"…la dottrina è infallibile, è a causa del fatto che essa è un’espressione della verità, la quale, in se stessa, è assolutamente indipendente dagli individui che la ricevono e che la comprendono. La garanzia della dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»". René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cap. "Sull’infallibilità tradizionale"

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martedì 7 luglio 2015

‘Abd Al-Qâdir, Il maestro e il discepolo (Mawqîf 151)

‘Abd Al-Qâdir
Il maestro e il discepolo
Mawqîf 151

Dio ha detto, riferendo le parole di Mosè indirizzate ad al-Khidr:[2]
“Posso seguirti affinché tu mi insegni quello che hai appreso riguardo la retta via?
 
[3].

Sappi che l’aspirante non può profittare delle scienze e degli stati spirituali del maestro se non gli obbedisce perfettamente e se non si tiene a quel che egli ordina e interdice, convinto della sua eccellenza e perfezione.
Nessun dei due può fare a meno dell’altro. Certi credono perfettamente nel loro maestro e pensano che ciò sia sufficiente per ottenere ciò che essi desiderano e pervenire a ciò che cercano, quando di fatto non si conformano né agli ordini né alle interdizioni del maestro. Così Mosé, malgrado la gloria del suo rango e la grandezza del suo stato, ha cercato di incontrare al-Khidr e ha chiesto il cammino che conduceva al suo incontro; e ha patito sofferenze e fatiche durante il suo viaggio, come dice lui stesso: “siamo affaticati dopo un simile viaggio[4]. Ma, malgrado tutto ciò, non avendo rispettato nessuna interdizione così espressa da al-Khidr: “Non m’interrogare su niente prima che io te ne dia la spiegazione[5], egli non approfitta delle sue scienze, malgrado la sua certezza, essendo convinto che al-Khidr fosse più sapiente di lui, in funzione della testimonianza espressa da Dio, quando Mosé ha detto: “Io non conosco nessuno più sapiente di me”. (E Dio in risposta): “Come dunque? E il nostro servitore al-Khidr?” Egli non specifica le sue scienze, ma le indica in modo generico. Mosé, in quel momento, non sapeva di essere predisposto a non accettare alcuna scienza da al-Khidr. Mentre al-Khidr sapeva ciò dal primo istante, tanto che lui disse: “Non ti avevo detto che non avresti avuto pazienza con me?[6].
È una testimonianza della scienza di al-Khidr. Che colui che riflette, consideri l’educazione di questi due uomini. Mosé dice “Posso seguirti affinché tu mi insegni quello che hai appreso riguardo la retta via?[7]. Ossia “Permetti che io ti segua, perché apprenda da te?”. Vi è in queste parole una grazia squisita d’educazione che apprezzerà ogni persona di buon gusto. Al-Khidr risponde: “Non m’interrogare su niente prima che io te ne dia la spiegazione[8]. Non ha detto: “Non m’interrogare”, per in seguito tacere. Mosé rimane imbarazzato, ma pieno di desiderio, tanto più che al-Khidr promette di donargli una spiegazione, ossia di fargli conoscere la ragione di quel che farà. O meglio una spiegazione nel senso di una rievocazione. È detto che al-Khidr aveva preparato per Mosé mille questioni a proposito di quel che di simile era arrivato a Mosé, ma quest’ultimo manca di pazienza. Così che l’Inviato di Dio (saws) ha detto: “Noi avremmo amato che Mosé pazientasse; Dio ci avrebbe così raccontato ciò che era successo ad entrambi”[9].
Si è anche detto che la barca affondata somigliava a Mosé gettato in mare da sua madre, poiché ciascuno dei fatti significa la rovina; la morte del giovane uomo somiglia a quella del copto; e il raddrizzamento del muro senza alcuna retribuzione è comparabile all’attingere gratuito dell’acqua per le figlie di Shu’ayb. Dopo la terza azione di al-Khidr, appare evidente a Mosé che non aveva in sé la capacità per assimilare nemmeno una parte delle scienze di al-Khidr. Ecco perché la terza volta, come è citato nella Raccolta delle tradizioni autentiche, pone una questione per cercare di separarsi da lui. La prima volta ciò fu a causa di una dimenticanza da parte sua, la seconda, un’interrogazione sotto condizione e la terza, per un proposito deliberato. E quando decide di separarsi, si fermano entrambi per dirsi addio. Al-Khidr dice a Mosé: “Tu hai la scienza che Dio ti ha insegnato; e non è necessario che io l’apprenda. E io ho quella che Egli mi ha insegnato; e non è necessario che tu l’apprenda”. Ciò che vuol dire: “Tu conosci il messaggio rivelato, tu tieni conto della causa degli atti e delle omissioni, tu giudichi con testimone e giuramento, tu affermi e tu neghi e così ti occupi delle realtà esteriori come ti è stato ordinato di fare, per governare i figli di Israele e accondiscendere alla loro capacità di comprensione. Non è dunque necessario che io l’apprenda. In questo senso non mi è utile conoscerla, dato che la scienza relativa alle realtà create non vale che per l’azione che ne scaturisce; ora, io ho ricevuto l’ordine di giudicare in funzione del contrario, ossia, in funzione dello svelamento, dell’osservazione delle realtà, delle cause nascoste e dei pensieri divini che si riflettono nel cuore, senza alcun rischio di smarrimento. Non è dunque necessario che tu apprenda questo, poiché tu hai ricevuto l’ordine di giudicare in funzione del contrario”. Questa differenza tra i due riguarda unicamente la scienza delle realtà create. Perché, per ciò che è la scienza dell’Essenza sublime e degli attributi divini, ciascuno di essi la possiede fino all’ultimo grado di perfezione, come conviene alla stazione della profezia e a quella della santità sublime, stazione di prossimità riservata ai solitari[10] di cui al-Khidr fa parte. In effetti, al-Khidr non è un profeta; ciò è fuor di dubbio per me e per i sapienti esoteristi e exoteristi perfetti.
Secondo quel che abbiamo detto sopra, la perfezione del maestro in ciò che concerne la scienza che si ricerca e si persegue, non serve nulla all’aspirante, se egli non obbedisce ai suoi ordini e se non evita ciò che gli interdice.
A che serve la discesa di Hâshim, se si è maledetti.
La perfezione del maestro non giova che come indicazione che conduce allo scopo. Tuttavia, il maestro non può dare all’aspirante se non ciò che è legato alle sue predisposizioni che sono contenute nel suo essere e nel suo agire. È come il medico qualificato che visita il malato e gli ordina dei rimedi. Ma, il malato non li prende. A cosa dunque le qualità del maestro potrebbero essergli utili? Questa disobbedienza del malato mostra che Dio non lo vuole guarire dalla sua malattia. In effetti, quando Dio vuole una cosa, ne predispone le cause. L’aspirante deve ricercare soltanto il più perfetto e il migliore dei maestri, per paura che non abbandoni la sua propria guida tra le mani di qualcuno che ignora la via che conduce allo scopo. E questo allora contribuirebbe alla sua perdita.


[1] Lo stesso soggetto è sviluppato nel Mawqîf 195.
[2] Iniziatore di Mosé, alla sura 18.
[3] Corano 18, 66
[4] Corano 18, 62
[5] Corano 18, 70
[6] Corano 18, 75
[7] Corano 18, 66
[8] Corano 18, 70
[9] Al-Bukhârî, Tafsîr al-sûra 18, 2, 4. questa tradizione è ugualmente commentata ne Mawqîf 195.
[10] Gli afrâd o solitari equivalgono ai poli senza averne la funzione cosmica. Essi sono comparabili agli angeli rapiti nella contemplazione. Essi sono tra gli uomini ciò che sono i cherubini tra gli spiriti celesti.

2 commenti:

  1. Non è concesso all'aspirante ricercare colui che sarà il proprio maestro, così come al maestro non è concesso scegliersi l'aspirante. È l'Assoluto che decide per entrambi. Questo è quello che vedo.

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  2. Un aspirante allievo non ha la capacità per poter correttamente valutare ciò che supera la sua intelligenza, per questo non potrebbe scegliersi un maestro adatto alle proprie mire. Per la stessa ragione un allievo non può accorgersi di essere al centro di una trasmissione spirituale. Se ne renderà conto soltanto quando da virtuale l'iniziazione ricevuta diverrà effettiva. D'altro canto un maestro non se va in giro a cercarsi allievi adatti, né accetterà qualcuno prima di avere avuto un segno dal Mistero. Per questa ragione ritengo insensata l'affermazione riferita al cercarsi il migliore dei maestri.

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