"…la dottrina è infallibile, è a causa del fatto che essa è un’espressione della verità, la quale, in se stessa, è assolutamente indipendente dagli individui che la ricevono e che la comprendono. La garanzia della dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»". René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cap. "Sull’infallibilità tradizionale"

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domenica 1 gennaio 2017

Titus Burckhardt, Introduzione alle dottrine esoteriche dell’Islam I - La Realizzazione Spirituale - La Meditazione

Titus Burckhardt
Introduzione alle dottrine esoteriche dell’Islam

I - La Realizzazione Spirituale
La Meditazione

La meditazione (at-tafakkur) è un complemento indispensabile del rito perché valorizza la libera iniziativa del pensiero; tuttavia, i suoi limiti sono quelli del mentale stesso; senza l'elemento onteologico del rito, essa non può passare dal modo separativo (al-farq) della coscienza individuale alla sintesi (al-jam') della conoscenza non-formale.
Essa si fonda, nell'Islam, sui versetti coranici rivolti a «coloro che sono dotati di intendimento» e che raccomandano di meditare i «segni» (i simboli) della natura, ed anche su due detti del Profeta: «Un'ora [un momento] di meditazione vale più delle opere buone compiute dalle due specie di esseri pensanti [gli uomini ed i geni, jinnah]», e «Non meditate sull'Essenza, ma sulle Qualità di Dio e sulla Sua Grazia».
La meditazione procede normalmente secondo un movimento circolare: muove da un'idea essenziale, di cui svilupperà le diverse applicazioni per reintegrarle infine nella verità iniziale, che acquisisce cosi, per la coscienza riflessa, un'attualità piu immediata e piu ricca. Si tratta del contrario di una ricerca filosofica, poiché questa considera la verità come una cosa che non sarebbe contenuta nello spirito conoscente in modo essenziale ed a priori. Il moto fondamentale del pensiero è quello rappresentato dalla meditazione, e ogni filosofia che ne disconosca la legge, sbaglia il proprio procedimento: la verità che essa sembra trovare in virtù degli argomenti, è già implicita nel suo punto di partenza, a meno che non scopra, al termine di un lungo itinerario mentale, la rifrazione mentale di un elemento passionale, di una preoccupazione individuale o collettiva.
Il pensiero individualistico implica sempre un punto cieco, giacché non conosce la propria essenza intellettuale. Neanche la meditazione coglie direttamente l'Essenza, ma la presuppone; è un'«ignoranza saggia» mentre l'argomentazione filosofica derivata dall'individualismo mentale è un «sapere ignorante». Quando la filosofia indaga la natura della conoscenza, si muove inevitabilmente in un circolo vizioso: quando separa il soggetto dalla sfera oggettiva e riconosce al primo soltanto una realtà del tutto relativa, nel senso della «soggettività» individuale, dimentica che i suoi giudizi dipendono dalla realtà del soggetto e dalla veridicità che esso può avere; d'altra parte, quando afferma che ogni percezione ha solo valore «soggettivo», dunque relativo ed incerto, dimentica che questa medesima· asserzione aspira all'oggettività. Per il pensiero non esiste soluzione a tale dilemma; questo perché il mentale, che è soltanto una particella dell'universo o una delle modalità dell'esistenza, non può né contenere l'universo, né definire la sua posizione rispetto al tutto; se però tenta di farlo, vuoi dire che c'è in esso una scintilla dell'Intelletto, che contiene e penetra veramente ogni cosa.
L'hadîth sulla meditazione che abbiamo citato per secondo, significa che l'Essenza non può mai diventare l'oggetto del pensiero, che è distintivo per natura, mentre l'Essenza è una. Invece, la meditazione coglie in un certo modo le Qualità divine, senza tuttavia «gustarle» direttamente, il che sarebbe già della sfera della pura intuizione.
La sfera peculiare della meditazione è la discriminazione tra il reale e l'irreale, e l'oggetto per eccellenza di tale discriminazione è l'«Io». La discriminazione propria della meditazione non raggiunge direttamente la radice dell'individuazione soggettiva, ma ne coglie gli aspetti estrinseci, che rappresentano altrettante sproporzioni tra un'affermazione quasi assoluta, implicita nell'ego, e la natura effimera e frammentaria della natura umana individuale. Occorre comprendere che non è questa natura individuale come tale a formare l'illusione egocentrica; il «velo» (al-hijab) da strappare consiste unicamente nell'attribuire alla natura individuale un carattere autonomo e a priori che spetta soltanto all'Essenza[1].





[1] Il fatto che il saggio perfetto sia consapevole della propria natura individuale non significa che ne sia vittima e quindi non gli impedisce di oltrepassare l'illusione.

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