"…la dottrina è infallibile, è a causa del fatto che essa è un’espressione della verità, la quale, in se stessa, è assolutamente indipendente dagli individui che la ricevono e che la comprendono. La garanzia della dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»". René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cap. "Sull’infallibilità tradizionale"

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venerdì 30 gennaio 2015

René Guénon, Forme tradizionali e cicli cosmici - Recensioni I

René Guénon
Forme tradizionali e cicli cosmici

 

Recensioni I


Mircea Eliade: Le Mythe de l’éternel retour. Archétypes et répétitions, Gallimard, Parigi 1949.[1]

Il titolo di questo volumetto, che peraltro non corrisponde esattamente al suo contenuto, non ci sembra molto felice, perché fa pensare inevitabilmente alle concezioni moderne cui si applica d’abitudine la denominazione di «eterno ritorno» e che, oltre a confondere l’eternità con la durata indefinita, implicano l’esistenza di una ripetizione impossibile e chiaramente contraria alla vera nozione tradizionale dei cicli, secondo la quale vi è solamente corrispondenza e non identità. In definitiva, nell’ordine macrocosmico, vi è una differenza paragonabile a quella che esiste, nell’ordine microcosmico, fra l’idea della reincarnazione e quella del passaggio dell’essere attraverso i molteplici stati della manifestazione. Di fatto, nel libro di Eliade, non si parla di ciò e quel che egli intende per «ripetizione» non è altro che la riproduzione o piuttosto l’imitazione rituale di «ciò che fu fatto al principio». In una civiltà integralmente tradizionale, tutto procede da «archetipi celesti»: così le città, i templi, le case sono sempre costruiti secondo un modello cosmico.
Un’altra questione connessa e che pure, in fondo, differisce da quest’ultima molto meno di quanto l’autore non sembri pensare, è quella della identificazione simbolica con il «Centro». Di questo argomento abbiamo avuto occasione di parlare molto spesso; Eliade ha raggruppato numerosi esempi che si riferiscono alle tradizioni più disparate, fatto che illustra bene l’universalità e ‑ potremmo dire ‑ la «normalità» di tali concezioni. Successivamente, passa allo studio dei riti propriamente detti, sempre dalla medesima angolazione; ma vi è un punto riguardo al quale dobbiamo avanzare delle serie riserve: egli parla di «archetipi delle attività profane», mentre, fin tanto che una civiltà conserva un carattere integralmente tradizionale, non esistono attività profane: crediamo di capire che le attività che egli definisce in tal modo sono quelle divenute profane in seguito ad una certa degenerazione, il che è ben diverso, perché allora, per ciò stesso, non può più trattarsi di «archetipi», il profano essendo tale soltanto per il fatto di non essere più ricollegato ad alcun principio trascendente; del resto, non vi è certamente nulla di profano negli esempi che egli menziona (danze rituali, consacrazione di un re, medicina tradizionale).
Nel prosieguo, Eliade si sofferma più particolarmente sul ciclo annuale e sui riti che ad esso si riferiscono; naturalmente, in virtù della corrispondenza esistente fra tutti i cicli, l’anno stesso può essere inteso come un’immagine ridotta dei grandi cicli della manifestazione universale, ed è questa considerazione, in particolare, che spiega perché al suo inizio sia attribuito un carattere «cosmogonico». L’idea di una «rigenerazione del tempo», che l’autore fa intervenire qui, non è molto chiara, ma sembra che debba intendersi con essa l’opera divina di conservazione del mondo manifestato, per la quale l’azione rituale è una vera collaborazione, in virtù delle correlazioni esistenti fra l’ordine cosmico e quello umano. È però deplorevole che, per tutto ciò, l’autore ritenga di dover parlare di «credenze», mentre si tratta dell’applicazione di conoscenze reali, e di scienze tradizionali, che hanno un ben diverso valore rispetto alle scienze profane. E perché poi, in omaggio ad altri pregiudizi moderni, scusarsi per aver «evitato ogni interpretazione sociologica o etnografica», quando, al contrario, noi non sapremmo elogiarlo abbastanza per essersene astenuto, specie se si ricorda fino a che punto altri studi sono viziati da interpretazioni del genere?
Gli ultimi capitoli sono meno interessanti, dal nostro punto di vista e, in ogni caso, sono i più criticabili, perché il loro contenuto non è più un’esposizione di dati tradizionali, bensì delle riflessioni personali di Eliade, da cui egli stesso cerca di ricavare una sorta di «filosofia della storia». In proposito, non vediamo come le concezioni cicliche si opporrebbero in qualche modo alla storia (viene persino usata l’espressione «rifiuto della storia»): a dire il vero, invece, questa può avere realmente un senso, in quanto esprima lo svolgersi degli avvenimenti, nel corso del ciclo umano, sebbene gli storici profani non siano assolutamente capaci di rendersene conto. Se l’idea di «sventura» può in un certo senso ricollegarsi all’«esistenza storica», è proprio perché il cammino del ciclo si effettua secondo un moto discendente; ed è ancora il caso di aggiungere che le considerazioni finali, sul «terrore della storia», ci sembrano davvero un po’ troppo ispirate da preoccupazioni d’«attualità»?

Gaston Georgel: Les Rythmes dans l’Histoire, presso l’autore, Belfort.[2]
Questo libro costituisce un tentativo di applicare i cicli cosmici alla storia dei popoli, alle fasi di sviluppo e di decadenza delle civiltà. È davvero un peccato che l’autore, nel por mano al suo lavoro, non abbia avuto a disposizione dati tradizionali più completi, e anche che taluno di essi gli sia pervenuto per il tramite di intermediari poco attendibili, che vi hanno aggiunto e mescolato le loro fantasie personali. Tuttavia, egli ha compreso che il fattore essenziale da considerare riguarda il periodo della precessione degli equinozi e le sue ripartizioni, benché vi aggiunga poi delle complicazioni in fondo superflue; ma la terminologia adottata per designare certi periodi secondari tradisce non poche incomprensioni e confusioni. Ad esempio, la dodicesima parte della precessione non può certo essere denominata «anno cosmico»: tale appellativo si addice, infatti, più all’intero periodo, ed anche alla sua metà, che è precisamente il «grande anno» degli Antichi. D’altra parte, la durata di 25.765 anni si deve probabilmente a qualche calcolo ipotetico di astronomi moderni, la durata reale indicata tradizionalmente essendo di 25.920 anni. Per una conseguenza, singolare, di fatto l’autore è talvolta indotto a prendere i numeri esatti per certe divisioni, ad esempio 2.160 e 540, ma allora li considera soltanto «approssimativi». Aggiungiamo, a questo proposito, un’altra osservazione: egli crede di trovare una conferma all’ipotesi del ciclo di 539 anni, in alcuni testi biblici che suggeriscono il numero 77´7=539; ma, per l’appunto, avrebbe dovuto considerare qui 77´7+1=540, non foss’altro che per analogia con l’anno del giubileo, che non era il 49º bensì il 50º, ossia 7´7+1=50.
Quanto alle applicazioni, se è possibile trovare qui delle corrispondenze e degli accostamenti non solo curiosi ma davvero degni di nota, dobbiamo pur dire che ve ne sono altri molto meno sorprendenti ed altri ancora che sembrano un po’ forzati, al punto da ricordare spiacevolmente la puerilità di certi occultisti. Così pure vi sarebbero da esprimere non poche riserve su altri punti, per esempio riguardo alle cifre fantasiose indicate per la cronologia delle civiltà antiche. D’altra parte, sarebbe stato interessante vedere se l’autore sarebbe riuscito ad ottenere risultati analoghi ampliando ancor più il campo delle sue indagini,. poiché vi sono stati e vi sono tuttora molti altri popoli, oltre quelli che egli considera. Comunque, non pensiamo che si possa stabilire un «sincronismo» generale, poiché, per popoli differenti, ugualmente differente deve essere il punto di partenza; di più, le diverse civiltà non sono soltanto successive, esse coesistono anche, come si può constatare ancor oggi.
Concludendo, l’autore ha creduto opportuno lasciarsi andare ad alcuni tentativi di «previsione del futuro», peraltro in limiti abbastanza ristretti; e questo è proprio uno dei pericoli di un tal genere di ricerche, specialmente nella nostra epoca, in cui le cosiddette «profezie» vanno tanto di moda. In realtà, nessuna tradizione ha mai incoraggiato simili cose, ed è proprio per ostacolarle nei limiti del possibile, più che per altre ragioni, che certi aspetti della dottrina dei cicli sono stati sempre avvolti nell’oscurità.

Gaston Georgel: Les Rythmes dans l’Histoire, II ed., Éditions «Servir», Besançon.[3]
Abbiamo recensito questo libro quando fu pubblicato per la prima volta: a quell’epoca, l’Autore, come del resto afferma egli stesso nella prefazione della nuova edizione, non sapeva quasi nulla dei dati tradizionali relativi ai cicli, dovendosi ad un caso fortunato il fatto che egli fosse riuscito a reperirne alcuni, partendo da un punto di vista «empirico» e, in particolare, a supporre l’importanza della precessione degli equinozi. Le osservazioni che facemmo allora lo indussero ad approfondire quegli studi, della qual cosa non possiamo che rallegrarci, ed ora dobbiamo ringraziarlo per quanto, in proposito, ha ritenuto di dover dire, riguardo alla nostra persona. Egli ha dunque modificato e completato la sua opera in parecchi punti, aggiungendo capitoli o paragrafi nuovi, di cui uno sulla storia della questione dei cicli, correggendo diverse inesattezze ed eliminando le considerazioni dubbie che aveva accolto in un primo tempo, in base alla fiducia accordata a scrittori occultisti, in mancanza di dati più genuini con cui poterle confrontare. Ci rammarichiamo soltanto che abbia dimenticato di sostituire con i numeri esatti 540 e 1.080 quelli di 539 e 1.078 anni, come invece sembrava preannunciare nella prefazione, tanto più che non ha poi mancato di correggere in 2.160 quello di 2.156 anni, il che introduce un certo apparente disaccordo fra i capitoli che si riferiscono rispettivamente a questi diversi cicli, l’uno multiplo dell’altro. Dispiace poi che abbia mantenuto le espressioni «anno cosmico» e «stagione cosmica» per designare periodi di durata troppo ridotta perché esse possano riferirvisi realmente (per la precisione di 2.160 e 540 anni) e che piuttosto potrebbero considerarsi dei «mesi» e delle «settimane», tanto più che la denominazione di «mese», in definitiva, sarebbe conveniente per il percorso di un segno zodiacale nel moto di precessione degli equinozi e che, d’altra parte, il numero 540=77´7+1, così come quello della settupla «settimana di anni» del giubileo (50=7´7+1) di cui è in certo qual modo una «estensione», ha una particolare relazione con il settenario.
Peraltro, queste sono pressoché le sole critiche di dettaglio che abbiamo da formulare stavolta e il libro, nel complesso, è ben degno di interesse e si distingue da certe altre opere in cui si avanzano, a proposito delle teorie cicliche, pretese ben più ambiziose e certo ben poco giustificate; esso, naturalmente, si limita a considerare quelli che si possono definire i «piccoli cicli» storici, nel quadro delle sole civiltà occidentali e mediterranee, ma sappiamo che Georgel sta ora preparando, nello stesso ordine di idee, altri lavori di carattere più generale, e ci auguriamo che presto possa condurli ugualmente a buon fine.



[1] Recensione pubblicata su Études Traditionnelles, dicembre 1949 [tr. it.: Il Mito dell’Eterno Ritorno, Borla, Torino 1969 ‑ N.d.R.].

[2] Recensione pubblicata su Études Traditionnelles, ottobre 1937.


[3] Recensione pubblicata su Études Traditionnelles, gennaio 1949.

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