"…la dottrina è infallibile, è a causa del fatto che essa è un’espressione della verità, la quale, in se stessa, è assolutamente indipendente dagli individui che la ricevono e che la comprendono. La garanzia della dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»". René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cap. "Sull’infallibilità tradizionale"

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martedì 3 gennaio 2017

Ibn Tufayl, Hayy ibn Yaqzan (Il Vivente figlio del Vigilante) - 3/7

Ibn Tufayl
Hayy ibn Yaqzan (Il Vivente figlio del Vigilante)

3/7

Dai sette ai ventuno anni
Intanto crebbe e superò i sette anni. Gli prendeva molto tempo e fatica il rinnovare le foglie di cui si ricopriva.
Cominciò allora a strappare le code degli animali morti per mettersele addosso. Ma, vedendo che gli animali selvatici vivi si astenevano dai morti della loro specie, e lo sfuggivano, non osava farlo; finché un giorno trovò un'aquila morta e riuscì a procurarsi da essa ciò che sperava e a cogliere l'occasione che con essa gli si offriva: poiché vide che gli animali selvatici non la sfuggivano si accinse all'opera su di essa: le tagliò le ali e la coda, intere come erano, dischiuse il loro piumaggio e lo livellò; le staccò tutta la pelle e la divise in due parti, se ne legò una sulla schiena e l'altra sull'ombelico e ciò che è sotto di esso; si attaccò la coda dietro e le due ali sulle spalle. Ciò gli procurò copertura, calore e rispetto presso tutti gli animali, al punto che non ci fu più né contesa né opposizione nei suoi confronti. Avvenne che nessuno di loro gli si avvicinava eccetto la gazzella che lo aveva nutrito e allevato; essa non si separò da lui né egli da lei, finché divenne vecchia e debole: allora cercava per lei il fertile pascolo, coglieva per lei i dolci frutti e la nutriva. Continuò a deperire e a indebolirsi sempre di più, finché la morte la colse. Allora si quietarono tutti i suoi movimenti, cessarono tutte le sue funzioni. Quando il fanciullo la vide in quello stato, fu preso da una sofferenza insopportabile, e il suo cuore fu sul punto di essere sommerso dal dolore per lei; la chiamava con la voce cui essa era solita rispondere, e gridava più forte che poteva ma non vedeva in lei, mentre faceva questo, né movimento né variazione. Guardava le sue orecchie e i suoi occhi e non vi scorgeva nessuna infermità visibile, guardava tutte le sue membra e non vedeva infermità in nessuna di esse. Desiderava trovare il luogo in cui era l'infermità e allontanarla da lei, così essa sarebbe tornata ad essere quella che era, ma non gli riusciva, non poteva farlo. Lo guidava a questo pensiero ciò che aveva imparato su se stesso, poiché vedeva che se copriva i suoi occhi o li velava entrambi con qualche cosa, non vedeva niente finché non toglieva quell'impedimento. Così anche vedeva che, se introduceva due dita nelle orecchie e le tappava, non sentiva niente finché non toglieva quell'impedimento. Se si comprimeva il naso con la mano, non percepiva alcun odore finché non apriva il naso. Si convinse perciò che tutti i movimenti e le funzioni della gazzella erano ostacolati da impedimenti, e che se quegli impedimenti fossero stati rimossi le funzioni sarebbero tornate. Esaminando tutti gli organi visibili e non scorgendo in essi infermità apparente, vedeva tuttavia che l'inazione si era impadronita di lei e che non si poteva attribuire a nessun organo: si consolidò così nella convinzione che l'infermità che l'aveva colpita fosse soltanto in un organo nascosto alla vista, posto all'interno del corpo, e che nessuno degli organi visibili potesse, nello svolgimento delle sue funzioni, fare a meno di lui. Quando lo colpiva l'infermità, il danno si diffondeva dovunque e l'inazione diventava generale. Pensò, pieno di speranza, che se avesse trovato quell'organo e avesse allontanato da lui il male che lo aveva colpito, le sue condizioni sarebbero tornate alla normalità, il suo benessere avrebbe inondato tutto l'organismo, e in virtù di esso le funzioni si sarebbero riattivate.
Aveva osservato in precedenza sui cadaveri degli animali selvatici e di altri animali che tutte le loro membra erano compatte e che non erano cavi che il cranio, il petto e il ventre, e pensò che l'organo che aveva quella caratteristica non poteva trovarsi che in uno di questi tre luoghi. Prevaleva di gran lunga, tra le sue congetture, questa: che esso poteva trovarsi solo nel luogo posto al centro di questi tre luoghi; si era infatti saldamente radicata in lui la convinzione che tutti gli organi ne avevano bisogno e che era necessario perciò che fosse posto al centro. Se tornava a se stesso, sentiva qualcosa di simile a questo organo nel suo petto: infatti poteva ostacolare tutti i suoi organi, come la mano, il piede, l'orecchio, il naso, e l'occhio, poteva separarsene e riusciva a fare a meno di loro. Lo stesso riusciva a fare con la sua testa, pensava infatti di poter fare a meno di essa, ma se rivolgeva il pensiero alla cosa che sentiva nel suo petto, non gli riusciva di fare a meno di essa per un solo istante. Così, ugualmente, quando lottava con gli animali selvatici, difendeva soprattutto il suo petto dai loro aculei, per il pensiero di quella cosa che era in esso. Quando decise che l'organo colpito dall'infermità era quello che si trovava nel petto della gazzella, decise di esaminarlo e di forarlo; forse avrebbe riportato la vittoria su di lui, avrebbe visto la sua infermità e l'avrebbe allontanata. Temeva però che il fare questo potesse essere più dannoso dell'infermità che l'aveva colpita. Ma poi pensò: degli animali selvatici e degli altri animali, vi è forse qualcuno che dopo essere giunto a uno stato simile a quello ritorna poi allo stato che aveva prima? E non ne trovava nessuno. Risultava da ciò che se l'avesse abbandonata non ci sarebbero state speranze del suo ritorno al suo stato precedente, mentre gli sarebbe rimasta qualche speranza del suo ritorno a quello stato se avesse trovato quell'organo e avesse allontanato da lui l'infermità.
Decise di aprirle il petto e di esplorare ciò che era in esso: prese schegge di pietre dure e frammenti di canne rigide a guisa di coltelli, e con essi praticò un’incisione, finché tagliò la carne che era tra le costole e giunse all'involucro posto all'interno di esse: lo vide resistente e si consolidò nell'idea che un involucro di tal genere non poteva che appartenere ad un organo come quello che cercava. Pensò, con speranza, che se lo avesse oltrepassato avrebbe trovato l'oggetto della sua indagine. Si sforzò di lacerarlo, ma gli era difficile per l'inconsistenza degli strumenti, essi non erano infatti che pietre e canne. Ne prese di nuovi, li affilò, e si adoperò con delicatezza a bucare l'involucro, finché lo bucò e giunse al polmone; pensò dapprima che fosse quello l'organo che cercava e continuò ad esaminarlo e a cercare il luogo della sua infermità.
In un primo tempo aveva trovato, del polmone, solo la metà che si trova da una parte, ma, poiché la vide inclinata da un lato, mentre era convinto che quell'organo si trovasse al centro del corpo nel senso della larghezza come era al centro di esso nel senso della lunghezza, non cessò di esplorare in mezzo al petto, finché trovò il cuore.
Era rivestito della membrana più resistente legato dai legamenti più saldi, e il polmone appariva presso di lui dal lato da cui aveva iniziato a incidere. Si disse: "Se questo organo avesse dall'altra parte qualcosa di simile a ciò che è da questa parte, si troverebbe dunque proprio al centro, e non ci sarebbe dubbio che è quello che sto cercando, senza contare che vedo anche l'eccellenza della sua posizione, la bellezza della sua forma, il suo essere compatto, la robustezza della sua carne, e il fatto che è nascosto da questo involucro, tale che non ne ho visto a nessun organo uno simie. Frugò dall'altra parte del petto e vi trovò l'involucro [posto] all'interno delle costole, trovò il polmone secondo ciò che aveva trovato da questa parte, e si convinse che quello era l'organo che cercava. Si sforzò di lacerare il suo rivestimento e di incidere la sua membrana, e con pena e lavoro riuscì in questo dopo avere compiuto ogni sforzo e fatica. Mise a nudo il cuore, e lo vide compatto da ogni parte. Guardò se in esso ci fosse infermità apparente, ma non ci vide nulla. Lo strinse nella sua mano, e gli apparve chiaro che in esso vi era una cavità. E disse: "Forse ciò che io cerco, l'ultima cosa cui voglio giungere, è solo all'interno di quest'organo, e io ancora non vi sono giunto". Lo apri, e in esso trovò due cavità, l'una a destra, l'altra a sinistra. Quella di destra era piena di grumi di sangue coagulato, quella di sinistra era vuota, in essa non c'era. Disse: "Ciò che io cerco è soltanto ciò che risiede in uno di questi due ricettacoli". Poi disse: "In questo ricettacolo di destra non vedo che questo sangue coagulato, e non vi è dubbio che esso non coagula finché tutto il corpo non giunge a questo stato". Aveva infatti osservato che tutti i tipi di sangue, quando scorrevano e uscivano, si coagulavano e si rapprendevano, e questo non era che sangue come gli altri tipi di sangue. "Io vedo che questo sangue è in tutti gli organi e non lo possiede di preferenza un organo piuttosto che un altro, mentre quello che io cerco non ha affatto questa caratteristica. Quello che io cerco è la cosa che spetta di preferenza a questo luogo di cui io trovo che non posso fare a meno per un solo istante, e ad esso infatti mi sono indirizzato fin dall'inizio. Quanto a questo sangue, quante volte gli animali selvatici e la pietra mi hanno ferito, e da me ne è sgorgato molto, ma ciò non mi ha portato danno, né mi ha privato in alcun modo delle mie funzioni. Dunque, ciò che io cerco non si trova in questo ricettacolo. Quanto a questo ricettacolo di sinistra, lo vedo vuoto, in esso non vi è nulla: a quel che vedo, dunque, è inutile. Ma se io vedo che ognuno degli organi nelle sue funzioni si riferisce a lui, come può essere inutile questo ricettacolo, di cui ho constatato la dignità? Che cosa vedo, se non che quello che io cerco era in esso, e ne è partito, lasciandolo vuoto? Allora l'inazione ha colto questo corpo, e ha perduto la percezione e il movimento".
Quando vide che l'abitante di quella casa era partito prima che fosse stata aperta e l'aveva abbandonata quando era ancora intatta, fu sicuro che non vi avrebbe fatto ritorno dopo ciò che era accaduto in essa di danneggiamento e di lacerazione. Allora tutto il corpo divenne miserevole ai suoi occhi, e di nessuna importanza rispetto a quella cosa che, ne era convinto, vi abitava un tempo e poi ne era partita. Concentrò il suo pensiero su quella cosa: che cosa era? come era? e che cosa l'aveva congiunta a questo corpo? e verso dove era partita? e da quale parte era uscita al suo uscire dal corpo? e qual era la causa che l'aveva scacciata se era uscita riluttante? oppure, se era uscita di sua volontà, qual era la causa che le aveva reso disgustoso il corpo; al punto che se ne era separata? Su tutto ciò il suo pensiero si disperse; non pensò più a quel corpo, e anzi lo rinnegò, e comprese che sua madre, che aveva avuto affetto per lui e lo aveva allattato, era soltanto quella cosa che era partita e da cui provenivano tutte quelle funzioni, non questo corpo ozioso, e che questo corpo, nel suo complesso, era solo come lo strumento di cui quella cosa si serviva, come il bastone che egli aveva preso per combattere gli animali selvatici. Il suo affetto si trasferì allora dal corpo al padrone e al motore del corpo, e non gli rimase desiderio che di lui.
Frattanto quel corpo si decompose, ed emanavano da esso odori nauseanti; aumentò la sua avversione per esso e desiderò di non vederlo. Poi si offrirono al suo sguardo due corvi che lottavano tra loro, finché uno di essi fece stramazzare l'altro morto. Ed ecco, quello vivo prese a scavare nella terra, finché scavò una fossa ed in essa seppellì il morto con la terra. Disse tra sé: "Che buona cosa ha fatto questo corvo nel seppellire il cadavere del suo compagno, anche se si è comportato male uccidendolo. Io sono più degno di essere guidato a questo nei confronti di mia madre".
Scavò una fossa e vi gettò il corpo di sua madre, sparse su di esso la terra, e continuò a pensare a quella cosa che si serviva del corpo, e non capiva che cosa fosse. Volgeva lo sguardo a tutte le gazzelle, e le vedeva nella forma di sua madre, e fatte a sua immagine. Era probabile, secondo lui, che ognuna di esse fosse animata e "usata" da una cosa simile a quella che aveva animato sua madre e che si era "servita" di lei. Aveva dimestichezza con le gazzelle, e le ricercava con desiderio a causa della somiglianza.
Continuò per qualche tempo ad esaminare le specie degli animali e dei vegetali; si aggirava sulla spiaggia di quell'isola, e indagava se vedesse o trovasse qualcuno simile a lui, analogamente a ciò che vedeva per gli animali e per le piante, di cui ognuno aveva molti simili. Ma non trovava nessuno simile a lui. Vedeva che il mare circondava l'isola da ogni lato, ed era convinto che al mondo non ci fosse che quell'isola.
Accadde un giorno che si producesse fuoco in un canneto, per sfregamento. Quando lo scorse vide uno spettacolo che lo impauriva, una creatura che prima non aveva considerato. Si fermò a lungo a contemplarlo, stupefatto, e continuò ad avvicinarglisi passo dopo passo. Vide la luce, la brillantezza, l'azione misteriosa del fuoco, tale che non si comunicava a nessuna cosa senza consumarla e trasformarla in se stesso. Si impadronì di lui l'ammirazione per il fuoco, e per l'audacia e la forza che Dio Altissimo aveva infuso nella sua natura, e volle prenderne. Ma quando lo toccò, gli bruciò la mano e non poté acchiapparlo; così si risolse a prendere un tizzone di cui il fuoco non si era completamente impadronito. Lo prese dalla parte integra, mentre il fuoco ardeva dall'altra parte, e questo gli fu facile, e lo portò al luogo in cui trovava ricovero; aveva infatti preso a vivere da solo in una tana, che aveva trovato adatta per abitarci. Continuò ad alimentare quel fuoco con erba e legna abbondante, lo apprezzava e lo ammirava e ne aveva cura notte e giorno. Di notte poi, la sua familiarità con il fuoco era più grande, poiché assolveva per lui le funzioni del sole, con la sua luce e con il suo calore. L'entusiasmo per il fuoco divenne immenso, e si persuase che esso era la cosa migliore che aveva. Lo vedeva sempre levarsi verso l'alto, cercando di innalzarsi, e si convinse che faceva parte di quei corpi che osservava nel cielo. Sperimentava la sua forza su tutte le cose gettandole in esso, e vedeva che se ne impadroniva, ora velocemente, ora con lentezza, a seconda della forza dell'attitudine del corpo che gettava nelle fiamme, o della sua debolezza.
Tra tutte le cose che gettò in esso per esaminare la sua forza, vi fu un animale marino che il mare aveva gettato sulla sua spiaggia; quando quell'animale fu cotto e si diffuse il suo odore di arrosto, gli venne voglia di esso. Ne mangiò e gli piacque. Si abituò così a mangiare la carne, e adoperò l'astuzia nella caccia e nella pesca, finché fu abile in questo. Il suo amore per il fuoco si accrebbe, poiché con esso gli riusciva di trovare gustoso il nutrirsi di qualcosa di cui prima non riusciva a nutrirsi. Quando il suo entusiasmo per il fuoco si fece più grande al vedere l'eccellenza dei suoi effetti e la forza delle sue facoltà, si convinse che la cosa che si era allontanata dal cuore di sua madre, la gazzella che l'aveva allevato, era della sostanza di questa creatura o di una cosa simile ad essa. Lo confermava nel suo pensiero il vedere che gli animali erano caldi durante la loro vita ed erano invece freddi dopo la morte, ed era sempre così, senza eccezione, e il calore intenso che trovava in se stesso, nel suo petto, in corrispondenza del luogo della gazzella in cui aveva praticato l'incisione; e gli venne in mente che se avesse preso un animale vivo, avesse aperto il suo cuore, e avesse guardato in quella cavità che aveva trovato vuota quando l'aveva aperta nella gazzella sua madre, l'avrebbe vista, in questo animale vivo, piena di quella cosa che abitava in essa, e avrebbe verificato se era della sostanza del fuoco, e se era in qualche modo luminosa e calda, oppure no.
Si diresse verso un animale selvatico, lo legò saldamente, e lo apri nel modo in cui aveva aperto la gazzella, finché giunse al cuore. Si volse in primo luogo al lato sinistro di esso e l'apri. E vide quella cavità piena di aria fumante che somigliava alla bianca nebbia. Introdusse in essa il dito e la trovò calda, tanto che quasi lo bruciava. E quell'animale subito mori. Allora fu certo che era quel vapore caldo che faceva muovere questo animale, e che era così in ogni organismo animale, e che quando abbandonava l'animale, quello moriva.
Poi si destò in lui il desiderio di studiare tutti gli altri organi degli animali: la loro collocazione, il loro modo di funzionare, la loro quantità, la qualità delle relazioni tra gli uni e gli altri, come erano alimentati da questo vapore caldo finché rimanevano in vita in grazia sua, e come avveniva il permanere di questo vapore durante il tempo in cui permaneva, da dove era attinto, e come accadeva che il suo calore non si esauriva. Persegui tutto ciò sezionando gli animali vivi e morti. Continuò ad esaminarli con attenzione e ad approfondire le sue conoscenze, finché raggiunse su tutti questi argomenti il grado di conoscenza dei più grandi naturalisti.
Gli apparve chiaro che ogni organismo animale, anche se era provvisto di molti organi e di molteplici facoltà [percettive] e movimenti, era "uno" quanto a quel soffio che traeva origine da una sola cavità e si distribuiva in tutti gli altri organi emanando da essa. Tutti gli organi gli erano asserviti, o lavoravano per lui, e il modo in cui quel soffio operava nella conduzione del corpo era come il modo in cui egli stesso utilizzava gli strumenti. Con alcuni di essi combatteva gli animali, con altri li catturava, con altri ancora li sezionava. Gli strumenti di cui si serviva per combattere si dividevano in quelli con cui respingere il danno di un altro, e quelli con cui rovesciare un altro. Gli strumenti adatti alla caccia si dividevano in quelli che andavano bene per gli animali marini e quelli che andavano bene per gli animali terrestri. Così pure gli strumenti con cui li sezionava si dividevano in quelli che servivano a lacerare, quelli che servivano a spezzare, e quelli che servivano a bucare. Il corpo era uno solo, ma cambiava quegli strumenti a seconda dell'uso a cui ogni strumento era adatto, e degli scopi che la sua azione si prefiggeva. Analogamente, quel soffio animale era uno solo, e quando operava con lo strumento occhio la sua azione era il vedere, quando operava con lo strumento orecchio la sua azione era l'udire, quando operava con lo strumento naso la sua azione era il fiutare, quando operava con lo strumento lingua la sua azione era il gustare, quando operava con la pelle e con la carne la sua azione era il percepire con il tatto, quando operava con l'arto la sua azione era il muovere, quando operava con il fegato la sua azione era il nutrire e l'essere nutrito; per ognuna di queste funzioni c'erano organi che le svolgevano, ma nessuna di queste funzioni si esplicava perfettamente se non in virtù di ciò che di quel soffio giungeva agli organi, attraverso le vie chiamate nervi. Quando quelle vie erano interrotte o erano ostruite, la funzione dell'organo corrispondente cessava. Questi nervi attingevano il soffio dalle profondità del cervello, e il cervello attingeva il soffio dal cuore. Nel cervello c'erano molti soffi, perché esso era il luogo in cui molte parti erano divise. Ogni organo che fosse privo di questo soffio a causa dei motivi che impedivano la sua azione, diveniva come lo strumento gettato via, che l'operatore non utilizza e di cui non si giova. Se poi questo soffio usciva dal corpo nella sua totalità, o veniva meno, o si dissolveva completamente, tutto il corpo si arrestava e giungeva alla condizione della morte.
Procedendo in tal modo, giunse a questo livello speculativo al compiersi di tre settenari dalla sua nascita, cioè ventuno anni.
Durante questo periodo di cui abbiamo parlato, si era industriato in diversi modi. Si vestiva con le pelli degli animali che sezionava, e se ne calzava, per cucire prendeva i fili dalle pellicce, e scortecciava i fusti dell'altea, della malva, della canapa e di ogni pianta fibrosa. Quando si era indirizzato a far questo, aveva preso l'altea, e aveva fabbricato lesine da rovi resistenti e da canne affilate sulla pietra. Si era ispirato, nel costruire, a ciò che vedeva fare alle rondini: si era fatto una casa e una dispensa per il cibo che aveva in sovrappiù, e l'aveva munita di una porta di canne legate insieme affinché non ci arrivassero animali mentre lui era lontano da quelle parti, occupato in qualche faccenda. Aveva addomesticato uccelli rapaci per farsi aiutare nella caccia, si era procurato dei polli per giovarsi delle loro uova e dei loro pulcini. Aveva preso corna di buoi selvatici simili a rebbi e le aveva montate su canne resistenti e su bastoni di faggio o di altro legno. Si era aiutato in questo con il fuoco e con pietre affilate, finché erano diventate come lance. Aveva ricavato il suo scudo da pelli sovrapposte. Tutto questo perché si era accorto che le sue armi naturali erano inadeguate, ma che la sua mano era in grado di assicurargli tutte quelle difese che gli mancavano. Poiché nessun animale, a qualsiasi specie appartenesse, gli teneva testa, ma lo evitava e gli si sottraeva con la fuga, aveva meditato su come superare questa difficoltà, e non aveva visto niente di più vantaggioso che attirare alcuni animali veloci nella corsa e offrire loro in abbondanza il cibo a loro adatto, in modo che gli riuscisse di cavalcarli e di inseguire tutte le altre specie [di animali]. In quell'isola c'erano cavalli e asini selvatici: aveva scelto, di essi, quelli che gli sembravano adatti e li aveva addestrati, finché aveva raggiunto il suo scopo. Con lacci e pelli aveva fatto per essi cose simili a morsi e a selle. Così fu in grado, come si era ripromesso, di inseguire gli animali che gli era difficile prendere. Si era industriato in tutte queste faccende nel tempo in cui si dedicava a sezionare gli animali e studiava con passione le particolarità e le differenze dei loro organi. [Questo] nel periodo che terminò, come abbiamo definito, all'età di ventuno anni.

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