"…la dottrina è infallibile, è a causa del fatto che essa è un’espressione della verità, la quale, in se stessa, è assolutamente indipendente dagli individui che la ricevono e che la comprendono. La garanzia della dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»". René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cap. "Sull’infallibilità tradizionale"

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lunedì 10 febbraio 2014

René Guénon, Oriente e Occidente, I-IV Terrori immaginari e pericoli reali

René Guénon
Oriente e Occidente 

Parte prima
Illusioni occidentali 

IV
Terrori immaginari e pericoli reali

Nonostante la grande stima che hanno di se stessi e della propria civiltà, gli Occidentali sentono che il loro dominio sul resto del mondo, per essere alla mercé di avvenimenti che essi non possono prevedere, né, a maggior ragione, impedire, è lungi dall’essere assicurato in modo definitivo.
Ciò di cui però non vogliono accorgersi è che la causa principale dei pericoli che li minacciano è insita nel carattere stesso della civiltà europea: tutto ciò che si fonda esclusivamente sulla materialità, come in questo caso, non può avere che un successo transitorio; il cambiamento, che è la legge in questa sfera essenzialmente instabile, può avere le peggiori conseguenze sotto tutti gli aspetti, e ciò con una rapidità tanto più subitanea quanto più la velocità raggiunta è grande: l’eccesso stesso del progresso materiale rischia fortemente di sfociare in qualche cataclisma.
Si pensi all’incessante perfezionamento dei mezzi di distruzione, all’importanza sempre più considerevole che essi rivestono nelle guerre moderne, alle prospettive poco rassicuranti che certe invenzioni offrono per l’avvenire, e non si potrà più negare una tale possibilità; del resto, ad essere pericolose non sono solo le macchine espressamente destinate ad uccidere.
Al punto in cui sono giunte le cose, già a partire da questo momento, non ci vuole molta immaginazione per raffigurarsi l’eventualità che l’Occidente finisca con il distruggere se stesso, o in una guerra gigantesca, di cui l’ultima[1] non offre che una pallida idea, o a causa degli effetti imprevisti di qualche prodotto che, manipolato imprudentemente, sarebbe in grado di far saltare in aria non più una fabbrica o una città, ma tutto un continente. Certo si può ancora sperare che sia l’Europa come l’America si fermino su questa strada e si riprendano in tempo prima di giungere a tali estremi; catastrofi minori potranno servir loro come utili avvertimenti e causare, con il timore che provocheranno, l’arresto di questa corsa vertiginosa che può condurre soltanto ad un abisso. Ciò è possibile, soprattutto se verrà ad aggiungersi qualche delusione sentimentale un po’ troppo forte, tale da distruggere nelle masse l’illusione del «progresso morale»; lo sviluppo eccessivo del sentimentalismo potrebbe dunque addirittura contribuire a questo salutare risultato, ed è anzi necessario che ciò avvenga nel caso che l’Occidente, lasciato a se stesso, debba trovare esclusivamente nella propria mentalità i mezzi d’una reazione che presto o tardi diventerà necessaria. Né tutto ciò basterebbe assolutamente a imprimere, proprio in quel momento, un’altra direzione alla civiltà occidentale, giacché essendo l’equilibrio ben difficile da realizzare in tali condizioni, vi sarà ancora da temere un ritorno alla pura e semplice barbarie, conseguenza naturale della negazione dell’intellettualità.
Ad ogni modo, qualunque cosa possa avverarsi di queste previsioni, che forse si riferiscono ad un avvenire lontano, gli Occidentali d’oggi sono ancora convinti che il progresso, o quel che essi chiamano con tale nome, possa e debba essere continuo e indefinito; illudendosi più che mai sul proprio conto, essi hanno attribuito a se stessi la missione di far penetrare questo progresso dappertutto, imponendolo, se necessario con la forza, ai popoli che hanno il torto, ai loro occhi imperdonabile, di non accettarlo con la massima prontezza. Questo furore propagandistico a cui già abbiamo fatto allusione è dannosissimo per tutti, ma soprattutto per gli stessi Occidentali, perché li rende temuti e detestati; lo spirito di conquista non era mai stato spinto tanto oltre, e soprattutto mai si era mimetizzato sotto le ipocrite apparenze del «moralismo» moderno. D’altra parte l’Occidente dimentica di non aver avuto nessuna esistenza storica in un’epoca in cui le civiltà orientali avevano già raggiunto il loro pieno sviluppo[2]; con le sue pretese, esso appare agli occhi degli Orientali quale un bambino che, orgoglioso di aver imparato rapidamente qualche rudimentale conoscenza, si creda in possesso del sapere totale e voglia insegnarlo a vegliardi colmi di saggezza e di esperienza.
Tutto ciò non rappresenterebbe di per sé che una bizzarria piuttosto inoffensiva di cui vi sarebbe soltanto da sorridere, sennonché gli Occidentali hanno a loro disposizione la forza bruta, e l’uso che ne fanno cambia interamente il volto delle cose: infatti, per coloro che, completamente contro la propria volontà, entrano in contatto con gli Occidentali, il vero pericolo è proprio questo, e non l’«assimilazione», che questi ultimi sono del tutto incapaci di realizzare, non essendo intellettualmente e neppure fisicamente qualificati per portarla a buon fine. In effetti, i popoli europei, senza dubbio perché formati da elementi eterogenei e privi dei caratteri d’una razza vera e propria, sono quelli che presentano le caratteristiche etniche meno stabili, le quali più rapidamente scompaiono quando si mescolino ad altre razze; dovunque si verifichi una fusione di questo genere, è sempre l’Occidentale che, lungi dal poter assorbire gli altri, finisce con l’esserne assorbito. Quanto al punto di vista intellettuale, le considerazioni che siamo venuti esponendo ci dispensano da ulteriori considerazioni in merito; una civiltà che è continuamente in movimento, che non ha né tradizione né principio profondo, non può evidentemente esercitare un reale influsso su quelle che possiedono precisamente tutto ciò che manca ad essa; e se di fatto non si esercita l’influsso inverso, è soltanto perché gli Occidentali sono incapaci di comprendere ciò che a loro è estraneo; la loro impenetrabilità a questo riguardo non ha altra causa che un’inferiorità mentale, mentre quella degli Orientali è fatta di intellettualità pura.
Ci sono verità che è necessario dire e ripetere con insistenza, per quanto spiacevoli possano apparire a molti: tutte le superiorità di cui si vantano gli Occidentali sono puramente immaginarie, ad eccezione della sola superiorità materiale; quest’ultima essendo fin troppo reale, nessuno pensa di contestarla, e nessuno, in fondo, gliela invidia; la disgrazia è che essi ne abusano. Per chiunque abbia il coraggio di vedere le cose come stanno, la conquista coloniale, come qualsiasi altra conquista a mano armata, non può riposare su nessun altro diritto se non quello della forza bruta; si invochi per un popolo il fatto che sul suo territorio esso si trova troppo allo stretto, e la necessità di estendere il suo campo di attività; si dica che non può farlo se non a spese di coloro che sono troppo deboli per resistergli: tutto questo lo accettiamo, né vediamo come si potrebbe impedire che avvengano cose di questo genere; ma per lo meno non si pretenda di far intervenire in queste cose gli interessi della «civiltà», che non c’entrano per nulla. Questi pretesti sono l’espressione di ciò che noi chiamiamo ipocrisia «moralistica»: incosciente nella massa, la quale non fa che accettare docilmente le idee che le vengono inculcate, essa non deve però esserlo ugualmente in tutti, e noi non riusciamo ad ammettere, in particolare, che gli uomini di Stato si lascino trarre in inganno dalla fraseologia di cui si servono.
Quando una nazione europea si impadronisce di un paese qualsiasi, sia pur esso abitato da tribù veramente barbare, non possiamo certo credere che si intraprendano prima una costosa spedizione e poi lavori di ogni sorta solo per avere il piacere o l’onore di «civilizzare» della povera gente che di esser «civilizzata» non ha mai chiesto; bisogna essere alquanto ingenui per non rendersi conto che il motivo vero è completamente diverso, e consiste nella speranza di vantaggi ben più tangibili. Qualunque siano i pretesti invocati, quel che si vuole anzitutto è sfruttare il paese, e soventissimo, quando ciò sia possibile, i suoi abitanti, perché è intollerabile che questi continuino a vivere a modo loro, anche quando non danno un gran fastidio; ma poiché la parola «sfruttare» suona male, una cosa del genere, in linguaggio moderno, viene chiamata «valorizzare» un paese; non fa naturalmente nessuna differenza, ma basta cambiare le parole perché la sensibilità comune non si senta più urtata.
Naturalmente, a conquista ultimata, gli Europei daranno libero corso al loro proselitismo, giacché per loro si tratta di un vero e proprio bisogno; ogni popolo vi fa intervenire il suo temperamento speciale, gli uni più brutalmente, gli altri con mano più leggera, e quest’ultima attitudine, quand’anche non sia dettata da alcun calcolo, è senza dubbio la più abile. Quanto ai risultati ottenuti, si dimentica invariabilmente che la civiltà propria di certi popoli non è fatta per altri, di mentalità diversa; trattandosi di selvaggi il male non sarebbe forse grandissimo, sennonché, adottando gli atteggiamenti esteriori della civiltà europea (poiché tutto ciò resta pur sempre molto superficiale), essi sono in genere maggiormente inclini ad imitarne gli aspetti deteriori che ad assimilare ciò che essa può contenere di buono. Non vogliamo però insistere troppo su questo aspetto della questione, che solo incidentalmente prendiamo in considerazione; ben più grave è il fatto che gli Europei, quando si trovano in presenza di popoli civili, si comportino come se si trattasse di selvaggi, ed è in tal modo che essi si rendono veramente insopportabili; e non parliamo soltanto della gente poco raccomandabile, tra cui coloni e funzionari vengono troppo sovente reclutati, parliamo di tutti gli Europei quasi senza eccezione.
È uno strano atteggiamento (soprattutto per uomini che parlano continuamente di «diritto» e di «libertà») questo, che li spinge a negare a tutte le civiltà diverse dalla propria il diritto a un’esistenza indipendente. È questo infatti tutto ciò che gli si domanderebbe in molti casi, e non è poi dimostrarsi troppo esigenti; esistono degli Orientali che a quest’unica condizione sopporterebbero anche un’amministrazione straniera, talmente poco li tocca la preoccupazione delle contingenze materiali; la dominazione europea diventa per essi intollerabile soltanto quando intacchi le loro istituzioni tradizionali. Sennonché è proprio lo spirito tradizionale che gli Occidentali combattono principalmente, il quale tanto più temono quanto meno capiscono, essendone essi stessi privi. Gli uomini di questa specie hanno istintivamente paura di tutto ciò che è più grande di loro; sfortunatamente per essi, tutti i loro tentativi in questo senso rimarranno sempre vani, poiché in queste cose è presente una forza di cui essi non immaginano l’immensità; che se poi la loro indiscrezione attirerà loro qualche disavventura non stiano a prendersela che con se stessi. D’altronde non si vede in nome di che cosa essi vogliono obbligare tutti a interessarsi esclusivamente di ciò che interessa loro, a mettere le preoccupazioni economiche in primo piano, o ad adottare il regime politico a cui vanno le loro preferenze, il quale, anche ammettendo che per certi popoli sia il migliore, tale non è necessariamente per tutti. La cosa più straordinaria però è che essi abbiano simili pretese non soltanto nei riguardi dei popoli che hanno conquistato, ma altresì verso quelli presso cui sono riusciti ad introdursi e a stabilirsi dando falsamente ad intendere di rispettare la loro indipendenza; di fatto poi, queste pretese essi le estendono all’intera umanità.
Se così non fosse, in generale non ci sarebbero prevenzioni né ostilità sistematica contro gli Occidentali; i loro rapporti con gli altri uomini sarebbero simili alle normali relazioni tra popoli diversi; essi verrebbero presi per quel che sono, con le loro qualità e i loro difetti, e, pur rammaricandosi forse di non poter mantenere con loro relazioni intellettuali veramente interessanti, gli Orientali non cercherebbero affatto di modificarli, poiché non sanno cosa sia il proselitismo. Ad esempio, quegli stessi fra gli Orientali che sono conosciuti come i più refrattari a tutto ciò che è straniero, i Cinesi, vedrebbero senza avversione degli Europei venire individualmente a stabilirsi fra di loro per praticarvi il commercio, se non sapessero fin troppo bene, per averne fatto la triste esperienza, a cosa si espongono lasciandoli fare, e quali abusi sono ben presto la conseguenza di ciò che all’inizio sembrava affatto inoffensivo. I Cinesi sono il popolo più profondamente pacifico che esista; se diciamo pacifico e non «pacifista», è perché essi non provano assolutamente il bisogno di costruire a questo proposito magniloquenti teorie umanitarie: la guerra ripugna al loro temperamento, ed è tutto. Si tratta, da un certo punto di vista relativo, di una debolezza, sennonché vi è nella natura della razza cinese una forza d’altro tipo che ne compensa gli effetti, la cui coscienza contribuisce certamente a rendere possibile questo animus pacifico: questa razza è dotata di un potere di assorbimento tale, da aver sempre potuto assimilare tutti i suoi successivi conquistatori, e per di più con un’incredibile rapidità; la storia ne è la prova evidente. Stando così le cose niente potrebbe essere più ridicolo del chimerico terrore del «pericolo giallo», inventato un tempo da Guglielmo II, il quale lo simboleggiò addirittura in uno di quei quadri dalle pretese mistiche che si compiaceva di dipingere per occupare i propri ozi; ci vuole tutta l’ignoranza della quasi totalità degli Occidentali, e la loro incapacità a rendersi conto di quanto gli altri uomini siano diversi da loro, per arrivare al punto di immaginare il popolo cinese che si leva in armi e marcia alla conquista dell’Europa; un’invasione cinese, se mai dovesse aver luogo, non potrebbe essere che una penetrazione pacifica, e in ogni caso non è questo un pericolo imminente.
Vero è che, se i Cinesi avessero la mentalità occidentale, le odiose stupidità che ad ogni occasione vengono pubblicamente spacciate sul loro conto sarebbero già state largamente sufficienti a incitarli ad inviare delle spedizioni in Europa; molto meno è necessario come pretesto per un intervento armato da parte degli Occidentali, sennonché queste cose lasciano perfettamente indifferenti gli Orientali. A nostra conoscenza nessuno ha mai osato dire la verità sull’origine degli avvenimenti che accaddero nel 1900; eccola in poche parole: il territorio delle legazioni europee a Pechino è sottratto alla giurisdizione dell’autorità cinese; ora, si era formato nei dintorni della legazione tedesca un vero covo di ladri, clienti della missione luterana, e di qui essi si spargevano per la città, saccheggiavano tutto quel che potevano, e poi col bottino ripiegavano sul loro rifugio, dove, poiché nessuno aveva diritto di inseguirli, erano sicuri dell’impunità; la popolazione finì con l’esasperarsene e minacciò d’invadere il territorio della legazione per impadronirsi dei malfattori che vi si trovavano; il ministro della Germania volle opporsi e si mise ad arringare la folla, con il solo risultato di farsi accoppare nella mischia; per vendicare l’oltraggio, una spedizione fu subito organizzata, e il fatto più curioso fu che tutti gli Stati Europei, Inghilterra compresa, vi si lasciarono trascinare, al seguito della Germania; in tale circostanza lo spettro del «pericolo giallo» era certamente servito a qualcosa. Naturalmente i belligeranti trassero dal loro intervento apprezzabili benefici, soprattutto sotto il profilo economico; né furono solo gli Stati ad ottenere vantaggi dall’avventura: conosciamo degli individui che si sono procurate ottime posizioni per aver fatto la guerra nelle cantine delle legazioni; guai a dire a questa gente che il «pericolo giallo» non è una realtà!
Si obietterà forse che non esistono soltanto i Cinesi, ma anche i Giapponesi, e che questi ultimi sono senza ombra di dubbio un popolo guerriero; questo è vero, ma anzitutto i Giapponesi, i quali sono il prodotto di una mescolanza in cui predominano gli elementi malesi, non appartengono propriamente alla razza gialla, e di conseguenza la loro tradizione ha necessariamente un carattere diverso. Se il Giappone ha attualmente l’ambizione di esercitare la sua egemonia sull’Asia intera e di «organizzarla» a modo suo, ciò accade precisamente perché lo Shintoismo (tradizione che sotto molti aspetti differisce profondamente dal Taoismo cinese e che attribuisce una grande importanza ai riti guerrieri) è venuto in contatto con il nazionalismo, naturalmente preso a modello dall’Occidente ‑ i Giapponesi sono sempre stati eccellenti imitatori ‑, e si è trasformato in un imperialismo del tutto simile a quelli che si possono trovare in altri paesi. Tuttavia, se i Giapponesi tenteranno una simile impresa incontreranno tanta resistenza quanta ne troverebbero i popoli europei, e fors’anche di più. Infatti, per nessun altro popolo i Cinesi hanno tanta ostilità quanto per i Giapponesi, probabilmente perché questi ultimi, in quanto loro vicini, paiono loro particolarmente pericolosi; i Cinesi temono i Giapponesi come un uomo che ama la sua tranquillità teme tutto ciò che minaccia di sconvolgerla, ma soprattutto li disprezzano.
Soltanto in Giappone il preteso «progresso» occidentale è stato accolto con un entusiasmo tanto più grande in quanto si crede di poterlo far servire a realizzare l’ambizione di cui abbiamo detto; e tuttavia la superiorità degli armamenti, anche unita alle più notevoli qualità guerriere, non sempre prevale contro certe forze di altra natura: i Giapponesi se ne sono bene accorti a Formosa; né la Corea è per loro un possedimento sicuro. In fondo, se i Giapponesi furono facili vincitori in una guerra di cui buona parte dei Cinesi non venne a conoscenza che quando era già terminata, ciò è dovuto al fatto che essi furono favoriti, per ragioni particolari, da certi elementi ostili alla dinastia Manciù i quali sapevano benissimo che altre influenze sarebbero intervenute a tempo per impedire che le cose andassero troppo oltre. In un paese come la Cina, molti avvenimenti, guerre o rivoluzioni, assumono un aspetto completamente diverso a seconda che siano visti da lontano o da vicino, e, per quanto strano ciò possa sembrare, è la distanza che li ingrandisce: visti dall’Europa sembrano importanti; in Cina, essi si riducono a semplici incidenti locali.
È in virtù di un’illusione ottica dello stesso genere che gli Occidentali attribuiscono un’eccessiva importanza a quel che fanno certe piccole minoranze turbolente, formate da persone sovente del tutto ignorate dai loro stessi compatrioti, i quali, in ogni caso, non hanno per costoro nessuna stima. Intendiamo parlare di qualche individuo cresciuto in Europa o in America, come se ne trovano oggi più o meno in tutti i paesi orientali, e che, avendo perduto a causa di questa educazione il senso della tradizione e non conoscendo nulla della propria civiltà, crede di far bene sbandierando il «modernismo» più spinto. Questi «giovani» Orientali, come essi stessi si dichiarano per meglio mettere in evidenza le loro tendenze, non potrebbero mai acquisire un influsso reale nel proprio paese; talvolta vengono usati a loro insaputa per servire a uno scopo di cui non si accorgono neppure, e ciò è tanto più facile in quanto essi si prendono molto sul serio; ma capita anche che, riprendendo contatto con la loro razza, poco per volta aprano gli occhi, si rendano conto che la loro presunzione era fatta soprattutto di ignoranza, e finiscano col ritornare a essere dei veri Orientali. Tali elementi non rappresentano che infime eccezioni, ma, facendo un po’ di rumore all’esterno, attirano l’attenzione degli Occidentali, i quali naturalmente li considerano con simpatia e, guardandoli, finiscono con il perdere di vista le moltitudini silenziose nei confronti delle quali essi sono assolutamente inesistenti.
I veri Orientali non ci tengono affatto a farsi conoscere all’estero, e ciò spiega alcuni errori abbastanza curiosi. Siamo stati spesso colpiti dalla facilità con cui qualche scrittore incompetente e senza nessuna autorità, talvolta addirittura al soldo di una potenza europea, riesce a farsi accettare come rappresentante autentico del pensiero orientale, pur se non esprime che idee completamente occidentali. A costoro si crede sulla parola solo perché portano un nome orientale, e poiché mancano i termini di paragone, si fa loro credito per attribuire a tutti i loro compatrioti concezioni od opinioni che a essi soli appartengono e sovente sono agli antipodi dello spirito orientale; e beninteso, i loro scritti sono strettamente riservati al pubblico europeo o americano, e in Oriente nessuno ne ha mai inteso parlare.
Al di fuori di queste eccezioni individuali e dell’eccezione collettiva costituita dal Giappone, nei paesi orientali il progresso materiale non interessa nessuno in modo serio, o, al massimo, si riconoscono ad esso pochi vantaggi reali e molti inconvenienti. A questo proposito esistono però due attitudini differenti, che possono anche sembrare opposte da un punto di vista esteriore, e tuttavia sono il frutto di uno stesso modo di pensare. Gli uni non vogliono a nessun costo sentir parlare di questo preteso progresso e, richiudendosi in un atteggiamento di resistenza puramente passiva, continuano a comportarsi come se non esistesse; gli altri preferiscono accettarlo transitoriamente pur continuando a considerarlo soltanto come una sgradevole necessità imposta da circostanze che faranno il loro tempo, e ciò unicamente perché vedono negli strumenti che esso può mettere a loro disposizione un mezzo per resistere più efficacemente alla dominazione occidentale e per affrettarne la fine[3]. Queste due correnti esistono dappertutto, in Cina, in India e nei paesi musulmani; se la seconda sembra attualmente tendere ad imporsi abbastanza generalmente, sulla prima bisogna però guardarsi dal concludere che sia avvenuto un cambiamento profondo nel modo d’essere dell’Oriente; tutta la differenza si riduce ad una semplice questione di opportunità, e non è certo in questo modo che può cominciare un reale riavvicinamento con l’Occidente, tutt’altro.
Gli Orientali che vogliono provocare nei loro paesi uno sviluppo industriale che permetta loro di lottare senza più svantaggio con i popoli europei sul medesimo terreno in cui questi ultimi sviluppano tutta la loro attività, non rinunciano affatto, con ciò, a quel che c’è d’essenziale nella loro civiltà; inoltre la concorrenza economica non potrà essere che una fonte di nuovi conflitti, se non si stabilisce un accordo su un altro piano e a un livello più elevato. Tuttavia vi sono degli Orientali, anche se poco numerosi, che sono giunti a pensare questo: poiché gli Occidentali sono decisamente refrattari all’intellettualità, non cerchiamo di avere dei rapporti con loro su questo piano; nonostante tutto si potrebbero però stabilire con certi popoli dell’Occidente relazioni amichevoli limitate al settore puramente economico. Anche questa è un’illusione: o si incomincia con l’intendersi sui principi, e tutte le difficoltà secondarie si appianeranno in seguito da sole, oppure non si giungerà mai ad intendersi veramente su nulla, e tocca all’Occidente, se ne è in grado, fare i primi passi sulla via di un riavvicinamento effettivo, poiché in realtà è dall’incomprensione di cui esso ha dato prova finora che tutti gli ostacoli provengono.
Sarebbe augurabile che gli Occidentali, rassegnandosi una buona volta a vedere la causa dei più pericolosi malintesi dov’essa effettivamente si trova, si sbarazzassero di quei ridicoli terrori di cui il famoso «pericolo giallo» è certamente il più bell’esempio. Sennonché, oltre il «pericolo giallo», si ha pure l’abitudine di agitare ad ogni occasione lo spettro del «panislamismo»; in questo caso il timore è forse meno privo di fondamento, poiché i popoli musulmani, i quali occupano una posizione intermedia tra l’Oriente e l’Occidente, possiedono, mescolate tra di loro, certe caratteristiche dell’uno e dell’altro, e sono dotati in particolare di uno spirito molto più combattivo di quello degli Orientali puri; ma non è certo il caso di esagerare. Il vero panislamismo è soprattutto un’affermazione di principio, dal carattere essenzialmente dottrinale; perché essa assuma la forma di una rivendicazione politica bisognerà che gli Europei commettano errori ben gravi; ad ogni buon conto, il panislamismo non ha niente in comune con un qualunque «nazionalismo», il quale è del tutto incompatibile con i concetti fondamentali dell’Islâm. Insomma, in quasi tutti i casi ‑ e noi pensiamo qui soprattutto all’Africa settentrionale ‑ una ben intesa politica di «associazione», che rispetti integralmente la religione islamica e implichi una rinuncia definitiva ad ogni tentativo di «assimilazione», sarà probabilmente sufficiente a evitare il pericolo, se pericolo c’è; quando si pensi, ad esempio, che le condizioni imposte per ottenere la naturalizzazione francese equivalgono a una vera e propria abiura (e si potrebbero citare molti altri fatti di questo stesso genere), non ci si può stupire dei frequenti urti e delle difficoltà che una più esatta comprensione delle cose potrebbe evitare molto facilmente; sennonché, anche in questo caso, è precisamente tale comprensione che manca completamente agli Europei. Quel che non bisognerebbe dimenticare, è che la civiltà islamica, in tutti i suoi elementi essenziali, è rigorosamente tradizionale, come tradizionali sono tutte le civiltà dell’Oriente; questa ragione è pienamente sufficiente perché il panislamismo, sotto qualunque forma si presenti, non possa mai identificarsi con un movimento quale il bolscevismo, come sembrano temere i male informati. Non vorremmo qui formulare un qualunque apprezzamento sul bolscevismo russo, giacché è molto difficile sapere esattamente di cosa si tratti: è probabile che la realtà sia molto diversa da ciò che se ne dice generalmente, e ben più complessa di quanto i fautori e gli avversari del bolscevismo possano pensare; comunque sia, è certo che si tratta di un movimento nettamente antitradizionale, dunque di spirito completamente moderno e occidentale. Profondamente ridicola è la pretesa di opporre allo spirito occidentale la mentalità tedesca o quella russa, e noi non comprendiamo quale significato possano avere le parole per coloro che sostengono una tale opinione, né per coloro che qualificano di «asiatico» il bolscevismo; di fatto la Germania, al contrario, è uno dei paesi in cui lo spirito occidentale è portato al suo grado più estremo; quanto ai Russi, seppure hanno qualche rassomiglianza esteriore con gli Orientali, intellettualmente ne sono lontanissimi. Ci resta da aggiungere che nell’Occidente noi comprendiamo il Giudaismo, il quale non ha mai esercitato nessuna influenza fuori del mondo occidentale, e la cui azione non è forse stata completamente estranea alla formazione della mentalità moderna in generale; appunto la parte preponderante sostenuta dagli elementi israeliti nel bolscevismo è per gli Orientali, e soprattutto per i Musulmani, un grave motivo per diffidare e tenersi in guardia; non parliamo poi dei pochi agitatori del tipo «giovani turchi», i quali, sovente di origine israelita, sono fondamentalmente antimusulmani, e non hanno la minima autorità.
Né il bolscevismo può introdursi in India, in opposizione com’è con tutte le istituzioni tradizionali, in particolare con l’istituzione delle caste; da questo punto di vista gli Indù non farebbero differenza tra l’azione distruttiva che esso potrebbe provocare e quella tentata dagli Inglesi da molto tempo e con ogni mezzo; e dove l’una è fallita, l’altra non avrebbe miglior fortuna. Per quanto riguarda la Cina, tutto quel che è russo vi è generalmente visto con molta antipatia, e del resto lo spirito tradizionale non vi è meno solidamente radicato che in tutto il resto dell’Oriente; se certe cose vi possono essere più facilmente tollerate in quanto transitorie, ciò avviene grazie alla capacità d’assorbimento propria della razza cinese, la quale permette di trarre, anche da un disordine temporaneo, il partito più vantaggioso; infine, a dar credito alla leggenda di accordi inesistenti e impossibili, non è il caso di invocare la presenza in Russia di qualche banda di mercenari che sono solo volgari briganti, e di cui i Cinesi sono ben contenti di sbarazzarsi a favore dei loro vicini. Quando i bolscevichi dicono di guadagnare sostenitori alle loro idee fra gli Orientali, o si vantano o si illudono; la verità è che gli Orientali vedono nella Russia, bolscevica o no, un aiuto possibile contro la dominazione di altre potenze occidentali; ma le idee bolsceviche sono loro perfettamente indifferenti, e anche se essi giudicano un’intesa o un’alleanza temporanea accettabili in determinate circostanze, è perché sanno bene che tali idee non potranno mai mettere radici nel loro paese; se le cose stessero diversamente, si guarderebbero bene dal favorirle, anche minimamente. In vista di una determinata azione ci si può evidentemente servire dell’aiuto di gente con la quale non si ha nessun pensiero in comune e per cui non si prova né stima né simpatia; per i veri Orientali il bolscevismo, come tutto ciò che proviene dall’Occidente, non sarà mai nient’altro che una forza bruta; se questa forza può temporaneamente render loro qualche servigio, probabilmente si stimeranno fortunati, ma si può star sicuri che appena non avranno più nessun vantaggio da aspettarsi prenderanno le misure opportune affinché non diventi un pericolo per se stessi. D’altronde, gli Orientali che aspirano a liberarsi da una dominazione occidentale non acconsentirebbero certamente, per riuscirvi, a mettersi in tale condizione da rischiare di ricader subito sotto un’altra dominazione occidentale; essi non guadagnerebbero nulla nel cambiamento, e, poiché il loro temperamento esclude ogni fretta febbrile, preferiranno sempre aspettare circostanze più favorevoli, per quanto lontane esse possono apparire, piuttosto che esporsi a una simile eventualità.
Quest’ultima considerazione aiuta a capire perché gli Orientali che sembrano più impazienti di scrollarsi di dosso il giogo dell’Inghilterra non abbiano pensato di approfittare, a questo fine, della guerra del 1914: il fatto è che essi sapevano benissimo che, in caso di vittoria, la Germania non avrebbe mancato di imporre loro al minimo un protettorato più o meno dissimulato, e non volevano a nessun costo piegarsi a questo nuovo asservimento. Nessun Orientale che abbia avuto occasione di vedere i Tedeschi un po’ da vicino pensa che sia possibile intendersi meglio con essi che con gli Inglesi; lo stesso si può dire dei Russi, ma la Germania, con la sua formidabile organizzazione, ispira generalmente, e a ragione, più timore che non la Russia. Gli Orientali non saranno mai favorevoli ad alcuna potenza Europea, ma saranno sempre e soltanto ostili a quelle, quali esse siano, che vogliono opprimerli; per tutto il resto, il loro atteggiamento non può essere che neutro. Parliamo qui, beninteso, ponendoci dal solo punto di vista politico e per ciò che riguarda gli Stati e le collettività; naturalmente può sempre darsi che esistano simpatie e antipatie individuali, le quali restano fuori da queste considerazioni; così quando parliamo dell’incomprensione occidentale consideriamo soltanto la mentalità generale, senza escludere con questo eccezioni sempre possibili, le quali sono però molto rare. Se tuttavia qualcuno è come noi persuaso dell’immenso interesse che presenta il ritorno a relazioni normali tra l’Oriente e l’Occidente, bisogna pur che si pensi fin da ora a prepararlo con i mezzi di cui si dispone, per deboli che essi siano, e il primo di questi mezzi è il far comprendere a coloro che di comprenderlo siano in grado quali sono le condizioni indispensabili per questo riavvicinamento.
Queste condizioni sono, come abbiamo detto, prima di tutto intellettuali, e alcune di esse sono negative, altre positive; in primo luogo: distruggere tutti i pregiudizi, i quali sono altrettanti ostacoli (e a ciò tendono essenzialmente tutte le considerazioni che siamo andati fin qui esponendo); poi: restaurare la vera intellettualità, che l’Occidente ha perduto, e che lo studio del pensiero orientale, per poco che sia intrapreso come si deve, può potentemente aiutare a ritrovare. Si tratta, tutto sommato, di una completa riforma dello spirito occidentale; tale per lo meno è il fine ultimo da raggiungere; sennonché simile riforma non potrà evidentemente essere attuata che in una ristretta élite, ciò che d’altronde sarà sufficiente perché essa porti i suoi frutti a scadenza più o meno lontana, grazie all’azione che tale élite non mancherà di esercitare, anche senza ricercarlo espressamente, su tutto l’ambiente occidentale. Sarebbe questo, molto verosimilmente, l’unico mezzo perché si risparmino all’Occidente pericoli di ben altra realtà che non quelli che esso immagina, i quali sempre più lo minacceranno se continua a seguire il suo cammino attuale. Sarebbe questo inoltre l’unico modo di salvare, al momento voluto, tutto quel che potrebbe esser conservato della civiltà occidentale, tutto quello cioè che essa può contenere di vantaggioso sotto qualche angolo visuale, e di compatibile con l’intellettualità normale, invece di lasciarla completamente scomparire in qualcuno di quei cataclismi alle possibilità dei quali accennavamo all’inizio del presente capitolo, senza voler con questo arrischiare la minima predizione. Soprattutto, se una tale eventualità dovesse realizzarsi, la costituzione preventiva di una élite intellettuale nel senso vero della parola rappresenterebbe l’unica possibilità di impedire il ritorno alla barbarie; ed eviterebbe inoltre, se l’élite avesse avuto il tempo di agire abbastanza in profondità sulla mentalità generale, l’assorbimento o l’assimilazione dell’Occidente da parte di altre civiltà, ipotesi molto meno temibile della precedente, ma che tuttavia presenterebbe degli inconvenienti almeno transitori, a causa delle rivoluzioni etniche che necessariamente precederebbero l’assimilazione vera e propria.
A questo proposito, e prima di proseguire, ci importa precisare nettamente il nostro atteggiamento: non è nostra intenzione attaccare l’Occidente in quanto tale, ma soltanto ‑ il che è completamente diverso ‑ lo spirito moderno, nel quale individuiamo la causa del decadimento intellettuale dell’Occidente; a nostro giudizio niente sarebbe più auspicabile della ricostituzione di una civiltà propriamente occidentale su basi normali, poiché la diversità delle civiltà, la quale è sempre esistita, è la naturale conseguenza delle differenze mentali che caratterizzano le razze. Ma la diversità delle forme non esclude affatto l’accordo sui principi: intesa e armonia non vogliono assolutamente dire uniformità, e pensare il contrario equivale a sacrificare a quelle utopie ugualitarie contro cui precisamente insorgiamo. Una civiltà normale, nel senso che noi intendiamo, potrà sempre svilupparsi senza essere un pericolo per le altre civiltà; possedendo la coscienza dell’esatta posizione che deve occupare nell’insieme dell’umanità terrestre, essa saprà attenervisi e non creerà più antagonismo, non avendo nessuna pretesa di egemonia e astenendosi da qualsiasi proselitismo.
Non osiamo tuttavia affermare che una civiltà puramente occidentale potrebbe intellettualmente possedere l’equivalente di tutto quel che le civiltà orientali possiedono; nel passato dell’Occidente, anche risalendo fino alle epoche più lontane che la storia ci permette di raggiungere, questo equivalente, nella sua pienezza, non si ritrova (salvo forse in qualche scuola estremamente poco accessibile, e di cui, proprio per questa ragione, è difficile dire qualcosa di certo); quelle che vi si trovano sono però cose tutt’altro che insignificanti, e i nostri contemporanei hanno il grave torto di ignorarle sistematicamente. Per di più, se un giorno l’Occidente riuscirà ad allacciare relazioni intellettuali con l’Oriente, non vediamo perché non potrebbe approfittarne per ovviare alle mancanze che ancora l’affliggerebbero; si possono prendere lezioni o ispirazioni dagli altri senza rinunciare con ciò alla propria indipendenza, soprattutto se, invece di accontentarsi di prestiti puri e semplici, si è capaci di adattare quel che si ottiene nel modo più conforme alla propria mentalità. Una volta ancora, queste non sono che possibilità lontane; attendendo che l’Occidente ritorni alle proprie tradizioni, forse, per preparare tale ritorno e ritrovarne gli elementi, non c’è altro mezzo che procedere per analogia con le forme tradizionali che, esistendo ancora attualmente, possono essere studiate in modo diretto. La comprensione delle civiltà orientali potrebbe dunque contribuire a ricondurre l’Occidente alle vie tradizionali fuori delle quali esso si è gettato sconsideratamente, mentre nello stesso tempo questo ritorno alla tradizione realizzerebbe di per sé un riavvicinamento effettivo con l’Oriente: si tratta di due cose intimamente legate, da qualunque angolo visuale siano considerate, le quali ci appaiono ugualmente utili, anzi addirittura necessarie.
Ciò che abbiamo ancora da dire aiuterà a capire meglio queste considerazioni; ma si dovrebbe aver già capito come noi non critichiamo l’Occidente per il vano piacere di criticare, né per mettere in evidenza la sua inferiorità intellettuale nei confronti dell’Oriente; se il lavoro da cui bisogna incominciare appare soprattutto negativo, la ragione ne è che, come dicevamo all’inizio, è prima di tutto indispensabile sbarazzare il terreno per potere in seguito costruire sopra di esso. Se infatti l’Occidente rinunciasse ai propri pregiudizi, lo scopo sarebbe già per metà (o forse più che per metà) ottenuto, poiché nulla più si opporrebbe alla costituzione di una élite intellettuale, e coloro che possedessero le qualità richieste per farne parte, non vedendo più ergersi davanti a sé le barriere quasi insormontabili create dalle attuali condizioni, troverebbero allora facilmente il modo di esercitare e sviluppare queste facoltà, mentre ora esse sono compresse e soffocate dalla formazione, o meglio dalla deformazione mentale, imposta attualmente a chiunque non abbia il coraggio di uscire risolutamente dai quadri convenzionali. D’altronde, per rendersi veramente conto dell’inanità dei pregiudizi di cui stiamo parlando occorre già un certo grado di comprensione positiva, e, per certuni almeno, è forse più difficile giungere a questo stadio che andar più lontano quando l’abbiano raggiunto; per un’intelligenza ben conformata la verità, per quanto elevata, deve essere più facilmente assimilabile che tutte le vane sottigliezze di cui si compiace la «saggezza profana» del mondo occidentale.

[1] L’«ultima» guerra a cui l’autore si riferisce è in questo caso la «prima» grande guerra mondiale, questo studio essendo stato pubblicato per la prima volta nel 1924. (N.d.T.) 
[2] È possibile che ci siano state delle civiltà occidentali anteriori, sennonché quella attuale non è per nulla la loro erede, e anche il loro ricordo si è perduto; non dobbiamo perciò preoccuparcene in questa sede. 
[3] È proprio ciò che vediamo accadere oggi, e su una scala molto più vasta di quel che potevano immaginare i lettori del 1924, quando questo libro venne scritto. Che nonostante l’utilizzazione del progresso materiale lo spirito della tradizione si conservi intatto e intangibile in Oriente, benché più inaccessibile e meno cosciente nei più, verrà confermato da René Guénon nell’«Aggiunta» del 1948. E la considerazione di questa presenza può anzi dare a tutte queste pagine, e agli avvenimenti del nostro tempo, un significato alquanto diverso da quello apparente. Senza pretendere di trarne qui una spiegazione adeguata, accenneremo soltanto al fatto che ciò che la tradizione estremo-orientale chiama «Volontà del Cielo», attraverso gli esseri che ne sono il supporto nel mondo umano, sempre e dappertutto fa servire ai propri disegni anche le influenze che di per sé presentano il carattere più sovversivo, il cui scatenamento, del resto, al momento dovuto, non rappresenta che l’esaurirsi definitivo delle possibilità che ad esse corrispondono, nell’insieme del ciclo di manifestazione di cui fanno parte. (N.d.T.)