"…la dottrina è infallibile, è a causa del fatto che essa è un’espressione della verità, la quale, in se stessa, è assolutamente indipendente dagli individui che la ricevono e che la comprendono. La garanzia della dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»". René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cap. "Sull’infallibilità tradizionale"

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venerdì 17 luglio 2015

Dionigi Areopagita, Teologia mistica

Dionigi Areopagita 
Teologia mistica

Capitolo I: Cos’è la tenebra divina
I. Trinità sovraessenziale oltremodo divina ed oltremodo buona, custode della sapienza dei Cristiani relativa a Dio, guidaci verso la cima oltremodo sconosciuta, oltremodo risplendente ed altissima dei mistici oracoli, dove i misteri semplici, assoluti ed immutabili della teologia vengono svelati nella tenebra luminosissima del silenzio che inizia all’arcano: là dove c’è più buio essa fa brillare ciò che è oltremodo risplendente, e nella sede del tutto intoccabile ed invisibile ricolma le intelligenze prive di vista di stupendi splendori.
Questa sia la mia preghiera. Ma tu, o mio caro Timoteo,  applicati intensamente alle mistiche visioni, metti da parte le sensazioni, le attività intellettuali, tutte le cose sensibili ed intellegibili, tutto ciò che non esiste e che esiste e per quanto puoi abbandonati senza più conoscere all’unione con ciò che è al di sopra di ogni essere e di ogni conoscenza: nel tuoabbandono incondizionato, assoluto e puro al raggio sovraessenziale della tenebra divina eliminatutto, e una volta staccatoti da tutto lasciati portare verso l’alto.

II. Bada a che nessuno dei non iniziati ascolti: mi riferisco a coloro che rimangono prigionieri delle realtà, che pensano che nulla esista in modo sovraessenziale al disopra degli esseri, che ritengono di conoscere con la loro scienza colui che «ha fatto della tenebra il suo nascondiglio». Se le divine iniziazioni vanno al di là delle capacità di costoro, che cosa si dovrebbe dire a proposito di coloro che sono ancor meno iniziati, che definiscono la causa trascendente di tutto anche per mezzo degli esseri più bassi, e che dicono che essa non è affatto superiore alle empie e svariate raffigurazioni forgiate da loro? Ad essa, in quanto causa di tutto, vanno applicate tutte le affermazioni positive relative agli esseri; < nello stesso tempo > però, in quanto trascende tutto, è più giusto negare a proposito di essa tutti questi attributi. Non si deve credere che le negazioni siano contrapposte alle affermazioni: la causa universale, essendo al disopra di ogni negazione ed affermazione, è anche al disopra delle privazioni.

III. Per questo dunque il divino Bartolomeo dice che la teologia è < nello stesso tempo > diffusa e brevissima, e che il Vangelo è vasto e grande e nello stesso tempo conciso. A mio parere, questo è stato il suo pensiero soprannaturale: la buona causa universale è insieme di molte parole, di poche parole e addirittura muta, giacché ad essa non si possono applicare nessun discorso e nessun pensiero: essa trascende infatti in maniera sovraessenziale tutte le cose, e si rivela senza veli e veracemente solo a coloro che, dopo avere attraversato tutte le cose impure e pure, dopo essersi lasciata dietro ogni ascesa che porta alle sante vette, e dopo avere abbandonato tutte le luci, tutti i suoni e tutte le parole celesti, penetrano nella tenebra dove veramente si trova, come affermano gli oracoli, colui che è al di sopra di tutto. Non senza ragione il divino Mosè riceve innanzitutto l’ordine di purificarsi e poi quello di separarsi da coloro che non sono puri; dopo essersi del tutto purificato, sente il molteplice suono delle trombe, e vede molte luci, irradianti raggi puri e diffusi; quindi si separa dalla moltitudine, ed assieme ai sacerdoti scelti procede verso la sommità della divina ascesa. Ma anche a questo punto non si trova assieme a Dio: ciò che contempla, non è Lui (Egli è incontemplabile), ma il luogo in cui si trova. A mio avviso, tutto questo significa che le cose più divine e più alte tra quelle visibili e pensabili sono soltanto parole che suggeriscono < alla mente > le realtà che rimangono sottoposte a colui che tutto trascende e che rivelano la sua presenza superiore ad ogni, pensiero, situata al disopra delle vette intellegibili dei i suoi luoghi più santi. Allora egli si distacca da ciò che è visibile e da coloro che vedono, e penetra nella tenebra veramente mistica dell’ignoranza. Rimanendo in essa, chiude ogni percezione conoscitiva ed entra in colui che è del tutto intoccabile ed invisibile:  < allora > appartiene veramente a colui che tutto trascende, senza essere più di nessuno, né di se stesso né di altri; fatta cessare ogni conoscenza, si unisce al principio del tutto sconosciuto secondo il meglio < delle sue capacità >, e proprio perché non conosce più nulla, conosce al disopra dell’intelligenza.

Capitolo II: Come ci si deve unire alla causa universale e superiore a tutto, e come si devono levare ad essa gl’inni di lode.
Preghiamo per trovarci anche noi in questa tenebra luminosissima, per vedere tramite la cecità e l’ignoranza, e per conoscere il principio superiore alla visione ed alla conoscenza proprio perché non vediamo e non conosciamo; in questo consistono infatti la reale visione e la reale conoscenza.  Celebreremo < allora > il principio sovraessenziale in modo sovraessenziale, vale a dire eliminando tutte le cose: allo stesso modo, coloro che modellano una statua bella di per sé eliminano da essa tutti gl’impedimenti che potrebbero sovrapporsi alla pura visione della sua nascosta bellezza, e sono in grado di mostrare in tutta la sua purezza questa bellezza occulta solo grazie a questo processo di eliminazione. A mio parere, le negazioni e le affermazioni vanno celebrate con procedimenti contrari: in effetti, noi facciamo delle affermazioni quando partiamo dai principi più originari e scendiamo attraverso i membri intermedi fino alle ultime realtà; nel caso invece delle negazioni, noi eliminiamo tutto allorché risaliamo dalle ultime realtà fino a quelle più originarie, in modo da conoscere senza veli l’ignoranza nascosta in tutti gli esseri da tutte le cose conoscibili, e da vedere la tenebra sovraessenziale nascosta da tutte le luci presenti negli esseri.

Capitolo III: Qual’è la teologia affermativa, e quale la negativa
Negli «Schizzi teologici» abbiamo celebrato gli aspetti più importanti della teologia affermativa: < abbiamo spiegato > in che senso la natura divina e buona è chiamata una ed in che senso è chiamata trina; quale significato hanno, se riferiti ad essa, i concetti di paternità e di figliolanza; che cosa intende mostrare la teologia dello Spirito < santo > ; come le intime luci della bontà sono spuntate fuori dal bene immateriale e privo di parti, senza tuttavia cessare di rimanere nel bene, in se stesse e l’una nell’altra nonostante questo coeterno processo di germogliamento; come il Gesù sovraessenziale ha preso l’essenza propria della vera natura umana; e tutte le altre rivelazioni degli oracoli,  celebrate negli «Schizzi teologici». Nello scritto «Sui nomi divini» < abbiamo spiegato > invece come mai Dio è chiamato buono, colui che è vita, sapienza e potenza, e tutti gli altri appellativi caratteristici dei nomi divini intellegibili. Nella «Teologia simbolica» < abbiamo spiegato > infine i nomi trasferibili dagli oggetti sensibili alle cose divine, le forme e gli aspetti divini, le parti, gli strumenti, i luoghi divini, gli ornamenti, le ire, i dolori, le collere, le ebbrezze, le crapule, i giuramenti, le imprecazioni, i sonni, le veglie, e tutte le altre sacre raffigurazioni proprie della rappresentazione simbolica di Dio. Penso che tu ti renda conto che questi ultimi argomenti richiedono molte più parole dei primi: sia gli «Schizzi teologici» che le spiegazioni dei nomi divini devono essere più concisi della «Teologia simbolica». Quanto più alziamo lo sguardo verso l’alto, tanto più i discorsi vengono contratti dalla contemplazione delle realtà intellegibili; cosi pure anche ora, nel momento in cui penetriamo nella tenebra superiore all’intelligenza, noi troviamo non più discorsi brevi, ma la totale assenza di parole e di pensieri. In quell’altro caso il discorso, scendendo dall’alto verso il basso,  si allargava in proporzione alla discesa; ora invece, elevandosi dal basso verso la sfera superiore,  si contrae in proporzione all’ascesa, e dopo averla compiuta diventa completamente muto, per unirsi interamente all’ineffabile. Tu mi chiederai: ma come mai, dopo avere fatto le divine affermazioni partendo dal primo principio, iniziamo < il processo delle > negazioni divine partendo dalle ultime cose? Perché nel momento in cui affermavamo ciò che si trova al disopra di ogni affermazione, dovevamo fare queste affermazioni ipotetiche partendo da ciò che era più affine ad esso; ma nel momento in cui neghiamo ciò che si trova al disopra di ogni negazione, dobbiamo negarlo partendo da ciò che è più lontano. Non è forse esso più vita e bontà che aria o pietra? Ed il fatto che non gozzoviglia e non va in collera non è forse più vero del fatto che non è oggetto di discorsi e di pensieri?

Capitolo IV: La causa per eccellenza di tutte le cose sensibili non è nessuna cosa sensibile
Diciamo dunque che la causa universale, superiore a tutte le cose, non è priva di essenza, di vita,  di ragione, d’intelligenza; non è neppure un corpo, e non possiede né una figura, né una forma, né una qualità, né una quantità, né un peso; non si trova in nessun luogo, non è visibile, né può essere toccata materialmente; non ha sensazioni, né è oggetto di sensazioni, né disturbata da passioni materiali,  né fa albergare in sé il disordine e la confusione; non è neppure priva di forza, come se fosse soggetta alle vicissitudini del mondo sensibile, né ha bisogno della luce; non ammette in sé né ilcambiamento, né la corruzione, né la divisione, né la privazione, né lo scorrimento, né alcun’altra cosa sensibile; e non è neppure qualcuna di queste cose.

Capitolo V: La causa per eccellenza di tutte le realtà intellegibili non è nessuna realtà intellegibile
Procedendo quindi nella nostra ascesa diciamo che < la causa universale > non è né anima, né intelligenza,  e non possiede né immaginazione, né opinione, né parola, né pensiero; che essa stessa non è né parola, né pensiero; e che non è oggetto né di discorso, né di pensiero. Non è né numero,  né ordine, né grandezza, né piccolezza, né uguaglianza, né disuguaglianza, né somiglianza, né dissomiglianza;  non sta ferma, né si muove, né rimane quieta, né possiede una forza, né è una forza;  non è luce; non vive e non è vita; non è né essenza, né eternità, né tempo; non ammette neanche un contatto intellegibile; non è né scienza, né verità, né regno, né sapienza; non è né uno, né unità, né divinità, né bontà; non è neppure spirito, per quanto ne sappiamo; non è né figliolanza, né paternità,  né qualcuna delle cose che possono essere conosciute da noi o da qualche altro essere; non è nessuno dei non-esseri e nessuno degli esseri, né gli esseri la conoscono in quanto esiste; e neppure essa conosce gli esseri in quanto esseri. A proposito di essa, non esistono né discorsi, né nomi, né conoscenza; non è né tenebra, né luce; né errore, né verità; non esistono affatto, a proposito di essa, né affermazioni, né negazioni: quando facciamo delle affermazioni o delle negazioni < a proposito delle realtà che vengono > dopo di essa, noi non l’affermiamo, né la neghiamo. In effetti, la causa perfetta ed unitaria di tutte le cose è al di sopra di ogni affermazione; e l’eccellenza di colui che è assolutamente staccato da tutto e al disopra di tutto è superiore ad ogni negazione. 
Περὶ μυστικῆς θεολογίας
Textus: Dionysii Areopagitae opera, in Patrologia Graeca 3, ed. J.-P. Migne, Paris 1857 sqq.
ΠΕΡΙ ΜΥΣΤΙΚΗΣ ΘΕΟΛΟΓΙΑΣ
ΠΡΟΣ ΤΙΜΟΘΕΟΝ
α ́
1 Τριὰς ὑπερούσιε καὶ ὑπέρθεε καὶ ὑπεράγαθε, τῆς Χριστιανῶν ἔφορε θεοσοφίας, ἴθυνον ἡμᾶς ἐπὶ τὴν τῶν μυστικῶν λογίων ὑπεράγνωστον καὶ ὑπερφαῆ καὶ  κροτάτην κορυφήν· ἔνθα τὰ ἁπλᾶ καὶ πόλυτα καὶ ἄτρεπτα τῆς θεολογίας μυστήρια κατὰ τὸν ὑπέρφωτον ἐγκεκάλυπται τῆς κρυφιομύστου σιγῆς γνόφον, ἐν τῶι σκοτεινοτάτωι τὸ ὑπερφανέστα τον ὑπερλάμποντα καὶ ἐν τῶι πάμπαν  ναφεῖ καὶ  οράτωι τῶν ὑπερκάλων  γλαϊῶν ὑπερπληροῦντα τοὺς  νομμάτους νόας.  Ἐμοὶ μὲν οὖν ταῦτα ηὔχθω· σὺ δέ, ὦ φίλε Τιμόθεε, τῆι περὶ τὰ μυστικὰ θεάματα συντόνωι διατριβῆι καὶ τὰς αἰσθήσεις  πόλειπε καὶ τὰς νοερὰς ἐνεργείας καὶ πάντα αἰσθητὰ καὶ νοητὰ καὶ πάντα οὐκ ὄντα καὶ ὄντα καὶ πρὸς τὴν ἕνωσιν, ὡς ἐφικτόν,  γνώστως  νατάθητι τοῦ ὑπὲρ πᾶσαν οὐσίαν καὶ γνῶσιν· τῆι γὰρ ἑαυτοῦ καὶ πάντων  σχέτωι καὶ  πολύτωι καθαρῶς ἐκστάσει πρὸς τὸν ὑπερούσιον τοῦ θείου σκότους  κτῖνα, πάντα  φελὼν καὶ ἐκ πάντων  πολυθείς,  ναχθήσηι.
2 Τούτων δὲ ὅρα, ὅπως μηδεὶς τῶν  μυήτων ἐπακούσηι· τούτους δέ φημι τοὺς ἐν τοῖς οὖσιν ἐνισχημένους καὶ οὐδὲν ὑπὲρ τὰ ὄντα ὑπερουσίως εἶναι φανταζομένους,  λλ' οἰομένους εἰδέναι τῆι καθ' αὑτοὺς γνώσει τὸν θέμενον »σκότος  ποκρυφὴν αὐτοῦ». Eἰ δὲ ὑπὲρ τούτους εἰσὶν αἱ θεῖαι μυσταγωγίαι, τί ἄν τις φαίη περὶ τῶν μᾶλλον  μύστων, ὅσοι τὴν πάντων ὑπερκειμένην αἰτίαν καὶ ἐκ τῶν ἐν τοῖς οὖσιν ἐσχάτων χαρακτηρίζουσιν καὶ οὐδὲν αὐτὴν ὑπερέχειν φασὶ τῶν πλαττομένων αὐτοῖς  θέων καὶ πολυειδῶν μορφωμάτων; Tέον ἐπ' αὐτῆι καὶ πάσας τὰς τῶν ὄντων τιθέναι καὶ καταφάσκειν θέσεις, ὡς πάντων αἰτίαι, καὶ πάσας αὐτὰς κυριώτερον  ποφάσκειν, ὡς ὑπὲρ πάντα ὑπερούσηι, καὶ μὴ οἴεσθαι τὰς  ποφάσεις  ντικειμένας εἶναι ταῖς καταφάσεσιν,  λλὰ πολὺ πρότερον αὐτὴν ὑπὲρ τὰς στερήσεις εἶναι τὴν ὑπὲρ πᾶσαν καὶ  φαίρεσιν καὶ θέσιν.
3 Οὕτω γοῦν ὁ θεῖος Βαρθολομαῖός φησι καὶ πολλὴν τὴν θεολογίαν εἶναι καὶ ἐλαχίστην καὶ τὸ Eὐαγγέλιον πλατὺ καὶ μέγα καὶ αὖθις συντετμημένον, ἐμοὶ δοκεῖν ἐκεῖνο ὑπερφυῶς ἐννοήσας, ὅτι καὶ πολύλογός ἐστιν ἡ  γαθὴ πάντων αἰτία καὶ βραχύλεκτος ἅμα καὶ ἄλογος, ὡς οὔτε λόγον οὔτε νόησιν ἔχουσα, διὰ τὸ πάντων αὐτὴν ὑπερουσίως ὑπερκειμένην εἶναι καὶ μόνοις  περικαλύπτως καὶ ληθῶς ἐκφαινομένην τοῖς καὶ τὰ ἐναγῆ πάντα καὶ τὰ καθαρὰ διαβαίνουσι καὶ πᾶσαν πασῶν ἁγίων κροτήτων  νάβασιν ὑπερβαίνουσι καὶ πάντα τὰ θεῖα φῶτα καὶ ἤχους καὶ λόγους οὐρανίους πολιμπάνουσι καὶ »εἰς τὸν γνόφον» εἰσδυομένοις, »οὗ» ὄντως ἐστίν, ὡς τὰ λόγιά φησιν, ὁ πάντων ἐπέκεινα. Καὶ γὰρ οὐχ ἁπλῶς ὁ θεῖος Μωϋσῆς  ποκαθαρθῆναι πρῶτον αὐτὸς κελεύεται καὶ αὖθις τῶν μὴ τοιούτων  φορισθῆναι καὶ μετὰ πᾶσαν  ποκάθαρσιν  κούει τῶν πολυφώνων σαλπίγγων καὶ ὁρᾶι φῶτα πολλὰ καθαρὰς  παστράπτοντα καὶ πολυχύτους  κτῖνας· εἶτα τῶν πολλῶν  φορίζεται καὶ μετὰ τῶν ἐκκρίτων ἱερέων ἐπὶ τὴν  κρότητα τῶν θείων  ναβάσεων φθάνει. Κ ν τούτοις αὐτῶι μὲν οὐ συγγίνεται τῶι θεῶι, θεωρεῖ δὲ οὐκ αὐτόν ( θέατος γάρ),  λλὰ τὸν τόπον, οὗ ἔστη. (Τοῦτο δὲ οἶμαι σημαίνειν τὸ τὰ θειότατα καὶ  κρότατα τῶν ὁρωμένων καὶ νοουμένων ὑποθετικούς τινας εἶναι λόγους τῶν ὑποβεβλημένων τῶι πάντα ὑπερέχοντι, δι' ὧν ἡ ὑπὲρ πᾶσαν ἐπίνοιαν αὐτοῦ παρουσία δείκνυται ταῖς νοηταῖς  κρότησι τῶν ἁγιωτάτων αὐτοῦ τόπων ἐπιβατεύουσα). Καὶ τότε καὶ αὐτῶν  πολύεται τῶν ὁρωμένων καὶ τῶν ὁρώντων καὶ εἰς τὸν γνόφον τῆς  γνωσίας εἰσδύνει τὸν ὄντως μυστικόν, καθ' ὃν  πομύει πάσας τὰς γνωστικὰς  ντιλήψεις, καὶ ἐν τῶι πάμπαν  ναφεῖ καὶ  οράτωι γίγνεται, πᾶς ὢν τοῦ πάντων ἐπέκεινα καὶ οὐδενός, οὔτε ἑαυτοῦ οὔτε ἑτέρου, τῶι παντελῶς δὲ  γνώστωι τῆι πάσης γνώσεως  νενεργησίαι κατὰ τὸ κρεῖττον ἑνούμενος καὶ τῶι μηδὲν γινώσκειν ὑπὲρ νοῦν γινώσκων.
β ́
Κατὰ τοῦτον ἡμεῖς γενέσθαι τὸν ὑπέρφωτον εὐχόμεθα γνόφον καὶ δι'  βλεψίας καὶ  γνωσίας ἰδεῖν καὶ γνῶναι τὸν ὑπὲρ θέαν καὶ γνῶσιν αὐτῶι τῶι μὴ ἰδεῖν μηδὲ γνῶναι - τοῦτο γάρ ἐστι τὸ ὄντως ἰδεῖν καὶ γνῶναι - καὶ τὸν ὑπερούσιον ὑπερουσίως ὑμνῆσαι διὰ τῆς πάντων τῶν ὄντων  φαιρέσεως, ὥσπερ οἱ αὐτοφυὲς ἄγαλμα ποιοῦντες ἐξαιροῦντες πάντα τὰ ἐπιπροσθοῦντα τῆι καθαρᾶι τοῦ κρυφίου θέαι κωλύματα καὶ αὐτὸ ἐφ' ἑαυτοῦ τῆι  φαιρέσει μόνηι τὸ  ποκεκρυμμένον  ναφαίνοντες κάλλος. Χρὴ δέ, ὡς οἶμαι, τὰς  φαιρέσεις ἐναντίως ταῖς θέσεσιν ὑμνῆσαι· καὶ γὰρ ἐκείνας μὲν  πὸ τῶν πρωτίστων  ρχόμενοι καὶ διὰ μέσων ἐπὶ τὰ ἔσχατα κατιόντες ἐτίθεμεν·
ἐνταῦθα δὲ  πὸ τῶν ἐσχάτων ἐπὶ τὰ  ρχικώτατα τὰς γνῶμεν ἐκείνην τὴν  γνωσίαν τὴν ὑπὸ πάντων  τῶν γνωστῶν ἐν πᾶσι τοῖς οὖσι περικεκαλυμμένην καὶ τὸν ὑπερούσιον ἐκεῖνον ἴδωμεν γνόφον τὸν ὑπὸ παντὸς τοῦ ἐν τοῖς οὖσι φωτὸς  ποκρυπτόμενον.
γ ́
Ἐν μὲν οὖν ταῖς Θεολογικαῖς Ὑποτυπώσεσι τὰ κυριώτατα τῆς καταφατικῆς θεολογίας ὑμνήσαμεν, πῶς ἡ θεία καὶ  γαθὴ φύσις ἑνικὴ λέγεται, πῶς τριαδική· τίς ἡ κατ' αὐτὴν λεγομένη πατρότης τε καὶ υἱότης· τί βούλεται δηλοῦν ἡ τοῦ πνεύματος θεολογία· πῶς ἐκ τοῦ  ΰλου καὶ  μεροῦς  γαθοῦ τὰ ἐγκάρδια τῆς  γαθότητος ἐξέφυ φῶτα καὶ τῆς ἐν αὐτῶι καὶ ἐν ἑαυτοῖς καὶ ἐν  λλήλοις συναϊδίου τῆι  ναβλαστήσει μονῆς  πομεμένηκεν  νεκφοίτητα· πῶς ὁ ὑπερούσιος Ἰησοῦς  νθρωποφυϊκαῖς  ληθείαις οὐσίωται καὶ ὅσα ἄλλα πρὸς τῶν λογίων ἐκπεφασμένα κατὰ τὰς Θεολογικὰς Ὑποτυπώσεις ὕμνηται. Ἐν δὲ τῶι Περὶ Θείων Ὀνομάτων, πῶς  γαθὸς ὀνομάζεται, πῶς ὤν, πῶς ζωὴ καὶ σοφία καὶ δύναμις καὶ ὅσα ἄλλα τῆς νοητῆς ἐστι θεωνυμίας. Ἐν δὲ τῆι Συμβολικῆι Θεολογίαι, τίνες αἱ  πὸ τῶν αἰσθητῶν ἐπὶ τὰ θεῖα μετωνυμίαι, τίνες αἱ θεῖαι μορφαί, τίνα τὰ θεῖα σχήματα καὶ μέρη καὶ ὄργανα, τίνες οἱ θεῖοι τόποι καὶ κόσμοι, τίνες οἱ θυμοί, τίνες αἱ λῦπαι καὶ αἱ μήνιδες, τίνες αἱ μέθαι καὶ αἱ κραιπάλαι, τίνες οἱ ὅρκοι καὶ τίνες αἱ  ραί, τίνες οἱ ὕπνοι καὶ τίνες αἱ ἐγρηγόρσεις καὶ ὅσαι ἄλλαι τῆς συμβολικῆς εἰσι θεοτυπίας ἱερόπλαστοι μορφώσεις.
Καί σε οἴομαι συνεωρακέναι, πῶς πολυλογώτερα μᾶλλόν ἐστι τὰ ἔσχατα τῶν πρώτων· καὶ γὰρ ἐχρῆν τὰς Θεολογικὰς Ὑποτυπώσεις καὶ τὴν τῶν Θείων Ὀνομάτων  νάπτυξιν βραχυλογώτερα εἶναι τῆς Συμβολικῆς Θεολογίας. Ἐπείπερ ὅσωι πρὸς τὸ ἄναντες  νανεύομεν, τοσοῦτον οἱ λόγοι ταῖς συνόψεσι τῶν νοητῶν περιστέλλονται· καθάπερ καὶ νῦν εἰς τὸν ὑπὲρ νοῦν εἰσδύνοντες γνόφον οὐ βραχυλογίαν,  λλ'  λογίαν παντελῆ καὶ  νοησίαν εὑρήσομεν. Κ κεῖ μὲν  πὸ τοῦ ἄνω πρὸς τὰ ἔσχατα κατιὼν ὁ λόγος κατὰ τὸ ποσὸν τῆς καθόδου πρὸς  νάλογον πλῆθος ηὐρύνετο· νῦν δὲ  πὸ τῶν κάτω πρὸς τὸ ὑπερκείμενον  νιὼν κατὰ τὸ μέτρον τῆς  νόδου συστέλλεται καὶ μετὰ πᾶσαν ἄνοδον ὅλως ἄφωνος ἔσται καὶ ὅλως ἑνωθήσεται τῶι  φθέγκτωι. Tιὰ τί δὲ ὅλως, φήις,  πὸ τοῦ πρωτίστου θέμενοι τὰς θείας θέσεις  πὸ τῶν ἐσχάτων  ρχόμεθα τῆς θείας  φαιρέσεως; Ὅτι τὸ ὑπὲρ πᾶσαν τιθέντας θέσιν  πὸ τοῦ μᾶλλον αὐτῶι συγγενεστέρου τὴν ὑποθετικὴν κατάφασιν ἐχρῆν τιθέναι· τὸ δὲ ὑπὲρ πᾶσαν  φαίρεσιν  φαιροῦντας  πὸ τῶν μᾶλλον αὐτοῦ διεστηκότων  φαιρεῖν.  Ἢ οὐχὶ μᾶλλόν ἐστι ζωὴ καὶ  γαθότης ἢ  ὴρ καὶ λίθος; Καὶ μᾶλλον οὐ κραιπαλᾶι καὶ οὐ μηνιᾶι ἢ οὐ λέγεται οὐδὲ νοεῖται;
δ ́
Λέγομεν οὖν, ὡς ἡ πάντων αἰτία καὶ ὑπὲρ πάντα οὖσα οὔτε  νούσιός ἐστιν οὔτε ἄζωος, οὔτε ἄλογος οὔτε ἄνους· οὐδὲ σῶμά ἐστιν οὔτε σχῆμα, οὔτε εἶδος οὔτε ποιότητα ἢ ποσότητα ἢ ὄγκον ἔχει· οὐδὲ ἐν τόπωι ἐστὶν οὔτε ὁρᾶται οὔτε ἐπαφὴν αἰσθητὴν ἔχει· οὐδὲ αἰσθάνεται οὔτε αἰσθητή ἐστιν· οὐδὲ  ταξίαν ἔχει καὶ ταραχήν, ὑπὸ παθῶν ὑλικῶν ἐνοχλουμένη, οὔτε  δύναμός ἐστιν,  αἰσθητοῖς ὑποκειμένη συμπτώμασιν, οὔτε ἐν ἐνδείαι ἐστὶ φωτός· οὐδὲ  λλοίωσιν ἢ φθορὰν ἢ μερισμὸν ἢ στέρησιν ἢ ·εῦσιν οὔτε ἄλλο τι τῶν αἰσθητῶν οὔτε ἐστὶν οὔτε ἔχει.
ε ́
Αὖθις δὲ  νιόντες λέγομεν, ὡς οὔτε ψυχή ἐστιν οὔτε νοῦς, οὔτε φαντασίαν ἢ δόξαν ἢ λόγον ἢ νόησιν ἔχει· οὐδὲ λόγος ἐστὶν οὔτε νόησις, οὔτε λέγεται οὔτε νοεῖται· οὔτε  ριθμός ἐστιν οὔτε τάξις, οὔτε μέγεθος οὔτε σμικρότης, οὔτε ἰσότης οὔτε  νισότης, οὔτε ὁμοιότης ἢ  νομοιότης· οὔτε ἕστηκεν οὔτε κινεῖται οὔτε ἡσυχίαν ἄγει· οὐδὲ ἔχει δύναμιν οὔτε δύναμίς ἐστιν οὔτε φῶς· οὔτε ζῆι οὔτε ζωή ἐστιν· οὔτε οὐσία ἐστὶν οὔτε αἰὼν οὔτε χρόνος· οὐδὲ ἐπαφή ἐστιν αὐτῆς νοητὴ οὔτε ἐπιστήμη, οὔτε  λήθειά ἐστιν οὔτε βασιλεία οὔτε σοφία, οὔτε ἓν οὔτε ἑνότης, οὔτε θεότης ἢ  γαθότης· οὐδὲ πνεῦμά ἐστιν, ὡς ἡμᾶς εἰδέναι, οὔτε υἱότης οὔτε πατρότης οὔτε ἄλλο τι τῶν ἡμῖν ἢ ἄλλωι τινὶ τῶν ὄντων συνεγνωσμένων· οὐδέ τι τῶν οὐκ ὄντων, οὐδέ τι τῶν ὄντων ἐστίν, οὔτε τὰ ὄντα αὐτὴν γινώσκει, ἧι αὐτή ἐστιν, οὔτε αὐτὴ γινώσκει τὰ ὄντα, ἧι ὄντα ἐστίν· οὔτε λόγος αὐτῆς ἐστιν οὔτε ὄνομα οὔτε γνῶσις· οὔτε σκότος ἐστὶν οὔτε φῶς, οὔτε πλάνη οὔτε  λήθεια· οὔτε ἐστὶν αὐτῆς καθόλου θέσις οὔτε  φαίρεσις,  λλὰ τῶν μετ' αὐτὴν τὰς θέσεις καὶ  φαιρέσεις ποιοῦντες αὐτὴν οὔτε τίθεμεν οὔτε  φαιροῦμεν, ἐπεὶ καὶ ὑπὲρ πᾶσαν θέσιν ἐστὶν ἡ παντελὴς καὶ ἑνιαία τῶν πάντων αἰτία καὶ ὑπὲρ πᾶσαν  φαίρεσιν ἡ ὑπεροχὴ τοῦ πάντων ἁπλῶς  πολελυμένου καὶ ἐπέκεινα τῶν ὅλων.

LIBRI SANCTI DIONYSII AREOPAGITAE, QUOS JOANNES IERUGENA TRANSTULIT DE GRAECO IN LATINUM, JUBENTE AC POSTULANTE REGE CAROLO LUDOVICI IMPERATORIS FILIO

Index librorum
SANCTI DIONYSII AREOPAGITAE LIBER QUARTUS DE MYSTICA THEOLOGIA
Epigramma in beatum Dionysium de mystica theologia.
Novam claritatem in reliqua et scientiam subsistentium, noctem per divinam, quam non justum licet nominare.
Compresbytero TIMOTHEO DIONYSIUS presbyter.
INCIPIUNT CAPITULA DE MYSTICA THEOLOGIA
I. De mystica theologia.
II. Quomodo oportet et uniri et hymnos referre omnium causali et super omnia.
III. Quae katafatikai theologiae, quae apofatikai.
IV. Quia nihil sensibilium omnis sensibilis per excellentiam causalis.
V. Quia nihil intelligibilium omnis intelligibilis per excellentiam causalis.
INCIPIT LIBER DE MYSTICA THEOLOGIA.

CAPITULUM I. De mystica theologia.
Trinitas superessentialis, et superdeus, et superoptime Christianorum inspector theosophiae,  dirige nos in mysticorum eloquiorum superincognitum et superlucentem et sublimissimum verticem, ubi nova et absoluta et inconversibilia theologiae mysteria, secundum superlucentem absconduntur occulte docentis silentii caliginem, in obscurissimo, quod est supermanifestissimum,  supersplendentem, et in qua omne relucet, et invisibilium superbonorum splendoribus superimplentem invisibiles intellectus. Mihi quidem haec opto. Tu autem, o amice Timothee, circa mysticas speculationes corroborato itinere et sensus desere, et intellectuales operationes, et sensibilia,  et invisibilia, et omne non ens, et ens; et ad unitatem, ut possibile, inscius restituere ipsius, qui est super omnem essentiam et scientiam. Ea enim teipso et omnibus immensurabili et absoluto pure mentis excessu ad superessentialem divinarum tenebrarum radium, omnia deserens et ab omnibus absolutus ascendes. His autem, vide, quomodo nemo indoctorum auscultet. Indoctos autem dico, in his, quae sunt, conformatos, et nihil super existentia superessentialiter esse imaginantes. Sed his quidem hi, quos videre ea, quae secundum seipsos est, scientia oportet tenebras latibulum ejus. Si autem super hos sunt divinae in mysteria introductiones, quid quis dixerit de aliis ardentibus, quicunque omnibus superpositam causam ex ipsis in his, quae sunt, novissimis characterizant, et nihil eam superare aiunt ab ipsis fictarum impietatum et multiformium formationum? In ipsa etiam oportet omnes existentium ponere et affirmare positiones, veluti omnium causa, et omnes eas potentius negare, tanquam super omnia superexistente, et non aestimari depulsiones oppositas esse intentionibus, sed multo prius ipsam super privationes esse, quae est super omnem ablationem et positionem. Sic igitur divinus Bartholomaeus ait, et multam theologiam esse, et minimam, et evangelium latum, et magnum, et iterum correptum. Mihi videtur supernaturaliter intelligens, quia et multiloqua est optima omnium causa, et breviloqua simul, et sine verbo, quomodo neque verbum, neque intelligentiam habet, eo quod omnibus ipsa superessentialiter superposita est, et solis incircumvelate et vere manifesta, polluta omnia et immunda transgredientibus, et omnem omnium sanctarum summitatum ascensionem superascendentibus, et omnia divina lumina et sonos et verba caelestia superantibus, et in caliginem occidentibus, ubi vere est, ut eloquia aiunt, omnium summitas. Etenim non simpliciter divinus ipse Moyses primus mundari jubetur, et iterum ab his, qui tales non sunt, segregari, et post omnem purgationem audit multivocas tubas, et videt luminaria multa aperte fulgurantia, et multum fusos radios. Deinde multis segregatur, et cum electis sacerdotibus in summitatem divinarum ascensionum praecurrit: et si eis sic manentibus fit Deo, contemplatur vero non ipsum, invisibilis enim, sed locum ubi stetit. Hoc autem arbitror significare divinissima et sublimissima visibilium et intelligibilium, ypotheticos quosdam esse sermones, subjectorum omnia superanti, per quae super omnem intelligentiam ipsius praesentia ostenditur, intelligibilibus summitatibus sanctissimorum ejus locorum supergrediens: et quod ipsis absolvitur visibilibus et videntibus, et in caliginem ignorantiae occidit vere mysticam, per quam docet omnes gnosticas receptiones, in qua omne relucet, et invisibili innascitur omnis, qui est in omnium summitate, et a nullo, neque a seipso, neque altero, omnino autem ignoto omni scientia in otio per id quod melius est intellectus, et nihil cognoscendum super animum sic cognoscentium.

CAPITULUM II. Quomodo oportet et uniri et hymnos referre omnium causali et super omnia.
Juxta hanc nos fieri superlucentem oramus caliginem, et per invisibilitatem et ignorantiam videre et cognoscere ipsum super Deum et scientiam. Hoc non videre et scire, idipsum est vere videre et cognoscere, superessentialem superessentialiter laudare per omnium existentium ablationem, sicut per seipsum naturale agalma facientes, auferunt ea, quae superadjecta sunt, pura occulti visione vetantia, et ipsam in seipsa ablatione sola occultam manifestant formam. Oportet autem, ut arbitror, ablationes in contrarium positionibus laudare. Etenim illas quidem a praestantissimis inchoantes, et per media in novissima descendentes, apponimus. Hinc vero a novissimis ad principalissimas ascensiones facientes, omnia auferimus, ut incircumvelate cognoscamus illam ignorantiam, ab omnibus ignorantibus in omnibus existentibus circumvelatam, et superessentialem illam videamus caliginem, ab omni in existentibus luce occultatam.

CAPITULUM III. Quae sunt καταφατικαί theologiae, quae αποφατικαί.
In theologicis igitur characteribus potentissima affirmativae theologiae laudavimus, quomodo divina et optima natura unica dicitur, quomodo triadica, quae secundum ipsam dicta et paternitas, et filiolitas, quid vult declarare in spiritu theologia, quomodo ex immateriali et impartibili optimo in corde bonitatis germinata sunt lumina, et quomodo ipsius in ipso et in seipsis et inter se invicem coaeternae in germinatione mansionis servaverunt reditum, quomodo superessentialis Jesus humanis naturalibus veritatibus essentia factus est, et quaecunque alia ab eloquiis expressa sunt secundum theologicos characteres. In eo autem qui est de divinis nominibus, quomodo optimus nominatur, quomodo ων, quomodo vita, et sapientia, et virtus, et quaecunque alia intelligibilis sunt divinae nominationis. In symbolica vero theologia, quae sint a sensibilibus in divina transnominationes, quae divinae formae, quae divinae figurae, et partes, et organa, qui divini loci et mundi, qui furores, quae tristitiae et maniae, quae ebrietates et crapulae, quae juramenta, quae execrationes, qui somni, quae vigiliae, et quaecunque aliae symbolicae sunt divinae similitudinis sacre figuratae formationes.
Et te arbitror considerasse, quomodo verbis copiosiora magis sunt novissima primis. Etenim habere theologicos characteres, et divinorum nominum reserationem breviorem verbis esse symbolica theologia. Quoniam quidem quantum ad superiora respicimus, tantum verba contemplationibus invisibilium coartantur: sicut et nunc in ipsam super intellectum occidentes caliginem, non brevem sermonem, sed sermonis defectum et nominationis inveniemus. Et ibi quidem desursum ad novissima descendens sermo, juxta quantitatem ejus, quae est universaliter ad proportionalem multitudinem, inventus est. Nunc autem ab his, quae deorsum sunt, ad superpositum ascendens, secundum mensuram invii corripitur, et post omne invium totus sine voce erit, et totus adunabitur sono carenti. Quare autem omnino, inquis, ex praestantissimo ponentes divinas positiones, a novissimis inchoamus divinam ablationem? Quia quid super omnem ponentes positionem, ex magis ipsi cognatiori conditionalem affirmationem oportuit ponere: quod autem super omnem ablationem auferentes, ex magis ipso distantibus auferre. An non magis est vita et bonitas, quam aer et lapis? Et magis non crapulae, et non maniae, quam non dicitur neque intelligitur?

CAPITULUM IV. Quia nihil sensibilium omnis sensibilis per excellentiam causalis.
Dicamus igitur sic: Omnium causa, et super omnia ens, neque carens essentia est, neque carens vita, neque irrationabilis est, neque insensualis, neque corpus est, neque figura, neque species, neque qualitatem, aut quantitatem, aut tumorem habet, neque in loco est, neque videtur, neque tactum sensibilem habet, neque sentitur, neque sensibilis est, neque inordinationem habet, neque perturbationem a passionibus materialibus commota, neque impotens est sensibilibus succumbens casibus, neque indigens est lucis, neque mutationem, aut corruptionem, aut partitionem, aut privationem, aut fluxum, neque aliud quid sensibilium est, neque habet

CAPITULUM V. Quia nihil intelligibilium omnis intelligibilis per excellentiam causalis.
Iterum autem ascendentes dicamus, ων neque anima est, neque intellectus, neque phantasiam, aut opinionem, aut verbum, aut intelligentiam habet, neque ratio est, neque intelligentia, neque dicitur, neque intelligitur, neque numerus est, neque ordo, neque magnitudo, neque parvitas, neque aequalitas, neque similitudo aut dissimilitudo, neque stat, neque movetur, neque silentium ducit, neque habet virtutem, neque virtus est, neque lux, neque vita est, neque hostia est, neque seculum, neque tempus, neque tactus est ejus intelligibilis, neque scientia, neque veritas est, neque regnum, neque sapientia, neque unum, neque unitas, neque deitas, aut bonitas, neque spiritus est, sicut nos scimus, neque filiolitas, neque paternitas, neque aliud quid nobis aut alicui existentium cognitum, neque quid non existentium, neque quid existentium est, neque existentia eam cognoscunt, an ipsa sit, neque ipsa cognoscit existentia, an existentia sunt, neque verbum ejus est, neque nomen, neque scientia, neque tenebrae est, neque lumen, neque error, neque veritas, neque est ejus universaliter positio, neque ablatio, sed eorum, quae post eam sunt, positiones et ablationes facientes, ipsam neque auferimus, neque ponimus, quoniam et super omnem positionem est perfecta et singularis omnium causa, super omnem ablationem excellentia omnium simpliciter perfectione, et summitas omnium.
Explicit liber de mystica theologia._

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