"…la dottrina è infallibile, è a causa del fatto che essa è un’espressione della verità, la quale, in se stessa, è assolutamente indipendente dagli individui che la ricevono e che la comprendono. La garanzia della dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»". René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cap. "Sull’infallibilità tradizionale"

Per contattare la redazione del blog: scienzasacra@libero.it

mercoledì 7 dicembre 2016

Pietro Mancuso, Ramana Maharshi. Un saggio dell’età dell’oro - VI - Skandashram

Pietro Mancuso
Ramana Maharshi. Un saggio dell’età dell’oro

Skandashram
I residenti erano diventati troppo numerosi per la grotta di Virupaksha e poco tempo dopo Ramana e la sua “famiglia” si trasferì a Skandashram.
Skandasramam venne chiamato così poiché l’Asramam era stato progettato e costruito da un certo Kandaswami, un vecchio devoto, con grandi sacrifici, e inauditi sforzi fisici.
Il vecchio discepolo aveva ispezionato vari luoghi, sulla collina e nella foresta, per scegliere il sito adatto, ed alla fine suggerì il sito dove oggi sorge lo Skandasramam che Bhagavan approvò. Kandaswami iniziò a trasformare la foresta di pruni selvatici che si trovava sul pendio della montagna. Il risultato delle sue fatiche, senza alcun aiuto di altri, fu l’asramam.
«È stato un miracolo che su questo colle, quando necessario, sgorgò l’acqua dove prima non ce n’era e dove nessuno l’avrebbe sospettato, e come, cessato il bisogno l’acqua scomparisse nuovamente.
Non potete immaginare in che stato si trovava originariamente il posto. Kandaswami lavorò con uno sforzo quasi sovrumano, con le sue mani fece ciò che neanche quattro uomini messi insieme avrebbero potuto fare. Tolse tutti gli alberi, rimosse le pietre e i massi dal terreno, appianò e livellò il suolo, creò un giardino e eresse l’Asramam. Ci donarono quattro palme da cocco da piantare e Kandaswami scavò grandi fosse quadrate, di circa dieci piedi di profondità. Ciò potrà darvi un’idea della gran mole di lavoro che compì. Era un uomo forte e ben costruito (Giorno per Giorno)»
L’arrivo di Alagammal porto a un cambiamento nello stile di vita degli asceti si creò una cucina. Prima Ramana e gli altri rinunciatari dovevano andare in città a mendicare il cibo a meno che qualche devoto si preoccupasse di portarglielo. Il primo Ashram nacque, qualcuno dice, con la creazione della cucina. Appena l’idea che a Skandashram si voleva impiantare una cucina venne resa nota i necessari utensili vennero portati dai devoti che risiedevano in città senza che peraltro essi venissero chiesti. Chhaganlal Yogi (Living Whith the Master – Part III The Maharishi Marzo/Aprile 1994) racconta come la madre di Ramana quando aveva la necessità di qualche cosa in cucina semplicemente andava dal figlio e gli diceva « servirebbe un mestolo», e lui rispondeva «vedremo» senza chiedere o fare alcunché per procurarlo dopo due giorni un devoto arrivava con mezza dozzina di mestoli e li poneva ai piedi della madre, «abbiamo bisogno di un vassoio», «vedremo» e dopo qualche ora veniva un discepolo con un vassoio dicendo « Ho pensato che vi sarebbe potuto essere utile».. In questo modo, si racconta, sorse la cucina di Skandashram.
Della cucina se ne occupava Agammal, Ramana tuttavia ben volentieri dava una mano. Un giorno la madre volle preparare il poppadum, una specie di stiacciata fatta di farina di ceci neri e sfoglia fritta e lo chiamò perché la aiutasse. Ramana in quell’occasione invece di darle una mano compose il canto del poppadum.
«Non c’è bisogno di andarsene per il mondo e sentirsi scoraggiati: il tuo poppadum in casa secondo la lezione di tu sei quello, senza paragone; l’Unica parola, mai proferita, senza parlare chiara parler. Intatto è il silenzio di Colui che è il saggio esperto, la grande apoteosi, col suo eterno retaggio si Essere-Saggezza-Beatitudine. Fa il poppadun e quando è fatto friggilo mangialo, così i tuoi appetiti potrai soddisfare.
Il grano che è il raccolto di ceci neri, il cosiddetto ego o sé, cresciuto nel corpo, il fertile campo delle cinque guaine, mettilo dentro la macina di pietra del mulino, che è la ricerca della Saggezza, il “Chi sono ?”. Soltanto in questo modo il Sé guadagnerà la libertà. Questo dovrà esser frantumato e ridotto in polvere finissima come il non-sé; perciò dovremo distruggere i nostri attaccamenti. Fa il poppadun e quando è fatto friggilo mangialo, così i tuoi appetiti potrai soddisfare».
Successivamente alla piccola comunità si aggiunse anche il fratello minore di Ramana Nagasundaram, rimasto vedovo, che in seguito divenne monaco prendendo il nome di Niranjananda svami. Ramana fu all’inizio duro con la madre poi pian piano la madre di Ramana inizio a cambiare e si vestì di arancione, i colori della rinuncia, della samnyas e divenne la Madre di tutto l’Ashram.
Nel 1922 la madre si ammalò per l’ultima volta e tutte le attenzioni e cure furono inutili.
Bhagavan il 19 maggio del 1922 presentendo che quello era il girono in cui la madre avrebbe esalato l’ultimo respiro si sedette al suo fianco e gli pose una mano sul petto e l’altra sulla testa. Disse a tutti di andare a mangiare perché, se lei moriva, sarebbe stato considerato impuro, dalle persone ortodosse, mangiate in una casa dove si era posata la morte. Alcuni andarono a mangiare, altri non vollero lasciarlo per andare a mangiare.
Quando il suo passaggio sembrava imminente, persone come Ganapati Muni, T.K. Sundaresa Iyer, e altri decisero di recitare dai Veda. Sull’altro lato, Saranagati Ramaswami e un signore del Punjab iniziarono a recitare Rama Japa . Poi tutti iniziarono a cantare la canzone Aksharamanamalai e Arunachala Siva.
Fra i canti e la recitazione di sacre scritture, la Madre, lasciò il corpo. Bhagavan continuò a tenere le sue mani sul suo cuore e sulla testa. A chi si meravigliava che egli stesse ancora seduto disse:
« Quando Palaniswami diede il suo ultimo respiro feci la stessa cosa. Pensai, l’anima è calata nel cuore, e rimossi le mie mani. Egli aprì gli occhi e la forza vitale uscì dagli occhi. Così questa volta, per essere certo, ho lasciato le mani più di quanto fosse necessario».
Si alzò e andarono a mangiare e poi si riunirono di nuovo vicino il corpo senza che provassero alcun senso di contaminazione.
Ganapati Muni sollevò la questione sulla possibilità di una donna di raggiungere lo stato di Realizzazione. Bhagavan disse che lo stato di realizzazione non è relato alla forma del corpo grossolano. Kunju svami che ha lasciato un racconto di questo evento ha scritto: «noi tutti, ci sentimmo soddisfatti che la Madre aveva conseguito la liberazione e fummo felici. Felicissimi, in verità, perché vedevamo la faccia e il corpo della Madre adesso irradiare splendore e luce (IL MAHARSHI Giugno / Agosto 1991 Vol. 2 - No. 3) ».
Dal momento che Bhagavan aveva dato la mukti, e il suo intero corpo e faccia splendevano, fu deciso che il corpo della Madre avrebbe avuto una sepoltura cerimoniale, invece della consueta pira per le vedove brahmine. Il corpo venen adornato con kumkum, malas e fiori. Si stabilì che corpo della Madre sarebbe stato seppellito vicino Pali Tirtham. La morte della Madre venne tenuta segreta perché si temeva che, se si diffondeva, si sarebbe radunata una inimmaginabile folla al samadhi (funerale). I parenti della amdre vennero avvertiti però con un telegramma.
Usando dei fusti di bambù legati insieme da Skandasramam il corpo della Madre fu portato a Pali Tirtham.
Il corpo fu posto sotto un albero di Asavastha e Bhagavan, a lungo, con altri devoti sedette vicino esso. La mattina seguente arrivarono i parenti, da Tiruchuzhi e altri posti. Nel frattempo, nonostante la riservatezza, la città intera seppe della morte della Madre e si recò là. Molti negozianti arrivarono con scorte di banane, canfora, ecc., pandit recitavano le scritture e Bhagavan, maestosamente, sedeva accanto al corpo. Sembrava di essere in un tempio.
C’erano molti cactus selvaggi in quel posto e, mentre alcuni devoti li rimuovevano, Perumal Swami scavò la fossa e costruì dentro essa il samadhi . Intorno le 10.30, 11.00 ogni cosa fu pronta. Bhagavan aveva indicato dei passaggi nel Tirumandir, un testo scritto dal grande saggio Tiruvarul, spieganti come il corpo del jnani deve essere seppellito e non arso. Conformemente il corpo della madre fu portato alla fossa del samadhi e ivi deposto, Bhagavan sparse sul corpo un gran quantità di vibhuti. Altri continuarono aggiungendo canfora, pasta di sandalo, ecc., seguendo in pieno le ingiunzioni del santo Tiruvarul. Dopo il samadhi fu chiuso, delle pietre furono poste sopra di esso e fu costruito un piccolo reliquiario.
Dopo la cerimonia Ramana e il suo seguito si spostarono a Palakottu dove si organizzò per far mangiare circa 200 persone. Alla testa della processione c’era un gruppo di musicisti con tamburi e corni. La distanza per Palakottu era solo di duecento yarde, ma Bhagavan camminava così lentamente che occorsero due ore per coprire il percorso.
Sulla tomba della madre fu costruito un tempio e venne eretto un linga. Nirajanandi Svami andò a risiedere lì, in un edificio dal tetto di paglia.

Nessun commento:

Posta un commento