"…la dottrina è infallibile, è a causa del fatto che essa è un’espressione della verità, la quale, in se stessa, è assolutamente indipendente dagli individui che la ricevono e che la comprendono. La garanzia della dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»". René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cap. "Sull’infallibilità tradizionale"

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martedì 24 marzo 2015

René Guénon, L’iniziazione e i Mestieri

René Guénon
L’iniziazione e i Mestieri *

 * Le Voile d’Isis, aprile 1934. (Rivista di Studi Tradizionali, n. 2, 54/55, 66) 

Abbiamo detto spesso che la concezione «profana» delle scienze e delle arti, quale ha corso attualmente in Occidente, è cosa modernissima, e presuppone una degenerazione nei confronti di uno stato anteriore in cui le une e le altre avevano un carattere del tutto diverso. La stessa cosa si può dire dei mestieri; e d’altronde la distinzione fra le arti e i mestieri, o fra «artista» e «artigiano», è essa pure specificamente moderna, quasi fosse nata dalla deviazione profana e non avesse senso che per essa. L’«artifex» è per gli antichi, indifferentemente, l’uomo che esercita un’arte o un mestiere; non artista né artigiano, nel senso che queste parole hanno oggigiorno, egli è qualcosa di più dell’uno e dell’altro perché, originariamente almeno, la sua attività è connessa a principi di un ordine molto più profondo. Infatti, in tutte le civiltà tradizionali, qualsiasi attività umana è considerata sempre ed essenzialmente come derivante dai principi; in tal modo essa risulta come «trasformata», e, in luogo d’essere ridotta alla sua sola manifestazione esteriore (quale, tutto sommato, la riduce ad essere il punto di vista profano), appare integrata alla tradizione e costituisce, per colui che la compie, un mezzo di partecipazione effettiva a quest’ultima.
Così è anche dal semplice punto di vista exoterico: se si considerano per esempio civiltà quali la civiltà islamica o quella cristiana del medio evo, è facile rendersi conto del carattere «religioso» che vi rivestono gli atti più ordinari dell’esistenza. Qui la religione non è più qualcosa che occupa un posto a parte, senza nessun rapporto con tutto il resto, come per gli Occidentali moderni (per quelli almeno che consentono ancora ad ammettere una religione); al contrario, essa compenetra tutta l’esistenza dell’essere umano, o, per dir meglio, tutto ciò che forma quest’esistenza, ed in particolare la vita sociale, la quale si trova come inglobata nel suo dominio, sì che in realtà non può sussistere nulla di «profano» se non per coloro che, per una ragione o per l’altra, sono esclusi dalla tradizione, il qual caso rappresenta una semplice anomalia. Altrove, dove non esiste nulla a cui s’applichi propriamente il nome di «religione», c’è nondimeno una legislazione tradizionale e «sacra» che, pur avendo carattere diverso, adempie esattamente la stessa funzione, sicché queste considerazioni si possono applicare a tutte le civiltà tradizionali senza eccezione.
Ma non è tutto: passando dall’exoterismo all’esoterismo (impieghiamo questi due termini per comodità, benché essi non convengano qui con egual rigore a tutti i casi), constatiamo in generale l’esistenza di un’iniziazione legata ai mestieri e basata su di essi; questo significa che i mestieri sono suscettibili di un significato superiore e più profondo; sarebbe nostra intenzione dare qui un’idea di come essi possano effettivamente fornire una via d’accesso al dominio iniziatico.
Aiuta a comprendere ciò la nozione di quello che la dottrina indù chiama swadharma, o compimento, da parte di ogni essere, di un’attività conforme alla sua natura propria; ed è pure in grazia di questa nozione, o piuttosto per la sua assenza, che si rivela più nettamente il difetto della concezione profana. In conseguenza di quest’ultima, infatti, un uomo può adottare una professione qualsiasi, o cambiarla a suo piacere, come se la professione fosse qualcosa di puramente esteriore a lui, senza nessun legame reale con quello che egli è veramente, con ciò che lo fa se stesso e non altro. Nella concezione tradizionale, invece, ognuno deve normalmente adempiere la funzione a cui è destinato dalla propria natura, e non può adempierne un’altra senza provocare un disordine grave, che avrà la sua ripercussione su tutta l’organizzazione sociale di cui fa parte; ben di più, se tale disordine viene a generalizzarsi, esso giungerà ad avere degli effetti sullo stesso ambiente cosmico, tutte le cose essendo legate tra loro secondo corrispondenze rigorose. Senza insistere ulteriormente su quest’ultimo punto, che tuttavia potrebbe trovare abbastanza facilmente la sua applicazione alle condizioni dell’epoca attuale, faremo notare che l’opposizione delle due concezioni può, almeno sotto un certo aspetto, essere ricondotta a quella di un punto di vista «quantitativo» e di un punto di vista «qualitativo»: nella concezione tradizionale sono le qualità essenziali degli esseri a determinare la loro attività; nella concezione profana gli individui sono invece considerati come mere «unità» intercambiabili, quasi fossero in se stessi sprovvisti di ogni qualità.
Quest’ultima concezione, che è una conseguenza delle moderne idee di «eguaglianza» e di «uniformità» (quest’ultima è letteralmente il contrario della vera unità, implicando la molteplicità pura e «inorganica» di una specie di «atomismo sociale»), non può logicamente sfociare che nell’esercizio di un’attività puramente «meccanica», la quale non lascia sussistere più nulla di propriamente umano; ed è purtroppo questo che si può constatare ai nostri giorni. Deve quindi esser chiaro che i mestieri «meccanici» dei moderni, prodotto esclusivo della deviazione profana, non possono assolutamente offrire le possibilità di cui intendiamo parlare; a dire il vero, essi non possono nemmeno essere considerati mestieri, se si vuol conservare a questa parola il suo senso tradizionale, il solo che ci interessi presentemente.
Non è difficile capire come il mestiere, che è qualcosa, dell’uomo stesso, quasi un’espansione od una manifestazione della sua natura propria, possa servire di base a un’iniziazione, e come esso sia anzi, nella generalità dei casi, ciò che di più adatto vi è a questo fine. Infatti, anche se lo scopo essenziale dell’iniziazione è il superamento delle possibilità dell’individuo umano, non è men vero che essa non può far altro che prendere come punto di partenza l’individuo tal quale esso è; di qui la diversità delle vie iniziatiche. ovvero, in altri termini, la diversità dei mezzi usati quali «supporti» in conformità con la differenza delle nature individuali, differenza che per altro si farà sentire in seguito tanto meno quanto più l’essere avanzerà nella sua via. I mezzi così impiegati non possono avere efficacia se non corrispondono alla natura stessa degli esseri a cui si applicano, e dovendosi procedere da ciò che è più accessibile a ciò che è meno accessibile, dall’esterno all’interno, è normale che si assumano nell’attività per il cui mezzo tale natura si manifesta esteriormente. È ovvio però che questa attività può adempire efficacemente tale funzione soltanto quando traduca realmente la natura interiore dell’essere; si tratta dunque d’una vera e propria «qualificazione», nel senso iniziatico della parola; «qualificazione» che, in condizioni normali, dovrebbe essere richiesta per l’esercizio stesso del mestiere. Si passa così alla differenza fondamentale che separa l’insegnamento iniziatico dall’insegnamento profano: ciò che è semplicemente «appreso» dall’esterno è in questo campo senza nessun valore, perché si tratta di «svegliare» le possibilità latenti che l’essere porta in se stesso[1].
Da queste ultime considerazioni si può anche capire come l’iniziazione, prendendo per «supporto» il mestiere, avrà nello stesso tempo, e in qualche modo inversamente, una ripercussione sull’esercizio del mestiere stesso. L’essere infatti, avendo pienamente realizzato le possibilità di cui la sua attività professionale non è che un’espressione esteriore, e possedendo in tal modo la conoscenza effettiva di ciò che costituisce il principio di tale attività, compirà da quel momento in modo cosciente quello che prima era soltanto una conseguenza affatto «istintiva» della sua natura; e così, se la conoscenza iniziatica è per lui nata dal mestiere, quest’ultimo, a sua volta, diventerà il campo d’applicazione di questa conoscenza, dalla quale non potrà più essere separato. Vi sarà allora una perfetta corrispondenza fra interiore ed esteriore, e l’opera potrà essere, non più soltanto più o meno superficiale, ma l’espressione realmente adeguata di colui che l’ha concepita ed eseguita, e costituirà il suo «capolavoro» nel vero senso della parola.
Ciò, come si vede, è ben lontano dalla pretesa «ispirazione» incosciente, o, se si vuole, subcosciente, nella quale i moderni vogliono vedere il segno del vero artista, considerandolo superiore all’artigiano secondo la distinzione più che contestabile di cui hanno preso l’abitudine. Artista od artigiano, colui che agisce secondo un’«ispirazione» di questo genere non è, in ogni caso, che un profano; egli mostra così senza dubbio di portare in sé determinate possibilità, ma finché non ne avrà preso effettivamente coscienza, anche se raggiunge quel che si è convenuto di chiamare il «genio», la cosa non cambierà; non potendo esercitare nessun controllo su queste possibilità, i suoi risultati saranno in qualche modo soltanto accidentali, ciò che è riconosciuto d’altronde comunemente quando si dice che l’«ispirazione» viene talvolta a mancare. La sola cosa che si può accordare per avvicinare il caso di cui stiamo trattando a quello nel quale interviene una conoscenza vera, è che l’opera la quale, coscientemente o incoscientemente, deriva veramente dalla natura di colui che la eseguisce, non darà mai l’impressione d’uno sforzo più o meno penoso, comportante sempre qualche imperfezione perché anormale; al contrario, essa trarrà la sua stessa perfezione dalla propria conformità con la natura, ciò che implica il suo esatto adattamento al fine a cui è destinata.
Volendo ora definire più rigorosamente la sfera di quelle che possono chiamarsi le iniziazioni di mestiere, diremo che esse appartengono all’ordine dei «piccoli misteri», riferendosi allo sviluppo delle possibilità propriamente inerenti allo stato umano. Questo sviluppo, se non è il fine ultimo della iniziazione, tuttavia ne costituisce obbligatoriamente la prima fase; bisogna infatti che esso si effettui nella sua integralità prima di poter passare oltre lo stato umano; ma, al di là di quest’ultimo, è evidente che le differenze su cui si appoggiano le iniziazioni di mestiere scompaiono completamente e non possono quindi più essere di alcuna conseguenza.
Come abbiamo spiegato in altre occasioni, i «piccoli misteri» conducono alla restaurazione di ciò che le dottrine tradizionali designano come lo «stato primordiale»; ma quando l’essere è pervenuto a questo stato, che appartiene ancora al dominio dell’individualità umana (ed è il punto di comunicazione di quest’ultima con gli stati superiori), le differenziazioni che danno origine alle diverse funzioni «specializzate» scompaiono, pur se, o piuttosto, proprio perché esse tutte vi hanno ugualmente la loro origine; è a questa sorgente comune che bisogna risalire per possedere in tutta la sua pienezza ciò che comporta l’esercizio di qualsiasi funzione. Se consideriamo la storia dell’umanità come viene insegnata dalle dottrine tradizionali, ossia in conformità con le leggi cicliche, dobbiamo dire che l’uomo, all’origine, quando era nel pieno possesso del suo stato d’esistenza, possedeva naturalmente le facoltà corrispondenti a tutte le funzioni, anteriormente a ogni loro distinzione. La divisione delle funzioni si produsse in uno stadio ulteriore e ormai inferiore allo «stato primordiale», nel quale però ogni essere umano, pur non avendo più che determinate possibilità, possedeva ancora spontaneamente, di esse, una coscienza effettiva. Soltanto in una fase di maggiore oscuramento tale coscienza venne a perdersi e da allora l’iniziazione diventò necessaria per permettere all’uomo di ritrovare, con questa coscienza, lo stato anteriore al quale esso è legata; è questo infatti il primo dei suoi scopi, quello che essa si pone più immediatamente. Perché ciò sia possibile è necessaria una trasmissione risalente, attraverso una «catena» ininterrotta, fino allo stato da ricostituire, e così, di gradino in gradino, fino allo «stato primordiale» vero e proprio; ma, poiché l’iniziazione non vi si arresta, e i «piccoli misteri» non sono che la preparazione ai «grandi misteri», ovvero alla presa di possesso degli stati superiori dell’essere, è necessario risalire oltre le origini stesse dell’umanità.
Di fatto, non c’è vera iniziazione, anche al grado più elementare e inferiore, senza l’intervento di un elemento «non umano», il quale è, secondo quanto abbiamo esposto in altre occasioni, l’«influenza spirituale» regolarmente comunicata per mezzo del rito iniziatico. Le cose stando a questo modo, appare chiaramente fuori luogo una ricerca «storica» dell’origine dell’iniziazione, questione sprovvista di ogni significato, così come senza significato è la ricerca dell’origine dei mestieri, delle arti e delle scienze nella loro concezione tradizionale e «legittima»; arti, scienze e mestieri derivano ugualmente, attraverso differenziazioni e adattamenti molteplici ma secondari, dallo «stato primordiale», il quale li contiene tutti in principio. Per questa ragione essi sono legati agli altri ordini d’esistenza al di là della stessa umanità, ciò che d’altra parte è necessario perché essi possano, ognuno al suo livello e nella propria misura, concorrere effettivamente alla realizzazione del piano del Grande Architetto dell’Universo.


[1] È questo, in fondo, il vero significato della «reminiscenza» platonica.

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