"…la dottrina è infallibile, è a causa del fatto che essa è un’espressione della verità, la quale, in se stessa, è assolutamente indipendente dagli individui che la ricevono e che la comprendono. La garanzia della dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»". René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cap. "Sull’infallibilità tradizionale"

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venerdì 23 marzo 2018

Guénon René, Considerazioni sull'Iniziazione - XXXV - Iniziazione e passività

René Guénon
Considerazioni sull'Iniziazione

XXXV - Iniziazione e passività

Abbiamo detto in precedenza che tutto ciò che ha a che fare con la conoscenza iniziatica non può assolutamente diventare argomento di discussioni qualsivogliano, e che del resto, in generale, la discussione è, se così si può dire, un procedimento profano per eccellenza; qualcuno ha preteso dedurre da questo fatto la conseguenza che l’insegnamento iniziatico doveva esser ricevuto «passivamente», e ha pure voluto trarne un’argomentazione diretta contro la stessa iniziazione. 
Anche questo è un equivoco che è particolarmente importante dissipare: l’insegnamento iniziatico, per essere realmente profittevole, richiede naturalmente un atteggiamento mentale «ricettivo», ma «ricettività» non è affatto sinonimo di «passività»; e tale insegnamento esige al contrario, da parte di chi lo riceve, uno sforzo costante di assimilazione che è proprio qualcosa di essenzialmente attivo, e anche attivo al grado più alto che si possa concepire. In realtà è piuttosto all’insegnamento profano che si potrebbe rivolgere, con una certa ragione, il rimprovero di passività, giacché esso si propone non altro scopo se non quello di fornir dati che devono essere «appresi», molto più che compresi, il che sta a dire che l’allievo tali dati li deve semplicemente registrare e immagazzinare nella memoria, senza che debbano costituire l’oggetto di nessuna reale assimilazione; a motivo del carattere del tutto esteriore di tale insegnamento e dei suoi risultati, l’attività personale e interiore si viene evidentemente a trovare ridotta al minimo, quando pure non sia del tutto inesistente.
Al fondo dell’equivoco in questione c’è del resto qualcosa di ancor più grave; in effetti abbiamo spesso notato, in coloro che si pretendono avversari dell’esoterismo, una deplorevole tendenza a confonderlo con le sue contraffazioni, e di conseguenza a inglobare negli stessi attacchi cose che sono in realtà le più diverse, a volte addirittura le più opposte. Anche qui, evidentemente, abbiamo un altro esempio dell’incomprensione moderna; l’ignoranza di tutto quel che si riferisce all’ambito esoterico e iniziatico è talmente completa e generale nella nostra epoca, che a tal proposito non ci si può stupire di nulla, e questa può essere una scusa, in non pochi casi, per coloro che agiscono in tal modo; si è tuttavia tentati, talvolta, di domandarsi se si tratti veramente di una spiegazione sufficiente per chi voglia andare più a fondo nelle cose. Prima di tutto, non fa dubbio che tale incomprensione e tale ignoranza stesse rientrino in quel piano di distruzione di ogni idea tradizionale la cui realizzazione si estende lungo tutto il periodo moderno, e che, di conseguenza, esse non possano che essere volute e alimentate dalle influenze sovversive che lavorano a questa distruzione; ma, al di là di questa considerazione d’ordine del tutto generale, sembra che ci sia inoltre, in tutto ciò a cui stiamo alludendo, qualcosa che corrisponde a un disegno più preciso e più nettamente definito. In effetti, quando si vede confondere deliberatamente l’iniziazione con la pseudo-iniziazione e addirittura con la contro-iniziazione, mescolando il tutto in maniera così inestricabile che nessuno possa raccapezzarsi, è veramente assai difficile, per poco che si sia capaci di un po’ di riflessione, non chiedersi chi o che cosa tragga vantaggi da tutte queste confusioni. Sia ben chiaro, non è una questione di buona o mala fede che vogliamo sollevare qui; del resto essa non avrebbe che un’importanza ben secondaria, giacché la nocività delle idee false che vengono in questo modo diffuse non ne risulterebbe né aumentata né diminuita; ed è possibilissimo che lo stesso partito preso di cui danno prova taluni sia unicamente dovuto al fatto che obbediscono inconsapevolmente a qualche suggestione. La conclusione che si deve trarre da ciò, è che i nemici della tradizione iniziatica le loro vittime non le fanno soltanto fra coloro che attirano nelle organizzazioni che «controllano» direttamente o indirettamente, e che coloro stessi che credono di combatterli sono talvolta, di fatto, strumenti altrettanto utili, anche se in un altro modo, per gli scopi che si propongono. È doppiamente vantaggioso per la contro-iniziazione, quando non sia in condizione di riuscire a mascherare i suoi procedimenti e i suoi scopi, il far attribuire gli uni e gli altri alla vera iniziazione, perché in tal modo essa nuoce incontestabilmente a quest’ultima e nello stesso tempo evita il pericolo che la minaccerebbe, distogliendo gli animi che potrebbero aver trovato la strada che conduce a certe scoperte.
Queste riflessioni abbiamo avuto modo di farcele più d’una volta[1], e, nuovamente, abbiamo avuto occasione di ripetercele a proposito di un libro pubblicato qualche anno fa in Inghilterra da un ex membro di certe organizzazioni dal carattere essenzialmente sospetto, intendiamo dire di organizzazioni pseudo-iniziatiche che sono fra quelle in cui si distingue più nettamente il marchio di un’influenza della contro-iniziazione; quantunque le abbia abbandonate e si sia addirittura schierato apertamente contro di esse, non è tuttavia con ciò rimasto meno fortemente influenzato dall’insegnamento che aveva in esse ricevuto, e questo è soprattutto visibile nella concezione che ha dell’iniziazione. Tale concezione, in cui domina precisamente l’idea della «passività», è abbastanza strana da meritare di essere presa più particolarmente in esame; essa funge da idea direttrice per quella che vuol essere una storia delle organizzazioni iniziatiche, o sedicenti tali, dall’antichità ai giorni nostri, storia che è fantasmagorica al più alto grado, nella quale tutto è frammischiato nella maniera da noi ricordata poco fa, ed è sostenuto da una quantità di citazioni stravaganti, la maggior parte delle quali sono tratte da «fonti» assai dubbie; ma, poiché non abbiamo certo l’intenzione di fare qui una specie di recensione del libro in questione, non è questo che ci interessa al presente, né quanto nel libro sia semplicemente consonante con certe tesi «convenute» che invariabilmente si ritrovano in tutti i lavori del genere. Preferiamo limitarci – poiché è questo che è secondo noi più «istruttivo» – a far vedere gli errori impliciti nell’idea direttrice vera e propria, errori di cui l’autore è manifestamente debitore alle sue precedenti relazioni, al punto di non far altro, tutto sommato, che contribuire a diffondere e a dar credito alle vedute di coloro dei quali crede di esser diventato l’avversario, e a continuare a prendere per l’iniziazione quel che gli è stato presentato come tale, ma che in realtà non è se non una delle vie che possono servire a preparare molto efficacemente agenti o strumenti per la contro-iniziazione.
Naturalmente tutto ciò è confinato in un ambito determinato che è puramente psichico, e conseguentemente non può avere nessun rapporto con la vera iniziazione, inteso che quest’ultima, al contrario, è d’ordine essenzialmente spirituale; in questo libro si tratta molto di magia e – come abbiamo già spiegato a sufficienza – non sono operazioni magiche di qualsiasi genere che possano costituire in nessun modo un processo iniziatico. Vi troviamo inoltre la curiosa credenza che qualsiasi iniziazione debba fondarsi sul risveglio e sull’ascensione di quella forza sottile che la tradizione indù indica con il nome di Kundalinî, quando di fatto non si tratta, quanto a quest’ultima, che di un metodo proprio a certe forme iniziatiche molto particolari; del resto non è la prima volta che dobbiamo constatare, in quelle che volentieri denomineremmo le leggende anti-iniziatiche, una sorta di ossessione per Kundalinî che è per lo meno strana, e le cui ragioni, in generale, non si vedono chiaramente. Qui la cosa si trova abbastanza strettamente legata a una certa interpretazione del simbolismo del serpente, preso in un senso esclusivamente «malefico»; l’autore sembra non avere la minima idea del doppio significato di taluni simboli, questione molto importante, che abbiamo già sviluppato in un’altra occasione[2]. Comunque sia, il Kundalinî-Yoga, com’è praticato soprattutto nell’iniziazione tantrica, è sicuramente una cosa tutta diversa dalla magia; ma ciò che viene abusivamente inteso sotto questo nome – nel caso che ci occupa – può anche essere soltanto magia; se poi non si trattasse che di pseudo-iniziazione, indubbiamente sarebbe qualcosa di meno ancora della magia, cioè una pura e semplice illusione; ma se interviene in qualche misura la contro-iniziazione, può benissimo trattarsi di una reale deviazione, e addirittura di una sorta di «inversione», culminante in una presa di contatto, non già con un principio trascendente o con gli stati superiori dell’essere, ma molto semplicemente con la «luce astrale», noi diremmo piuttosto con il mondo delle «influenze erranti», vale a dire, insomma, con la parte più bassa della sfera sottile. L’autore, che accetta l’espressione «luce astrale»[3], denomina questo risultato con il termine «illuminazione», il quale diventa così stranamente equivoco; invece di applicarsi a qualcosa di puramente intellettuale e all’acquisizione di una conoscenza superiore, come normalmente dovrebbe se fosse inteso in un senso iniziatico legittimo, si riferisce soltanto a fenomeni di «chiaroveggenza» o ad altri «poteri» di analoga categoria, assai poco interessanti in se stessi, e del resto – in questo caso – soprattutto negativi giacché sembra che servano infine a rendere colui che ne è afflitto accessibile alle suggestioni emananti da pretesi «Maestri» sconosciuti, i quali nella fattispecie non sono che sinistri «maghi neri».
Ammettiamo assai volentieri l’esattezza di una simile descrizione per quanto riguarda certe organizzazioni ausiliarie della contro-iniziazione, poiché quest’ultima non cerca in effetti, in maniera generale, se non di ridurre i loro membri a semplici strumenti da poter utilizzare a suo piacimento; ci chiediamo soltanto, giacché la cosa non è perfettamente chiara, quale funzione precisa abbia il sedicente «iniziato» nelle operazioni magiche che devono produrre un simile risultato, e pare in effetti che non possa trattarsi, in fondo, che del ruolo del tutto passivo di un «soggetto», nel senso in cui gli «psichisti» di ogni tipo intendono la parola. Sennonché quel che noi contestiamo nel modo più assoluto è che questo risultato abbia qualsiasi cosa in comune con l’iniziazione, la quale esclude al contrario qualsiasi passività; abbiamo spiegato fin dall’inizio che questa è una delle ragioni per le quali essa è incompatibile con il misticismo; a maggior ragione essa lo è con qualcosa che implica una passività di un genere incomparabilmente più basso di quella dei mistici, passività che alla fine dei conti rientra in quella che si è preso l’abitudine di indicare, da quando è stato inventato lo spiritismo, con l’appellativo comune di «medianità». E diciamo di sfuggita che forse ciò di cui stiamo trattando è abbastanza comparabile a quella che fu l’origine reale della «medianità» e dello stesso spiritismo; d’altra parte, quando la «chiaroveggenza» sia ottenuta attraverso certi «allenamenti» psichici, quand’anche Kundalinî non c’entri per niente, essa ha abitualmente come effetto di rendere l’essere «suggestionabile» al massimo grado, com’è provato dalla costante conformità, alla quale abbiamo già alluso in precedenza, delle sue visioni con le speciali teorie della scuola a cui appartiene; non è quindi difficile comprendere quali siano tutti i vantaggi che possono trarne dei veri «maghi neri», vale a dire dei rappresentanti coscienti della contro-iniziazione. Non più difficile è rendersi conto che tutto questo è agli antipodi della finalità dell’iniziazione, la quale è propriamente quella di «liberare» l’essere da tutte le contingenze, e non assolutamente di imporgli nuovi legami che vengano ad aggiungersi a quelli che condizionano naturalmente l’esistenza dell’uomo comune; l’iniziato non è un «soggetto», egli è anzi esattamente il contrario; qualsiasi tendenza alla passività non può che essere un ostacolo all’iniziazione, e, quando sia predominante, essa costituisce una «squalificazione» irrimediabile. Per di più, in ogni organizzazione iniziatica che abbia conservato una chiara coscienza del suo vero scopo, tutte le pratiche ipnotiche, o di diverso tipo, che comportino l’uso di un «soggetto» sono tenute per illegittime e rigorosamente proibite; e aggiungeremo che è addirittura prescritto che si mantenga sempre un atteggiamento attivo nei confronti degli stati spirituali transitori che possono essere ottenuti nei primi stadi della «realizzazione», a evitare con ciò qualsiasi pericolo di «autosuggestione»[4]; in tutto rigore, dal punto di vista iniziatico, la passività è concepibile e ammissibile soltanto ed esclusivamente nei confronti del Principio supremo.
Sappiamo perfettamente che a quel che stiamo dicendo si potrà obiettare che certe vie iniziatiche comportano una sottomissione più o meno completa a un guru; sennonché tale obiezione non ha assolutamente nessun valore, prima di tutto perché si tratta di una sottomissione pienamente acconsentita, e, non di un assoggettamento che si imponga all’insaputa del discepolo, poi perché il guru è sempre conosciuto perfettamente da quest’ultimo, il quale è in relazione reale e diretta con lui, e non è affatto un personaggio sconosciuto che si manifesti «in astrale», vale a dire – fatta astrazione da ogni fantasmagoria – che agisca attraverso una specie di influsso «telepatico» inviando suggestioni senza che il discepolo che le riceve sia in grado di sapere da dove gli vengano. Inoltre, tale sottomissione non ha che il carattere, si potrebbe dire, di un semplice mezzo «pedagogico» di necessità esclusivamente transitoria; non solo un vero istruttore spirituale non ne abuserà mai, ma se ne servirà soltanto per rendere il discepolo capace di affrancarsene il più presto possibile, giacché, se c’è un’affermazione invariabile in un simile caso, è che il vero guru è puramente interiore, che egli non è altri che il «Sé» dell’essere stesso, che il guru esteriore non fa altra cosa se non rappresentarlo per tutto il tempo in cui l’essere non è ancora in grado di mettersi in comunicazione cosciente con questo «Sé». L’iniziazione deve precisamente portare alla coscienza pienamente realizzata ed effettiva del «Sé», caso che evidentemente non può essere né quello di bambini sotto custodia né di automi psichici; la «catena» iniziatica non è concepita per legare l’essere, ma, all’opposto, per fornirgli un appoggio che gli permetta di elevarsi indefinitamente e di superare le proprie limitazioni di essere individuale e condizionato. Anche quando a essere in questione siano le applicazioni contingenti che possono coesistere secondariamente con lo scopo essenziale, un’organizzazione iniziatica non sa che farsi di strumenti passivi e ciechi, la cui collocazione normale non può in tutti i casi essere se non nel mondo profano, inteso che sono privi di qualsiasi qualificazione; quel che essa deve trovare nei suoi membri – a tutti i gradi e in tutte le funzioni – è una collaborazione cosciente e volontaria, che comporti tutta la comprensione effettiva di cui ognuno sia capace; e nessuna gerarchia vera può realizzarsi e conservarsi su una base diversa da questa.

[1] A questo proposito ci sono, dietro certe campagne antimassoniche, dei «retroscena» assolutamente incredibili.
[2] Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi, cap. XXX.
[3] L’origine di questa espressione risale a Paracelso, ma di fatto essa è conosciuta soprattutto attraverso le divagazioni occultistiche alle quali ha servito come pretesto.
[4] È quanto uno Sheikh esprimeva un giorno con le seguenti parole: «Bisogna che l’uomo domini lo hâl (stato spirituale non ancora stabilizzato), e non che lo hâl domini l’uomo» (Lâzim el-insân yarkab el-hâl, wa laysa el-hâl yarkab el-insân).

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