"…la dottrina è infallibile, è a causa del fatto che essa è un’espressione della verità, la quale, in se stessa, è assolutamente indipendente dagli individui che la ricevono e che la comprendono. La garanzia della dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»". René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cap. "Sull’infallibilità tradizionale"

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mercoledì 28 dicembre 2016

Ibn Tufayl, Hayy ibn Yaqzan (Il Vivente figlio del Vigilante) - 1/7

Ibn Tufayl
Hayy ibn Yaqzan (Il Vivente figlio del Vigilante)

1/7

Prologo
Nel nome di dio clemente e misericordioso
Il maestro, il giureconsulto, l'imam, il dotto, l'eccellente, il perfetto, l'illuminato Abu Ja'far Ibn Tufayl – sia su di lui la misericordia di Dio – ha detto: sia lode a Dio, l'elevato, l'immenso, il preesistente, l'eterno, il conoscitore, l'onnisciente, il saggio, il più saggio, il misericordioso, il più misericordioso, il generoso, il più generoso, il tollerante, il più tollerante, "che ha insegnato all'uomo l'uso del calamo, ha insegnato all'uomo ciò che non sapeva"[1].
Il favore di Dio su di te sia grande; io Gli sono riconoscente per le gioie che Egli concede, Gli rendo grazie per la continuità dei Suoi benefici. Attesto che non c'è Dio se non l'unico Dio che non ha compagno, e che Muhammad è il Suo servo, e il Suo inviato, dall'indole pura, dagli splendidi prodigi, dall'argomentazione irresistibile, dalla spada sguainata; Dio lo benedica e gli dia pace, e benedica la sua famiglia, i suoi sostenitori dalle aspirazioni elevate e dalle imprese significative, e tutti i suoi compagni e seguaci fino al giorno del giudizio, e conceda loro molti riconoscimenti.
Mi hai chiesto, nobile fratello, puro amico, Dio ti conceda la vita eterna e ti renda felice per sempre, di svelarti ciò che è giunto per divulgazione fino a me dei segreti della filosofia orientale, di cui ha parlato il maestro principe Abû 'Alî ibn Sinâ; sappi che chi vuole conoscere la Verità senza alcun velo, ha il dovere di ricercare quei segreti e di sforzarsi di penetrarli. La tua domanda ha suscitato in me un elevato desiderio, mi ha condotto – sia lode a Dio – a sperimentare uno stato che non avevo sperimentato prima, mi ha portato all'estremo confine della più straordinaria esperienza, ed esso è tale che non si può esprimere con la lingua, e non si può fare oggetto di esposizione, poiché proviene da un altro piano di esistenza e da un altro universo. Tuttavia, chi giunge a questo stato e perviene fino al suo ultimo limite, non è in grado, per la gioia, la soavità e la dolcezza che lo inebriano, di nascondere ciò che la sua situazione gli detta, o di celarne l'intimo segreto; ma si impadroniscono di lui l'ardore dell'estasi, la felicità, la serenità, sì da spingerlo a manifestare il suo stato nella sua completezza, senza particolari. Chi non è uomo di cultura, dice allora cose senza fondamento; così uno di questi giunse a dire: – Gloria a Me, come è grande la Mia gloria! – e un altro disse: – Io sono la Verità –, e un altro ancora: – Non c'è che Dio nei miei vestiti. – Il maestro Abû Hâmid al-Gazâlî – sia su di lui la misericordia di Dio – quando giunse a tale stato citò invece questo verso:
"È quel che è, io non posso parlarne; pensane bene, e non chiedere notizia".
Ma disse così perché era uomo di solida cultura, valido nelle scienze.
Considera ora le parole di Abû Bakr ibn al-Sâ'ig che seguono il suo discorso sulla natura dell'unione; egli dice che, se si comprende il concetto espresso da quel suo libro, appare chiaro che non è possibile conoscere lo stato di unione tramite le scienze comunemente in uso, ma che, qualora avvenga il suo manifestarsi, se ne comprende il significato in una condizione in cui ci si vede separati da tutto ciò che precede, con idee diverse, che non sono volte alla materia, troppo grandi per poter essere riferite alla vita naturale e liberate dalla sua composizione. Ma questi sono stati di beatitudine, ed è giusto che si dica che questi sono stati divini che Dio ispira a chi Egli vuole dei Suoi servi. A questo grado cui accenna Abû Bakr si è condotti attraverso la via della filosofia speculativa e dell'indagine intellettuale, e non c'è dubbio che egli lo raggiunse e non lo superò. Il grado che abbiamo indicato prima, invece, è diverso da questo e da qualsiasi altro, e non perché in esso si riveli qualcosa di diverso, ma solo ne differisce per maggiore chiarezza, e la sua esperienza avviene per opera di qualcosa che non chiamiamo forza se non in senso figurato, poiché non troviamo né nel linguaggio comune né nel linguaggio propriamente tecnico degli specialisti denominazioni atte a spiegare ciò che risulta da questa specie di contemplazioni.
Questo stato, di cui abbiamo parlato e che la tua domanda ci ha stimolato a gustare, è uno degli stati su cui richiama l'attenzione il maestro Abû 'Alî, quando dice:
"Poi, quando la volontà e l'esercizio lo hanno condotto fino ad un certo limite, gli appaiono alla mente fuggevoli bagliori della luce della Verità, incantevoli, come lampi che balenano e subito dileguano; in seguito, se si dedica intensamente all'esercizio, queste illuminazioni si moltiplicano, e si dedica a questo finché tali illuminazioni gli avvengono senza bisogno dell'esercizio. Ogni volta che vede qualcosa da quella si volge ai Santi Giardini: considera qualcosa di essa e gli sopraggiunge una subitanea illuminazione, ed è sul punto di vedere il Vero in ogni cosa. Infine l'esercizio lo conduce ad un ultimo limite, in cui il suo istante si muta nella santa stabilità. Il fuggevole diviene allora consueto, il bagliore diviene fiamma viva, la sua conoscenza stabile come un'amicizia durevole".
Poi descrive il progredire dei gradi ed il loro completarsi con il conseguimento:
"Allora il suo intimo cuore diviene un limpido specchio con il quale si volge in direzione del Vero. Fluiscono abbondanti a lui le dolcezze supreme, e si rallegra in se stesso di ciò che vede delle tracce del Vero; ed ha, in questo grado, una vista rivolta verso il Vero e una vista rivolta verso se stesso, e tra le due va e viene fluttuando; poi esce da sé e contempla soltanto la sacra trascendenza e contempla se stesso nell'atto di contemplare e riconosce finalmente di essere giunto".
Solo da questi stati che descrive [Abû 'Alî] vuole avere un'esperienza, non dalla conoscenza speculativa che si ottiene scegliendo i criteri di giudizio, anteponendo le premesse, producendo i risultati.
Se vuoi un esempio che ti faccia cogliere la differenza tra la percezione secondo questa scuola filosofica e la percezione secondo gli altri, immagina lo stato di uno che sia nato cieco, dotato però di buona indole, di idee geniali, di memoria eccellente, di animo giusto, che, da quando venne al mondo, sia diventato adulto in un certo luogo: ha continuato a conoscere persone di quel luogo, molte specie di animali e di oggetti inanimati, le vie della città, i suoi vicoli, le sue case, i suoi mercati, secondo il suo modo di percepire, finché ha cominciato a camminare in quella città senza bisogno di una guida, e a riconoscere e a salutare immediatamente chiunque incontri. Soltanto i colori ha conosciuto tramite le descrizioni dei loro nomi e alcune definizioni che gli sono state fornite su di loro. Poi, dopo che si è abituato a percepire in questo modo, gli si apre la vista e gli accade di vedere chiaramente; se cammina per la città e passeggia in essa, non trova niente di diverso da ciò che si aspettava, né c'è cosa che non riconosca. Trova i colori perfettamente corrispondenti alle rappresentazioni che di essi gli erano state date, ma in tutto ciò gli accadono due cose straordinarie, una delle quali dipende dall'altra: la maggiore chiarezza e luminosità e la gioia sublime. Lo stato degli studiosi che non sono giunti al grado dell'amicizia [di Dio] è lo stato dell'uomo nel tempo in cui era cieco, e i colori che in questo stato erano da lui conosciuti tramite le descrizioni dei loro nomi sono quelle cose di cui Abû Bakr dice che sono troppo grandi per poter essere riferite alla vita naturale, e che Dio concede a chi Egli vuole dei Suoi servi. La seconda situazione [quella del cieco cui si sono aperti gli occhi] è lo stato degli studiosi che sono giunti al grado dell'amicizia, ai quali Dio Altissimo concede quel dono di cui abbiamo detto che non si chiama forza se non in senso figurato. C'è poi di rado qualcuno che è sempre dotato di vista penetrante, di percezione acuta ed aperta, e di grandi capacità di osservazione. Io non voglio intendere qui – Dio ti onori della Sua amicizia – con il termine "percezione degli speculativi" ciò che essi percepiscono del mondo naturale, e con il termine "percezione degli amici di Dio" ciò che essi percepiscono del soprannaturale, poiché questi due oggetti sono molto diversi tra loro e non si confondono l'uno con l'altro. Ma intendiamo con il termine "percezione degli speculativi" ciò che essi percepiscono del soprannaturale, cioè quello che percepiva Abû Bakr. E condizione necessaria per questa loro percezione è che sia assolutamente vera e corretta. In tal caso si verifica una percezione che è intermedia tra quella comunemente ottenuta dagli speculativi e quella degli amici di Dio, che rivolgono la loro attenzione a quelle stesse cose con una chiarezza maggiore ed una gioia sublime.
Abû Bakr biasimò il modo di intendere questo godimento da parte dei mistici, e dichiarò che esso doveva essere attribuito alla facoltà immaginativa; si ripromise anche di descrivere convenientemente ciò che fosse lo stato dei beati nella contemplazione con un discorso chiaro ed esplicativo. Ma conviene che gli si dica: – Non spiegare il sapore di una cosa che non hai assaggiato, non scavalcare i colli degli uomini sinceri!– Abû Bakr non fece niente di ciò che aveva annunciato, non mantenne questa promessa. Forse non se ne occupò per mancanza di tempo, di cui egli stesso parlò, o forse ne fu distolto dal suo soggiorno a Orano, oppure si accorse che, se avesse descritto quello stato, il discorso lo avrebbe costretto ad affermare cose che sarebbero suonate come un biasimo per lui e per il suo stesso sistema di vita, e come sconfessione di ciò che aveva dichiarato sollecitando all'accrescimento della ricchezza ed al suo accumulo, e suggerendo la condotta da seguire e gli espedienti da mettere in pratica per acquistarla.
Il discorso ci ha condotto, sviandoci più del necessario, a qualcosa di diverso da ciò a cui ci aveva sollecitato la tua domanda; ma da quanto abbiamo sopra esposto appare chiaro che la tua domanda non può raggiungere che uno dei due scopi che si prefigge:
      Per prima cosa tu interroghi a proposito di ciò che vedono coloro che partecipano della vista interiore, delle esperienze, e della presenza di Dio nel grado dell'amicizia; ma questa è una cosa che non è possibile descrivere secondo verità in un libro. E quando qualcuno si sforza di farlo, e si assume il compito di parlarne o di scriverne, la realtà di questo modo di percepire si altera e si muta nell'altro modo, quello degli speculativi, poiché si riveste di lettere e di suoni e si avvicina così al mondo sensibile. E non è più ciò che era né nell’apparenza né in nessun altro aspetto, le interpretazioni che ne vengono date sono molte e discordanti, e i piedi di alcuni si allontanano dal giusto sentiero, altri invece pensano che i loro piedi siano scivolati, mentre non sono scivolati. Tutto ciò avviene perché questa è una cosa che non ha confini, poiché circonda e non è circondata.
      Il secondo dei due scopi (abbiamo detto che la tua domanda non può raggiungerne che uno) è questo: tu desideri informazioni su questo modo di conoscere attraverso la via degli speculativi. Questa – Dio ti onori della Sua amicizia – è una cosa che è possibile che sia scritta nei libri e che le parole la rappresentino correttamente, ma è più difficile a trovarsi dello zolfo rosso, e non ce n'è traccia in questa regione in cui noi ci troviamo, poiché per la sua singolarità non la conquista facilmente se non un uomo alla volta [in ogni epoca], e chi conquista una cosa come quella non parla alla gente se non per simboli: infatti la religione islamica e la legge muhammadica ne scoraggiano l'approfondimento e ne diffidano.
Non pensare che la filosofia che è giunta fino a noi nelle opere di Aristotele e di Abû Nasr, e nel libro La guarigione, sia adeguata a questo scopo che tu vuoi raggiungere, né che alcuno degli Spagnoli abbia scritto in modo esauriente su questo argomento: quelli che nacquero in Spagna, dotati di ottime qualità naturali, prima della divulgazione della logica e della filosofia, passarono la loro vita dedicandosi alle scienze sperimentali e raggiunsero in esse una estrema elevatezza, ma non seppero fare più di questo. Quelli che vennero dopo di loro li superarono un poco nella logica e specularono su questa scienza, ma non arrivarono a penetrare la verità perfetta e ci fu tra loro qualcuno che disse: "Mi tormenta il fatto che le conoscenze umane siano soltanto due: una vera che è impossibile acquistare, è una falsa il cui acquisto non è utile". Seguirono altri più abili di loro nella speculazione e più vicini alla verità, non dotati tuttavia di maggiore acutezza, di speculazione più giusta, di vista più vera di quanto non lo fosse Abû Bakr ibn al-Sâ'ig. Purtroppo egli, però, fu assorbito dalle cose del mondo a tal punto che il destino lo travolse prima che giungesse al culmine lo splendore della sua scienza, e prima che fossero svelati i segreti della sua saggezza. Le opere che di lui ci sono rimaste sono per la maggior parte incomplete e prive delle parti finali, come i suoi libri Sull'anima, Il regime del solitario e i suoi scritti di logica e di fisica. Quanto alle sue opere portate a termine, si tratta di scritti concisi e di epistole ambigue. Lo riconosce egli stesso, e dice che il significato della sua argomentazione nell'Epistola dell'unione non si offre come un dono chiaro se non dopo un difficile e violento travaglio, che l'ordine della sua esposizione in alcuni passi è tutt'altro che perfetto, e che, se avesse più tempo a disposizione, sarebbe incline a modificarli. Dunque, questo è ciò che è giunto fino a noi della scienza di quest'uomo; noi non lo abbiamo conosciuto personalmente. Dei contemporanei di Abû Bakr, dei quali si è detto che non sono al suo livello, non abbiamo visto alcuna opera. Quelli che vennero dopo di loro, a noi contemporanei, o sono lontani (perché sono ancora nella fase dell'accrescimento graduale delle loro cognizioni, o perché si sono fermati ad una conoscenza imperfetta) oppure non ci è giunto il reale contenuto della loro opera.
Quanto a ciò che ci è pervenuto delle opere di Abû Nasr, la maggior parte di esse è sulla logica, e nelle sue opere filosofiche molte cose sono da considerare con diffidenza. Così nel suo libro La comunità religiosa ideale egli dà per certo che le anime cattive permangono dopo la morte eternamente in sofferenze senza fine. Afferma poi, però, nel Governo della città, che esse sono evanescenti e che evolvono verso il nulla, e che la sopravvivenza è propria solo delle anime superiori e perfette. Ancora, nel Commento all'etica esamina il problema della felicità umana, e dice che essa si trova in questa vita di questo mondo; e aggiunge, subito dopo, un discorso il cui significato è il seguente: "Tutto quello che si dice di diverso da ciò è vaneggiamento e superstizioni di vecchie". Ora, una tale opinione fa si che le creature disperino di Dio Altissimo e riduce il buono ed il cattivo ad uno stesso ed unico livello; poiché egli pone il procedere di tutto verso il nulla. Che errore indicibile, che errore senza rimedio è questo! A ciò si aggiungano le sue convinzioni errate a proposito della profezia, specialmente il suo attribuirla alla facoltà immaginativa (le sue preferenze, infatti, piuttosto che alla profezia vanno alla filosofia), ed altri errori che da parte nostra non c'è bisogno di enunciare.
Quanto ai libri di Aristotele, il maestro Abû 'Alî intraprende la loro interpretazione, segue il suo metodo e percorre la strada della sua filosofia nel libro La guarigione. Dichiara all'inizio del libro che le sue opinioni sono diverse da quelle che espone, ma che ha scritto quel libro secondo il metodo dei Peripatetici, e che chi vuole la verità senza velo alcuno deve cercarla nel suo libro La filosofia orientale. Se uno si preoccupa di leggere il libro La guarigione e le opere di Aristotele, gli appare chiaro, nella maggior parte dei casi, che essi sono in accordo, anche se nel libro La guarigione ci sono cose che non sono giunte fino a noi sotto il nome di Aristotele. Ma se uno accoglie tutto ciò che offrono manifestamente i libri di Aristotele ed il libro La guarigione senza comprendere il loro segreto contenuto ed il loro senso esoterico, non può senz'altro raggiungere la completezza della conoscenza, e su questo il maestro Abû 'Alî richiama l'attenzione nel libro La guarigione.
Gli scritti del maestro Abû Hâmid al-Gazâlî, per il fatto che si rivolgono al grande pubblico, sono più sintetici in una parte e si dilungano maggiormente in un'altra, e negano cose cui poi fanno ricorso. Fra tutte le opinioni per cui accusa di infedeltà i filosofi nel libro L'incoerenza sono: il loro negare la resurrezione della carne ed il loro affermare la ricompensa e il castigo per le sole anime prive del corpo. E dice all'inizio del libro La bilancia: "Questa convinzione è senza dubbio alcuno la convinzione dei maestri delle confraternite mistiche". Ma nel libro La salvaguardia dall'errore dichiara che la sua convinzione è come quella dei mistici, e che si è consolidato in essa dopo una lunga ricerca. Nei suoi libri ci sono molte contraddizioni di questo genere, e ben se ne accorge chi li esamina e li considera attentamente. Egli si scusa di questo alla fine del libro La bilancia dell'azione, dove afferma che le opinioni sono di tre specie:
      un'opinione conforme a quella della grande massa;
      un'opinione atta alla discussione con tutti quelli che interrogano e si fanno guidare;
      un'opinione che è tra l'uomo e se stesso, e che non si comunica a nessuno se non a chi partecipa della stessa opinione.
E continua dicendo: "Anche se queste parole non servissero ad altro che a suscitare dubbi sulle convinzioni che hai ereditate, sarebbe già una cosa molto utile. Poiché chi non dubita non ricerca, chi non ricerca non vede, e chi non vede rimane nella cecità e nell'errore". Cita poi questo verso: "Ciò che vedesti accogli, ciò che udisti abbandona, al sorgere del Sole non ti serve Saturno". Questo è il suo modo di procedere nell'insegnamento: esso è per la maggior parte fatto di simboli e di accenni da cui non può trarre profitto se non chi ci si è prima applicato con la sua propria vista interiore e poi li ascolta da lui per la seconda volta, oppure chi è dotato di una comprensione non comune e si accontenta del più piccolo accenno. Dichiara nel Libro dei gioielli di avere scritto libri che rifiuta di comunicare a persone non degne e che in essi è contenuta la verità pura. Ma in Spagna, alla nostra conoscenza, non è pervenuto nessuno di questi libri; giunsero invece libri di cui alcuni affermano che sono quelli i libri "incomunicabili", ma non è così. Essi sono: il libro Le conoscenze intellettuali, il libro L'alito ed il completamento, questioni raccolte, ed altri dello stesso tipo. In questi libri ci sono certamente delle indicazioni, ma esse non aggiungono molto alla ricerca, oltre a ciò che egli ha svelato nei suoi libri noti. Nel libro Lo scopo supremo ci sono cose più incomprensibili di ciò che è in quei libri ed egli dichiara apertamente che il libro Lo scopo supremo non è un libro "incomunicabili"; bisogna quindi che i libri che ci sono pervenuti non siano i libri cosiddetti "incomunicabili". Qualcuno dei moderni gli attribuisce, dal suo discorso posto alla fine del Libro della nicchia [delle luci], un’opinione perniciosa che lo getterebbe in un baratro senza possibilità di salvezza. Dopo avere menzionato categorie di uomini velati alla luce della conoscenza, passa a ricordare quelli che vi giunsero: e dice che essi sono consolidati nella convinzione che questo Essere sublime è dotato di un attributo in contraddizione con l'Unità Assoluta; per questo, secondo i commentatori, Abû Hâmid sarebbe convinto che il Primo ed il Vero – sia gloria a Lui – è nella sua essenza qualcosa di molteplice. Ma Dio è molto al di sopra di ciò che dicono gli iniqui. Non vi è dubbio, secondo noi, che il maestro Abû Hâmid sia di quelli che hanno meritato la più grande beatitudine e che raggiunsero quella unione santa e sublime. Ma i suoi libri "non comunicabili" contenenti gli insegnamenti non svelati non ci sono giunti.
Quanto a noi, la verità a cui siamo pervenuti, e che era il termine della nostra scienza, ci si è offerta seguendo il suo discorso e quello del maestro Abû 'Alî, confrontando l'uno con l'altro, e aggiungendo ciò alle opinioni che si sono segnalate in questo nostro tempo ed espresse dai filosofi, finché la verità dapprima si è levata per noi attraverso la via della ricerca e della speculazione, poi di qui abbiamo subito scoperto questo sottile gusto per la contemplazione estatica. Allora ci siamo giudicati meritevoli di elaborare il discorso che ora esponiamo, ed è nostro dovere affermare che tu che chiedi sarai il primo di coloro cui faremo dono di ciò che abbiamo conquistato e a cui riveleremo ciò che abbiamo conosciuto, per l'integrità della tua amicizia e per la purezza della tua fedeltà. Tuttavia, se noi ti esponessimo tutto ciò a cui siamo giunti prima di avere giudicato con te i suoi principi fondamentali, questo non ti porterebbe più giovamento che un'opera tradizionale ed un riassunto. La stessa cosa accadrebbe se tu avessi una buona opinione di noi e noi meritassimo l'accoglimento delle nostre parole per l'amicizia e per la familiarità, e non per il significato.
Noi non ci contenteremo per te di questo livello, noi non saremo soddisfatti per te di questo grado, non ci contenteremo per te se non di quanto c'è di più elevato, poiché questo livello non assicura né la salvezza nè il raggiungimento dei gradi mistici. Noi vogliamo condurti sui sentieri sui quali abbiamo camminato, noi nuoteremo con te nel mare che prima attraversammo, finché tu giunga a ciò cui noi siamo giunti, e veda con i tuoi occhi ciò che noi abbiamo veduto, e tu possa verificare con la tua vista interiore tutto ciò che noi abbiamo verificato, e tu possa fare a meno di conoscere tramite ciò che noi abbiamo conosciuto. Ma perché tutto questo avvenga c'è bisogno di un periodo di tempo non trascurabile, di libertà da ogni altra occupazione, e di impegno nell'intraprendere tutte quelle cose che riguardano questa ricerca. Se da parte tua questo proposito è affermato con sincerità, e se è vera la tua determinazione di applicarti con zelo a questo studio, loderai al mattino il tuo viaggio notturno, riceverai la ricompensa delle tue fatiche; avrai soddisfatto il tuo Signore ed Egli ti avrà soddisfatto e ti avrà accordato la ricompensa, perché tu Lo avrai desiderato con il tuo sforzo ed a Lui avrai aspirato con l'anelito di tutto il tuo essere. Ed io spero di camminare con te attraverso la via più breve e più sicura dalle insidie e dalle sventure, anche se io ora mi apro appena ad un baluginare insignificante, stimolo ed incitamento ad entrare nella Via. Ti racconterò la storia di Hayy ibn Yaqzân, e di Asâl, e di Salâmân, cui diede i nomi il maestro Abû 'Alî. Le loro storie sono esempio per chi sa intendere e "un monito per chi possiede un cuore, per chi presta ascolto e vede".



[1] Corano  96, 4-5

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