microcosmica», poiché è implicito che in tutte le concezioni tradizionali vi è sempre una stretta corrispondenza tra questi due punti di vista. Non è perciò ammissibile che l’ermetismo, nel senso che questa parola ha assunto a partire dall’epoca alessandrina e da allora costantemente conservato, rappresenti, foss’anche a titolo di «riadattamento», l’integralità della tradizione egizia, tanto più che ciò sarebbe nettamente contraddittorio con il ruolo essenziale ricoperto in quest’ultima dal sacerdozio, ruolo che abbiamo appena ricordato; benché, a dire il vero, il punto di vista cosmologico sembri essere stato in essa particolarmente sviluppato, per lo meno nella misura in cui è ancora attualmente possibile saperne qualcosa di un po’ preciso, e sia in ogni caso quel che di più apparente si ritrova in tutte le vestigia che ne rimangono, si tratti di testi o di monumenti, non bisogna dimenticare che esso non può mai essere se non un punto di vista secondario e contingente, un’applicazione della dottrina principiale alla conoscenza di ciò che possiamo chiamare il «mondo intermedio», vale dire della sfera della manifestazione sottile in cui si situano i prolungamenti extra-corporei dell’individualità umana, o le stesse possibilità il cui sviluppo concerne propriamente i «piccoli misteri»[6].
Potrebbe essere interessante, ma senza dubbio abbastanza difficile, ricercare come questa parte della tradizione egizia abbia potuto trovarsi in qualche modo isolata e conservarsi in maniera apparentemente indipendente, poi incorporarsi all’esoterismo islamico e all’esoterismo cristiano del medioevo (cosa che del resto non avrebbe potuto fare una dottrina completa), al punto di diventare veramente parte integrante dell’uno e dell’altro, e di fornir loro tutto un simbolismo che, in virtù di una trasposizione appropriata, ha talvolta persino potuto servire da veicolo a verità di un ordine più elevato[7]. Non vogliamo addentrarci qui in considerazioni storiche molto complesse; checché ne sia di questa particolare questione, ricorderemo che le scienze di tipo cosmologico sono effettivamente quelle che, nelle civiltà tradizionali, sono soprattutto state appannaggio degli Kshatriya o dei loro equivalenti, mentre la metafisica pura era propriamente, come già abbiamo detto, appannaggio dei Brâhmani. È questa la ragione per cui, a seguito della rivolta degli Kshatriya contro l’autorità spirituale dei Brâhmani, si sono potute talvolta vedere costituirsi correnti tradizionali incomplete, ridotte a queste sole scienze separate dal loro principio trascendente, e persino, come indicavamo in precedenza, deviate in senso «naturalistico», per negazione della metafisica e disconoscimento del carattere subordinato della scienza «fisica»[8] e, insieme (giacché le due cose si legano strettamente, come devono far sufficientemente comprendere le spiegazioni da noi già date), per negazione dell’origine essenzialmente sacerdotale di ogni insegnamento iniziatico, anche se più particolarmente destinato all’uso degli Kshatriya. Questo non vuol certo dire che l’ermetismo costituisca di per sé una deviazione simile o implichi alcunché di illegittimo, ciò che avrebbe evidentemente reso impossibile la sua incorporazione in forme tradizionali ortodosse; ma occorre riconoscere che esso può abbastanza facilmente prestarvisi per la sua natura stessa, per poco che si presentino circostanze favorevoli a tale deviazione[9], e questo è del resto, più in generale, il pericolo di tutte le scienze tradizionali, quando siano in qualche modo coltivate per se stesse, ciò che espone a perdere di vista il loro ricollegamento all’ordine dei principi. L’alchimia, che potrebbe essere definita per così dire la «tecnica» dell’ermetismo, è ben effettivamente un’«arte», se si intende con ciò un modo di iniziazione più specialmente appropriato alla natura degli Kshatriya[10]; ma proprio questo individua con precisione il suo posto esatto nell’insieme di una tradizione regolarmente costituita, e, inoltre, non bisogna confondere i mezzi di una realizzazione iniziatica, quali essi possano essere, con il suo fine, il quale, in definitiva, è sempre di conoscenza pura.
Sotto un altro aspetto, occorre guardarsi accuratamente da una certa assimilazione che si tende talvolta a 
fare tra l’ermetismo e la «magia»; quand’anche si voglia in questo caso considerare quest’ultima in un senso abbastanza diverso da quello in cui è intesa abitualmente, c’è fortemente da temere che un’assimilazione del genere, la quale in fondo è un abuso di linguaggio, possa soltanto provocare confusioni piuttosto incresciose. La magia, nel suo senso proprio, non è infatti, come abbiamo ampiamente spiegato, che una delle più basse fra tutte le applicazioni della conoscenza tradizionale, e non vediamo che possa esserci il minimo interesse a evocarne l’idea quando in realtà si tratta di cose che, per quanto ancora contingenti, sono tuttavia di un livello notevolmente più elevato. Del resto, può anche darsi che in questo caso si tratti di qualcosa di diverso da una semplice questione di terminologia mal applicata: la parola «magia» esercita su qualcuno, nella nostra epoca, un fascino strano, e, come abbiamo già osservato, la preponderanza accordata a un simile punto di vista, non foss’altro che nell’intenzione, è anch’essa legata all’alterazione delle scienze tradizionali separate dal loro principio metafisico; è questo il principale scoglio a cui rischiano di urtarsi tutti i tentativi di ricostituzione o di restaurazione di queste scienze, quando non si incominci da quello che è veramente l’inizio sotto ogni rapporto, vale a dire dal principio vero e proprio, il quale è pure, nello stesso tempo, il fine in vista del quale deve essere normalmente ordinato tutto il resto.

Un altro punto sul quale è il caso di insistere è quello della natura puramente «interiore» della vera alchimia, che è propriamente di ordine psichico se la si assume nella sua applicazione più immediata, e di ordine spirituale quando la si trasponga nel suo senso superiore; è questo, in realtà, che costituisce tutto il suo valore dal punto di vista iniziatico. L’alchimia non ha perciò niente a che vedere con le operazioni materiali di una «chimica» qualsivoglia, nel senso attuale della parola; quasi tutti i moderni si sono stranamente sbagliati su questo punto, tanto quelli che si sono voluti fare i difensori dell’alchimia, quanto quelli che, al contrario, si sono schierati dalla parte dei suoi detrattori; e tale errore è ancor meno scusabile nei primi di quanto lo sia nei secondi, i quali, per lo meno, non hanno mai preteso di essere in possesso di una qualunque conoscenza tradizionale. È tuttavia assai facile constatare in quali termini gli antichi alchimisti parlino dei «soffiatori»e dei «bruciatori di carbone», nei quali vanno riconosciuti i veri precursori dei chimici attuali, per quanto poco lusinghiera risulti la cosa per questi ultimi; ancora nel secolo XVIII, un alchimista come Pernéty non perde occasione di sottolineare la differenza che c’è tra la «filosofia ermetica» e la «chimica volgare». Per cui, come tante volte abbiamo già detto facendo vedere il carattere «residuale» che hanno le scienze profane nei confronti delle scienze tradizionali (ma queste sono cose talmente estranee alla mentalità attuale che non è mai troppo il ritornarci), ciò che ha dato origine alla chimica moderna non è affatto l’alchimia, con la quale essa non ha in fin dei conti nessun rapporto reale (non più di quanti ne abbia del resto l’«iperchimica» inventata da qualche occultista contemporaneo)[11]; essa ne è solamente una deformazione o una deviazione, nata dall’incomprensione di coloro che, profani privi di ogni qualificazione iniziatica e incapaci di penetrare in una qualsiasi misura il vero significato dei simboli, presero ogni cosa alla lettera, secondo l’accezione più esteriore e più comune dei termini impiegati, e, credendo di conseguenza che non si trattasse se non di operazioni materiali, si diedero a una sperimentazione più o meno disordinata, e in ogni caso abbastanza poco degna di interesse sotto più di un aspetto[12].
Anche nel mondo arabo l’alchimia materiale è sempre stata tenuta in infimo conto, talvolta addirittura fatta simile a una specie di stregoneria, mentre per contro vi si teneva in grande onore l’alchimia «interiore» e spirituale, spesso denominata con il termine kimiâ es-saâdah, o «alchimia della felicità»[13].
Non è a dire, con ciò, che occorra però negare la possibilità delle trasmutazioni metalliche, le quali rappresentano l’alchimia agli occhi della gente comune; sennonché bisogna riportarle alla loro giusta importanza, che tutto sommato non è maggiore di quella di esperienze «scientifiche» qualsivogliano, e non confondere le une con le altre cose che appartengono a ordini totalmente diversi; non si vede inoltre, a priori, la ragione per cui non potrebbe accadere che trasmutazioni simili siano realizzate seguendo processi che facciano semplicemente parte della chimica profana (e in fondo l’«iperchimica» a cui ci riferivamo poco fa altro non è che un tentativo di questo genere)[14]. La questione ha tuttavia un altro aspetto: l’essere che è giunto alla realizzazione di certi stati interiori può, in virtù della relazione analogica del «microcosmo» con il «macrocosmo», produrre esteriormente effetti corrispondenti; è quindi perfettamente ammissibile che colui che è arrivato a un certo grado nella pratica dell’alchimia «interiore» sia con questo capace di ottenere delle trasmutazioni metalliche o altre cose dello stesso ordine, ma ciò a titolo di conseguenza del tutto accidentale, e senza ricorrere a nessuno dei procedimenti della pseudo-alchimia materiale, ma unicamente per una sorta di proiezione all’esterno delle energie che porta in se stesso. D’altronde, anche qui c’è da fare una distinzione essenziale: si può trattare in questo caso soltanto di un’azione di ordine psichico, vale a dire della messa in opera di influenze sottili appartenenti alla sfera dell’individualità umana, e allora, se si vuole, si tratta nuovamente di alchimia materiale, ma operante con mezzi del tutto diversi da quelli della pseudo-alchimia, i quali si riferiscono esclusivamente all’ambito corporeo; oppure, per un essere che abbia raggiunto un grado di realizzazione più elevato, si può trattare di un’azione esteriore di vere influenze spirituali, come quella che si produce nel «miracoli» delle religioni e di cui abbiamo detto qualche parola in precedenza. Tra i due casi esiste una differenza paragonabile a quella che separa la «teurgia» dalla «magia» (anche se, sarà bene ripeterlo, qui non si tratta propriamente di magia, dimodoché questo lo indichiamo solamente a titolo di similitudine), poiché tale differenza è in fondo quella che esiste tra l’ambito spirituale e l’ambito psichico; se gli effetti apparenti sono talvolta gli stessi sia da una parte sia dall’altra, non per questo le cause che li producono sono meno totalmente e profondamente diverse. Aggiungeremo del resto che coloro che possiedono realmente simili poteri[15] si astengono con cura dal farne mostra per stupire la gente, e generalmente, anzi, non ne fanno nessun uso, perlomeno al di fuori di certe particolari circostanze nelle quali il loro esercizio si presenta legittimato da altre considerazioni[16].
A ogni buon conto, quel che non bisogna mai perdere di vista, ed è alla base stessa di qualsiasi insegnamento veramente iniziatico, è che ogni realizzazione degna di questo nome è d’ordine essenzialmente interiore, anche se è in grado di avere all’esterno delle ripercussioni di qualsivoglia genere. L’uomo non può trovarne i principi se non in se stesso, e ciò gli è possibile perché egli porta in sé la corrispondenza di tutto ciò che esiste, giacché non bisogna dimenticare che, secondo una formula dell’esoterismo islamico, «l’uomo è il simbolo dell’Esistenza universale»[17]; e se egli riesce a penetrare fino al centro del proprio essere, ottiene con ciò la conoscenza totale, con tutto quel che essa implica per sovrammercato: «colui che conosce il proprio Sé conosce il suo Signore»[18], e allora conosce tutte le cose nella suprema unità del Principio stesso, nel quale è contenuta «eminentemente» ogni realtà.


[1] Anche questo è da accostare a quanto abbiamo detto dei rapporti che il Rosacrocianesimo ebbe, fin dalle sue origini, con l’esoterismo islamico.
[2] Questa parola è araba nella sua forma, ma non nel suo radicale; essa deriva verosimilmente dal nome Kêmi, o «Terra nera», dato all’antico Egitto, il che indica nuovamente l’origine di ciò di cui si tratta.
[3] Il significato della parola Qabbalah è esattamente lo stesso della parola «tradizione»; ma poiché tale parola è ebraica, non vi è ragione, quando ci si serva di una lingua diversa dall’ebraico, di applicarla a forme tradizionali differenti da quella a cui essa propriamente appartiene, e il farlo non potrebbe che dar luogo a confusioni. Alla stessa stregua, la parola Taçawwuf, in arabo, può essere assunta a indicare tutto ciò che ha un carattere esoterico e iniziatico, in qualsiasi forma tradizionale; ma quando ci si esprima in un’altra lingua, è opportuno riservarla alla forma islamica, alla quale appartiene per la sua origine.
[4] Osserviamo fin d’ora che non bisogna confondere o identificare in modo puro e semplice alchimia e ermetismo: parlando rigorosamente, quest’ultimo è una dottrina, e la prima è soltanto una sua applicazione.
[5] Cfr. Autorità spirituale e Potere temporale, ediz. cit., cap. II.
[6] Il punto di vista cosmologico comprende anche, naturalmente, la conoscenza della manifestazione corporea, ma la prende in esame soprattutto in quanto essa si ricollega alla manifestazione sottile come al suo principio immediato, e in ciò si differenzia completamente dal punto di vista profano della fisica moderna.
[7] In effetti una simile trasposizione è sempre possibile, finché il legame con un principio superiore e veramente trascendente non sia interrotto, ed è da noi stato affermato che la stessa «Grande Opera» ermetica può essere considerata una rappresentazione del processo iniziatico nel suo insieme; sennonché, non si tratta più allora dell’ermetismo in sé, ma dell’ermetismo in quanto può servire come base a qualcosa di un ordine diverso, analogamente a ciò che accade quando lo stesso exoterismo tradizionale sia assunto come base per una forma iniziatica.
[8] È sottinteso che qui intendiamo la parola nel suo senso antico e rigorosamente etimologico.
[9] Circostanze simili si sono in particolare presentate, in Occidente, nell’epoca che segna il passaggio dal medioevo ai tempi moderni, e questo spiega l’apparizione e la diffusione, da noi prima segnalata, di certe deviazioni di questo genere nel periodo del Rinascimento.
[10] Abbiamo detto che l’«arte regale» è propriamente l’applicazione dell’iniziazione corrispondente; ma l’alchimia ha veramente, di fatto, il carattere di una applicazione della dottrina, e i mezzi dell’iniziazione, considerati ponendosi da un punto di vista in qualche modo «discendente», sono evidentemente un’applicazione del suo stesso principio, mentre, inversamente, dal punto di vista «ascendente», essi sono il «supporto» che permette di accedere a quest’ultimo.
[11] L’«iperchimica», per rapporto con l’alchimia, è più o meno quel che l’astrologia moderna, cosiddetta «scientifica», è in rapporto con la vera astrologia tradizionale (Cfr. Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi, cap. X).
[12] Ci sono ancora, qua e là, degli pseudo-alchimisti di questo tipo, e noi stessi ne abbiamo conosciuto qualcuno, vuoi in Oriente vuoi in Occidente; ma siamo in grado di assicurare che non ne abbiamo mai incontrato nessuno che abbia ottenuto un qualunque risultato che abbia il sia pur minimo rapporto con la prodigiosa quantità di sforzi prodigati in ricerche che finivano con l’assorbire tutta una vita!
[13] In particolare, esiste un trattato di El-Ghazâli che porta tale titolo.
[14] Ricorderemo a tal proposito che i risultati pratici ottenuti dalle scienze profane non giustificano né legittimano in alcun modo il punto di vista stesso di queste scienze, non più di quanto provino il valore delle teorie da esse formulate, con le quali in realtà non hanno che un rapporto puramente «occasionale».
[15] Del termine «poteri» qui ci si può servire senza abuso, perché si tratta delle conseguenze di uno stato interiore acquisito dall’essere.
[16] Nella tradizione islamica si trovano esempi evidentissimi di quanto stiamo indicando: si dice così, ad esempio, che Seyidnâ Ali avesse una conoscenza perfetta dell’alchimia in tutti i suoi aspetti, compreso quello che si riferisce alla produzione di effetti esteriori quali le trasmutazioni metalliche, ma che si rifiutò sempre di farne il minimo uso. D’altra parte, si racconta anche che Seyidi Abul-Hasan Esh-Shâdili, durante il suo soggiorno ad Alessandria, tramutò in oro, su richiesta del Sultano d’Egitto che ne aveva in quel momento un urgente bisogno, una grande quantità di metalli vili; ma lo fece senza dover ricorrere ad alcuna operazione di alchimia materiale, né ad alcun mezzo d’ordine psichico, e unicamente per effetto della sua barakah, o influenza spirituale.
[17] El-insânu ramzul-wujûd.
[18] Si tratta dello hadith da noi precedentemente citato: Man arafa nafsahu faqad arafa Rabbahu.


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