Dicol, signori, a voi saggi e coverti
però che m’intendete…

Francesco da Barberino

1. Il carattere generale dell’opera e i «mottetti oscuri»



Mi preme accennare brevemente a un’opera importantissima per la nostra tesi e che può considerarsi come il grande manuale della setta dei «Fedeli d’Amore»: intendo parlare dei Documenti d’Amore di Francesco da Barberino. Questo grosso complicatissimo e stranissimo libro, nel quale le idee spesso confuse e artatamente involute della poesia vengono a essere anche più contorte e involute per l’aggiungersi dello strano e complicatissimo commento latino, rivela definitivamente il suo carattere iniziatico e settario nelle illustrazioni che, essendo evidentemente simboliche, molte volte esprimono cose che con le parole del testo e del commento non hanno nulla a che vedere.


Francesco da Barberino è contemporaneo di Dante. Nato nel 1264 muore nel 1348. Egli pure è poeta d’amore, egli pure è ardente fautore di Arrigo VII, presso il quale si reca a capo di un gruppo d’armati. Egli pure scrive poesie d’amore che devono essere intese soltanto da alcuni, anzi dice grossolanamente che le scrive «per certi suoi amici gentili uomini di Toscana». Egli pure si reca a un certo punto in Provenza per molte misteriose ragioni. Egli pure scrive prima un’opera in versi e poi, dopo qualche tempo, le aggiunge un commento che serve meravigliosamente a prendere in giro i seguaci di «Pietra» e nello stesso tempo a far intendere anche meglio ai «Fedeli d’Amore» una quantità d’idee settarie esposte talora in una maniera fin troppo ingenua. Ma il libro non era destinato a circolare troppo liberamente. Alla sua fine esso porta miniato un guerriero con una spada in mano e dalla cui bocca esce questa leggenda:



Io son vigor e guardo sel venisse
alchun chel livro avrisse
e se non fosse cotal chente e detto
dregli di questa spada per lo petto.



Non so come si possa dire più chiaramente che il libro è scritto soltanto per iniziati.



Questi «Documenti» o «Insegnamenti» d’Amore hanno del resto poco o nulla a che vedere con l’amore per la donna: essi riguardano tutta la formazione spirituale dell’uomo secondo un modello etico nel quale è facilissimo riconoscere il modello proprio di una vita settaria diffidentissima della Chiesa (la «Morte» rappresentata, come sempre, nemica di Amore). Questo libro all’Amore (raffigurato in una fantastica forma) dà l’ufficio di ridestare dodici virtù abbastanza stranamente assortite, che dormono.



Una prima figura rappresenta l’Amore come un fanciullo nudo dritto sopra un cavallo bianco. Esso ha un dardo in una mano e sul cavallo è un turcasso di frecce, ma nell’altra mano egli stringe naturalmente delle rose 1 . E sotto di lui sono dodici virtù le quali dormono e naturalmente attendono d’essere risvegliate da Amore. Queste virtù sono: prima la Docilità che «data novitiis notitia vitiorum, docet illos ab illorum vilitate abstinere». E questa docilitas propinata ai novizi è troppo chiaramente la prima virtù iniziatica. Seguono le altre: l’Industria che fabbrica certe stranissime borse nelle quali si tengono cose preziose occultate. La terza virtù è la Costanza, la quarta la Discrezione, la quinta la Pazienza, la sesta la Speranza, la settima la Prudenza, «que te docet custodire quesita», l’ottava è la Gloria, la nona la Giustizia, «que male custodientem quesita punit», quella cioè mandata da Amore a punir chi «mal guarda tant’onore», chi custodisce male il segreto, la decima è l’Innocenza che significa lo stato di coloro che servono degnamente e lodevolmente l’Amore, l’undicesima è la Gratitudine che «introducit in amoris curiam» e alla fine l’Eternità che promette la vita eterna. Questa serie di virtù è troppo evidentemente una serie di virtù iniziatiche che comincia con la docilità del novizio e promette alla fine la gloria eterna in Dio. Nella figura, sotto alle dodici virtù dormienti lottano tra loro la Crudeltà e la Pietà, l’una lanciando una freccia a sette punte, l’altra lanciando con l’arco un fascio di rose. Sotto ancora dodici servi d’amore, che hanno aspetto di uomini gravi, sono immersi nello studio che con l’amore non avrebbe nulla a che vedere a meno che non sia (come certo è), amor sapientiae. Il poeta ha disegnato egli stesso la figura. Egli comincia col raccontare come la «Somma vertù del nostro Sir Amore» abbia chiamato i suoi servi alla «sua maggior rocca» e come egli si sia là recato «da quella parte ch’ai suoi minor tocca» e come egli abbia ricevuto da Amore (dalla setta) tutti i documenti (insegnamenti) contenuti in questo libro, per il che egli manda il libro a tutti quelli che «amano che Amore sia grande».



Tutto il libro si svolge, attraverso le sue infinite complicazioni, in una così evidente aria di misteri, di sottintesi, di rinvii, di simbolismi, che io mi domando come mai vi possa essere stato un solo lettore che non abbia capito subito che questo è un libro d’amore settario. Se ne accorse naturalmente il Rossetti (quantunque a tempo suo il commento preziosissimo e le illustrazioni fossero ancora sconosciuti) e si affisò specialmente in quella seconda parte dove, parlando dell’Industria (cioè dell’arte di nascondere il proprio pensiero), il Barberino sviluppa fino all’ultimo grado gli artifici del parlare doppio in quei famosi «mottetti oscuri», che nella loro apparente innocenza insegnano precisamente l’arte di dire in segreto tutto quello che si vuole. Il poeta dice che conviene



certi mottetti usare
li quali intesi non voliam che sieno
da quei che con noi eno
o se d’alcun dagli altri non talora
sì ch’esto Amor honora
la fine d’esta parte ora di quegli
2
coverti oscuri e begli
e doppj alquanti come chiaramente
chi porrà ben la mente
e lo intellecto a le chiose vedere
porà di lor honor e fructo avere.



Questi mottetti che son fatti perché siano intesi da alcuni di quelli che sono con noi e non da altri, sono in parte degli innocenti giochi di parole, ma la parte innocente serve come nel Fiore, come nella Vita Nuova, come nella Commedia, a far passare il contrabbando, cioè i mottetti a significato settario dei quali naturalmente anche il commento si guarda bene dal dare il significato vero, e dà anzi spiegazioni spesso sciocche e involute che devono servire anche meglio a non fare intendere chi intender non deve.



Il gioco dei mottetti consiste spesso nel combinare le parti delle parole in modo che a prima vista diano un senso volgare o un nonsenso e quando poi si siano disgiunte le parti delle parole e saggiamente ricollegate, venga fuori il senso vero.



Uno di questi mottetti esalta appunto l’utilità del gergo, cioè di certi verbi e di certi nomi che «fan pro», sono utili. Ma nei mottetti tutto sta a ritrovarli tagliando opportunamente le parole:



Fan proverbi e fan pronomi
guarda te ben come tomi.



Leggasi:



Fan pro i verbi e fan pro i nomi,
ma guarda bene come dividi (tomi).



Ora, ecco un esempio: un mottetto dedicato alla famosa «Rosa», che sappiamo ormai che cosa significhi. L’autore ha voluto proclamare che la Sapienza santa è signora e dominatrice di tutte le cose e la salute degli uomini. «Tutto lo mondo si mantien per Fiore», aveva già cantato Buonagiunta da Lucca. Il Barberino con un’antiestetica e ipocrita aggiunta dice che la Rosa è la signora di tutte le cose, ma «ponendo virtude per quella», cioè significando per Rosa la virtù, e così facendo ha contentato e imbrogliato la «gente grossa». Ecco il mottetto:



Donne cosa donne rosa
ponendo vertute
lei per quella eluce bella
et e dognun salute.



Sciolto nelle parole vere suona:



D’ogni cosa donna è rosa
(ponendo vertute
lei per quella) e luce bella
ed è d’ognun salute.



Nel significato vero suona: «La Sapienza santa (Rosa) è signora di tutte le cose, luce di bellezza e salute (eterna) d’ogni uomo 3 ».



[…]



Un altro mottetto minaccia la morte a chi non serve bene ad Amore (la setta) e ripete ancora una volta che chi va con i servi (con i seguaci dell’errore) evita la vita (vera), cioè è come morto.



Morte a morte se ben noli servi,
vita vita chi se trahe conservi



che si deve leggere:



Morte amor t’è se ben non gli servi
vita vita (evita) chi se trae con servi.



E come ritroviamo la solita Morte contro Amore così ritroviamo in un altro mottetto al quale abbiamo già accennato la solita «Pietra» in evidente significato di Chiesa corrotta, quantunque il commento del Poeta, dopo aver premesso «ista est obscura littera in vulgari et in latino», ci faccia sapere che questa Pietra è nome proprio, che la parola caro si deve intendere come bonum non dannosum (mentre invece si deve intendere proprio dannosum) e dopo altri pasticci artificiosi racconti una sciocca storia di un tale che era molto dissoluto e cominciò ad amare una tale che si chiamava Pietra e la prese in moglie e la moglie lo fece «solido, stabile e costante». Lasciamo andare queste baggianate, che il Barberino consegna per la «gente grossa».



Il mottetto suona:



Caro impetra amor di petra
chi so petra petre impetra
,



e si deve intendere: A caro prezzo (a suo danno) impetra l’amore d’una pietra chi nella pietra (o sotto la pietra), cioè nella Chiesa corrotta (o sotto di essa), impetra (al Papa): «O Pietro» («Petre» al vocativo). In altri termini: chi volge il suo amore al Papa o alla Chiesa corrotta perde il suo tempo perché cerca l’amore in una «pietra» che amore non può dare. Infatti Dante, che lo sapeva, alla sua «pietra» lanciò, come vedremo, tutte quelle parole d’odio chiamandola apertamente «questa scherana micidiale e latra»!



2. La strana «Costanza» e la misteriosa «vedova»



Bastano questi esempi a far intendere che cosa sia e a che serva l’arte dei «mottetti oscuri», alla fine dei quali il Barberino comincia a parlare della sua famosa Costanza, che qualcuno crede ancora che sia una donna della quale era innamorato. […] E tra i primi versi che le dedica son questi dai quali appare troppo chiaro che egli scrive solo perché venga voglia al lettore di andargli a domandare in segreto chi questa donna sia:



Ma qui ti voglio far una intramessa
che stu savessi bene
la donna chi ellene
forse potresti
parere foresti
e chiaro trar perchessa
ebbe esta gratia che nacque con essa

et io che de la gente grossa temo
nol voglio in libro porre
porallo da me torre 4
chi tutto netto 5
verrà e stretto 6
a tempo che diremo
quel tale et io se accordati saremo 7 .



E qui si comincia a parlare di questa «Costanza» la quale sta



armato al cuor che ben sai che vuol dire
porta di donna vedova sua veste.



Da questo fatto che Costanza porta veste di vedova il Barberino prende occasione per esaltare nel commento una misteriosissima vedova che egli dice di aver conosciuto e che è evidentemente la Sapienza coltivata dalla setta. Sentite come egli ne parla e ricordate che il «Figlio della vedova» era Manete, che «figli della vedova» si sono chiamati i suoi seguaci, i Manichei, e che questa simbologia della «vedova» è discesa giù giù fin nelle sette segrete dei giorni nostri.



«Io dico a te e chiaramente che vi fu e vi è una certa vedova che non era vedova. Era toccata eppure intatta. Era vergine e la sua verginità era ignota. Mancò di marito. Aveva marito. Per la sua prudenza eccelleva sulle donne e per la sua eloquenza su tutte le creature terrene. L’armatura del suo cuore era pelvea e inespugnabile così che la saetta di chiunque saettasse contro di lei tornava indietro. I suoi capelli erano d’oro e sempre velati così che modestamente ne potessimo vedere la grazia intorno alle orecchie 8 . I suoi occhi si tenevano abbassati o per l’onestà di lei o perché io non osassi guardare il loro splendore, cosicché non potei mai comprendere appieno di che colore essi fossero. Nell’animo dei presenti suscitavano il desiderio delle virtù… Il suo viso era puro, candido, perfetto e confortante ed esporre compiutamente le sue singole parti non è lecito all’uomo 9.



L’onestà copriva il suo collo e il suo petto e appariva difesa fino ai piedi da una mirabile amabilità. I piedi di lei non furono mai visti da nessun altro; ma furono visti dall’uomo…(?) In essa era la pietà verso i puri, la severità contro gli avversi. Essa era soggetta all’amore, nemica di quei che indegnamente amano, disprezzante di quelli che tentano, respingeva i doni, non temeva i violenti. In mezzo alle piazze cinta di onore associata alla purezza spesso senza pompa incedeva (Benignamente d’umiltà vestuta!…). Come però una volta andava con le faci accese per le tenebre della notte e per un caso, che conteneva qualche cosa di opportunità, il vento estinse le faci, i soli raggi che da essa emanavano rischiararono chiaramente la via a lei e ai suoi compagni. E le genti che erano con lei furono stupefatte e dopo d’allora non dubitano più dei miracoli. Questa io vidi con gli occhi miei e ancora la vedo. E a lungo domandai d’essere il minimo dei suoi servi e non volli ottenerlo senza meritarlo e passai giorni e notti e anni e moltitudini di anni e camminando per vari anfratti dubbi e avversi, ricercandola non la potei rinvenire né vedere. Sarai dunque meravigliato, o fanciullo, se io dico che in essa ritrovai la mia fortezza».



Avete inteso? Ma quando noi diciamo che questa gente parlava in gergo, che l’amore non era l’amore, che facevano parte di una setta, che esaltavano in forma mistica mistiche donne, che la loro donna era la donna del Cantico dei Cantici (non sentite qui l’eco chiarissima della Sapienza di Salomone?); i critici «positivi» son capaci di dire che si tratta di fantasticherie nostre e son capaci di perder tempo a voler identificare storicamente il cognome e la paternità di questa vedova, della quale Francesco da Barberino sarebbe stato innamorato. Si è o non si è «positivi»!



Lasciamoli cercare!



3. La canzone: «Se più non raggia il sol» e il suo significato segreto



Noi occupiamoci invece di tradurre, cioè d’intendere un’importantissima canzone che il Barberino inserisce in nota nella dodicesima parte dei suoi Documenti, quella canzone scritta «perché fosse solamente intesa da certi suoi amici gentili uomini di Toscana». Ivi troviamo innanzi tutto una stranissima figura illustrativa nella quale da un lato è raffigurata la «morte» che con due archi lancia da ogni parte tre saette. In mezzo si raffigura una donna colpita da due saette in atto di cadere, dietro a essa è l’amore alato, ma la figura dell’amore è divisa in lungo per metà, la metà sinistra è intera, la destra è tutta spezzata in tante parti. È questa una specie di testata alla stranissima canzone che segue.



[…]



La canzone è scritta sicuramente in un momento di grave depressione e di sventura della setta. La «morte» ha trafitto la donna (evidentemente la Sapienza santa) e Amore (la setta) è per metà infranto. L’altra metà è rimasta intera e vedremo perché. Se mettiamo questa canzone accanto alle canzoni di Dante per madonna Pietra, accanto alle altre dei poeti del Dolce stil novo, nelle quali Morte (Chiesa corrotta) è rappresentata come nemica di Amore, potremo intendere. La canzone è scritta in un periodo di persecuzione e di disfatta della setta; o nel periodo della persecuzione dei Templari o dopo la grande tragedia di Arrigo VII (due tragedie che si seguirono quasi immediatamente e che per la setta dovettero quasi confondersi in una) e la rovina della setta che derivò dalla morte di lui, ucciso, come ritenevano i suoi, a tradimento dalla Chiesa (e infatti questa inverosimile morte che ha tre facce, come il Lucifero anti-Dio di Dante, è vestita stranamente di vello di agnello).Tutta la poesia allude chiaramente a questa vittoriosa crudeltà di «Morte contro Amore» («Pietra» contro «Fiore»).



L’autore comincia col dire che deve parlare oscuro, perché a tale lo ha tratto Fortuna. Dice poi che parla del suo stato «a voi saggi e coverti però che m’intendete» che ormai sono poche le donne (gli adepti) alle quali Amore apre la mente «tanto ha perduto di sangue o d’onore».



Parla poi sempre in modo artatamente confuso della figura alludendo a molte nebbie che sono uscite dal sangue d’Amore per il che trema la terra, trema il cuore del poeta e tremeranno gli altri che sentiranno parlare di questo tragico fatto:



Se più non raggia il sol et io son terra
veggio mo scur e sol parlar convegno
di quel che sono e tegno

non maravigli alcun s’oscuro tracto
poi ch’a tal punto m’ha fortuna tracto.



E cotal dir che più raccoglie e serra
dentro mia pena tutto più mi gravi
passol ch’io non vorravi,
la fin de la mia gio’
parlar con
certi ch’ancor
non eran di mio stato esperti
dicol signor, a voi saggi e coverti
però che m’intendete
voi donne poche sete,
a cui ormai la mente avrisse Amore
tant’à perduto di sangue e d’onore.



Or cominciate e dal lindo colore
cercando ben per entro,
lo spazio verso il centro
vedrete molte nebule apparite
che tutte son di quel sangue annerite.
La terra trema, lo mio cor crema,
e gli altri a quel verranno immantenente
ch’esto accidente sentito averanno.



Il poeta spiega poi che il sangue è venuto dal fianco d’Amore per colpa di «Morte» che tiene l’arco in mano e che è quella (Chiesa) «che tratta l’amico e il nemico in tal maniera ch’io piangendo il dico». Il colpo non ha ucciso Amore (la setta) ma ne ha dissolto la parte più degna che non regna più tra noi. L’altra parte d’Amore (la setta) è viva, ma lontan legata in prigion e catena. Continua a dire oscuramente che Amore ha perduto la sua forma e fiaccossi labena (la lena?) del suo primo nome. Amore (la setta) era giunto a stare tra due (Papato e Impero), ora l’una (delle due potenze, l’Impero) è spezzata e Amore (l’«amare», la setta) rimane solo. Il dolore di tali cose è così grande che chiunque non è Pietra (seguace di Pietra, impietrato, partigiano del Papa) da ciò fugge e arretra. Gli altri invece, cioè le pietre sono felici che appaia il grave danno per il gran pianto che fanno i «Fedeli d’Amore». Beato chi è lontano e non sa nulla di quanto accade, più beati quelli che per sommo dono sono chiamati al regno di Dio (i morti).



[…]



Dopo un’altra strofe di lamenti generici che tralascio, il poeta dice che «la parte non finita», quello che è rimasto vivo in Amore (della setta) è scusato in parte del non essersi tolto la vita, dal suo «volere di salvazione per l’altra poi vedere», cioè della sua speranza di poter salvare, reintegrare ancora quello che d’Amore (della setta) fu infranto.



Particolarmente interessante è l’ultima strofe. Dopo aver letta questa io non so davvero chi possa dubitare che si tratti di una canzone settaria.



[…]



Questo lamento è di cotal natura,
che non si può intender dala gente
che non ha sottil mente
né han da quella chiave lo intellecto,
se non avesse ben ferito il pecto 10
E questa non può già ben veder pura
conclusion d’esto mio dir se crede,
leggendo quel che vede,
poter trovar da dolor infinito
di certo fin alcun sermon fornito
.



Però girai parlar così vestito 11 ,
tra lor che tu ben sai 12
che non t’inteser mai,
ma tra color ti fendi et auri et straccia 13 ,
ch’al tuo venir apparecchian le braccia 14 .



E per gli amici il tuo camino avaccia,
che se quel son che spesso
parlato m’hanno adesso,
tu li vedrai chinar le ciglie a piedi,
e tu con questi fa soggiorno e siedi.



Che per honor di tal signore,
e dela
somma parte,
dece che pianto, almen alquanto,
ne sia in ogni parte.



Si osservi che il poeta, pur lasciando intendere che c’è stato del sangue d’Amore versato e che è stato versato dalla Morte si guarda bene dal fare il più lontano accenno alla donna trafitta che sta avanti ad Amore e che nella figura è invece il personaggio principale. È la Sapienza santa che la morte colpisce in quanto colpisce Amore, in quanto ha distrutto una parte dei «Fedeli d’Amore» o forse in quanto, come Chiesa corrotta, ha distrutto in Arrigo VII, parte della forza dei «Fedeli d’Amore».



Tuttavia la critica «positiva» è libera d’indagare nelle «croniche» se veramente vi fu in quel secolo un’epoca nella quale non si poteva fare all’amore e le donne innamorate erano rimaste pochissime e «Morte» aveva ferito «Amore» distruggendolo per metà e una parte d’Amore era «lontan legata in prigione e catene», ma in modo che la gente che «non ha sottil mente» non potesse capir nulla. Cerchino… Cerchino…



4. Il «Tractatus amoris» e la figura rivelatrice della setta d’amore



Io rimando i lettori all’esame di tutta quest’opera ove lo spirito settario e il convenzionalismo segreto trapelano da ogni pagina, ma non posso tacere dell’appendice del libro, nella quale il carattere settario dell’opera viene limpidissimamente rivelato.



L’autore, dopo aver chiuso il suo libro con la figura della quale ho parlato sopra, che minaccia di dare la spada nel petto a chi lo aprirà, se non avrà certe qualità speciali, aggiunge un breve Tractatus amoris et operum eius che, egli dice, non fa parte del libro ma serve di glossa al suo proemio. In esso appare una strana figura d’Amore col solito dardo e con le solite rose in mano sul cavallo bianco e sotto di lui quattordici figure (sette e sette) che, appena esaminate con un po’ d’attenzione e scrollateci di dosso le vecchie ingenuità della critica positiva che non ci ha capito e non poteva capirci nulla, ci ripetono proprio tutto quello che avevamo già scoperto della vita settaria dei «Fedeli d’Amore». È una figura rivelatrice e ignota a tutti coloro che prima di me hanno tentato questo tema. A fianco d’Amore è scritto:



Io son Amor in nova forma tracto
e se di sotto da me riguardrete
l’ovre ch’io faccio in figure vedrete.



Ora quali sono queste ovre? Consideriamo le quattordici figure. La chiave è questa: esse devono essere prese a due a due secondo la simmetria, così che la prima a sinistra corrisponda all’ultima a destra, la seconda a sinistra alla penultima a destra e così di seguito. Ed ecco che la misteriosa figura appare chiarissima. L’opera d’amore consiste nel condurre l’uomo dallo stato di religioso (uomo della Chiesa), cioè di morto, alla perfezione della vita d’amore (congiungimento con la santa Sapienza).





Le sette e sette figure rappresentano sette stadi di vita spirituale e si osservi che man mano che esse progrediscono verso il centro, dall’essere piene di dardi d’amore, finiscono con l’avere in mano soltanto le rose d’amore. Le prime due figure a sinistra di chi guarda rappresentano, secondo i cartigli, il «religioso» e la «religiosa» ai quali rispondono nettamente dall’altra parte, al «religioso» la «morta», alla «religiosa» il «morto». Religioso o religiosa sono coloro che seguono Pietro o Pietra, essi non hanno di contro a sé la donna della vita, ma la morte, essi vanno alla morte, essi sono in realtà morti, proprio secondo la terminologia segreta da noi scoperta per altra via. Hanno due dardi d’Amore, il che vuoi dire probabilmente che in essi sono uccisi intelletto e volontà del bene: i morti ne hanno tre di dardi, sono quegli stessi religiosi quando tra poco sarà ucciso in loro anche l’appetito del bene. Questi sono i due stadi inferiori esclusi dall’ascensione verso l’amore 15 . Le altre cinque e cinque figure rappresentano quest’ascensione. A destra cinque diversi stadi dell’uomo che tende a ricongiungersi con la Sapienza santa, e ciascuno stadio ha corrispondente, a sinistra, la sua Sapienza santa, diciamo in una parola sola, la sua Beatrice, il raggio dell’Intelligenza attiva che lo vivifica. Chi infatti è uscito dallo stadio di «morto» o «morta», cioè di «religiosa» o «religioso» fedele alla Chiesa corrotta, si ritrova in una «vita nuova» nella setta e quindi in figura di fanciullo. Il «fanciullo» secondo la leggenda che è sotto dice: «Io son ferito e non so ben perché ma credo che mi dié quella donzella di cui memora piangendo favella». E la donzella sta di faccia a lui (come la religiosa al morto e il religioso alla morta) 16 . Ma il fanciullo cresce, diventa «il donzel che non cura», il quale dichiara d’essere «fermo nel voler seguitare Amore». Sta di fronte a lui «la donzella compiuta» 17 , la sua virtù, la sua Sapienza. Egli cresce ancora e diventa «l’uomo comune» (adepto) che è ferito a morte da Amore e soffre per il suo desiderio. Sta di fronte a lui la «maritata » la quale sa che seguirà «di questa morte vita». Tutti costoro hanno un solo dardo, il che vuoi dire probabilmente che in loro soltanto una facoltà è ancora ferita: l’intelletto. Perché, in quanto desiderano la Rosa, la volontà e l’appetito sono già sanati.



Ancora un grado e, sanati del tutto per opera d’amore, avranno anche intelletto d’amore e non avranno più i dardi d’amore, ma avranno in mano le rose. È il grado nel quale il «cavalier meritato» (titolo di evidente sapore settario) sta di fronte alla «vedova» (la solita vedova). Finalmente le due serie, la maschile di destra e la femminile di sinistra, si fondono in una figura unica con due teste, che si chiama «Moglier e marito». È l’uomo ricongiunto e fuso con il raggio dell’Intelligenza attiva a lui diretto e quindi felice 18 . La figura unica con due teste tiene dalle due mani fasci di rose e la leggenda sotto dice: «Amor che ci hai di due facta una cosa, con superna vertù per maritaggio, fa durar dun paragio, la nostra vita in questa gio tuttora, sarà grato il fin come nostra dimora 19 ».



Ed ecco che dalla figura disegnata dalla mano di uno di questi «Fedeli d’Amore» e benché da lui commentata in modo volutamente artefatto e astruso per illuminare gli adepti e per deviare i profani, risulta ancora una volta evidentemente che l’opera d’Amore è un’opera:



1. Che esclude i morti e le morte che sono religiosi e religiose, seguaci di Morte.



2. Che porta alla felicità e alla vita per gradi che sono evidentemente gradi d’iniziazione.



3. Che questi gradi d’iniziazione vanno da una convenzionale fanciullezza (nella quale un fanciullo s’innamora di una fanciulla – vedi Vita Nuova!) alle mistiche nozze, all’immedesimarsi dell’amante con l’amata.



4. Che in questi gradi di perfezionamento successivo si va da quelli dei quali si è trafitti dal dardo a quelli nei quali si è beatificati dalla rosa. E tutti ripenseranno naturalmente alla formula di una setta che alcuni ricollegano a questo movimento dei «Fedeli d’Amore», alla formula rosacruciana: «Per crucem ad rosam». Esista o no tale ricollegamento, si tratta della fede in un processo catartico che, attraverso prove e dolori, promette la felice unione con la santa Sapienza beatificante.



L’esame particolareggiato di questi Documenti d’Amore sotto il rispetto del loro significato settario rappresenterà un lavoro altrettanto vasto quanto proficuo. Mi è impossibile qui prolungarlo più oltre perché questo mio libro, ho detto, dev’essere piuttosto un richiamo o una prefazione a tali studi che non una compiuta esposizione dell’immensa materia.

Tratto da: La Lettera G N°10 - 2009


  1. I piedi d’amore sono d’uccello rapace. Il Barberino spiega che sono di falcone «per il forte ghermire che fa». Credo sia una bubbola per gli ingenui e che i piedi siano d’aquila a indicare i rapporti della setta con l’Impero
  2. È dunque Amore che usa i «mottetti oscuri».
  3. Questo gioco di parlare della santa dottrina facendo credere artificiosamente che si parli della virtù, riusciva molto bene perché permetteva di farne liberamente l’esaltazione, posto che molti attributi convenivano bene all’una e all’altra. In un codice dell’Acerba, là dove si parla della Fenice, il titolo usa lo stesso artificio scrivendo nella testata «De natura fenicis, assimilando ipsam virtuti» e dal contesto quella assimilazione non risulta affatto e vedremo che la «Fenice» è essa pure la santa Sapienza eternamente risorgente.
  4. Sapere.
  5. Puro di cuore.
  6. In gran segreto.
  7. Vol. II, p. 300. Questa e altre simili frasi e molte oscure proposizioni e oscure figure e i palesi accenni al mistero in questa specie di libri ci fanno comprendere quale fosse il loro vero ufficio: dovevano essere libri che si facevano leggere soltanto agli adepti dei primi gradi i quali dovevano cominciare intanto a sapere tutto quello che apertamente si poteva dire e ricevere le prime istruzioni morali, ma nello stesso tempo dal senso di mistero dovevano essere invogliati a conoscere le più profonde spiegazioni che naturalmente si davano soltanto a voce e a chi si voleva (se accordati saremo), a chi era ritenuto puro (tutto netto) e a chi s’impegnava al silenzio (e stretto). Si ricordi la donna di Tolosa trovata dal Cavalcanti (e che era una setta) che stava «accordellata e istretta». (…)
  8. Si ricordi che per i Persiani i capelli della donna significavano «i misteri di Dio». (…)
  9. Si ricordi che presso i Persiani la fronte era la rivelazione dei misteri di Dio, che naturalmente non è lecito all’uomo esporre compiutamente.
  10. Fedeli d’Amore.
  11. Nascosto.
  12. Gli estranei.
  13. Svestiti.
  14. Gli adepti.
  15. Si noti che, secondo quanto dice la glossa, il religioso potrebbe ancora campare «non pur per Rosa ma per un guardare». Egli potrebbe esser salvato dalla Rosa anche non posseduta, ma soltanto vista.
  16. E gli mostra un bocciuolo di «Rosa».
  17. I critici positivi sono mesti perché non hanno potuto trovare il cognome e la paternità della «Compiuta donzella» che scrisse sonetti lamentando che il padre (il Papa) volesse darle malo marito. La «Compiuta donzella» è questa ed è la setta e i sonetti sono chiaramente in gergo.
  18. Si può dire come Cecco d’Ascoli: «Dunque io son ella» (L’Acerba, III, 1).
  19. Questa figura androgina con testa d’uomo e di donna significante lo spirito ricongiunto e unificato con la suprema Sapienza (Dunque io son ella) si ritrova con il nome di Rebis in vari libri iniziatici posteriori (per esempio nell’Artes Auriferae Quam Chemiam vocant del 1593 e nell’Aurelia occulta Philosophorum del 1613) ma la figura invece delle rose ha nelle mani serpenti o altri simboli iniziatici e sotto i piedi la luna (Chiesa) o un drago. Si veda «Un codice alchemico italiano», in «Ur», I, 9.