"…la dottrina è infallibile, è a causa del fatto che essa è un’espressione della verità, la quale, in se stessa, è assolutamente indipendente dagli individui che la ricevono e che la comprendono. La garanzia della dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»". René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cap. "Sull’infallibilità tradizionale"

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lunedì 5 marzo 2018

Guénon René, Considerazioni sull'Iniziazione - XXX - Iniziazione effettiva e iniziazione virtuale

René Guénon
Considerazioni sull'Iniziazione

XXX - Iniziazione effettiva e iniziazione virtuale

Quantunque la distinzione tra l’iniziazione effettiva e l’iniziazione virtuale possa già essere sufficientemente capita con l’aiuto delle considerazioni che precedono, essa è così importante da indurci a cercare di precisarla ulteriormente; e, a tal riguardo, faremo subito rilevare che, fra le condizioni dell’iniziazione da noi enunciate all’inizio, il ricollegamento a un’organizzazione tradizionale regolare (presupponendo ovviamente la qualificazione) è sufficiente per l’iniziazione virtuale, mentre il lavoro interiore che viene in seguito riguarda propriamente l’iniziazione effettiva, la quale è ‑ diremmo ‑, a tutti i suoi gradi, lo sviluppo «in atto» delle possibilità a cui dà accesso l’iniziazione virtuale. 

L’iniziazione virtuale è perciò l’iniziazione intesa nel senso più preciso della parola, vale a dire quasi un’«entrata» o un «incominciamento»; è chiaro che ciò non vuole assolutamente dire che essa possa essere considerata come qualcosa di sufficiente a se stessa, ma soltanto che essa è il punto di partenza necessario di tutto il resto; quando si sia entrati in una via, ciò che occorre fare è seguirla, e, se si può, seguirla fino in fondo. Il tutto potrebbe venir riassunto con queste poche parole: entrare nella via è l’iniziazione virtuale; seguire la via è l’iniziazione effettiva; sennonché ‑ sfortunatamente ‑ di fatto molti restano sulla soglia, e non sempre perché siano essi stessi incapaci di andar più lontano, ma anche, soprattutto nelle attuali condizioni del mondo occidentale, in conseguenza del decadimento di certe organizzazioni, le quali, diventate unicamente «speculative» come abbiamo appena spiegato, non possono, proprio per questo, aiutarli in alcun modo nel loro lavoro «operativo», fosse pure negli stadi più elementari, e non gli forniscono nulla che possa permetter loro di sospettare che neppure esista una qualsivoglia «realizzazione». E tuttavia, in queste stesse organizzazioni, non è che non si continui a parlare, a ogni momento, di «lavoro» iniziatico, o per lo meno di qualcosa che viene ritenuto tale; ci si può allora porre legittimamente questa domanda: in qual senso e in quale misura ciò corrisponde ancora a una qualche realtà?
Per rispondere a tale domanda ricorderemo che l’iniziazione è essenzialmente una trasmissione, e aggiungeremo che ciò si può intendere in due differenti sensi: da un lato, trasmissione di un’influenza spirituale, e, dall’altro, trasmissione di un insegnamento tradizionale. In primo luogo va considerata la trasmissione dell’influenza spirituale, non soltanto perché essa deve logicamente precedere qualsiasi insegnamento ‑ cosa che è di per sé troppo evidente quando si sia capita la necessità del ricollegamento tradizionale ‑ ma anche e soprattutto perché è essa che costituisce essenzialmente l’iniziazione in senso stretto, a tal punto che, se si dovesse trattare solamente di iniziazione virtuale, tutto potrebbe in fondo limitarsi a essa, senza che ci sia bisogno di farla ancora seguire da un qualsiasi insegnamento. Di fatto, l’insegnamento iniziatico, del quale dovremo precisare in seguito il particolare carattere, non può essere se non un ausilio esteriore apportato al lavoro interiore di realizzazione, con lo scopo di appoggiarlo e guidarlo per quanto è possibile; è in fondo, questa, la sua unica ragion d’essere, e in ciò esclusivamente può consistere il lato esteriore e collettivo di un vero «lavoro» iniziatico, se si comprende realmente quest’ultimo nel suo significato legittimo e normale.
Ora, quel che rende un po’ più complessa la questione è il fatto che i due tipi di trasmissione da noi indicati, pur essendo in effetti distinti a motivo della differenza della loro natura, non possono tuttavia essere mai interamente separati l’uno dall’altro; e questo fatto richiede alcune altre spiegazioni, anche se tale punto l’abbiamo già in qualche modo trattato implicitamente quando abbiamo parlato degli stretti rapporti che uniscono il rito e il simbolo. In effetti i riti sono essenzialmente, e innanzi tutto, il veicolo dell’influenza spirituale, la quale senza di essi non può in alcun modo essere trasmessa; sennonché essi comportano nello stesso tempo necessariamente ‑ a motivo del fatto che hanno, in tutti gli elementi di cui sono costituiti, un carattere simbolico ‑ anche un insegnamento di per se stessi, perché, come abbiamo detto, i simboli sono precisamente il solo linguaggio che realmente si attagli all’espressione delle verità di ordine iniziatico. Inversamente, i simboli sono essenzialmente un mezzo di insegnamento, e non solo di insegnamento esteriore, ma altresì di qualcosa di più, in quanto debbono servire soprattutto come «supporti» per la meditazione, la quale è per lo meno l’inizio di un lavoro interiore; però, sempre tali simboli, in quanto elementi dei riti e a motivo del loro carattere «non-umano», sono anche supporti dell’influenza spirituale vera e propria. Del resto, quando si rifletta che il lavoro interiore sarebbe inefficace senza l’azione o, se si preferisce, senza la collaborazione di tale influenza spirituale, si potrà capire da ciò come la meditazione sui simboli assuma essa stessa, in certe condizioni, il carattere di un vero e proprio rito, e di un rito che ‑ questa volta ‑ non conferisce soltanto più l’iniziazione virtuale, ma permette di ottenere un grado più o meno avanzato di iniziazione effettiva.
Per contro, invece di servirsi dei simboli in questo modo, ci si può anche limitare a «speculare» su di essi, senza prefiggersi nulla di più; dicendo questo non intendiamo certo avanzare che sia illegittimo spiegare i simboli, nella misura in cui ciò è possibile, e cercare di sviluppare, con commenti appropriati, i diversi significati che essi contengono (a condizione, però ‑ ciò facendo ‑ che si eviti con cura qualsiasi «sistematizzazione», incompatibile con l’essenza stessa del simbolismo); ma intendiamo che ciò non dovrebbe, in ogni caso, essere considerato se non come una semplice preparazione a qualcos’altro, ed è proprio questo che, per definizione, sfugge necessariamente al punto di vista «speculativo» in quanto tale. Quest’ultimo non può che confinarsi in uno studio esteriore dei simboli, studio che non può evidentemente essere in grado di far passare coloro che vi si dedicano dall’iniziazione virtuale all’iniziazione effettiva; e, ancora, esso si ferma nella maggior parte dei casi ai significati più superficiali, giacché, per penetrare oltre, occorre già un grado di comprensione che ‑ in realtà ‑ presuppone qualcosa di completamente diverso dalla semplice «erudizione»; e c’è da ritenersi già fortunati se esso non si perde più o meno completamente in considerazioni «a latere», come quando, ad esempio, si voglia trovare nei simboli un pretesto di «moralizzazione», o derivarne sedicenti applicazioni sociali, se non addirittura politiche, le quali non hanno sicuramente nulla di iniziatico e neppure di tradizionale. In quest’ultimo caso si è già valicato il confine oltre il quale il «lavoro» di certe organizzazioni cessa completamente di essere iniziatico, quand’anche in modo del tutto «speculativo», per cadere in modo puro e semplice nel punto di vista profano; tale confine è naturalmente anche quello che separa la semplice decadenza dalla deviazione ed è anche troppo facile capire come mai la «speculazione», presa come fine a se stessa, si possa prestare pericolosamente a scivolare dall’una all’altra in modo quasi insensibile.
Possiamo ora concludere le nostre osservazioni su questo argomento: finché si «speculi» soltanto, fosse pure attenendosi al punto di vista iniziatico e senza deviare in una maniera o nell’altra, ci si troverà in qualche modo rinchiusi in una impasse, poiché non così si potrà andare d’un sol passo al di là dell’iniziazione virtuale; e del resto quest’ultima esisterebbe lo stesso, anche in assenza di qualsiasi «speculazione», dal momento che è l’immediata conseguenza della trasmissione dell’influenza spirituale. L’effetto del rito mediante il quale tale trasmissione è effettuata è «differito» ‑ come dicevamo in precedenza ‑ e rimane allo stato latente e «non sviluppato» finché non si passi dallo «speculativo» all’«operativo»; ciò significa che le considerazioni teoriche non hanno reale valore, come lavoro propriamente iniziatico, se non in quanto siano destinate a preparare la «realizzazione»; e di fatto esse ne sono una preparazione necessaria, ma questo è proprio quel che il punto di vista «speculativo» di per se stesso è incapace di riconoscere, e ciò di cui ‑ per conseguenza ‑ non può assolutamente dar coscienza a coloro che confinano in esso il loro orizzonte.

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