"…la dottrina è infallibile, è a causa del fatto che essa è un’espressione della verità, la quale, in se stessa, è assolutamente indipendente dagli individui che la ricevono e che la comprendono. La garanzia della dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»". René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cap. "Sull’infallibilità tradizionale"

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martedì 31 marzo 2015

René Guénon, Del preteso «empirismo» degli antichi

René Guénon
Del preteso «empirismo» degli antichi * 

* Études Traditionnelles, luglio 1934. (Rivista di Studi Tradizionali n. 1) 

Abbiamo già spiegato in diverse occasioni la differenza fondamentale che esiste tra la natura delle scienze degli antichi e quelle dei moderni, differenza che è la stessa che passa fra le scienze tradizionali e le scienze profane; ma questo è un argomento sul quale sono diffusi tanti errori che non è mai troppa l’insistenza con la quale ci si torna su.
Si sente così affermare spesso, come cosa da non lasciar dubbi, che la scienza degli antichi era puramente «empirica», il che, in fondo, equivale a dire che essa non era nemmeno una scienza nel vero senso del termine, ma soltanto una specie di conoscenza meramente pratica ed utilitaria.
È invece facile constatare che le preoccupazioni di questo genere non hanno mai tenuto tanto posto quanto presso i moderni, e che, senza neppure risalire più lontano dell’antichità cosiddetta «classica», tutto ciò che dipende dalla esperimentazione era considerato dagli antichi come incapace di costituire se non una conoscenza di grado molto inferiore.
Non ci pare molto evidente come tale constatazione possa conciliarsi con quello che affermano i moderni i quali, nello stesso tempo, non mancano quasi mai, in altre occasioni, di rimproverare agli antichi il loro disdegno per l’esperienza! La fonte di questo errore, come di molti altri, è la concezione «evoluzionistica» o «progressista» per cui si vuole che ogni conoscenza abbia cominciato con l’essere ad uno stato rudimentale, a partire dal quale si sarebbe a poco a poco sviluppata ed elevata. In tal modo si postula una specie di grossolana semplicità primitiva che, naturalmente, non può essere oggetto di alcuna constatazione, e si pretende di far tutto partire dal basso, come se non fosse contraddittorio ammettere che il superiore possa aver origine dall’inferiore. Invero una concezione simile non è un semplice errore, ma costituisce propriamente una «contro-verità», vogliamo dire con ciò che essa si situa esattamente agli antipodi della verità, per uno strano rovesciamento, caratteristico dello spirito moderno.
Al contrario, la verità è che vi è stata, dalle origini, una specie di degradazione o di «discesa» continua, procedente dalla spiritualità verso la materialità, vale a dire dal superiore all’inferiore, e manifestatasi in tutti i domini dell’attività umana; da essa sono nate, in epoche abbastanza recenti, le scienze profane, separate da ogni principio trascendente e giustificate unicamente dalle applicazioni pratiche a cui danno luogo. È questo, in fondo, tutto quel che interessa l’uomo moderno, il quale non si cura affatto della conoscenza pura, e che, quando parla degli antichi, come dicevamo prima, non fa che attribuir loro le sue proprie tendenze[1], perché non concepisce nemmeno che essi abbiano potuto averne di tutt’affatto differenti, non più di quanto concepisca che possono esistere delle scienze che abbiano tutt’altro oggetto e tutt’altro metodo di quelle che egli coltiva in modo esclusivo.
Conseguenza di questo errore è anche l’«empirismo» inteso nel senso in cui tale termine designa una teoria filosofica, l’idea cioè, anch’essa modernissima, che ogni conoscenza derivi interamente dall’esperienza, e più precisamente dall’esperienza sensibile; questo non è, del resto, in realtà, che uno dei modi di affermare che tutto viene dal basso.
È chiaro che, se si esclude quest’idea preconcetta, non vi è alcuna ragione di supporre che il primo stato di ogni conoscenza abbia dovuto essere «empirico»; questo accostamento tra i due sensi della stessa parola non ha certamente niente di fortuito, e potremmo dire che è l’«empirismo» filosofico dei moderni che li porta ad attribuire agli antichi un «empirismo» di fatto. Quanto a noi, dobbiamo confessare, che non siamo mai riusciti a capire nemmeno la possibilità di una tale concezione, talmente essa ci pare andar contro ad ogni evidenza: che vi siano conoscenze che non vengono affatto dai sensi è puramente e semplicemente una constatazione di fatto; ma i moderni, i quali tuttavia pretendono appoggiarsi esclusivamente sui fatti, fanno vista di non accorgersene e volentieri li negano quando essi non si accordino con le loro teorie. Insomma, l’esistenza di questa concezione prova semplicemente, in coloro che l’hanno emessa e in quelli che l’accettano, la scomparsa completa di certe facoltà d’ordine sopra-sensibile, a cominciare naturalmente dalla intuizione intellettuale pura. Sparizione di tali facoltà quanto al loro esercizio effettivo, beninteso, poiché esse sussistono malgrado tutto allo stato latente in ogni essere umano; sennonché questo stato di atrofia può raggiungere un tale grado di «solidità» che la loro manifestazione diviene completamente impossibile, ed è proprio questo che constatiamo presso la gran maggioranza dei nostri contemporanei.
Le scienze tali quali i moderni le concepiscono, vale a dire le scienze profane, non presuppongono effettivamente niente di più e nient’altro che una elaborazione razionale di dati sensibili; sono dunque esse ad essere veramente «empiriche» quanto al loro punto di partenza; e si potrebbe dire che i moderni confondono indebitamente l’origine di tutte le scienze con il punto di partenza di quelle a loro proprie. E tuttavia, anche in queste ultime, sussistono vestigia degradate o alterate di conoscenze antiche, la cui natura reale sfugge loro; intendiamo soprattutto parlare delle scienze matematiche, le cui nozioni essenziali non potrebbero essere tratte dalla esperienza sensibile. Gli sforzi di certi filosofi per spiegare «empiricamente» l’origine di tali nozioni sono talvolta d’una comicità irresistibile. Se qualcuno fosse tentato di protestare sentendoci parlare di riduzione e di alterazione, gli chiederemmo allora di paragonare per esempio la scienza tradizionale dei numeri con l’aritmetica profana: potrà così senza dubbio comprendere abbastanza facilmente quello che vogliamo intendere.
Del resto, la maggior parte delle scienze profane non deve realmente la sua origine che a dei brandelli o, si potrebbe dire, a dei residui di scienze tradizionali incomprese: altrove abbiamo citato come particolarmente caratteristico l’esempio della chimica, le cui origini non si trovano affatto nella alchimia vera, ma nella sua denaturazione operata dai «soffiatori», profani che, ignorando il vero senso dei simboli ermetici, se ne appropriarono assumendoli nella loro accezione grossolanamente letterale.
Abbiamo pure citato il caso dell’astronomia, la quale non rappresenta che l’aspetto materiale dell’antica astrologia isolato da tutto ciò che costituiva lo «spirito» di questa scienza, irrimediabilmente perduto per i moderni, i quali vanno ripetendo scioccamente che l’astronomia fu scoperta, in modo del tutto «empirico» dai «pastori caldei», senza nemmeno sospettare che il termine Caldeo era in realtà la denominazione di una casta sacerdotale! Gli esempi di questo genere si potrebbero moltiplicare a piacere, stabilendo, per esempio, un paragone tra le cosmogonie sacre e la teoria della «nebulosa» e altre ipotesi simili, o, ancora, in un altro ordine di idee, illustrando la degenerazione della medicina a partire dalla sua antica dignità di «arte sacerdotale», e via di questo passo. La conclusione sarebbe sempre la stessa: dei profani si sono impadroniti illegittimamente di frammenti di conoscenze di cui non potevano afferrare né il significato né l’efficacia, e ne hanno formato delle scienze cosiddette indipendenti, che valgono esattamente quanto essi stessi valevano; la scienza moderna, nata in questo modo, non è dunque che la scienza degli ignoranti (per una curiosa ironia delle cose lo «scientismo» dei nostri tempi tiene soprattutto a proclamarsi «laico», senza accorgersi che in questo termine è insita, per l’appunto, la confessione esplicita di tale ignoranza).
Le scienze tradizionali, come sovente abbiamo detto, sono essenzialmente caratterizzate dal loro riallacciarsi ai principi trascendenti, da cui esse dipendono strettamente a titolo di applicazioni più o meno contingenti, e questo è proprio tutto il contrario dell’«empirismo»; ma ai profani i principi necessariamente sfuggono, ed è per questa ragione che costoro, fossero pure degli studiosi moderni, non possono mai essere in fondo che degli «empirici».
Da quando, in seguito alla degradazione a cui abbiamo fatto allusione, gli uomini non sono più tutti ugualmente qualificati per qualsiasi conoscenza, e cioè almeno a partire dall’inizio del Kali-Yuga (l’età del ferro della tradizione greco-romana), perché la loro scienza monca e falsata abbia potuto farsi prendere sul serio e presentarsi per quello che non è, fu necessario che la vera conoscenza scomparisse insieme con le organizzazioni iniziatiche che erano incaricate di conservarla e di trasmetterla; è precisamente questo che è successo nel mondo occidentale nel corso degli ultimi secoli.
Aggiungiamo ancora che dal modo con cui i moderni considerano le conoscenze degli antichi si vede apparire nettamente questa negazione di ogni elemento «sopra-umano» che costituisce il fondo dello spirito antitradizionale e che, tutto sommato, non è che una conseguenza dell’ignoranza profana. Non solo si riduce tutto a proporzioni puramente umane, ma, conseguentemente a questo rovesciamento di ogni cosa che la concezione «evoluzionista» comporta. si giunge persino a porre all’origine qualcosa di «infra-umano»; e la cosa più grave è che, agli occhi dei nostri contemporanei, tutto ciò sembra essere completamente normale: tutte queste cose si è giunti a enunciarle come se non potessero nemmeno venire contestate, e a presentare come «fatti» le ipotesi meno fondate, e tutto ciò perché evidentemente non si ha nemmeno più l’idea che possa essere altrimenti. Il più grave è questo, diciamo, perché può far temere che, giunta a tal punto, la deviazione dello spirito moderno sia completamente irreparabile.
Queste considerazioni potranno anche aiutare a comprendere perché sia assolutamente vano cercare di stabilire un accordo o un qualsiasi accostamento tra le conoscenze tradizionali e le conoscenze profane, e perché le prime non abbiano da chiedere alle seconde una «conferma» di cui in se stesse non hanno affatto bisogno.
Se insistiamo, è perché sappiamo quanto questo modo di vedere sia diffuso oggigiorno in coloro che hanno qualche idea delle dottrine tradizionali, ma un’idea, se si può dire, «esteriore» e insufficiente sia a permettergli di penetrarne la natura profonda, sia a impedirgli di rimanere illusi dal prestigio ingannatorio della scienza moderna e delle sue applicazioni pratiche. Costoro, mettendo in tal modo sullo stesso piano cose che non sono affatto comparabili, non solo perdono il proprio tempo e sprecano i loro sforzi, ma rischiano inoltre di deviare essi stessi e far deviare gli altri verso ogni specie di falsa concezione; le molteplici varietà dell’«occultismo» stanno a mostrare che questo pericolo c’è ed è persin troppo reale.



[1] È per un’illusione dello stesso genere che i moderni, poiché sono mossi da interessi soprattutto «economici», pretendono spiegare tutti gli avvenimenti storici riportandoli a cause di quest’ordine.

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