"…la dottrina è infallibile, è a causa del fatto che essa è un’espressione della verità, la quale, in se stessa, è assolutamente indipendente dagli individui che la ricevono e che la comprendono. La garanzia della dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»". René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cap. "Sull’infallibilità tradizionale"

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giovedì 2 luglio 2015

René Guénon, Introduzione generale allo studio delle dottrine indù - Conclusione

René Guénon
Introduzione generale allo studio delle dottrine indù

Conclusione

Se alcuni occidentali potessero, attraverso la lettura di quanto siamo andati esponendo, prendere coscienza di ciò che fa loro difetto intellettualmente, se potessero, non diremo capirlo ma solo intravederlo e presentirlo, questo lavoro non sarebbe stato fatto invano.
Non intendiamo parlare unicamente dei vantaggi inestimabili che potrebbero ottenere direttamente, per se stessi, coloro che fossero così condotti a studiare le dottrine orientali, dove troverebbero, per poco che possiedano le attitudini indispensabili, conoscenze che non hanno l’uguale in Occidente e accanto a cui le filosofie che passano per geniali e sublimi non sono che passatempi infantili; non vi è misura comune tra la verità assentita nella sua pienezza, attraverso una concezione dalle possibilità illimitate e in una realizzazione ad essa adeguata, e le ipotesi, di qualunque natura siano, immaginate da fantasie individuali a misura della loro capacità essenzialmente limitata. 
Vi sono ancora altri risultati di un interesse più generale, e che del resto si ricollegano ai precedenti come fossero conseguenze più o meno lontane; intendiamo alludere alla preparazione, non certo imminente, ma nondimeno effettiva, di un avvicinamento intellettuale tra l’Oriente e l’Occidente.
Parlando della divergenza dell’Occidente nei confronti dell’Oriente, la quale è andata più che mai accentuandosi nell’epoca moderna, abbiamo detto che, ad onta delle apparenze, non pensavamo che essa potesse continuare così indefinitamente. In altri termini, ci sembra difficile che l’Occidente, per la sua mentalità e l’insieme delle sue tendenze, continui ad allontanarsi sempre più dall’Oriente, come fa ora, senza che prima o poi si produca una reazione che potrebbe avere, a certe condizioni, i più benefici effetti; ci sembra anzi tanto più difficile in quanto la sfera in cui si sviluppa la civiltà occidentale moderna è, per sua natura, la più circoscritta di tutte. Inoltre il carattere mutevole e instabile, che caratterizza la mentalità dell’Occidente, permette di non disperare di vedergli prendere, all’occorrenza, una direzione affatto diversa o addirittura opposta, così che il rimedio si troverebbe allora in quel che ai nostri occhi è il segno stesso della sua inferiorità; ma sarebbe un vero rimedio, lo ripetiamo, solo a date condizioni, in assenza delle quali potrebbe essere invece un male ancor maggiore rispetto allo stato attuale. Ciò può sembrare oltremodo oscuro, e in effetti riconosciamo che esiste una certa difficoltà a renderlo del tutto intelligibile come sarebbe auspicabile, anche ponendoci dal punto di vista dell’Occidente e sforzandoci di parlare il suo linguaggio; tuttavia lo tenteremo, ma avvertendo che le spiegazioni offerte non possono corrispondere al nostro pensiero nella sua totalità.
Innanzitutto la mentalità particolare di certi occidentali ci costringe a dichiarare formalmente che non intendiamo formulare qui nulla che assomigli da vicino o da lontano a una «profezia»; forse non è difficilissimo darne l’illusione esponendo in una forma adeguata i risultati di certe deduzioni, ma questo non è esente da una qualche ciarlataneria, a meno di non essere in uno stato d’animo che induce a una sorta di autosuggestione: dei due termini di tale alternativa il primo ci ispira una ripugnanza invincibile, e il secondo caratterizza un caso che fortunatamente non è il nostro. Eviteremo perciò le precisazioni che per un motivo qualsiasi non potremmo giustificare, e che del resto, se non fossero azzardate, sarebbero per lo meno inutili; non apparteniamo alla schiera di coloro che ritengono vantaggiosa per l’uomo la conoscenza particolareggiata dell’avvenire, e reputiamo del tutto legittimo il discredito di cui è circondata in Oriente la pratica delle arti divinatorie. Sarebbe già un motivo sufficiente per condannare l’occultismo e le altre speculazioni analoghe, che tanta importanza attribuiscono a questa specie di cose, anche se non esistessero nell’ordine dottrinale considerazioni ancor più gravi e decisive per far respingere assolutamente concezioni che sono chimeriche e insieme pericolose.
Ammetteremo dunque che non è possibile prevedere attualmente le circostanze che potranno determinare un mutamento di direzione nello sviluppo dell’Occidente; ma la possibilità di un tale cambiamento può esser contestata solo da quanti credono che questo sviluppo, nel suo senso attuale, costituisca un «progresso» assoluto. Per noi tale idea di «progresso» assoluto è priva di senso, e già abbiamo segnalato l’incompatibilità di certi sviluppi dove un progresso relativo in un dato campo comporta una regressione corrispondente in un altro; non diciamo «equivalente», giacché non si può parlare di equivalenza tra cose che non sono della stessa natura né dello stesso ordine. È quanto è avvenuto nella civiltà occidentale: le ricerche condotte esclusivamente in vista delle applicazioni pratiche e del progresso materiale hanno provocato, come necessariamente dovevano, una regressione nell’ordine puramente speculativo e intellettuale; e siccome non esiste comune misura tra le due sfere, ciò che si perdeva così da una parte aveva un valore incommensurabilmente più grande di quello che si acquisiva dall’altra; solo tutta la deformazione mentale della stragrande maggioranza degli occidentali moderni può giudicare le cose in modo diverso. Comunque sia, se consideriamo solo che uno sviluppo unilineare soggiace ineluttabilmente a certe condizioni limitative, che diventano più rigorose quando tale sviluppo si compia nell’ordine materiale, si può ben dire che il mutamento di direzione di cui parliamo dovrà quasi sicuramente prodursi in un momento dato. Quanto alla natura degli avvenimenti che vi contribuiranno, è possibile che infine ci si accorga di come le cose cui si annette attualmente una esclusiva importanza non sono in grado di produrre i risultati che da esse si attendono; ma anche questo supporrebbe già un certo mutamento della mentalità comune, benché la delusione possa essere soprattutto sentimentale e vertere, per esempio, sul riconoscimento che non esiste un «progresso morale» parallelo al progresso definito scientifico. Di fatto, i mezzi della trasformazione, se non giungono da qualche altra parte, dovranno avere una mediocrità proporzionata a quella della mentalità su cui si troveranno ad agire; ma allora tale mediocrità sarebbe piuttosto di malaugurio per ciò che ne risulterà. Si può ancora supporre che le invenzioni meccaniche, spinte sempre più lontano, giungano a un punto in cui appariranno talmente pericolose che ci si vedrà costretti a rinunciarvi, sia per il terrore che a poco a poco certi loro effetti produrranno, sia addirittura in seguito a un cataclisma che lasceremo alla fantasia di ciascuno immaginare. Anche in questo caso il movente del cambiamento sarebbe di ordine sentimentale, ma di quella sentimentalità che è molto vicina al fisiologico; e faremo notare, senza addentrarci in particolari, che sintomi di entrambe queste possibilità si sono già verificati, benché debolmente, in seguito ai recenti avvenimenti che hanno funestato l’Europa, ma che non sono ancora, checché se ne possa pensare, così consistenti da determinare al riguardo risultati profondi e duraturi. Del resto cambiamenti come quelli che stiamo considerando possono avvenire in modo lento e graduato e richiedere dei secoli per compiersi, così come possono nascere all’improvviso da sconvolgimenti rapidi e imprevisti; tuttavia anche nel primo caso è verosimile che debba giungere un momento in cui si produce una rottura più o meno brusca, una vera e propria soluzione di continuità nei confronti dello stato anteriore. In tutti i modi, ammetteremo che non è possibile fissare in anticipo, anche approssimativamente, la data di un mutamento simile; e tuttavia la verità ci impone di dire che chi ha qualche conoscenza delle leggi cicliche e della loro applicazione ai periodi storici potrebbe per lo meno permettersi qualche previsione e determinare delle epoche comprese entro certi limiti; ma qui noi ci asterremo completamente da considerazioni siffatte, tanto più che sono state talvolta simulate da gente che non aveva nessuna reale conoscenza delle leggi che abbiamo appena accennato e per la quale era tanto più facile parlare di tali cose quanto più completamente le ignorava: se quest’ultima affermazione può suonare paradossale, ciò che esprime è rigorosamente esatto.
La questione che ora si pone è la seguente: ammesso che in un’epoca indeterminata, e in seguito ad avvenimenti non meglio precisati venga a prodursi in Occidente una reazione, ed essa provochi l’abbandono di ciò che costituisce tutta la civiltà europea attuale, che cosa poi ne risulterà? Parecchi sono i casi possibili, ed è opportuno esaminare le differenti ipotesi che vi corrispondono: la più sfavorevole è che nulla venga a sostituirsi a questa civiltà, e che, una volta scomparsa, l’Occidente abbandonato a se stesso si trovi precipitato nella peggiore barbarie. Per comprendere tale possibilità basta riflettere che, senza neppure risalire ai tempi definiti storici, si trovano molti esempi di civiltà completamente scomparse; erano talvolta civiltà di popoli che anch’essi si estinsero, ma questa supposizione si realizza quasi solo per civiltà localizzate in modo piuttosto ristretto, mentre per quelle che hanno una maggiore estensione è più verosimile che i loro popoli sopravvivano, ridotti a uno stato di degradazione più o meno simile a quello, come abbiamo detto in precedenza, degli attuali selvaggi; non è necessario insistere ulteriormente per rendersi conto di tutto quel che c’è di inquietante nella prima ipotesi. Nel secondo caso, i rappresentanti di altre civiltà, vale a dire i popoli orientali, per salvare il mondo occidentale da tale irrimediabile decadimento, lo assimilano di buon grado o con la forza, ammesso che la cosa sia possibile e che l’Oriente vi consenta, nella sua totalità o in qualcuna delle sue parti costitutive. Speriamo che nessuno sia così accecato dai pregiudizi occidentali da non riconoscere che sarebbe preferibile questa ipotesi alla precedente: in circostanze simili ci sarebbe senz’altro un periodo transitorio di rivoluzioni etniche estremamente dolorose, quali è difficile rappresentarsi, ma il risultato finale sarebbe tale da compensare i danni fatalmente causati da simile catastrofe; solo che l’Occidente dovrebbe rinunciare alle proprie caratteristiche e si troverebbe assorbito puramente e semplicemente. Conviene perciò esaminare un altro caso come ben più favorevole dal punto di vista occidentale, benché a dire il vero equivalente dal punto di vista dell’umanità terrestre nel suo insieme, perché se dovesse realizzarsi, l’effetto sarebbe di far scomparire l’anomalia occidentale, non per soppressione come nella prima ipotesi, ma, come nella seconda, per un ritorno all’intellettualità vera e normale; ma tale ritorno, invece di essere imposto e forzato, o al massimo accettato e subito, si effettuerebbe allora volontariamente e come spontaneamente. Appare ora più chiaro che cosa implica, per essere attuabile, quest’ultima possibilità: occorrerebbe che l’Occidente, proprio quando il suo sviluppo nel senso attuale giungesse alla fine, trovasse in se stesso i principi di uno sviluppo in un altro senso, che potrebbe allora compiere in modo del tutto naturale; e questo nuovo sviluppo, rendendo la sua civiltà comparabile a quelle dell’Oriente, gli permetterebbe di conservare nel mondo, non già una preminenza che non gli spetta a nessun titolo e che deve esclusivamente all’uso della forza bruta, ma almeno il posto che può legittimamente occupare come rappresentante di una civiltà tra le altre, e una civiltà che, nelle mutate condizioni, non sarebbe più un elemento di squilibrio e oppressione per il resto degli uomini. Non si deve credere infatti che il dominio occidentale possa essere giudicato diversamente dai popoli delle altre civiltà, su cui ora si esercita; non parliamo naturalmente di certe popolazioni imbastardite per le quali d’altronde questo dominio è forse più nocivo che utile, giacché dei loro conquistatori esse assimilano solo la parte peggiore. Quanto agli orientali, abbiamo già indicato più volte come ci pare giustificato il loro disprezzo per l’Occidente, tanto più che la razza europea afferma con accresciuta insistenza la sua pretesa odiosa e ridicola a un’inesistente superiorità mentale, volendo imporre a tutti gli uomini un’assimilazione che essa, per i suoi caratteri instabili e mal definiti, è fortunatamente incapace di realizzare. Sono necessarie tutta l’illusione e la cecità generate dal più assurdo partito preso per credere che la mentalità occidentale conquisterà mai l’Oriente, e che uomini per i quali non esiste vera superiorità se non quella dell’intellettualità finiranno col lasciarsi sedurre dalle invenzioni meccaniche che suscitano la loro estrema ripugnanza e non la più pallida ammirazione. Indubbiamente può accadere che gli orientali accettino o meglio subiscano certe necessità dell’epoca attuale, ma considerandole transitorie e più dannose che utili, e aspirando in fondo a sbarazzarsi di tutto questo «progresso» materiale a cui non si interesseranno mai veramente; ma, a parte il caso specialissimo del Giappone, sul quale ci siamo già spiegati, sotto questo aspetto non si potranno ottenere che delle modifiche del tutto superficiali, nonostante gli sforzi del più acceso e intempestivo proselitismo occidentale. Gli orientali non hanno oggi, intellettualmente, maggior interesse a cambiare di quanto ne ebbero nei secoli trascorsi; tutto quanto abbiamo detto qui sta a dimostrarlo, ed è una delle ragioni per cui un avvicinamento vero e profondo può derivare solo, com’è logico e normale, da un compiuto mutamento da parte dell’Occidente.
Dobbiamo ancora tornare alle tre ipotesi da noi descritte, per caratterizzare con più esattezza le condizioni che determinerebbero il realizzarsi dell’una o dell’altra di esse; a questo riguardo tutto dipende evidentemente dallo stato mentale in cui si troverà il mondo occidentale quando giungesse al punto di arresto della sua civiltà attuale. Se allora tale stato mentale fosse quale è oggi, si verificherebbe necessariamente la prima ipotesi, giacché non esisterebbe nulla da sostituire a ciò cui si dovrebbe rinunciare e inoltre l’assimilazione da parte di altre civiltà sarebbe impossibile, dato che la differenza delle mentalità si traduce in opposizione. Tale assimilazione, che corrisponde alla nostra seconda ipotesi, presupporrebbe, come condizione minima, l’esistenza in Occidente di un nucleo intellettuale, che, sia pur formato da una élite ristretta, fosse così saldo da diventare l’indispensabile mediatore per riportare la mentalità generale verso le fonti della vera intellettualità, imprimendole una direzione di cui non occorrerebbe, del resto, che la massa fosse consapevole. Non appena si ammetta un arresto di civiltà, solo la costituzione preventiva di un’élite simile appare dunque in grado di salvare l’Occidente, nel momento dato, dal caos e dalla dissoluzione; e d’altronde, perché i detentori delle tradizioni orientali si interessassero alla sorte dell’Occidente, sarebbe essenziale mostrare loro che, se l’intellettualità occidentale considerata nel suo insieme merita i loro giudizi più severi, possono tuttavia esistere onorevoli eccezioni, che indicano come il decadimento di tale intellettualità non sia del tutto irrimediabile. Abbiamo detto che il verificarsi della seconda ipotesi non sarebbe privo, almeno transitoriamente, di certi aspetti penosi, dato che l’élite, in un’azione dove l’Occidente non avrebbe l’iniziativa, fungerebbe solo da punto d’appoggio; ma il suo ruolo sarebbe tutt’altro se gli avvenimenti le dessero il tempo di esercitare questa azione direttamente e da se stessa, ciò che corrisponderebbe alla possibilità della terza ipotesi. Si può infatti pensare che l’élite intellettuale, una volta costituita, agirebbe in qualche modo come un «fermento» nel mondo occidentale, per preparare quella trasformazione che, diventando effettiva, le permetterebbe di trattare, se non da pari a pari, almeno come forza autonoma con i rappresentanti autorizzati delle civiltà orientali. In tal caso la trasformazione apparirebbe spontanea, tanto più che potrebbe avvenire senza urti, per poco che l’élite avesse acquistato in tempo un’influenza tale da dirigere realmente la mentalità generale; e del resto l’appoggio degli orientali in questo compito non le verrebbe a mancare, poiché essi saranno sempre favorevoli, com’è naturale, a un avvicinamento che si operi su basi simili, tanto più che vi avrebbero ugualmente un interesse che, pur essendo di tutt’altro ordine rispetto a quello degli occidentali, non sarebbe in alcun modo trascurabile, ma che è alquanto difficile e del resto inutile definire qui. Ad ogni modo, vogliamo ribadire come non sia affatto necessario, per preparare il mutamento di cui si parla, che la massa occidentale, pur limitandola alla sola massa sedicente intellettuale, vi prenda parte agli inizi; anche se ciò non fosse del tutto impossibile, sarebbe sotto certi aspetti piuttosto nocivo; per cominciare è dunque sufficiente che pochi individui capiscano la necessità di un mutamento simile, purché, beninteso, la capiscano realmente e profondamente.
Abbiamo messo in evidenza il carattere essenzialmente tradizionale di tutte le civiltà orientali; la mancanza di un effettivo collegamento a una tradizione è, in fondo, la radice stessa della deviazione occidentale. Il ritorno a una civiltà tradizionale, nei suoi principi e in tutto l’insieme delle sue istituzioni, sembra essere quindi la condizione fondamentale per la trasformazione di cui abbiamo parlato, o piuttosto tale ritorno si identifica con la trasformazione stessa, che si compirebbe quando esso fosse pienamente effettuato, e in condizioni che permetterebbero perfino di conservare quel che l’attuale civiltà occidentale può contenere di veramente utile sotto qualche rispetto, purché, s’intende, le cose non siano precipitate fino al punto in cui si imponga una totale rinuncia. Il ritorno alla tradizione si presenta dunque come il più essenziale degli scopi che l’élite intellettuale dovrà prefiggersi; la difficoltà consiste nel realizzare integralmente tutto ciò che esso implica in ordini diversi, e anche nel determinarne esattamente le modalità. Diremo soltanto che il Medioevo ci offre l’esempio di uno sviluppo tradizionale propriamente occidentale; si tratterebbe, in definitiva, non di copiare o di ricostruire pedissequamente quanto esistette a quell’epoca, ma di trarne ispirazione per l’adattamento reso necessario dalle circostanze. Se una «tradizione occidentale» esiste, è nel Medioevo che bisogna cercarla e non nelle fantasie degli occultisti e degli pseudo-esoteristi; questa tradizione era allora concepita in modo religioso, e noi non pensiamo che l’Occidente sia atto a concepirla in modo diverso, oggi meno che mai; basterebbe che alcune intelligenze avessero coscienza dell’unità essenziale di tutte le dottrine tradizionali nel loro principio, come ciò dovette avvenire anche in quell’epoca; molti infatti sono gli indizi che consentono di affermarlo, anche se mancano prove tangibili e scritte, la cui assenza è affatto naturale checché ne pensi il «metodo storico», a cui queste cose non competono in alcun modo. Nel corso del nostro studio abbiamo accennato, quando l’occasione se ne presentava, ai principali caratteri della civiltà del Medioevo, in quanto presenta analogie, molto reali anche se incomplete, con le civiltà orientali, e non è il caso di ritornare su questo; ora vogliamo soltanto dire che l’Occidente, trovandosi in possesso della tradizione che più si adatta alle sue particolari condizioni, e peraltro sufficiente per la maggioranza degli individui, sarebbe con ciò dispensato dall’adattarsi più o meno faticosamente ad altre forme tradizionali che non sono state fatte per questa parte dell’umanità; è abbastanza facile vedere quanto tale vantaggio sarebbe apprezzabile.
Il lavoro da compiere dovrebbe limitarsi, agli inizi, al punto di vista puramente intellettuale, che è il più essenziale di tutti, dato che è quello dei principi da cui tutto il resto dipende; è chiaro che le conseguenze si estenderebbero in seguito, più o meno rapidamente, a tutti gli altri campi, per una ripercussione affatto naturale; modificare la mentalità di un ambiente è l’unico mezzo per produrvi, anche socialmente, un cambiamento profondo e duraturo, e volere iniziare dalle conseguenze è un metodo eminentemente illogico, degno soltanto dell’agitazione impaziente e sterile degli occidentali attuali. Del resto il punto di vista intellettuale è il solo ad essere immediatamente accessibile, perché i principi, essendo universali, sono assimilabili da ogni uomo, a qualunque razza appartenga, purché abbia una capacità di comprensione sufficiente; può apparire strano che quanto vi è di più facilmente accessibile in una tradizione sia precisamente quel che ha di più elevato, tuttavia si capisce facilmente perché è quel che è libero da tutte le contingenze. Così si spiega anche come le scienze tradizionali secondarie, le quali sono soltanto applicazioni contingenti, non siano completamente assimilabili dagli occidentali nella loro forma orientale; quanto a costituirne o restituirne l’equivalente in un modo che convenga alla mentalità occidentale, è questa una impresa la cui realizzazione può apparire solo come una possibilità estremamente lontana, e la cui importanza del resto, pure ancora grandissima, è tutto sommato accessoria.
Se ci limitiamo a considerare il punto di vista intellettuale, è perché comunque è il primo che di fatto occorre considerare; ma rammentiamo che bisogna intenderlo in modo tale che le possibilità in esso contenute siano veramente illimitate, come già abbiamo spiegato caratterizzando il pensiero metafisico. È di metafisica che essenzialmente si tratta, giacché null’altro può esser detto propriamente e puramente intellettuale; e questo ci porta a precisare che per l’élite di cui sopra, la tradizione, nella sua essenza profonda, non dev’essere concepita nel modo specificamente religioso, che dopo tutto è soltanto un adattamento alle condizioni della mentalità generale e media. D’altra parte tale élite, ancor prima di aver realizzato una modificazione sensibile nell’orientamento del pensiero comune, potrebbe già ottenere con la sua influenza alcuni risultati abbastanza importanti nell’ordine delle contingenze, come sgombrare il campo da difficoltà e malintesi che sono altrimenti inevitabili nelle relazioni con i popoli orientali; ma, ripetiamo, si tratta solo di conseguenze secondarie dell’unica realizzazione primordialmente indispensabile, e quest’ultima, che condiziona tutto il resto e da null’altro è condizionata, è di un ordine totalmente interiore. Prioritaria dunque è la comprensione delle questioni dei principi, di cui abbiamo qui cercato di indicare la vera natura, ed essa comporta in definitiva l’assimilazione dei modi essenziali del pensiero orientale; del resto, fintantoché si penserà in modi differenti, e soprattutto senza che da una parte si abbia coscienza della diversità, nessuna intesa è evidentemente possibile, non più di quanto lo sarebbe se si parlassero due lingue diverse e uno degli interlocutori ignorasse la lingua dell’altro. Per questo i lavori degli orientalisti non possono essere qui di alcun aiuto, quando non siano invece, per le ragioni già da noi indicate, addirittura un ostacolo; per questo ancora, avendo ritenuto utile scrivere tali cose, ci proponiamo inoltre di precisare e sviluppare certi punti in una serie di studi metafisici, sia esponendo direttamente taluni aspetti delle dottrine orientali, in particolare quelle dell’India, sia adattando queste stesse dottrine nel modo che più ci parrà intelligibile, quando giudicheremo preferibile un simile adattamento alla pura e semplice esposizione; in tutti i casi, quanto così presenteremo sarà sempre, nello spirito se non nella lettera, l’interpretazione la più scrupolosamente esatta e fedele delle dottrine tradizionali, e ciò che di nostro vi aggiungeremo saranno soprattutto le imperfezioni fatali dell’esposizione.
Nel tentativo di far capire la necessità di un accostamento all’Oriente ci siamo attenuti, a parte la questione del beneficio intellettuale che ne risulterebbe immediatamente, a un punto di vista che è ancora affatto contingente, o che tale può apparire qualora non sia collegato ad altre considerazioni che ci era impossibile esaminare, e che riguardano soprattutto il senso profondo di quelle leggi cicliche di cui ci siamo limitati a segnalare l’esistenza; ciò non toglie che tale punto di vista, pur come lo abbiamo esposto, ci sembri adattissimo a trattenere l’attenzione delle intelligenze serie e a farle riflettere, con l’unica condizione che non siano irreparabilmente accecate dai pregiudizi comuni dell’Occidente moderno. Questi pregiudizi sono esasperati al massimo grado nei popoli germanici e anglosassoni, i quali sono perciò, mentalmente ancor più che fisicamente, i più lontani dagli orientali; considerato che l’intellettualità è negli Slavi in qualche modo ridotta al minimo e che il celtismo esiste quasi solo allo stato di ricordo storico, solo presso i popoli definiti latini (e che di fatto lo sono per le lingue che parlano e le modalità specifiche della loro civiltà se non per le origini etniche) potrebbe iniziare ad attuarsi, con qualche speranza di successo, un disegno come quello che abbiamo indicato. Tale piano comporta, in definitiva, due fasi principali, che sono la costituzione dell’élite intellettuale e la sua azione sull’ambiente occidentale; ma sui mezzi relativi a entrambe attualmente non si può dire nulla, perché sarebbe, sotto ogni rispetto, prematuro; con ciò abbiamo voluto soltanto considerare, lo ripetiamo, delle possibilità, senz’altro lontane ma pur sempre tali, il che è sufficiente per prenderle in considerazione. Fra le cose che precedono ve ne sono alcune che forse avremmo esitato a scrivere prima degli ultimi avvenimenti, che sembrano avere avvicinato un poco queste possibilità o che almeno consentono di comprenderle meglio; senza annettere un’importanza eccessiva alle contingenze storiche, che non modificano in nulla la verità, non bisogna dimenticare che esiste una questione di opportunità, che sovente interviene nella formulazione esteriore di tale verità.
Molte cose mancano a questa conclusione perché sia completa, e sono proprio quelle che riguardano gli aspetti più profondi, dunque i più veramente essenziali, delle dottrine orientali e dei risultati che dal loro studio si possono attendere quanti siano in grado di condurlo sufficientemente innanzi; ciò di cui si tratta può essere presentito in certa misura da quel poco che abbiamo detto a proposito della realizzazione metafisica, ma al tempo stesso abbiamo indicato le ragioni per cui non ci era possibile insistervi ulteriormente, specie in un’esposizione preliminare come questa; forse su ciò ritorneremo in altra sede, ma è opportuno tenere sempre presente una formula estremo-orientale secondo cui «chi sa dieci, insegni soltanto nove». Comunque sia, tutto quel che può essere sviluppato senza riserve, vale a dire tutto quel che di esprimibile c’è nell’aspetto puramente teorico della metafisica, è più che sufficiente a far capire, a coloro che ne sono in grado, anche se poi non vanno oltre, come le speculazioni analitiche e frammentarie dell’Occidente moderno appaiano quali in realtà esse sono: una ricerca vana e illusoria, senza principio né fine ultimo, e i cui mediocri risultati non valgono né il tempo né gli sforzi di chiunque abbia un orizzonte intellettuale sufficientemente esteso da non circoscrivervi la propria attività.

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