"…la dottrina è infallibile, è a causa del fatto che essa è un’espressione della verità, la quale, in se stessa, è assolutamente indipendente dagli individui che la ricevono e che la comprendono. La garanzia della dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»". René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cap. "Sull’infallibilità tradizionale"

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lunedì 19 gennaio 2015

Michel Vâlsan, Un testo dello Shaykh al-Akbar sulla «Realizzazione discendente»

Michel Vâlsan
Un testo dello Shaykh al-Akbar sulla «Realizzazione discendente»

Il volume postumo di René Guénon che raccoglie il resto dei suoi articoli sull’iniziazione[1] termina col capitolo intitolato «Realizzazione ascendente e discendente», che espone l'aspetto più universale e nello stesso tempo più misterioso della realizzazione spirituale.
La questione della «realizzazione discendente» ha suscitato, fin dalla pubblicazione del suddetto articolo, nel 1939, un interesse dottrinale eccezionale presso tutti i lettori di Études Traditionnelles. René Guénon è stato l'unico, in Occidente, non solo a formulare tale questione in termini appropriati, ma anche a trattarla in maniera intelligibile alla luce dei principi metafisici. Sembrava che, anche nelle dottrine orientali, questo argomento non avesse mai costituito l'oggetto di una vera e propria trattazione.
A tal proposito René Guénon dice per l'appunto: «Per quanto concerne la seconda fase (della realizzazione), quella della 'ridiscesa' nel manifestato, sembra che se ne parli più di rado e, in molti casi, in maniera meno esplicita, o addirittura, si potrebbe dire, con una certa riserva o una certa esitazione, che le spiegazioni che qui ci proponiamo di fornire consentiranno d'altronde di comprendere». Le spiegazioni che' René Guénon forniva in seguito mostravano effettivamente che c'era, a questo riguardo, innanzitutto una certa difficoltà nel cogliere questo aspetto della realizzazione, nonché il rischio costante di gravi malintesi, e poi una necessità di velare l'aspetto «Sacrificale» che l'essere presenta in questa fase della realizzazione.
Ora, noi siamo in grado di far conoscere un testo, unico in questa materia, dello Shaykh al-Akbar, che espone i diversi casi di realizzazione discendente secondo i dati islamicì. Si tratta di un capitolo delle Futûhât, il 45°, e abbiamo qualche ragione per pensare che René Guénon non ne avesse preso conoscenza, almeno fino al momento in cui scrisse lo studio di cui parliamo. Quello che ci autorizza a dirlo, è innanzitutto il fatto che René Guénon aveva considerato come casi di realizzazione discendente, nei termini della tradizione islamica, solo quelli del nabî e del rasûl, rispettivamente il «profeta» e l'«inviato» divini, e aveva lasciato da parte il caso del walî, cioè del «santo». Tuttavia quest'ultimo, allorché si tratta di un essere che ha realizzato l'Unione designata più correntemente col termine Wuqûl, «Arrivo», può essere «rimandato verso la creazione» per compiere una «missione» divina; e questa «missione» non è, nel caso del walî, quella di un «legislatore», come è invece nel caso del nabî e del rasûl (intendendo questi termini nella loro accezione generale, perché
in realtà ci sarebbe qualche altra distinzione da fare), ma solamente quella di un «erede (wârith) incaricato di preservare e vivificare la legge esistente, come pure di guidare e dirigere le creature verso Allah»[2]. Ora, nel testo dello Shaykh al-Akbar, questo caso è specificamente considerato per la ragione evidente che, dopo quel «Sigillo della Profezia legiferante» che è stato Seyyidnâ Muhammad, rimane possibile solo la realizzazione discendente del walî-wârith, realizzazione che, si noti bene, può anche procedere da una «Scelta preferenziale» dell’essere.
Un'altra ragione che ci fa pensare che René Guénon non conoscesse questo testo è d'ordine terminologico; punto che deve comunque esser chiarito per consentirci di vedere che, malgrado differenze espressive di un certo rilievo, in realtà non esiste nessuna divergenza di fondo tra l'esposizione di René Guénon e quella dello Shaykh al-Akbar. In quest'ultimo, la realizzazione discendente è designata mediante i termini di «Ritorno» (Rujûc) o, più esattamente, «Ritorno verso le creature», o ancora, in quanto il medesimo fatto è considerato come procedente da un ordine divino, «Rinvio verso le creature» (ar-Raddu ilâ-l-khalq). René Guénon, preoccupato di far risaltare la continuità del processo integrale della realizzazione, ha usato, per spiegarlo, la rappresentazione di un cammino circolare: «ascendente» per la prima metà, «discendente» per la seconda; tale prospettiva gli ha consentito di evitare l'idea di un «regresso», ma lo ha portato ad escludere i termini di un «ritorno indietro». Per contro, lo Shaykh al-Akbar adopera l'espressione «ritorno» senza tuttavia la sfumatura peggiorativa del concetto di «indietro», che corrisponderebbe a un «regresso»; ciò si spiega col fatto che egli ricorre al simbolismo del Pendio su cui inerpicarsi e della
Vetta da cui si può «ritornare» con la «missione», e anche il simbolismo della «faccia verso le creature». Ma quello che concilia facilmente le due prospettive e stabilisce contemporaneamente la portata esatta dei termini impiegati nei due casi, è il fatto che lo Shaykh al-Akbar precisa che tale «ritorno» avviene «Senza scendere dal maqâm acquisito», idea che corrisponde esattamente alla preoccupazione di René Guénon di escludere l'idea di «regresso spirituale».
Prima di lasciare che il lettore affronti il testo da noi presentato, faremo ancora qualche osservazione. Quello che caratterizza lo studio fatto da René Guénon, è la dimostrazione di questo aspetto della realizzazione suprema secondo i principi metafisici. Una tale dimostrazione manca nel testo dello Shaykh al-Akbar. A questo riguardo, egli dice soltanto che la ragione del Ritorno è la ricerca della Perfezione o del Compimento totale (al-Kamâl), la qual cosa, nel caso del walî-wârith, è resa esplicita come «totalizzazione dell’eredità profetica». Quindi lo Shaykh al-Akbar, il quale d'altronde non mostra nemmeno l'aspetto di «vittima sacrificale», aspetto che del resto rimane velato da questa idea di Compimento totale anche laddove sarebbe più discernibile, lo Shaykh al-Akbar, dicevamo, si applica soprattutto a «descrivere» come la cosa si compia e quali siano i casi possibili di «ritorno alla creazione». Per essere completi nel parallelo che facciamo tra le due esposizioni, avremmo dovuto fornire della parte mancante un compendio secondo l'insegnamento dello Shaykh al-Akbar stesso, quale può essere desunto da altri passi delle Futûhât o da certi altri passi dei suoi scritti. Ma ciò avrebbe richiesto - e lo esigerebbero soprattutto le differenze di prospettiva e di terminologia - uno sviluppo troppo ampio, perché potessimo farlo in questa occasione.
Il testo che presentiamo è inoltre interessante in quanto enumerazione delle differenti categorie dei Wâçilun (sing. Wâçil) o Arrivanti ad Allah, così come degli attributi spirituali che li qualificano.
In questa medesima occasione, segnaleremo che lo stesso documento presenta oggi un certo interesse di opportunità nell 'ordine degli studi tradizionali relativi alla Massoneria. In una nota dell'articolo in questione, René Guénon aveva stabilito una corrispondenza tra gli ultimi tre gradi della Massoneria scozzese e la realizzazione discendente. Tale menzione è servita a Jean Reyor[3] per sostenere certe vedute relative alla «predisposizione» dell’organizzazione massonica a ricevere l'aggiunta di un punto di vista puramente metafisico in addizione al punto di vista cosmologico che è specifico delle iniziazioni di mestiere. Era a noi che Reyor rispondeva esplicitamente, perché in un articolo precedente[4] avevamo pure noi considerato una tale addizione, pur affermando che, qualora essa fosse possibile, si tratterebbe più di una «sovrapposizione» in rapporto a quanto costituisce il punto di vista massonico, che non di uno sviluppo normale delle possibilità di quest'ultimo. I dati tradizionali che si trovano nel testo dello Shaykh al-Akbar ci permettono di riconsiderare una tale questione sotto il profilo specifico della difficoltà di principio di una «iniziazione nel senso ordinario» alla realizzazione discendente, e di vedere contemporaneamente quale senso si possa attribuire alla suddetta corrispondenza stabilita da René Guénon, perché, se il valore di essa ci sembra evidente e indiscutibile sotto il rapporto simbolico, non è così per quanto concerne le conseguenze che alcuni pensano di poterne trarre, soprattutto se non si determina con esattezza la portata delle considerazioni sviluppate dallo stesso Reyor. Torneremo su tale questione nel prossimo fascicolo di questa pubblicazione.


[1] René Guénon, Initiation et Réalisation spirituelle, Éd. Chacomac Frères.

[2] Tuttavia questo caso è in qualche modo virtualmente «riservato» nell'esposizione di René Guénon, con questa frase: «Un essere può essere walî solo "per sé", se cosi ci si può esprimere, senza manifestare nulla esteriormente». Il fatto che il walî possa essere tale solo «per sé» implica che può esserlo anche per altri, ed è propriamente questo il caso del wârith investito di una missione.

[3] Aperçus sur l'Initiation, in Études Traditionnelles, dicembre 1951.


[4] La fonction de René Guénon et le sort de l'Occident, in Études Traditionnelles, luglio-novembre 1951.

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