"…la dottrina è infallibile, è a causa del fatto che essa è un’espressione della verità, la quale, in se stessa, è assolutamente indipendente dagli individui che la ricevono e che la comprendono. La garanzia della dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»". René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cap. "Sull’infallibilità tradizionale"

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martedì 30 giugno 2015

René Guénon, Introduzione generale allo studio delle dottrine indù - IV. Le interpretazioni occidentali - 6. Osservazioni finali

René Guénon
Introduzione generale allo studio delle dottrine indù

IV. Le interpretazioni occidentali
6. Osservazioni finali

Trattando delle interpretazioni occidentali ci siamo volontariamente tenuti, per quanto possibile, sulle generali, per non sollevare questioni personali, spesso fastidiose e del resto inutili quando si tratta unicamente, come in questo caso, di un punto di vista dottrinale.
È molto interessante vedere come gli occidentali stentino per lo più a capire che le considerazioni di tale ordine non provano assolutamente nulla in favore o contro il valore di una concezione; ciò mostra a quale eccesso essi spingano l’individualismo intellettuale, insieme col sentimentalismo dal quale è inseparabile.
È noto infatti quanto spazio tengano i particolari biografici più insignificanti in quella che dovrebbe essere la storia delle idee, e quanto diffusa sia l’illusione nel credere che se si conosce un nome proprio o una data si possiede con ciò stesso una conoscenza reale; e come potrebbe essere altrimenti quando si pregiano di più i fatti delle idee? Per quel che riguarda le idee in sé, una volta che si è giunti a considerarle semplicemente l’invenzione e la proprietà di un certo individuo, e inoltre si è influenzati e anzi dominati da ogni sorta di preoccupazioni morali e sentimentali, è del tutto naturale che la valutazione di dette idee, non più esaminate in sé e per sé, sia condizionata da quel che si sa sul carattere e le azioni dell’uomo a cui si attribuiscono; in altre parole, si farà riverberare sulle idee la simpatia o l’antipatia provata per chi le ha concepite, quasi che la loro verità o falsità possa dipendere da contingenze di tal fatta. Così stando le cose, forse si ammetterà ancora, benché a malincuore, che un individuo in tutto rispettabile abbia potuto formulare o sostenere idee più o meno assurde; mai però ci si arrenderà al fatto che un altro individuo, giudicato spregevole, abbia nondimeno avuto un valore intellettuale o perfino artistico, nonché della genialità o solo del talento sotto qualche rispetto; e tuttavia casi del genere sono lungi dall’essere rari. Se mai ci fu un pregiudizio infondato, è proprio quello, caro ai fautori dell’«istruzione obbligatoria», secondo cui il sapere reale sarebbe inscindibile da ciò che si è convenuto chiamare la moralità. Non si vede infatti, secondo logica, perché un criminale debba essere necessariamente uno stolto o un ignorante, o perché sia impossibile che un uomo usi la propria intelligenza e la propria scienza per nuocere ai suoi simili, cosa che invece accade piuttosto di frequente; allo stesso modo non si vede perché la verità di una concezione debba dipendere dal fatto che è stata espressa da questo o quell’individuo; ma niente è meno logico del sentimento, anche se certi psicologi hanno creduto di potere parlare di una «logica dei sentimenti». I pretesi argomenti dove si fanno intervenire le questioni personali sono dunque senza portata alcuna; che di essi ci si serva in politica, campo dove il sentimento ha una grande parte, è cosa fino a un certo punto comprensibile, per quanto spesso se ne abusi e si testimoni ben poca stima per le persone rivolgendosi soltanto alla loro sentimentalità; ma che gli stessi metodi di discussione si introducano nell’ambito intellettuale, è davvero inammissibile. Ci è parso opportuno insistere in proposito perché questa tendenza è troppo comune in Occidente, e se non avessimo spiegato le nostre intenzioni qualcuno avrebbe anche potuto rimproverarci, come una mancanza di precisione o di «riferimenti», un atteggiamento che invece è da parte nostra perfettamente voluto e meditato.
Pensiamo del resto di avere sufficientemente prevenuto la maggior parte delle obiezioni e delle critiche che potrebbero esserci rivolte; ciò non toglie, naturalmente, che esse ci siano mosse, malgrado tutto, ma chi le farà proverà soprattutto la sua incomprensione. Così saremo forse accusati di non piegarci a certi metodi ritenuti «scientifici», che pure sarebbe l’estrema incongruenza, dato che proprio di tali metodi, in verità esclusivamente «letterari», ci siamo prefissi di mostrare l’insufficienza, e la cui applicazione agli argomenti discussi, per le ragioni di principio da noi esposte, riteniamo impossibile e illegittima. Ma la mania dei testi, delle «fonti» e della bibliografia è ai nostri giorni così diffusa, ha assunto talmente le parvenze di un sistema, che molti, in particolare tra gli «specialisti», si sentiranno a disagio non trovando niente di simile, come sempre accade in casi analoghi a coloro che subiscono la tirannia di un’abitudine; e al tempo stesso capiranno con estrema difficoltà, se pure giungeranno a capirla e se vogliono sobbarcarsi a questa fatica, la possibilità di porsi, come noi facciamo, da un punto di vista completamente diverso da quello dell’erudizione, l’unico che abbiano mai considerato. Non è dunque a questi «specialisti» che intendiamo rivolgerci in particolare, ma piuttosto alle menti meno limitate, meno schiave dei pregiudizi, e che non portino il segno di quella deformazione mentale inevitabilmente indotta dall’uso esclusivo di certi metodi, deformazione che è una vera e propria infermità, e che noi abbiamo definito «miopia intellettuale». Ci fraintenderebbe chi scambiasse tutto questo per un richiamo al «gran pubblico», nella competenza del quale non abbiamo la minima fiducia, e del resto noi aborriamo tutto ciò che assomiglia alla «volgarizzazione», per motivi che abbiamo già esposto; ma non commettiamo l’errore di confondere la vera élite intellettuale con gli eruditi di professione, e ai nostri occhi un’ampia facoltà di comprendere vale incomparabilmente di più dell’erudizione, la quale, non appena diventa una «specializzazione», le è solo di ostacolo invece di diventare, come sarebbe normale, un semplice strumento al suo servizio, ovvero al servizio della conoscenza pura e dell’autentica intellettualità.
E visto che parliamo di possibili critiche, ci resta da rilevare, nonostante il suo scarso interesse, un punto secondario che potrebbe incorrervi: non abbiamo creduto necessario obbligarci a seguire, per i termini in sanscrito, la trascrizione bizzarra e complicata che di solito seguono gli orientalisti. Poiché l’alfabeto sanscrito ha molti più caratteri degli alfabeti europei, è evidente la necessità di rappresentare più lettere distinte con una sola e medesima lettera, il suono della quale s’avvicini tanto alle une quanto alle altre, benché con differenze molto apprezzabili ma che sfuggono alle risorse di pronuncia estremamente limitate delle lingue occidentali. Nessuna trascrizione può dunque essere veramente esatta, e meglio sarebbe astenersene; ma, a parte che è quasi impossibile ottenere per una pubblicazione stampata in Europa caratteri sanscriti di forma corretta, la lettura di tali caratteri sarebbe una difficoltà affatto inutile per coloro che non li conoscono, e che non per questo sono meno atti di altri a capire le dottrine indù; d’altronde ci sono anche degli «specialisti» che, per quanto inverosimile possa sembrare, sanno servirsi quasi solo di trascrizioni per leggere i testi sanscriti, ed esistono edizioni pubblicate appositamente in questa forma. È senza dubbio possibile, ricorrendo a qualche artificio, rimediare in una certa misura all’ambiguità ortografica che risulta dal numero esiguo di lettere di cui è formato l’alfabeto latino; è precisamente quanto hanno voluto fare gli orientalisti, ma il tipo di trascrizione a cui si sono fermati non è il migliore possibile, perché implica convenzioni di gran lunga troppo arbitrarie, e se la cosa avesse presentato qui una qualche importanza non sarebbe stato così difficile trovarne un’altra più adatta, che deformasse meno le parole e si avvicinasse maggiormente alla loro reale pronuncia. Siccome però coloro che conoscono il sanscrito non devono avere difficoltà a ristabilire l’ortografia esatta, e poiché gli altri non ne hanno affatto bisogno per la comprensione delle idee, la quale è in fondo la sola che veramente conta, abbiamo pensato che non c’erano seri inconvenienti a dispensarci da qualsiasi artificio di scrittura e da ogni complicazione tipografica, e che potevamo limitarci alla trascrizione che ci sembrava più semplice e insieme più conforme alla pronuncia, rimandando alle opere specializzate coloro che fossero interessati più specificamente ai relativi dettagli. Comunque sia dovevamo almeno questa spiegazione alle menti analitiche, sempre inclini ai cavilli, come una delle poche concessioni che potevamo fare alle loro abitudini mentali, concessione imposta dalla cortesia che sempre bisogna usare con le persone in buona fede, non meno che dal nostro desiderio di fugare tutti quei malintesi che vertono solo su punti secondari e questioni accessorie e non derivano strettamente dall’irriducibile differenza tra i nostri punti di vista e quelli degli eventuali contraddittori; sui malintesi di quest’ultimo genere noi non abbiamo alcun potere, perché purtroppo non possiamo in alcun modo fornire agli altri le possibilità di comprensione di cui sono privi. Ciò detto, possiamo ora trarre dal nostro studio le poche conclusioni che si impongono, per precisarne la portata meglio di quanto abbiamo fatto finora, conclusioni dove non troveranno posto, com’è facile prevedere, i problemi di semplice erudizione, ma dove indicheremo, senza rinunciare a un certo riserbo indispensabile sotto più di un riguardo, il beneficio effettivo che deve risultare essenzialmente da una conoscenza vera e profonda delle dottrine orientali.

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