"…la dottrina è infallibile, è a causa del fatto che essa è un’espressione della verità, la quale, in se stessa, è assolutamente indipendente dagli individui che la ricevono e che la comprendono. La garanzia della dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»". René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cap. "Sull’infallibilità tradizionale"

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domenica 8 gennaio 2017

Ibn Tufayl, Hayy ibn Yaqzan (Il Vivente figlio del Vigilante) - 6/7

Ibn Tufayl
Hayy ibn Yaqzan (Il Vivente figlio del Vigilante)
   
6/7

Dai trentacinque ai quarantanove anni

Quando gli avvenne di conoscere questo Essere superiore, che esisteva sicuramente, e che, non causato, era Causa dell'esistenza di tutte le cose, volle scoprire per quale via gli fosse sopravvenuta questa conoscenza e con quale facoltà fosse diventato consapevole di questo Essere.

Esaminò con cura tutti i suoi sensi: l'udito, la vista, l'odorato; il gusto e il tatto, e vide che essi tutti erano in grado di percepire solo un corpo o ciò che era in un corpo. L'udito percepiva solo i suoni, che erano le vibrazioni che si producevano nell'aria quando i corpi si urtavano vista percepiva solo i colori, l'odorato gli odori, il gusto i sapori. Il tatto percepiva i miscugli, la durezza, la morbidezza, la ruvidità, la levigatezza. così pure la facoltà immaginativa non percepiva niente che non avesse lunghezza, larghezza e profondità. Tutti questi oggetti di percezione erano proprietà dei corpi, e questi sensi non potevano giungere ad altro, poiché erano facoltà che si diffondevano nei corpi e si dividevano al loro dividersi. Per questo non percepivano che un corpo suscettibile di divisione: poiché una tale facoltà, se si diffondeva in un corpo divisibile, era anch'essa divisibile, e di conseguenza non poteva percepire che un oggetto divisibile. Quindi ogni facoltà che era in un corpo, senza dubbio percepiva solo un corpo o ciò che era in un corpo.
Gli era già apparso chiaro che questo Essere necessario era privo delle proprietà dei corpi, sotto ogni aspetto; era dunque possibile coglierLo solo tramite una cosa che non fosse un corpo, né una facoltà in un corpo, né fosse connessa in qualche modo ai corpi, né fosse interna, né esterna, né congiunta ad essi, né separata. Aveva già compreso che egli Lo percepiva con la sua essenza e che la Sua conoscenza era impressa in lui, e gli fu manifesto che la sua essenza con cui Lo percepiva non era corporea, e non possedeva nessuna delle proprietà dei corpi, e che tutto ciò che percepiva di corporeo nella esteriorità della sua essenza, non era la sua essenza reale; ma la sua essenza reale era solo quella cosa con cui poteva percepire l'Essere assoluto e necessario. Quando si rese conto che la sua essenza non era queste cose corporee che percepiva con i suoi sensi e che la sua pelle circondava, il suo corpo gli sembrò del tutto insignificante e si mise a meditare su quell'essenza nobile con cui percepiva quell'Essere nobile e necessario.
Rifletté su questa nobile essenza: era possibile che perisse o si corrompesse, si dissolvesse, oppure permaneva in eterno? Vide che la corruzione e il dissolvimento erano qualità proprie solo dei corpi: essi, infatti, si spogliavano di una forma e si rivestivano di un'altra, come l'acqua se diveniva aria, e l'aria se diveniva acqua, la pianta se diveniva terra o cenere, e la terra se diveniva pianta. Questo era il concetto della corruzione. Quanto alla cosa che non era un corpo, che non aveva bisogno del corpo per sussistere, e che era assolutamente priva delle proprietà dei corpi, non riusciva assolutamente ad immaginare la sua corruzione. Quando fu certo che la sua essenza reale non poteva essere corruttibile, volle conoscere come sarebbe stata se si fosse liberata del corpo e lo avesse abbandonato. Si era già convinto che essa lo avrebbe abbandonato solo nel caso che non le fosse andato bene come strumento. Considerò attentamente tutte le facoltà percettive, e vide che ognuna di esse ora percepiva in potenza ora in atto. Ad esempio l'occhio, quando è chiuso o si distoglie dall'oggetto, percepisce in potenza: il significato di "percezione in potenza" è che esso non percepisce ora, ma percepirà in futuro. Quando invece è aperto, e rivolto verso l'oggetto, percepisce in atto. Il significato di "percezione in atto" è che percepisce ora. Così ognuna di queste facoltà può essere in potenza o in atto. Ora, ognuna di queste facoltà, se non è mai stata in atto, continua a rimanere in potenza, e non avverte il desiderio di percepire l'oggetto specifico della sua speculazione, poiché ancora non lo conosce, come colui che è nato cieco. Se però ha percepito in atto una volta, e poi è passata a percepire in potenza, continua, mentre è in potenza, a desiderare la percezione in atto, perché ha già conosciuto quell'oggetto, gli si è attaccata e si strugge per esso, come colui che vedeva e poi è divenuto cieco continua a desiderare di rivedere le cose che ha visto. Quanto più è perfetta, splendente, buona la cosa che si può percepire, tanto più intense e più grandi sono la brama di essa e la sofferenza per la sua privazione. Chi ha perso la vista dopo avere veduto, prova un desiderio maggiore di quello che prova chi ha perso l'odorato, poiché le cose che avverte la vista sono più perfette e migliori di quelle che avverte l'odorato. Ora, tra le cose ce n'è una di perfezione infinita e di illimitata bontà, bellezza e splendore, ed è oltre la stessa perfezione, splendore e bontà, e non c'è al mondo perfezione, bontà, splendore, bellezza che non provenga e non fluisca abbondante da essa; chi perde la percezione di quella cosa dopo averla conosciuta, finché ne è privo si trova certamente in un dolore senza fine, come pure, se la percepisce in continuazione, è in una gioia senza incrinature, in una beatitudine senza limiti, e in una felicità e allegria infinite. Gli era già apparso chiaramente che l'Essere necessario era dotato di ogni genere di perfezione, ed esente e immune da ogni genere d’imperfezione; e fu certo che la cosa attraverso cui giungeva alla Sua percezione era una cosa che non era simile ai corpi e non si corrompeva. Comprese così che chi aveva un'essenza simile a questa, adatta ad una tale percezione, e gettava via il corpo con la morte, se prima - nel tempo in cui disponeva del corpo non aveva mai conosciuto questo Essere necessario, non si era congiunto a Lui e non Gli aveva prestato ascolto, quando si separava dal corpo non aveva desiderio di quell'Essere e non soffriva per la Sua privazione. Quanto a tutte le facoltà del corpo, esse erano scomparse per la scomparsa del corpo, e non aveva neanche il desiderio delle cose percepite da quelle facoltà, né si struggeva per esse, né soffriva per la loro mancanza. Questa era la situazione di tutti i bruti, non dotati di ragione, che avessero forma umana oppure no. Se prima [di morire], nel tempo in cui disponeva del corpo, aveva conosciuto questo Essere, e aveva conosciuto la Sua perfezione, la Sua grandezza, la Sua autorità, la Sua potenza e la Sua bontà, ma si era allontanato da Lui per seguire il suo capriccio, finché lo aveva colto la morte mentre era in quello stato, era privato della visione dell'Essere necessario, ed avendo il desiderio di essa rimaneva in una lunga sofferenza e in un dolore infinito. Allora, i casi erano due: o si liberava di quelle sofferenze dopo un lungo sforzo, e contemplava ciò che desiderava prima, oppure rimaneva nel suo dolore in eterno, secondo la tendenza a ognuna di queste due conclusioni che aveva durante la vita corporea. Chi aveva conosciuto questo Essere necessario prima di separarsi dal corpo e si era dedicato a Lui con tutto se stesso e si era applicato con costanza alla meditazione sulla Sua potenza, sulla Sua bontà, e sul Suo splendore, e non si era allontanato da Lui finché la morte lo aveva colto mentre era nello stato dell'attenzione e della visione in atto, questi, se si separava dal corpo, rimaneva in una dolcezza infinita, e in una gioia, una letizia, una felicità permanenti poiché la sua visione era congiunta, a quell'Essere necessario, ed era immune da turbamenti e difetti; e lo abbandonavano le sensazioni connesse a queste facoltà corporee, sensazioni che, in confronto con questo stato, erano dolori, malanni e ostacoli. Allora gli fu manifesto che la perfezione della sua essenza e la sua dolcezza erano solo nella visione di quell'Essere necessario ed eterno, visione sempre in atto, tale che non si allontanasse da Lui per un solo istante, affinché la morte lo cogliesse nello stato della visione in atto e la sua dolcezza fosse continua senza che sopraggiungesse dolore. Si mise ad esaminare come gli fosse possibile raggiungere il permanere della visione in atto, in modo che non se ne allontanasse, e il pensiero fosse costantemente immerso in quell'Essere in ogni momento. Ma, o qualche cosa sensibile si presentava alla sua vista, o giungeva al suo orecchio il verso di qualche animale, o lo distoglieva una fantasticheria, oppure lo coglieva un dolore in qualche parte del corpo, o lo prendeva la fame, o la sete, o il freddo, o il caldo, o aveva bisogno di provvedere alle sue necessità corporali: il suo pensiero si turbava e si allontanava dal suo oggetto, e solo a fatica gli era possibile tornare allo stato della visione. La sua situazione era questa e gli era impossibile porci rimedio. Cominciò ad esaminare tutte le specie degli animali e ad osservare le loro azioni e le loro aspirazioni: forse in qualcuno di essi avrebbe visto che aveva conosciuto questo Essere e si era messo a ricercarLo, e da lui avrebbe imparato ciò che sarebbe stato causa della sua salvezza. Ma vide che tutti si sforzavano solo di procurarsi il cibo ed il necessario a soddisfare gli istinti di mangiare, di bere, di accoppiarsi, di ripararsi dal sole e di riscaldarsi, e li trovava occupati in queste cose notte e giorno, fino a quando morivano ed il loro tempo finiva. Non vide nessuno di essi discostarsi da questo comportamento o ricercare di quando in quando qualche altra cosa; concluse perciò che essi non conoscevano questo Essere, non aspiravano a Lui e non cercavano affatto di conoscerLo, e che essi evolvevano tutti verso il non-essere, o uno stato simile al non-essere. Quando giunse a questa opinione a proposito degli animali, comprese che questa sua opinione si applicava a maggior ragione alle piante, infatti le piante non avevano che alcune facoltà degli animali. Se gli organismi dotati di percezione più perfetta non giungevano a questa conoscenza, a maggior ragione gli organismi inferiori non avrebbero potuto raggiungerla. Vide infatti che tutto quello che le piante facevano era ricercare il cibo e riprodursi. Considerò in seguito gli astri e le sfere celesti, e li vide tutti uniformi e concordi nei loro movimenti. Li vide diafani e luminosi, lontani dall'essere disposti al mutamento e alla corruzione, e ritenne molto probabile che avessero essenze altre dai loro corpi, che conoscevano quell'Essere necessario, e che quelle essenze dotate di conoscenza non fossero corporee e non fossero impresse in corpi, come la sua essenza dotata di conoscenza. E come avrebbero potuto non avere quelle essenze incorporee, mentre ne aveva una lui, che era così debole ed aveva tanto bisogno delle cose sensibili, e faceva parte dei corpi destinati alla corruzione? Eppure il suo essere imperfetto non gli impediva di avere un'essenza incorporea e incorruttibile. Gli sembrò quindi che a maggior ragione dovessero possedere essenze incorruttibili i corpi celesti. Scoprì che esse conoscevano quell'Essere necessario e Ne avevano la visione perpetuamente in atto; poiché gli ostacoli che impedivano a lui la continuità della visione provenivano da accidenti sensibili, mentre non c'erano ostacoli di questo tipo per i corpi celesti. Poi rifletté: perché lui si distingueva fra tutte le specie di animali per quell'essenza che lo rendeva simile ai corpi celesti? Aveva già compreso in precedenza, a proposito dei quattro elementi e della trasformazione di una cosa in un'altra, che tutto ciò che era sulla faccia della terra non rimaneva sempre nella stessa forma, ma la generazione e la corruzione si susseguivano ininterrottamente; che la maggior parte di questi corpi erano misti, composti di cose contrarie, e per questo erano destinati alla corruzione; che nessun corpo era semplice; che quei corpi che erano più vicini ad essere semplici, puri, e non vi era in essi mescolanza, erano molto lontani dalla corruzione, come l'oro e il rubino; e che i corpi celesti erano semplici e puri, e per questo erano lontani dalla corruzione e le loro forme non si alteravano. Gli apparve chiaramente, allora, che, tra i corpi del mondo della generazione e della corruzione, vi erano quelli la cui essenza reale era costituita da una sola forma che si aggiungeva al concetto di corporeità, e questi erano i quattro elementi, e quelli la cui essenza era costituita da più di una forma, come gli animali e le piante. Quei corpi la cui essenza era costituita da un minor numero di forme avevano un numero minore di funzioni, ed erano più lontani dalla vita. Se non avevano nessuna forma, era loro preclusa ogni via verso la vita, e si trovavano in uno stato simile al non-essere. Quelli la cui essenza era costituita da un maggior numero di forme avevano un maggior numero di funzioni, e riuscivano ad entrare nello stato della vita; e se quelle forme erano inseparabili dalla materia che era loro propria, allora la vita si manifestava al massimo grado della durata e dell'intensità. La cosa priva di forma era la materia prima: in essa non c'era vita, ed era simile al non-essere. Le cose dotate di una sola forma erano i quattro elementi: erano nel primo grado dell'essere nel mondo della generazione e della corruzione, e di essi erano costituite le cose dotate di molte forme. Questi elementi avevano una vita molto debole, poiché non avevano che un solo movimento; la loro vita era debole perché ognuno di essi aveva un contrario che gli opponeva resistenza, lo contrastava nella tendenza della sua natura, e lo costringeva a cambiare la sua forma. Per questo la sua esistenza non aveva stabilità e la sua vita era debole. Le piante avevano una vita più forte, e più ancora gli animali. Vi erano, tra questi corpi composti, quelli in cui predominava la natura di un solo elemento: in essi questo elemento, per la sua forza, prevaleva sulle nature degli altri, annullando le loro forze; quei composti venivano ad essere simili all'elemento predominante e non erano degni della vita, se non poco e debolmente. Nei corpi composti in cui non prevaleva la natura di un solo elemento, gli elementi erano invece equilibrati ed equivalenti: nessuno di essi annullava la forza dell'altro più di quanto l'altro annullasse la sua stessa forza, ma anzi facevano azione equilibrante gli uni sugli altri. In questi corpi non appariva con maggiore evidenza la facoltà propria di uno solo degli elementi, né alcuno di essi prevaleva, ed essendo lontani dal somigliare ad uno degli elementi, era come se la loro forma non avesse opposizione: per questo erano degni della vita. Quanto più questo equilibrio era grande, completo e stabile, tanto più erano lontani dall'avere un contrario, e la loro vita era più perfetta.
Quanto allo spirito animale che risiedeva nel cuore, era dotato di grande equilibrio, poiché era più sottile della terra e dell'acqua, e più denso del fuoco e dell'aria, ed era come il centro, e nessuno degli elementi prevaleva in esso visibilmente; per questo era adatto alla forma animale. Vide che di qui conseguiva necessariamente che il più equilibrato di questi spiriti animali era adatto alla forma di vita più perfetta che era nel mondo della generazione e della corruzione, e che di quello spirito si poteva quasi dire che la sua forma non aveva un contrario. Gli somigliavano i corpi celesti, le cui forme non avevano un contrario. Lo spirito di un tale animale, essendo in realtà il centro tra gli elementi, non si muoveva verso l'alto o verso il basso in ogni circostanza, e se fosse stato possibile che fosse posto nel punto intermedio della distanza tra il centro [del mondo] e il limite più alto cui giungeva il fuoco, senza che si corrompesse, sarebbe rimasto fermo dove si trovava e non avrebbe cercato né di salire né di scendere. Se si fosse mosso in quel luogo, avrebbe girato intorno al punto intermedio come i corpi celesti, se si fosse mosso sulla sua posizione avrebbe girato su se stesso; e sarebbe stato di forma sferica, né avrebbe potuto essere altrimenti. Ed ecco, era molto simile ai corpi celesti.
Quando aveva esaminato le situazioni degli animali, non ne aveva visto nessuno di cui potesse pensare che conosceva l'Essere necessario, mentre aveva scoperto che la sua essenza Lo conosceva: concluse, allora, che era lui l'animale equilibrato e spirituale, simile ai corpi celesti, e gli apparve chiaro che lui era una specie diversa da tutte le specie animali, e che lui solo era creato per un'altra meta e destinato a qualcosa di grande cui nessuna specie animale era destinata.
Per affermare la sua superiorità gli era sufficiente il fatto che la più vile delle due parti di cui era costituito - quella corporea - era la cosa che più di ogni altra era simile alle sostanze celesti, esterne al mondo della generazione e della corruzione, prive di imperfezione, di trasformazione e di alterazione. Quanto alla più nobile delle sue due parti, essa era la cosa attraverso cui conosceva l'Essere necessario; e questa cosa in grado di conoscere era un'entità trascendente e divina, che non si trasformava, non la toccava la corruzione, non era descrivibile con niente di ciò con cui si descrivevano i corpi, non si percepiva né tramite i sensi né tramite la facoltà immaginativa, né si giungeva alla sua conoscenza con uno strumento che non fosse essa stessa: ed era l'intelligente, l'intelletto e l'intelligenza, il conoscente, il conosciuto e la conoscenza, e tuttavia da questo non le derivava alcuna pluralità, poiché pluralità e distinzione erano proprietà dei corpi e dei loro annessi, mentre essa non era un corpo, non aveva le proprietà dei corpi, né era associata ad un corpo.
Quando gli apparve chiaro il motivo per cui, distinguendosi tra tutti i tipi di animali, era simile ai corpi celesti, pensò che fosse suo dovere esaminarli, imitare le loro azioni e fare tutto il possibile per conformarsi ad essi. Vide inoltre che la sua parte più nobile, con la quale conosceva l'Essere necessario, aveva in sé qualcosa di simile a Lui, per il fatto che era priva delle qualità dei corpi, e l'Essere necessario ne era privo. Pensò quindi che fosse suo dovere anche sforzarsi per acquistare le Sue qualità in qualunque modo fosse possibile, conformarsi alla Sua condotta, imitare le Sue azioni, adoperarsi a compiere il Suo volere, affidarsi a Lui e accettare con gioia ogni Sua disposizione, con tutto il cuore, esteriormente ed interiormente, anche se fosse stato causa di dolore e di danno per il suo corpo, anche se lo avesse distrutto nella sua totalità. Vide pure che in lui c'era qualcosa di simile a tutte le specie animali nella sua parte vile che apparteneva al mondo della generazione e. della corruzione, ed era il corpo oscuro e denso che chiedeva a questo mondo le varie sensazioni del mangiare, del bere e dell'accoppiarsi. Vide che quel corpo non gli era stato creato per scherzo, né gli era stato congiunto inutilmente, e che era suo dovere studiarlo e provvedere ad esso; e poteva occuparsi del suo corpo solo con azioni simili a quelle di tutti gli animali.
A suo parere, dunque, le azioni che doveva compiere miravano a tre scopi, ed erano: 1) azioni per cui si rendesse simile agli animali privi di ragione; 2) azioni per cui si rendesse simile ai corpi celesti; 3) azioni per cui si rendesse simile all'Essere necessario. La prima assimilazione gli competeva perché aveva il corpo oscuro, dotato di organi differenziati, di diverse facoltà e inclinazioni. La seconda assimilazione gli competeva perché aveva lo spirito animale che risiedeva nel cuore e che era origine a tutto il corpo e alle sue facoltà. La terza assimilazione gli competeva perché lui era lui, cioè perché lui era l'essenza con la quale conosceva quell'Essere necessario. Aveva compreso precedentemente che la sua felicità e la sua salvezza dalla sofferenza erano solo nella continuità della visione di questo Essere necessario, al punto che non se ne allontanasse per un solo istante. Meditando, poi, sul modo in cui potesse riuscire ad ottenere questa continuità, gli venne il pensiero che fosse suo dovere applicarsi a questi tre tipi di assimilazione. Quanto alla prima assimilazione, da essa non gli sarebbe derivata neanche in minima parte questa contemplazione, ma anzi lo avrebbe distolto da essa e l'avrebbe ostacolata, escludendola; poiché era volta alle cose sensibili, e tutte le cose sensibili erano veli che impedivano quella contemplazione. Ma aveva bisogno di quella assimilazione per mantenere in vita questo spirito animale attraverso cui gli sarebbe avvenuta la seconda assimilazione, quella ai corpi celesti. La necessità lo induceva a seguire questa via, anche se non era priva di quel difetto. Quanto alla seconda assimilazione, per essa gli sarebbe accaduta una gran parte della visione continua; ma a questa visione si sarebbe mescolato un certo intorbidamento: se infatti uno contemplava per quella via, conservava in quella visione la consapevolezza della sua propria essenza e rivolgeva ad essa lo sguardo, come sarà chiarito in seguito. Quanto alla terza assimilazione, per essa gli sarebbe accaduta la contemplazione pura e l'assorbimento assoluto in cui il suo essere non si sarebbe volto a considerare se non l'Essere necessario. L'essenza di colui che contemplava secondo questa via scompariva, si annullava e veniva meno, e così pure scomparivano tutte le essenze, fossero molte o poche, ad eccezione dell'Essenza dell'Uno, del Vero, del Necessario, Egli è eccelso, altissimo e potente. Quando gli apparve chiaro che l'estremo oggetto della sua ricerca era questa terza assimilazione e che essa non gli sarebbe avvenuta se non dopo essersi esercitato ed essersi applicato per lungo tempo alla seconda assimilazione, e che questo periodo di tempo non gli sarebbe stato fornito se non tramite la prima assimilazione, comprese che la prima assimilazione (che pure era necessaria), anche se accidentalmente era un aiuto, era un ostacolo per essenza, e si impose di attribuirsi, di questa assimilazione, solo lo stretto necessario, cioè quel tanto che fosse sufficiente ad assicurare la sopravvivenza dello spirito animale.
Trovò che le cose necessarie alla sopravvivenza dello spirito animale erano due: 1) ciò che lo sostenesse all'interno e gli restituisse l'equivalente di ciò che di lui si dissolveva, ed era il cibo; 2) ciò che lo proteggesse all'esterno ed allontanasse da lui i danni che potevano essere causati dal freddo, dal caldo, dalla pioggia, dal calore del sole, dagli animali nocivi, e così via. Vide che se si procurava queste cose necessarie sconsideratamente, come capitava, spesso si trovava ad eccedere, prendeva oltre il sufficiente, e, senza accorgersene, agiva contro se stesso. Decise di prescriversi dei limiti da non oltrepassare, e delle quantità da non superare, e gli sembrò che la prescrizione dovesse riguardare il genere di ciò di cui si nutriva, che cosa fosse, la sua quantità e il tempo tra i pasti. Considerò dapprima le varie cose di cui si nutriva, e vide che erano di tre specie: 1) le piante che non erano ancora giunte a maturazione e non erano pervenute all'estremo limite del loro completamento, ed erano i diversi tipi di legumi verdi di cui si poteva cibare; 2) i frutti delle piante che, già mature e giunte al completo sviluppo, facevano uscire il seme affinché da esso si generassero altre piante a conservazione della loro specie ed erano i diversi tipi di frutti freschi o secchi; 3) gli animali di cui si nutriva, sia terrestri che marini. Aveva già compreso che queste specie esistevano tutte per opera di quell'Essere necessario, tale che nell'esserGli vicino e nel divenire simile a Lui era la sua felicità. Ora, non c'era dubbio che il fatto che se ne cibava impediva ad esse di giungere al completamento, e si frapponeva tra esse e il fine ultimo da esse perseguito. Questo significava ostacolare l'opera del Creatore, e questo fare ostacolo era in contraddizione con il suo cercare di esserGli vicino e di divenire simile a Lui. Vide che sarebbe stato nel giusto se avesse potuto tutto d'un tratto astenersi dal cibo. Ma non gli fu possibile, poiché vide che, se si fosse astenuto dal cibo, questo lo avrebbe portato alla corruzione del corpo, e questo avrebbe voluto dire ostacolare ancora di più il Creatore, poiché egli era più nobile di quelle altre cose la cui corruzione era causa della sua sopravvivenza. Cedette al minore dei mali, accondiscese alla più lieve delle due opposizioni: decise di prendere di queste specie, se fossero venute a mancare, quelle che gli fosse facile prendere, nella quantità che in seguito gli sarebbe apparsa essere quella giusta. Quanto a quelle che erano a sua disposizione, conveniva che considerasse attentamente e scegliesse quelle tali che il prenderle non costituisse un grande ostacolo all'opera del Creatore, come la polpa dei frutti che erano già pervenuti al culmine della dolcezza, i cui semi servivano alla generazione del simile; a condizione che avesse cura di quei semi, che non li mangiasse, non li facesse corrompere e non li gettasse in un luogo non adatto alle piante, come la pietra, la palude e simili. Se gli fosse stato difficile trovare di questi frutti, dotati di polpa commestibile, come le mele, le pere, le prugne e simili, avrebbe potuto prendere o i frutti di cui non poteva mangiare che il cuore del seme, come le noci e le castagne, oppure i legumi che non erano giunti all'estremo limite della loro maturazione; a condizione, in questi due casi, che cercasse quelle specie che erano reperibili in maggiore quantità e le più forti nel riprodursi, che non estirpasse le loro radici e non distruggesse i loro semi. In mancanza di queste, avrebbe potuto prendere gli animali o le loro uova, a condizione, quanto agli animali, che prendesse quelli che si trovavano più facilmente e che non facesse estinguere completamente nessuna loro specie. Questo fu ciò che decise a proposito delle specie di cui si cibava. Riguardo alla [giusta] quantità, decise che era quel tanto che placasse lo stimolo della fame, e non di più. Quanto al tempo che doveva intercorrere tra due pasti, decise che, preso cibo a sufficienza, se ne sarebbe astenuto e non vi avrebbe badato finché non lo avesse colto una debolezza che gli impedisse di compiere alcune azioni necessarie alla seconda assimilazione, azioni che ricorderemo in seguito. Quanto alle cose necessarie alla sopravvivenza dello spirito animale che lo proteggevano all'esterno, a questo proposito non aveva problemi: infatti era rivestito di pelli e si era fatto un'abitazione che lo riparava da ciò che gli proveniva dall'esterno. Si contentò di questo, e non vide la necessità di occuparsene, e si impegnò ad osservare nel suo cibo le leggi che si era imposto, quelle di cui abbiamo trattato prima.
Poi prese in considerazione la seconda cosa da fare, cioè il rendersi simile ai corpi celesti, il seguire il loro esempio, l'acquisire le loro qualità. Studiò attentamente le loro qualità, che gli sembrò di poter riassumere in tre generi: 1) essi avevano qualità per cui erano in relazione con il mondo sottostante della generazione e della corruzione, erano infatti responsabili del riscaldamento per essenza, del raffreddamento per accidente, dell'illuminazione, della rarefazione e della condensazione, di tutte le cose, insomma, che producevano in esso, grazie alle quali era adatto ad accogliere le numerose forme spirituali che emanavano dal Creatore, l'Agente necessario; 2) essi avevano qualità per essenza, conformi alla loro natura, come semi-trasparenza, luminosità e purezza, immunità dall'offuscamento e da ogni tipo di contaminazione, e si muovevano di moto circolare, alcuni su se stessi, alcuni intorno ad altri corpi celesti; 3) avevano qualità simili a quelle dell'Essere necessario, come il fatto che Lo contemplavano senza interruzione, senza allontanarsene, partecipavano della Sua sapienza, si adoperavano a compiere la Sua volontà e non si muovevano se non per il Suo volere e affidandosi a Lui. Si mise a sforzarsi per rendersi simile ad essi in ognuno di questi tre generi di qualità.
Quanto al primo genere, la sua assimilazione ad essi consisteva in questo: si imponeva di non vedere un animale (o una pianta) tormentato da una necessità o una malattia o una mancanza o un impedimento che era in suo potere eliminare, senza che li eliminasse.
Quando il suo sguardo si posava su una pianta cui qualcosa aveva nascosto il sole, oppure a cui si era attaccata un'altra pianta che le recava danno, o che languiva per un'arsura che quasi la faceva morire, allontanava da essa quell'impedimento, se era di quelli che si potevano rimuovere, separava quella pianta e la pianta ad essa nociva con un'operazione che non danneggiasse la pianta nociva, e aveva cura di essa innaffiandola più che poteva.
Quando il suo sguardo si posava su un animale incalzato da una belva, o che si era impigliato in un laccio, o gli si era conficcata una spina, o gli era penetrato qualcosa di nocivo nell'occhio o nell'orecchio, oppure era tormentato dalla sete o dalla fame, si incaricava di metter fine a tutto ciò e gli dava da mangiare e da bere. Quando il suo sguardo si posava su un'acqua che, scorrendo, avrebbe dissetato una pianta o un animale, ma era ostacolata nel suo fluire da un impedimento, una pietra che vi era caduta dentro, o uno sbarramento [di fiume] che le si opponeva, allontanava da essa tutto ciò. Continuò a dedicarsi a questo genere di assimilazione, finché raggiunse in esso il massimo grado di perfezione. Quanto al secondo genere, la sua assimilazione ad essi consisteva in questo: si imponeva di conservarsi sempre pulito, di allontanare dal suo corpo l'impurità e la turpitudine, di lavarsi frequentemente con acqua, di pulirsi le unghie, i denti e le pieghe del corpo, si profumava come con il profumo delle piante e con i vari tipi di oli aromatici, aveva cura dei suoi abiti, li puliva e li profumava; finché divenne risplendente di leggiadria e bellezza, di pulizia e di profumo. Contemporaneamente si applicava ai vari tipi di movimento circolare: ora girava intorno all'isola e percorreva in circolo la spiaggia viaggiando sui suoi lati, ora girava più volte intorno alla sua abitazione e intorno a qualche roccia, o camminando oppure a passo spedito. Ora girava su se stesso finché perdeva i sensi. Quanto al terzo genere, la sua assimilazione ad essi consisteva in questo: si imponeva di pensare intensamente a quell'Essere necessario, poi interrompeva ogni contatto con le cose sensibili, chiudendo gli occhi, tappandosi le orecchie, cercando di non correre dietro all'immaginazione, e si sforzava di raggiungere la capacità di non pensare che a Lui e di non associarGli alcun altro; otteneva ciò girando intorno a se stesso e accelerando il suo movimento. Se infatti aumentava il ritmo della rotazione, svanivano dalla sua mente tutti gli oggetti sensibili, si indebolivano l'immaginazione e tutte le facoltà che avevano bisogno di strumenti corporei, e diventavano forti le azioni della sua essenza, che era priva di corpo. A volte il suo pensiero era puro da ogni contaminazione, e con esso contemplava l'Essere necessario; ma poi le facoltà corporee lo assalivano e il suo stato si alterava, lo riducevano al livello più basso e tornava allo stato precedente. Se lo coglieva un indebolimento che lo distraeva dall'attenzione, prendeva un po' di cibo, alle condizioni ricordate prima, poi di nuovo si volgeva alla sua attività di rendersi simile ai corpi celesti quanto ai tre generi ricordati.
Si dedicò a questo per un certo tempo: combatteva le sue facoltà corporee ed esse combattevano lui, lottava con esse ed esse con lui; quando aveva la meglio, il suo pensiero era puro da ogni intorbidamento e gli balenava qualcosa degli stati di coloro che sono giunti al terzo tipo di assimilazione.
Si mise infine a cercare la terza assimilazione, e aspirò al suo conseguimento. Riflettendo sulle qualità dell'Essere necessario, gli era apparso chiaro nel corso delle sue argomentazioni teoriche, prima di mettersi al lavoro, che esse erano di due generi: qualità positive, come la scienza, la potenza e la sapienza, e qualità negative, come il Suo essere privo di corporeità e di ciò che era inerente ad essa o ne conseguiva, anche da lontano. Nelle qualità positive si presupponeva l'assenza di ogni elemento antropomorfico, così che tra esse non si trovava alcuna qualità dei corpi, in particolare la loro molteplicità. Attraverso queste qualità positive la Sua Essenza non diveniva molteplice, ma si riconducevano tutte ad un solo concetto, che era la Sua Essenza stessa. Si mise a cercare come sarebbe potuto divenire simile a Lui in ognuno di questi due generi [di qualità]. Quanto alle qualità positive, sapeva che esse si riconducevano tutte alla Sua Essenza stessa, e che non vi era in esse molteplicità sotto nessun aspetto, infatti la molteplicità era una qualità dei corpi; sapeva inoltre che la conoscenza che Egli aveva di Sé non era un concetto che si aggiungeva alla Sua Essenza, ma la Sua Essenza era il Suo stesso conoscersi, e il Suo conoscersi era la Sua Essenza. Gli fu dunque chiaro che se gli fosse stato possibile conoscere la Sua Essenza, quella scienza con cui Lo avrebbe conosciuto non sarebbe stata un concetto aggiunto alla Sua Essenza ma sarebbe stata Egli stesso. Vide che il diventare simile a Lui nelle qualità affermative consisteva in questo: che conoscesse Lui solo senza associarGli nessuna qualità dei corpi. Si applicò a questo. Anche le qualità negative si riconducevano tutte all'assenza di ogni corporeità: si mise quindi a scacciare da sé le qualità corporee. Ne aveva già eliminate molte nel suo esercizio precedente, con il quale si era diretto all'assimilazione ai corpi celesti. Ma ne aveva conservate molte altre, come il movimento circolare che è una delle qualità più caratteristiche dei corpi, la cura degli animali e delle piante, la misericordia per loro e la sollecitudine nel rimuovere i loro impedimenti. Anche queste erano qualità proprie dei corpi: infatti in un primo tempo li vedeva grazie ad una facoltà esclusivamente corporea, e poi si dedicava ad essi con una facoltà anch'essa esclusivamente corporea. Si dedicò ad allontanare da se stesso tutto ciò, poiché queste cose nel loro insieme non si addicevano a questa condizione che ora ricercava.
Continuò ad accontentarsi di stare quieto nella sua piccola caverna, in silenzio, a testa bassa, disperdendo lo sguardo, allontanandosi da tutte le cose sensibili e da tutte le facoltà corporee, concentrando l'interesse e il pensiero sul solo Essere necessario, senza associarGli nessuna altra cosa. Quando si presentava alla sua immaginazione un oggetto che non era Lui, lo scacciava a forza e lo respingeva. Si esercitò in questo e vi si applicò per lungo tempo, in modo che passavano su di lui molti giorni in cui non mangiava e non si muoveva. Durante questa sua lotta violenta, a volte svanivano dalla sua memoria e dal suo pensiero tutte le cose, tranne la sua propria essenza. Essa non gli si sottraeva nel tempo in cui era assorto nella contemplazione dell'Essere primo, vero e necessario. Questo gli dispiaceva, poiché sapeva che era un intorbidamento nella contemplazione perfetta e un associare qualcosa a quell'Essere nell'attenzione. Non cessò di ricercare l'annullamento della sua essenza, la purificazione nella visione del Vero, finché gli riuscì e svanirono dalla sua memoria e dal suo pensiero i cieli, la terra e ciò che è tra loro, e tutte le forme spirituali e le facoltà corporee, e tutte le facoltà separate dalla materia, cioè le essenze che conoscevano l'Essere necessario; e assieme a quelle essenze scomparve la sua stessa essenza, dileguò il tutto, si dissolse e divenne pulviscolo che si alza, e non rimase che l'Uno, il Vero, l'Essere permanente. E parlava con parole che non erano un concetto aggiunto alla Sua Essenza: "A chi appartiene la sovranità, oggi? A Dio, l'Uno, l'Irresistibile"[1]. Comprese il Suo linguaggio, ascoltò il Suo invito, non conosceva il linguaggio, non era in grado di parlare e tuttavia lo comprendeva. Si immerse in questa sua condizione e contemplò ciò che nessun occhio ha visto, né alcun orecchio ha ascoltato, né mai è balenato ad un cuore umano.
Non attaccare il tuo cuore alla descrizione di una cosa che un cuore umano non ha mai potuto intuire: se infatti è difficile descrivere molte cose che i cuori umani hanno potuto intuire, come si riuscirà a descrivere una cosa che il cuore non può intuire e non è del suo mondo né del suo livello? Con la parola "cuore" non intendo il cuore corporeo né lo spirito che risiede nella sua cavità, ma intendo con questa parola la forma di quello spirito, forma che si diffonde con le sue facoltà nel corpo dell'uomo. Ognuno di questi tre viene detto in realtà "cuore", ma nessuno dei tre ha la possibilità di intuire questa cosa, né si riesce ad esprimere ciò che si è ad essi manifestato. Chi desidera ardentemente spiegare questo stato, desidera una cosa impossibile, ed è come quello che voglia gustare i colori dipinti in quanto colori, cercando ad esempio se il nero sia dolce o amaro. Con questo tuttavia non ti priveremo di allusioni con cui accenneremo alle meraviglie che egli contemplò in quello stato; a titolo di esempio, però, non con la pretesa di battere alla porta della verità; infatti non è possibile accedere alla verità su ciò che avviene in quello stato se non si giunge ad esso. Ora ascolta con l'orecchio del cuore, e guarda con l'occhio dell'intelletto ciò a cui si accenna: forse vi troverai una guida che ti permetterà di trovare la Via. Ti pongo come condizione che tu non mi chieda ora a voce ulteriori informazioni oltre quelle che affido a questi fogli; infatti il campo è limitato, e voler definire con parole una cosa che non è per sua natura esprimibile è pericoloso.
Dunque: quando venne meno alla sua essenza e a tutte le essenze, non vide al mondo se non l'Uno, il Vivente, l'Eterno, e contemplò ciò che contemplò; poi tornò all'attenzione delle altre cose. Quando si destò da quello stato simile all'ebbrezza, apparve alla sua mente che lui non aveva un'essenza per cui si distingueva dall'Essenza del Vero, dell'Altissimo, e che la sua stessa essenza era l'Essenza del Vero, e che la cosa che prima pensava che fosse la sua essenza diversa dall'Essenza del Vero, non era niente in realtà, anzi non era nient'altro che lo stesso Vero, ed Egli era come la luce del sole che si posa sui corpi compatti e la vedi apparire in essi. Ma essa, anche se si attribuisce al corpo in cui appare, non è in realtà nient'altro che la luce del sole. Se quel corpo scompare, scompare la sua luce, mentre la luce del sole rimane inalterata; non diminuisce quando quel corpo è presente, né aumenta quando quel corpo scompare. Quando c'è un corpo adatto ad accogliere quella luce si verifica l'accoglimento, se il corpo non c'è quell'accoglimento manca e non ha significato. Si rafforzò in lui questa opinione, poiché gli era apparso chiaro che l'Essenza del Vero - Egli è potente ed eccelso - non era in alcun modo molteplice e che la conoscenza che Egli aveva di Sé era la Sua stessa Essenza. Da questo, a suo parere, conseguiva necessariamente che colui che giungeva a conoscere la sua essenza, giungeva alla Sua Essenza. Ora, egli era giunto alla conoscenza di Dio, e dunque era giunto alla Sua Essenza. Ma questa Essenza non si comunicava che a Se stessa e il Suo stesso comunicarsi era l'Essenza, ed ecco egli era l'Essenza stessa. Ugualmente tutte le essenze separate dalla materia che conoscevano quell'Essenza vera, che prima vedeva molteplici, divennero nel suo pensiero una cosa sola. Fu quasi sul punto di consolidarsi in questo errore, ma Dio nella Sua misericordia lo evitò e vi pose riparo con la Sua guida: e comprese che questo errore gli si presentava solo perché permanevano in lui le tenebre caratteristiche dei corpi e l'offuscamento prodotto dalle cose sensibili, e che il molto e il poco, l'uno e l'unità, la pluralità, l'unione e la separazione erano tutte qualità dei corpi. Di quelle essenze separate che conoscevano l'Essenza del Vero - Egli è eccelso e potente - non si poteva dire né che erano molte né che erano una sola, poiché erano molte solo se si consideravano separate l'una dall'altra, ma, se considerate unite, erano anche una sola. Ma non poteva comprendere nulla di ciò se non attraverso concetti contenuti nella materia e rivestiti di essa.
La spiegazione è qui molto insufficiente; infatti, se tu alludi a quelle essenze separate al plurale, secondo questo nostro modo di dire, si comunica falsamente loro il concetto della molteplicità, mentre ne sono prive: se invece alludi a queste essenze al singolare, si comunica loro il concetto dell'unità, e anche questo è impossibile.
Mi sembra che si levi qui uno di quei pipistrelli, agli occhi dei quali il sole è tenebra fitta, che si agiti nei ceppi della sua ottenebrata follia, e dica: "Nel tuo argomentare minuzioso hai passato i limiti, finché ti sei privato dell'acume dei saggi e hai abbandonato la capacità di giudicare secondo ragione: è infatti una caratteristica propria dell'intelletto il decidere se una cosa è una o molteplice". Vada cauto nel suo entusiasmo, freni la sua lingua, dubiti di se stesso e impari dal mondo sensibile e vile che si offre alla sua osservazione, come ne trasse insegnamento Hayy ibn Yaqzan quando, considerandolo da un certo punto di vista, lo vedeva molteplice, di una molteplicità che non si poteva raccogliere né limitare, ma poi, considerandolo da un altro punto di vista, lo vedeva uno, e rimaneva indeciso a questo proposito senza che gli fosse possibile optare per una delle due soluzioni. Nel mondo sensibile traggono origine il plurale e il singolare, in esso si comprende la loro vera essenza, in esso sono la separazione e il congiungimento, l'unione e la diversificazione, l'incontro e la dispersione; quale sarà allora il suo pensiero a proposito del mondo divino, in cui non si può parlare né di tutto né di parte, per il quale non si può far uso dei termini che siamo soliti udire senza che gli si comunichi qualcosa di falso, che non può conoscere se non chi lo contempla, né accertarsi della sua essenza se non chi vi è giunto! Quanto alle sue parole: "... finché ti sei privato dell'acume dei saggi e hai abbandonato la capacità di giudicare secondo ragione", noi glielo concediamo, e lo abbandoniamo con la sua ragione e con i suoi saggi, poiché la ragione che interessa a lui e ai suoi pari è solo la facoltà logica, con la quale si considerano le cose sensibili una ad una per cogliere poi da esse il concetto universale. E i saggi che gli interessano conducono con questo metodo la loro speculazione.
Ma il modo in cui noi abbiamo parlato di questi argomenti è al di sopra di tutto ciò: non gli presti orecchio chi non conosce altro che le cose sensibili e i loro universali, se ne discostino coloro che "conoscono ciò che appare della vita di questo mondo, e, quanto all'altro, se ne allontanano"[2]. Ma se sei di coloro che si contentano di questo tipo di allusione e di accenno a ciò che è nel mondo divino e non attribuisci ad espressioni dei miei concetti ciò che suggerisce l'uso che comunemente ne viene fatto, aggiungeremo per te qualche altra cosa su ciò che contemplò Hayy ibn Yaqzan nello stato della verità che abbiamo ricordato prima, e diciamo: dopo l'assorbimento perfetto ed il completo annullarsi nella realtà del conseguimento, contemplò la sfera più alta oltre la quale non vi è alcun corpo, e vide un'essenza priva di materia che non era l'essenza dell'Uno, del Vero, né la stessa sfera del cielo, né qualcosa di diverso da esse; ed era come l'immagine del sole che risplende in uno specchio levigato, e non è il sole, né lo specchio, né una cosa diversa dal sole e dallo specchio. Vide che l'essenza separata di quella sfera aveva una perfezione, una luminosità, una bellezza così grandi che non si possono esprimere con la lingua, tanto sarebbe difficile rivestirle di parole o di suoni, e la vide al grado più perfetto della dolcezza e della gioia, della beatitudine e della felicità, per la contemplazione dell'Essenza del Vero, grande è la Sua gloria. Vide che anche la sfera [ad essa] sottostante, cioè la sfera delle stelle fisse, aveva una essenza priva di materia, che non era l'essenza dell'Uno, del Vero, né l'essenza separata della sfera più alta, né la stessa sfera, né qualcosa di diverso da esse. Ed era come l'immagine del sole che risplende in uno specchio in cui si riflette l'immagine proveniente da un altro specchio, posto di fronte al sole. Vide che anche questa essenza aveva luminosità, bellezza e dolcezza come quella della sfera più alta. Vide che anche la sfera sottostante a questa, cioè la sfera di Saturno, aveva un’essenza separata dalla materia, che non era nessuna delle essenze che aveva contemplato prima, e non era diversa da esse, ed era come l'immagine del sole che appare in uno specchio in cui si riflette l'immagine che proviene da uno specchio in cui si riflette l'immagine che proviene da uno specchio posto di fronte al sole. E vide che anche questa essenza aveva luminosità e dolcezza come quelle che aveva visto prima. Continuò a vedere che tutte le sfere avevano un’essenza separata priva di materia che non era nessuna delle essenze che la precedevano, né era diversa da esse. Ed era come l'immagine del sole che si riflette di specchio in specchio, secondo l'ordine di dignità in cui si susseguivano le sfere. Vide che ognuna di queste essenze aveva una bellezza, una luminosità, una felicità che mai occhio ha visto, né orecchio ascoltato, né cuore umano intuito, finché da ultimo giunse a contemplare il mondo della generazione e della corruzione, che era contenuto nella sua totalità all'interno della sfera della luna. Vide che aveva un'essenza priva di materia, che non era nessuna delle essenze che aveva contemplato prima né era identica ad esse. Questa essenza aveva settantamila volti, in ogni volto settantamila bocche, in ogni bocca settantamila lingue con le quali lodava l'Essenza dell'Uno, del Vero, e La santificava e La glorificava senza interrompersi. Vide che questa essenza in cui si poteva supporre la molteplicità, mentre non era molteplice, aveva perfezione e dolcezza come le essenze che la precedevano. E questa essenza era come l'immagine del sole che risplende in un acqua tremolante in cui si riflette l'immagine proveniente dall'ultimo degli specchi a cui giunge il raggio riflesso, secondo l'ordine che procede dal primo specchio che è posto di fronte al sole stesso. Poi vide che egli stesso aveva un'essenza separata: se fosse stato possibile che si dividesse in parti l'essenza dai settantamila volti, avremmo potuto dire che essa era una sua parte. Se non fosse stato che questa essenza era venuta ad essere dopo che non era, avremmo potuto dire che essa era quell'essenza; e se non fosse stata legata a quel suo corpo fin dal suo apparire, avremmo potuto dire che essa non aveva origine.
Contemplò in questo ordine essenze simili alla sua essenza, che erano appartenute a corpi che poi si erano dissolti e a corpi che si trovavano nell'esistenza contemporaneamente a lui, ed esse erano una moltitudine senza fine, se si poteva dire che erano molte, oppure confluivano tutte in un solo individuo, se si poteva dire che erano una essenza sola. Vide che la sua essenza e quelle che erano nel suo stesso ordine avevano una bellezza, una luminosità, una felicità infinite, che occhio non ha veduto né orecchio ascoltato, né cuore umano intuito, che non può descrivere chi vuol descrivere, né può comprendere se non chi vi giunge e conosce. E vide molte essenze separate dalla materia che erano come specchi coperti di ruggine sopraffatti dalle scorie, che, pur essendo rivolti verso gli specchi levigati in cui si delineava l'immagine del sole, si sottraevano ad essa con le loro superfici. Vide che queste essenze erano di una tale bruttezza e imperfezione che non avrebbe mai potuto immaginare. Le vide [immerse] in una sofferenza senza fine, in dolori inestinguibili, circondate da cortine di sofferenza, divorate dal fuoco della separazione, combattute e divise tra la repulsione e l'attrazione. Oltre queste essenze tormentate vide qui delle essenze che apparivano e poi dileguavano, si condensavano e divenivano scarne, e le esaminò con cura. Osservandole attentamente, vide poteri grandissimi, situazioni importanti, invenzioni rapide, saggezze profonde, accomodamenti e presunzioni, formazioni e annullamenti. Ed ecco che ristette un poco, poi tornò in sé, si ridestò da quel suo stato simile allo svenimento; il suo piede ne scivolò via, gli apparve il mondo sensibile e si nascose a lui il mondo divino.
Non può avvenire infatti che i due mondi confluiscano in uno: e questo mondo e l'altro sono come due concubine che, se ne soddisfi una, scontenti l'altra.
Ora tu potresti osservare: da ciò che hai detto di questa contemplazione, appare che le essenze separate, se appartengono ad un corpo eterno ed incorruttibile, come le sfere celesti, sono anch'esse eterne; se invece appartengono ad un corpo che evolve verso la corruzione, come gli animali dotati di ragione, si corrompono, scompaiono e dileguano; e ciò può risultare dal tuo paragone della riflessione degli specchi. Se infatti la sussistenza dell'immagine è affidata alla sussistenza dello specchio, se lo specchio si corrompe, si corrompe l'immagine, e scompare. E io ti rispondo: come in fretta hai dimenticato il nostro patto e ti sei sciolto dal nostro vincolo! Non ti abbiamo forse premesso che l'ampiezza della spiegazione qui è limitata e che le parole usate per descrivere gli stati fanno credere cose che non sono la verità? Tu sei giunto a questa convinzione solo perché hai considerato simili sotto ogni riguardo il modello e il Suo ritratto. Ora, già non conviene che si faccia questo nei vari tipi di discorsi abituali; e dunque tanto meno qui. Infatti il sole e la sua luce, la sua immagine e la formazione di essa, gli specchi e le immagini che vi appaiono, sono tutte cose non separate dai corpi e che non hanno fondamento se non per essi e in essi. Ne hanno quindi bisogno durante la loro esistenza, e scompaiono al loro scomparire. Ma le essenze divine e gli spiriti trascendenti sono tutti privi dei corpi e delle qualità ad essi inerenti, e ne sono privi nel modo più assoluto, né hanno con essi relazione o legame, ed è sbagliato attribuire loro la caducità o la durevolezza dei corpi, l'esistenza o la non-esistenza dei corpi, poiché sono legati e uniti solo all'Essenza dell'Uno, del Vero, del Necessario, che è il primo di loro, la loro origine e la loro causa, colui che li pone in esistenza, che dona loro di continuare ad esistere e li provvede di permanenza ed eternità, e non hanno bisogno dei corpi, ma al contrario i corpi hanno bisogno di loro. E se fosse concepibile la loro inesistenza, i corpi non esisterebbero, poiché essi ne sono i principi; ugualmente se fosse concepibile l'inesistenza dell'Essenza dell'Uno, del Vero - Egli è bene al di sopra nella Sua santità di una tale supposizione -, tutte queste essenze non esisterebbero, verrebbero meno i corpi, scomparirebbe il mondo sensibile nella sua totalità, e non rimarrebbe nessuna cosa, poiché il tutto è legato in ogni sua parte. Il mondo sensibile, anche se è subordinato al mondo divino, gli è simile come la sua ombra, il mondo divino non ne ha bisogno e ne è indipendente; tuttavia l'ipotesi della sua non-esistenza è improponibile poiché viene dietro al mondo divino e la sua corruzione può consistere solo in una trasformazione, non in una scomparsa totale. Questo esprime il Libro Venerabile ovunque si incontri questo concetto: i monti scompariranno e diverranno come lana, e gli uomini come farfalle, e il sole e la luna si oscureranno, e i mari si prosciugheranno "il giorno in cui la terra si trasformerà in qualcosa di diverso dalla terra e dai cieli". Questo è quanto mi è possibile ora accennarti di ciò che contemplò Hayy ibn Yaqzan in quello stato sublime, e non chiedere che io vi aggiunga qualcosa a parole, poiché questo è impossibile. Quanto alla conclusione della sua storia, te la riferirò, se vuole Dio Altissimo, ed è questa: quando tornò al mondo sensibile, e ciò avvenne dopo le sue varie peregrinazioni, provò disgusto per la vita di questo mondo e si fece più intensa la sua sete della vita più alta. Si mise dunque a cercare di ritornare a quello stato, secondo il metodo che aveva seguito in precedenza, finché vi giunse in modo più semplice di come vi era giunto la prima volta, e vi si trattenne, la seconda volta, per un tempo più lungo della prima. Poi tornò al mondo sensibile. In seguito, s’impose di giungere a quel suo stato, e gli fu più facile della prima e della seconda volta, e la sua permanenza in esso fu più lunga. Continuò a giungere a quello stato con una facilità sempre maggiore e vi si tratteneva ogni volta più a lungo, finché giunse a pervenire ad esso quando voleva e a staccarsene quando voleva. Non si separava da quel suo stato e non vi rinunciava se non per provvedere alle necessità del suo corpo, che aveva diminuito finché non erano giunte al minimo possibile. Desiderava, allo stesso tempo, che Dio lo liberasse completamente dal suo corpo, che era causa della sua ricorrente separazione da quel suo stato, di disfarsene per volgersi alla dolcezza eterna, e di non provare più il dolore della lontananza da quel suo stato per provvedere alle necessità del corpo.
Rimase in questa situazione finché superò il settimo settenario della sua esistenza, e cioè i cinquant'anni. Allora gli sopraggiunse la compagnia di Asâl, e il seguito della sua storia, se vuole Dio Altissimo, tratterà di ciò che gli avvenne con lui.





[1] Corano  40,16
[2] Corano  30,7

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