"…la dottrina è infallibile, è a causa del fatto che essa è un’espressione della verità, la quale, in se stessa, è assolutamente indipendente dagli individui che la ricevono e che la comprendono. La garanzia della dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»". René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cap. "Sull’infallibilità tradizionale"

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domenica 8 marzo 2015

René Guénon, Le idee eterne

René Guénon
Le idee eterne * 

* Études Traditionnelles, settembre 1947. (Rivista di Studi Tradizionali n. 19)

In un precedente articolo abbiamo fatto osservare, a proposito dell’assimilazione dello spirito all’intelletto, come non vi siano difficoltà a parlare d’«Intelletto divino», il che evidentemente implica una trasposizione di questo termine al di là del dominio della manifestazione; questo punto merita peraltro ulteriori precisazioni, poiché è in esso che si trova in definitiva la ragion d’essere dell’assimilazione in questione. Noteremo subito che, anche a questo riguardo, ci si può porre da livelli diversi a seconda che le nostre considerazioni si arrestino all’Essere o che vadano al di là di esso; è evidente d’altronde che quando sono i teologi a prendere in esame l’Intelletto divino o il Verbo come «luogo dei possibili», essi non abbiano in vista altro che le possibilità di manifestazione, le quali, come tali, sono comprese nell’Essere; mentre la trasposizione che consente di passare da quest’ultimo al Principio supremo non appartiene più al dominio della teologia, ma unicamente a quello della metafisica.
Ci si potrebbe chiedere se questa concezione dell’Intelletto divino e quella del «mondo intelligibile» di Platone si identifichino o, in altre parole, se le «idee» in senso platonico siano le stesse eternamente contenute nel Verbo. In entrambi i casi si tratta pur sempre degli «archetipi» degli esseri manifestati; tuttavia, almeno a prima vista, può sembrare che il «mondo intelligibile» corrisponda piuttosto a quello della manifestazione informale e non a quello dell’Essere puro, cioè, per dirlo alla maniera indù, che sia piuttosto Buddhi considerata nell’universale che non Âtmâ, sia pur restringendo il concetto di quest’ultimo alla sola considerazione dell’Essere. È evidente che questi due punti di vista sono entrambi perfettamente legittimi[1]; ma se è così, le «idee» platoniche non si possono dire propriamente «eterne» in quanto questo termine non trova applicazione alcuna nel dominio della manifestazione, sia pure al livello più elevato e più vicino al Principio, mentre invece le «idee» contenute nel Verbo sono necessariamente eterne come Lui, stante che tutto ciò che appartiene all’ordine principiale è assolutamente permanente ed immutabile, cioè privo di qualsiasi specie di successione[2]. Nonostante ciò ci pare molto probabile che anche per lo stesso Platone fosse sempre possibile il passaggio dall’uno all’altro di questi punti di vista, com’è del resto nella realtà delle cose; comunque sia non insisteremo oltre a questo proposito, preferendo lasciare ad altri di prendere in esame più da presso quest’ultima questione che in definitiva è più d’interesse storico che dottrinale.
È molto strano tuttavia che taluni considerino le idee eterne come semplici «virtualità» in rapporto agli esseri manifestati di cui esse sono gli «archetipi» principiali; questa è un’illusione senza dubbio dovuta alla distinzione volgare tra «possibile» e «reale», distinzione che, come altrove[3] abbiamo spiegato, non può avere il minimo valore dal punto di vista metafisico. Questa illusione è più grave di quanto sembri, perché porta in sé una vera e propria contraddizione di cui è veramente incomprensibile come non ci si accorga; in effetti, nulla di virtuale può esservi nel Principio, bensì la permanente attualità di tutte le cose in un eterno presente, ed è appunto questa attualità che costituisce l’unico fondamento reale di ogni esistenza. E tuttavia, certa gente va così lontano nel suo errore, da considerare le idee eterne come specie di immagini (il che, per inciso, implica un’ulteriore contraddizione per la pretesa di introdurre qualcosa di formale perfino nel Principio) senza rapporti più effettivi con gli esseri che non le loro immagini riflesse in uno specchio; si tratta, per essere precisi, di un vero e proprio rovesciamento del rapporto del Principio con la manifestazione, la cui evidenza è tale da evitarci ulteriori spiegazioni. Certamente la verità è ben lungi da tutte queste erronee concezioni: l’idea di cui stiamo parlando è il principio stesso dell’essere, cioè quella che ne determina la vera realtà, e senza la quale esso è puro e semplice nulla; sostenere il contrario equivale a tagliare ogni legame fra l’essere manifestato ed il Principio, e se contemporaneamente si attribuisce a tale essere una esistenza reale, questa esistenza, lo si voglia o no, non potrà che essere indipendente dal Principio, per cui, come già facemmo osservare in altra occasione[4], si arriva così inevitabilmente all’errore di «associazione». E una volta riconosciuto che l’esistenza degli esseri manifestati, per tutto quanto è in essa di realtà positiva, non può essere null’altro che una «partecipazione» dell’essere principiale, non ci possono essere dubbi a questo proposito; se contemporaneamente si ammettessero tale «partecipazione» e la pretesa «virtualità» delle idee eterne, si tratterebbe soltanto di una contraddizione in più. In effetti, ad essere virtuale non è affatto la nostra realtà nel Principio, bensì esclusivamente la coscienza che possiamo averne in quanto esseri manifestati, il che evidentemente è tutta un’altra cosa; ed è soltanto attraverso la realizzazione metafisica che si può rendere effettiva la coscienza di che cosa sia il nostro essere vero, fuori e di là da qualsiasi divenire, cioè non la coscienza di un qualcosa che in certo qual modo passi dalla «potenza» all’«atto», bensì, nel suo significato più reale, di quello che siamo principialmente ed eternamente.
Ora, per riallacciare quanto detto a proposito delle idee eterne a ciò che si riferisce all’intelletto manifestato, bisogna naturalmente ritornare ancora alla dottrina del sûtrâtmâ in qualsiasi forma la si esprima, poiché i diversi simboli che tradizionalmente si possono impiegare sono in fondo perfettamente equivalenti. Così, riprendendo la rappresentazione cui eravamo ricorsi in precedenza, si potrà dire che l’intelletto divino è il Sole spirituale, mentre l’intelletto manifestato è un raggio di questo[5]; e non ci può essere discontinuità fra il Principio e la manifestazione come non ve n’è fra il Sole ed i suoi raggi[6]. È dunque in virtù dell’intelletto che qualsiasi essere, in tutti i suoi stati di manifestazione, è riallacciato direttamente al Principio, e questo perché il Principio, in quanto contiene eternamente la «Verità» di tutti gli esseri, non è Esso stesso altro che l’Intelletto divino[7].



[1] Qui non facciamo alcuna distinzione fra il dominio dell’Essere e ciò che sta al di là, perché è evidente che le possibilità di manifestazione, considerate più specialmente in quanto comprese nell’Essere, non differiscono in realtà minimamente da queste stesse possibilità in quanto contenute, come tutte le altre, nella Possibilità Totale; la differenza sta esclusivamente nel punto di vista o nel «livello» da cui ci si pone, a seconda che si consideri o meno il rapporto di tali possibilità con la manifestazione stessa.
[2] È forse interessante osservare che l’«idea» o l’«archetipo» considerato nell’ordine della manifestazione informale, e in rapporto a ciascun essere, corrisponde in fondo, benché in una forma espressiva diversa, alla concezione cattolica dell’«Angelo custode».
[3] Cfr. Gli stati molteplici dell’essere, cap. II.
[4] Cfr. «Le “radici delle piante”», in Simboli della Scienza sacra, cap. LXII.
[5] In realtà tale raggio è unico finché Buddhi viene considerata nell’Universale (si tratta allora del «piede unico del Sole» di cui si parla nella tradizione indù) mentre si moltiplica in apparenza indefinitamente in rapporto agli esseri particolari (il raggio sushumnâ mediante il quale ogni essere, in qualunque stato si trovi, è allacciato in modo permanente al Sole spirituale).
[6] Sono questi raggi, secondo il simbolismo da noi esposto altrove, a realizzare la manifestazione «misurandola» mediante la loro effettiva estensione a partire dal Sole (vedere Le Règne de la quantité et les signes des temps, cap. III).
[7] Secondo la tradizione islamica, el-haqiqah, o la «verità» di ogni essere risiede nel Principio divino in quanto questo è lui stesso El-Haqq o la «Verità» in senso assoluto.

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