"…la dottrina è infallibile, è a causa del fatto che essa è un’espressione della verità, la quale, in se stessa, è assolutamente indipendente dagli individui che la ricevono e che la comprendono. La garanzia della dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»". René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cap. "Sull’infallibilità tradizionale"

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mercoledì 1 aprile 2015

Bhagavad Gîtâ - I - Capitoli I-VI

Bhagavad Gîtâ - I
Capitoli I-VI

Indice
Capitolo primo - Esitazione e angoscia di Arjuna
Capitolo secondo - Teoria Samkhya e Pratica Yoga
Capitolo terzo - Il Karma Yoga o la via nell'agire
Capitolo quarto - La via della conoscenza
Capitolo quinto - La vera rinuncia
Capitolo sesto - Il vero Yoga
Capitolo settimo - Dio e il mondo
Capitolo ottavo - Il processo dell'evoluzione cosmica
Capitolo nono - Il Signore è superiore alla creazione
Capitolo decimo - Dio è la fonte di tutto: conoscere Lui è conoscere tutto
Capitolo undicesimo - La trasfigurazione del Signore
Capitolo dodicesimo - La fede nel Dio personale è superiore alla meditazione sull'Assoluto
Capitolo tredicesimo - Intorno al corpo, detto il campo, all'anima, chiamata il conoscitore del campo e alla differenza fra l'uno e l'altra
Capitolo quattordicesimo - Il padre mistico degli esseri
Capitolo quindicesimo - L'albero della Vita
Capitolo sedicesimo - La natura del divino e lo spirito demoniaco
Capitolo diciassettesimo - I tre guna applicati ai fenomeni religiosi
Capitolo diciottesimo - Conclusione


Capitolo I
Esitazione e angoscia di Arjuna

La domanda

Dhrtarastra disse:
(1) Nel campo (dell'adempimento) della giustizia, nel campo dei Kuru, quando si furon messi di fronte, desiderosi di lotta, la mia gente da un lato, i Panduidi dall'altro, che cosa fecero essi, o Samjaya?

I due eserciti

Samjaya disse:
(2) Ordunque, avendo visto allora Duryodhana, il re, l'esercito dei Panduidi disposto in ordine di battaglia, accostatosi al maestro (gli) tenne questo discorso:
(3) Guarda, o maestro, questo possente esercito dei figli di Pandu raccolto dal tuo sapiente discepolo, il figlio di Drupada.
(4) Quaggiù (ci sono) eroi, grandi arcieri, pari in battaglia a Bhima e ad Arjuna (e cioè vi sono) i Yuyudhana, Virata e Drupada il valente guerriero.
(5) Dhrstaketu, Cekitana e il valoroso re di Kasi, Purujit e Kuntibhoja e Saibya, eroe fra gli uomini.
(6) Yudhamanyu il forte ed Uttamauja il prode; e inoltre il figlio di Subhadra e i figli di Draupadi, grandi guerrieri tutti.
(7) Coloro che fra noi si trovano ad essere particolarmente distinti, i capi del mio esercito, quelli impara a conoscere, o migliore fra i due volte nati. Costoro per tua conoscenza io ti menzionerò per nome.
(8) Tu, o Signore, e Bhisma e Karna e Krpa vittorioso in battaglia, Asvatthaman e Vikarna ed anche il figlio di Somadatta.
(9) E molti altri eroi, che per me son pronti a rinunciare alla vita, che sanno combattere con armi di vario genere, tutti esperti nel guerreggiare.
(10) Ingente è questo nostro esercito, del quale sta Bhisma a presidio mentre codesto loro esercito, retto da Bhima, non è poderoso.
(11) E (dunque) su tutti i punti del fronte, ciascuno secondo il posto (che gli compete), saldi restando, voi tutti lottate in favore di Bhisma.

Il suono dei corni

(12) Per far sorgere ardente il desiderio di Duryodhana (di combattere) il vecchio kuruide, l'avo valoroso, ruggì come un leone con voce poderosa. Pieno di ardore dette fiato alla tromba.
(13) Allora conchiglie e grancasse, tamburi e timpani e corni d'un tratto si cominciò a battere e ne nacque un rumore fragoroso.
(14) Allora stando sul grande carro aggiogato ai bianchi cavalli, Madhava e il Panduide (Krsna ed Arjuna) dettero fiato alle loro divine conchiglie.
(15) Krsna soffiò nel suo Pancajanya ed Arjuna nel suo Devadatta e Bhima, l'eroe dalle spaventose imprese e dal ventre di lupo (dal grande appetito), dette fiato alla sua grande conchiglia, Paundra.
(16) Il re Yudhisthira, figlio di Kuntì, dette fiato al suo Anantavijaya e Nakula e Sahadeva soffiarono in Sughosa e Manipuspaka.
(17) E il re di Kasi, sommo fra gli arcieri, e Sikhandin dal grande carro, Dhrstadyumna e Virata e Satyaki, l'invitto,
(18) Drupada e i figli di Draupadi tutti insieme, o Signore della terra, e il figlio di Subhadra dalle forti braccia dettero fiato alle loro conchiglie da tutti i lati.
(19) Il fragore frastornante che faceva rimbombare il cielo e la terra, lacerò i cuori dei figli di Dhrtarastra. Arjuna guarda i due eserciti.
(20) Allora il panduide (Arjuna) che aveva per insegna la scimmia Hanuman, dopo che ebbe visto i figli di Dhrtarastra disposti in ordine di battaglia, e avendo inizio lo scontro delle armi, alzando l'arco,
(21) O Signore della terra, questo discorso rivolse a Hrsikesa (Krsna): o Acyuta (Krsna), fa che il mio carro si trovi a stare fra i due eserciti;
(22) in modo che io osservi gli uomini che qui si ergono desiderosi di battaglia, (e) che devono combattere con me nell'agone di questa battaglia;
(23) in modo che io possa guardare costoro che son desiderosi di combattere, e che sono qui raccolti, pronti a compiere in battaglia il volere del figlio di Dhrtarastra dall'animo perverso.
(24) Così, o Bharata (Dhrtarastra) essendo stata rivolta la parola da Gudakesa (Arjuna), Hrsikesa (Krsna) avendo arrestato fra i due eserciti il migliore dei carri,
(25) di fronte a Bhisma, Drona e a tutti quei signori di terre, disse: "Considera, o Partha (Arjuna), questi Kuru raccolti (in questo luogo)".
(26) Allora Partha vide che stavano là padri e nonni, maestri, zii, fratelli, figli, nipoti e compagni anche,
(27) ed anche suoceri e amici nell'uno e nell'altro esercito. E dopo che il figlio di Kuntì (Arjuna) ebbe visto tutti quei parenti così disposti in ordine di battaglia,
(28) in preda a (un sentimento di) grande compassione, fece, turbato, questo discorso: O Krsna, vedendo la mia propria gente piena d'ardore guerresco e disposta in ordine di battaglia,
(29) le mie membra vengono meno e la bocca (mi) diventa secca e un tremito nel corpo mi si produce e così il rizzarsi dei capelli;
(30) (l'arco) Gandiva mi sfugge di mano e la pelle tutta mi arde; non riesco a stare in piedi; la mia mente vacilla.
(31) E vedo segni contrari di augurio, o Kesava (Krsna), né posso prevedere alcunché di meglio, se uccido la mia gente in battaglia.
(32) Io non aspiro alla vittoria, o Krsna, né a un regno né ai piaceri. A che ci serve mai un regno, o Govinda (Krsna), a che i piaceri, a che la vita stessa?
(33) Coloro proprio per i quali noi desideriamo regni, godimenti e piaceri, questi appunto stanno in battaglia, rinunciando alla vita e alle ricchezze,
(34) maestri, padri, figli e nonni anche, zii e suoceri, nipoti e cognati ed altri parenti.
(35) Costoro io non desidero uccidere, o Madhusudana pur se essi uccidono me; e (questo) nemmeno per (avere) il triplice regno; che cosa (dire) mai dunque (se non che non lo farei mai) per amore del dominio sulla terra (tanto inferiore)?
(36) Dopo aver ucciso i figli di Dhrtarastra, o Krsna, quale piacere potremmo mai avere, o Janardana? Il peccato soltanto potrebbe attaccarsi a noi, dopo che avessimo ucciso costoro, anche se essi son uomini disposti al male.
(37) Non è cosa degna che noi uccidiamo, quindi, i figli di Dhrtarastra, nostri parenti; in verità, come potremmo essere felici, dopo aver ucciso la nostra gente, o Madhava?
(38) Anche se costoro, i cui animi sono dominati dall'ingordigia, non riescono a vedere alcun male nel fatto che una famiglia sia distrutta e (non riescono a vedere) alcuna colpa nel fatto di tradire le persone care;
(39) come non dovremmo aver noi la coscienza di doverci tener lontani da codesta colpa, noi che ben vediamo il male che è nella distruzione delle famiglie, o janardana?
(40) Quando una famiglia va in rovina, le antichissime sue leggi (nel senso concreto delle virtú che ad esse si riferiscono) periscono; e quando la legge è perita, l'ingiustizia sottomette a sé, per conseguenza, la famiglia tutta intera.
(41) E quando è l'ingiustizia quella che predomina, o Krsna, le donne della stirpe diventano corrotte e quando le donne son diventate corrotte, si determina la confusione delle caste.
(42) E questa confusione vale l'inferno per coloro che hanno distrutto la famiglia e per la famiglia stessa; e (vi) cadono anche gli spiriti dei loro antenati, che si trovano ad essere privi delle offerte di riso e di acqua.
(43) Per quei misfatti, apportatori di confusione castale, (che son opera) di coloro che distruggono (così) la propria gente, vanno in malora le leggi della nascita e della famiglia, che durano da tempo immemorabile.
(44) E noi abbiamo appreso dalle nostre tradizioni, o Janardana, che eternamente dovranno vivere nell'inferno gli uomini delle famiglie, le cui leggi sono state mandate in malora.
(45) Ohimé, un grande peccato ci siamo noi decisi a commettere, per il fatto di trovarci si pronti ad uccidere la gente nostra per la brama dei piaceri che il regno può dare!
(46) (Davvero) preferirei se i figli di Dhrtarastra, con le armi in pugno, mi uccidessero, nella battaglia, senza che io opponessi loro resistenza, senza che io avessi armi, nemmeno!
(47) Così Arjuna avendo parlato sul campo di battaglia si accasciò a sedere nel carro, (via da sé) gettando l'arco e (la scorta del) le frecce, con l'animo angosciato.
Nell'Upanisad che si intitola Bhagavad Gita,
libro di interpretazione filosofica
e concernente la realizzazione yogica,
nel dialogo fra Sri Krisna e Arjuna
(è questo) il primo capitolo intolato
"Angoscia di Arjuna".


Capitolo II
Teoria Samkhya e Pratica Yoga

Krsna rimprovera Arjuna e lo esorta a comportarsi da valoroso

Samjaya disse:
(1) A lui che era così preso dal suo sentimento di pietà (e) i cui occhi erano pieni davvero di lacrime e che era affranto, Madhusudana rivolse queste parole:
Il Signore Beato disse:
(2) Da dove ti si è fatta d'accosto questa (tua) debolezza in (questo) momento di difficoltà? Essa tale è, che non se ne compiacerebbero gli uomini d'onore, tale da non condurre al cielo; ed è causa di disonore (sulla terra), o Arjuna.
(3) No, non cedere a questo tuo vile sentimento, o Partha, che esso non ti si conviene; cacciando la meschina debolezza d'animo, sorgi, o distruttore dei nemici.

I dubbi di Arjuna rimangono irrisolti

Arjuna disse:
(4) Come potrò, io, combattere sul campo di battaglia, con le frecce, Bhisma e Drona ambedue degni di rispetto, oh Madhusudana (uccisore di Madhu), oh Arisudana (uccisor dei nemici)?
(5) Meglio è mangiare il cibo del mendico, pur esso, in questo mondo qui, che uccidere questi venerandi maestri; con l'uccidere essi che sono i miei maestri, anche se sono bramosi di guadagno, godrei piaceri macchiati di sangue.
(6) E nemmeno questo sappiamo, quale delle due cose sia per noi migliore, che li vinciamo noi, o che essi ci vincano. I figli di Dhrtarastra, dopo aver ucciso i quali noi non avremo più desiderio di vivere, sono là, schierati in ordine di battaglia, faccia a faccia davanti a noi.
(7) Il (mio) proprio essere è preda dello smarrimento per questa mia colpa della compassione. Poiché la mente mi si confonde a proposito di quel che è, il mio proprio dovere, io ti domando: dimmi con certezza quale sia il meglio. lo sono il tuo discepolo; istruisci me, che in te cerco rifugio.
(8) Davvero non vedo che cosa possa allontanare da me questa angoscia che priva di ogni forza i miei sensi; (non ci potrebb'essere cosa alcuna capace di tanto) neppure se io raggiungessi sulla terra un ricco regno di incontrastabile potenza o avessi pur anche l'assoluto dominio degli esseri celesti.
Samjaya disse:
(9) Gudakesa, l'uccisore dei nemici, avendo così parlato a Hrsikesa, (e) dopo aver detto a Govinda "non combatterò" se ne stette in silenzio.
(10) (E) a lui (così) smarrito, in mezzo ai due eserciti, o Bharata, Hrsikesa, come sorridendo, rivolse questo discorso:

La distinzione fra il Sé e il Corpo:
non dobbiamo affliggerci per ciò che non può perire

Il Signore Beato disse:
(11) Per coloro ai quali non si addice il tuo pianto, ti affliggi, eppure sai dire parole assennate. (Ma) i saggi non si affliggono né per i morti né per quelli che morti non sono.
(12) Né mai c'è stato tempo in cui io non esistessi, né tu (esistessi) né questi signori di uomini, né di poi, in appresso, ci sarà tempo in cui noi tutti non saremo (non esisteremo più, avremo cessato di essere).
(13) L'anima dopo che in questo corpo è stata, (per) la fanciullezza, la gioventù, la vecchiaia, allora appunto realizza l'assunzione di un altro corpo. L'uomo, fermo di spirito, non trae da ciò motivo di smarrimento.
(14) I contatti con le cose materiali, o figlio di Kuntì, fanno sentire caldo e freddo, piacere e dolore; vanno e vengono e sono impermanenti. Apprendi a sopportarli, o Bharata.
(15) L'uomo che questi (contatti) non turbano, o capo di uomini, l'uomo fermo, che rimane lo stesso nel piacere e nel dolore, questo si rende adatto all'immortalità.
(16) Di ciò che non esiste non si dà venire all'essere; di ciò che esiste non c'è cessazione dell'essere. La conseguenza ultima dell'uno e dell'altro punto è stata scorta da quelli che vedono l'essenza della verità.
(17) Sappi dunque che ciò da cui tutto questo (mondo della molteplicità) si è diffuso, è indistruttibile. Di questo immutabile essere non c'è alcuno che possa causare la distruzione.
(18) Questi corpi dell'anima eterna (che vi si diffonde), indistruttibile e incomprensibile, son detti esser tali da avere una fine. Per questo, combatti, o bharata (Arjuna).
(19) Colui che pensa che sia esso ad uccidere e colui che pensa sia esso ad essere ucciso, sono tutti e due in errore, (perché) esso non uccide né è ucciso.
(20) Esso non nasce mai, né mai muore, né, essendo ciò che è venuto ad essere, (di nuovo) cesserà di essere; è non-nato, eterno, permanente, originario; non è ucciso, quando il corpo è ucciso.
(21) Colui che sa che esso (il Sé) è indistruttibile ed eterno, non-generato e immutabile, come può quella persona, o Partha, uccidere o far uccidere qualcuno?
(22) Come un uomo smettendo i vestiti usati, ne prende altri nuovi, così proprio l'anima incarnata, smettendo i corpi logori, viene ad assumerne altri nuovi.
(23) Le armi non fendono il Sé, il fuoco non lo brucia; né lo bagnano le acque, né lo dissecca il vento.
(24) Esso è tale che non lo si può fendere, tale da non poter essere arso, da non poter essere né bagnato né disseccato. Eterno è, onnipervadente, immoto ed immobile; esso è sempre identico a sé.
(25) Esso è detto non-manifesto, impensabile, immutabile. Per tale sapendolo, non deve affliggerti.
(26) Anche se pensi che esso (il sé) nasca eternamente ed eternamente muoia, anche allora, o uomo dal braccio possente, non devi tu trarne motivo d'angoscia.
(27) Dell'uomo che è nato in verità certa è la morte; e certa è la rinascita per quello che è morto. Di conseguenza, da ciò che è inevitabile non devi tu trarre motivo d'angoscia.
(28) Gli esseri non sono manifesti nel principio del loro esistere, sono manifesti nel loro esistere di mezzo e di bel nuovo non manifesti alla fine del loro esistere, o Bharata. Quale (motivo di) pianto può essere, quindi, in ciò?
(29) L'uno guarda ad esso come a qualcosa di meraviglioso; un altro parla di esso come di qualcosa di meraviglioso; un altro ancora ne sente (parlare) come di qualcosa di meraviglioso; ma anche dopo averne udito, non c'è alcuno che l'abbia conosciuto.
(30) L'Anima (il Sé) (che ha preso sede) nel corpo di ciascuno, o Bharata è eterna e non può mai essere uccisa. Perciò non devi tu trarre motivo di ansia per alcuna creatura.

Appello al sentimento del dovere

(31) E poi, considerando il tuo proprio dovere, non dovresti farti prendere da emozione; non esiste alcun'altra cosa che per uno Ksatriya valga di piú della battaglia combattuta secondo il proprio dovere.
(32) Felicemente gli Ksatriya accolgono una guerra siffatta venuta da sé spontaneamente (quale) porta aperta del cielo, o Partha.
(33) Ma se tu poi non vuoi compiere questa lotta secondo giustizia, allora, col metter da parte il tuo dovere e la tua gloria, commetterai peccato.
(34) Inoltre, gli uomini parleranno sempre della tua vergogna; e per uno di cui si è sempre avuta un'alta opinione, il disonore è peggiore della (stessa) morte.
(35) I grandi guerrieri penseranno che tu ti sia astenuto dal combattimento per paura; e andrai incontro al disprezzo di coloro dai quali tu eri pur ora molto stimato.
(36) Molte parole disonorevoli pronunceranno i tuoi nemici, i quali si faranno beffe del tuo valore. Che cosa potrebbe essere dunque (per te) piú penoso di questo?
(37) (Delle due l'una): o ucciso otterrai il cielo o, vincitore, ti godrai (questa) terra; sorgi, quindi, o figlio di Kuntì, deciso alla battaglia.
(38) Ugualmente stimando piacere e dolore, vincita e perdita, vittoria e sconfitta apprestati dunque alla battaglia; non potrai così commettere peccato.
(39) Questa è, (così) a te trasmessa, la sapienza del samkhya (o secondo ragione). Epperò ascolta quella (dello Yoga) che ora ti dirò; da una siffatta sapienza se sarai avvinto, o Partha, potrai sfuggire ai vincoli del karma (alle conseguenze delle tue opere).

Yoga e mentalità mondana

(40) Qui (in questo procedere o processo) non c'è cosa alcuna che neutralizzi lo sforzo, non c'è difficoltà (che tenga); anche un minimo di questo giusto procedere (di questo dharma) salva da grande paura.
(41) In questo processo l'intelletto risoluto è unico, o gioia dei Kuru; (ma) in verità dalle molte ramificazioni e senza termini sono gli intelletti di quelli che non hanno fermo lo spirito.
(42-43) I non-esperti (quelli che non vedono, gli stolti) che si compiacciono dei precetti vedici intesi alla lettera (delle parole dei Veda), quelli che dicono che non c'è altro, coloro il cui essere è desiderio e che hanno lo spirito fisso al cielo soprattutto, proclamano per l'appunto queste fiorite parole, le quali concludono al (concetto della) la rinascita come frutto delle azioni ed implicano molti riti speciali per ottenere il dominio e il godimento.
(44) L'intelligenza distinguente di coloro che sono dediti al dominio e al godimento e le cui menti sono rapite da essi non può fissarsi decisa nella concentrazione Yogica.
(45) I Veda riguardano il dominio dei tre guna (delle tre qualità o modi); ma tu dalle tre qualità diventa libero, o Arjuna; renditi libero dalle coppie degli opposti, col volere fermo alla somma realtà, senza curarti di acquistare e conservare, padrone del tuo vero Sé.
(46) In quel modo che (si può dire che vi sia) utilità in una cisterna (situata) in un luogo che sia da ogni parte inondato dalle acque, in questo stesso modo (vi può essere utilità) in tutti i Veda per il Brahmano che è in grado di intendere.

Operare senza interesse per i risultati

(47) Tu hai un diritto particolare (o privilegio relativo alla condizione umana) all'azione, ma in nessun caso un diritto ai suoi frutti; non essere come uno che dipende dal frutto del karma; e non sia in te neanche attaccamento alcuno alla non-azione.
(48) Ben saldo nello Yoga, compi le opere tue, o possessore della ricchezza, dopo aver messo da parte l'attaccamento, con la stessa disposizione d'animo rimanendo, nel successo e nella sconfitta: la mente in equilibrio (continuo) di indifferenza, ha il nome di yoga.
(49) Di gran lunga inferiore è il (puro e semplice) agire all'equilibrio dell'intelletto aggiogato, o possessore della ricchezza; nell'intelletto cerca rifugio; tali da destare pietà son coloro che vanno alla ricerca del frutto (del loro agire).
(50) Colui che ha raggiunto l'equilibrio dell'intelligenza aggiogata elimina anche in questo mondo tutti e due, il bene e il male. Lotta dunque per (realizzare) lo yoga; lo yoga è abilità nell'agire.
(51) I saggi che, rinunciando al frutto, prodotto dal loro agire, realizzano l'unione del loro spirito (con l'essenza divina del mondo), dal legame delle nascite liberati, raggiungono una condizione stabile (o dimora) al di là di ogni male.
(52) Allorché il tuo intelletto attraverserà la pienezza della delusione, allora appunto perverrai al disgusto per ciò che deve essere udito e per ciò che è stato udito.
(53) Allorchè il tuo intelletto, che è disorientato dalla sruti, si ergerà fermo ed immoto nella somma coscienza, allora appunto raggiungerai lo yoga.

I caratteri del perfetto sapiente

Ariuna disse:
(54) Qual è la descrizione dell'uomo che possiede salda questa conoscenza, di colui che è fermo nella meditazione, o Kesava? L'uomo dal fermo spirito come dovrebbe parlare, come sedere, come camminare?
Il Signore Beato disse:
(55) Quando uno espelle tutti i desideri che son venuti nell'animo suo, o Partha, ed è di sé soddisfatto nell'intimo suo, allor appunto prende il nome di uomo dalla stabile capacità discriminativa.
(56) Colui che ha l'animo libero da turbamento, pur in mezzo ai dolori, e va esente da desideri violenti, pur in mezzo ai piaceri, colui che è libero da passione, paura e collera, ha il nome di uomo di fermo spirito.
(57) Colui che è privo d'affezione sotto ogni aspetto (che non prova attaccamento per cosa alcuna), che a seconda dei casi provando bene o male non gode, non detesta, di questo (uomo) l'intelletto è saldamente fondato (nella somma conoscenza).
(58) Allorché uno ritrae i sensi dagli oggetti sensibili, da ogni parte, come la tartaruga le membra (nel guscio), di questo (uomo) l'intelletto è saldamente fondato (nella somma conoscenza).
(59) Gli oggetti sensibili si ritraggono dall'anima incarnata di colui che si astiene dal fruirne: non così il gusto per essi. Ma anche il gusto per queste cose dilegua, dopo che si è visto il Supremo.
(60) Anche dell'uomo che lotta (per raggiungere la perfezione) e che ben sa discernere, o figlio di Kuntì, i sensi distruttori con violenza rapiscono lo spirito.
(61) Ed essi tutti (i sensi) padroneggiando, nell'equilibrio yogico stia fermo a me devoto (di me solo occupandosi); poiché è saldamente fondato nella somma conoscenza l'intelletto di colui sotto il cui controllo sono i sensi.
(64) Ma un (uomo) che ha lo spirito sottomesso alla regola (vidhi) e che si muove fra gli oggetti dei sensi, con i sensi disgiunti da passione e avversione e dipendenti dalla sua volontà, (questi) raggiunge la purezza dello spirito.
(65) E in (codesta) purezza di spirito è prodotta, così da appartenergli, la cessazione di tutte le pene; la capacità discriminatrice dell'uomo dallo spirito puro in breve termine si stabilisce (nella quiete del sé).
(66) In colui che non ha raggiunto la saldezza del controllo non ci può essere capacità discriminatrice; né d'altra parte in colui che non ha raggiunto il controllo può darsi il potere di determinare l'esperienza fenomenica (concentrazione) e in colui che non ha un siffatto potere di concentrazione non c'è pace e, per colui che pace non ha, come può esserci felicità?
(67) Quello spirito che si conforma ai sensi che perennemente si agitano, quello appunto trae seco la capacità di distinguere, come il vento (trascina qua e là) la nave sull'acqua (del mare).
(68) Di conseguenza, o uomo dal forte braccio, colui i cui sensi siano per ogni verso distolti dagli oggetti sensibili, di quell'uomo appunto la capacità di distinguere è saldamente fondata.
(69) In quella che è notte per tutti quanti gli esseri (in essa appunto) veglia colui che è padrone di sé; ed è notte per il saggio veggente ciò che per gli (altri) esseri è tempo di veglia (il tempo in cui gli altri esseri vegliano).
(70) Colui nel quale tutti i desideri entrano, nello stesso modo in cui le acque entrano nel mare, che, sebbene continuamente ne sia rifornito, rimane tuttavia esente da movimento, un tale uomo appunto raggiunge la pace, e non già colui che è preda di tutte le passioni.
(71) L'uomo che allontanando tutti i desideri agisce esente da desiderio, quegli appunto, distaccato dal proprio ego, senza orgoglio o egocentrismo, raggiunge la pace.
(72) Questo è lo stato brahmanico, o Partha: e quando uno l'ha raggiunto non è possibile che (poi) si smarrisca spiritualmente; e in esso (stato) rimanendo anche nell'ora della morte, (si) raggiunge il nirvana identico alla realtà brahmanica.
Questo è il secondo capitolo che ha per titolo
"Lo Yoga della Conoscenza".
(Samkhya Yoga)


Capitolo III
Il Karma Yoga o la via nell'agire

Se le cose stanno così, perché operare?

Arjuna disse:
(1) Se l'intendere tu ritieni che sia superiore all'agire, o Janardana, perché mai allora vuoi impormi (di compiere questo) terribile atto, o Kesava?
(2) Con un modo di esprimerti che è per così dire ambiguo, tu hai l'aria di portar confusione nel mio intelletto. Dimmi dunque, con definita certezza, (quale sia) l'unica cosa per mezzo della quale io possa raggiungere il sommo bene.

Vivere è operare; necessaria l'indifferenza per il risultato

Il Signore beato disse:
(3) O (eroe) senza macchia, un duplice modo di trar conclusioni del genere in questo mondo è stato dianzi da me indicato, quello che si riferisce alla via della conoscenza, e riguarda i contemplativi, e quello che si riferisce alla via dell'operare, e riguarda gli uomini d'azione.
(4) Non con il tenersi lontano dall'operare, può l'uomo arrivare a conquistare la libertà dall'agire; e non con la rinuncia al mondo, puramente e semplicemente, può raggiungere la perfezione.
(5) E in verità proprio nessuno, nemmeno forse per un istante, può restar senza operare; ogni atto è qualcosa che si è indotti a compiere, in modo necessario, dalle qualità che hanno origine nella natura stessa.
(6) Colui che, controllando gli organi dell'agire, di continuo però pone mente, con il (suo) spirito, agli oggetti dei sensi, costui dall'animo ambiguo è detto essere uno che agisce in modo menzognero.
(7) Colui invece che, controllando i sensi con la sua mente, o Arjuna, senza attaccamento intraprende la strada dello Yoga sulla base degli organi dell'agire, questi (sugli altri) eccelle.
(8) Tu, compi l'opera che ti è stata affidata, che davvero l'agire meglio è del non agire; perfino mantenere il tuo corpo non sarebbe possibile senza l'agire.
(9) Escluso l'agire che è in funzione di sacrificio (agire non vincolante -N.T.), questo mondo qui è vincolato all'azione; e in funzione di ciò appunto (in funzione sacrificale), o figlio di Kuntì, compi l'opera tua, libero da attaccamento.
(10) Nei tempi antichi, il Signore delle creature, creando le generazioni degli uomini insieme con il sacrificio, disse: "Con questo voi procreate e questa sia per voi la vacca dell'abbondanza che realizzerà i vostri desideri".
(11) Per mezzo di esso sostentate gli dei ed essi, gli dei, vi sostentino; reciprocamente sostentandovi, attingerete il sommo Bene.
(12) E gli dei appunto, sostentati dal sacrificio, a voi daranno le gioie desiderate. Colui che gode di questi doni, senza restituirli ad essi, è veramente un ladro.
(13) I buoni che mangiano i resti del sacrificio si liberano di tutti i peccati; ma quei malvagi che mettono a cuocere (il cibo) per se stessi, costoro veramente mangiano peccato.
(14) Dal cibo le creature hanno l'esistere; dalla pioggia ha origine il cibo; dal sacrificio la pioggia ha l'esistere e dall'operare il sacrificio nasce.
(15) Sappi che il karma, l'operare stesso, ha origine in Brahma e che il Brahma ha origine dall'Assoluto. Epperò il Brahma, che tutto compenetra, eternamente si appoggia sul sacrificio.
(16) Colui che non dà il suo aiuto (per girare) in questo mondo la ruota (del divenire terreno) che così intorno si volge, (è un) mascalzone, uno che cerca il piacere dei sensi (e) vive invano, o Partha.

Sii contento del Sé

(17) Colui però che sia tale da godere solo del Sé, l'uomo che del Sé è contento, che del Sé completamente si soddisfa, (quest'ultimo è tale che) per lui non esiste cosa che deva essere necessariamente fatta.
(18) Né d'altra parte ci può essere alcun suo interesse in azione da lui compiuta, in questo mondo, né, in alcun modo, in azione che egli non abbia compiuta. Né, ancora, in tutti (questi) esseri può egli trovare in alcun modo protezione per i suoi interessi.
(19) Perciò realizza sempre senza attaccamento l'atto che deve esser compiuto perché davvero l'uomo, compiendo l'opera senza attaccamento, attinge la Suprema Realtà.

Siate d'esempio agli altri

(20) Per mezzo delle opere appunto Janaka e gli altri si trovarono a conseguire la perfezione; avendo insieme anche lo sguardo alla conservazione del mondo, devi tu operare.
(21) Qualsiasi cosa compia un uomo sommo, quella appunto (fanno) anche gli altri uomini; quel modello che egli stabilisce, esso appunto la gente segue.
(22) Non c'è nulla, affatto, o Partha, nei tre mondi, che io debba fare né alcuna cosa che debba ottenere, che non sia stata da me ottenuta; e però mi trovo nella condizione di chi è (impegnato) nell'operare (pur senza essere effettivamente impegnato - N.T.).
(23) Se io non mi mettessi nella condizione di chi è impegnato sempre infaticabilmente nell'operare, gli uomini, o Partha, in tutte le guise seguirebbero le mie orme (come sempre fanno - N.T.).
(24) Sparirebbero questi mondi, se io non dessi piú luogo a questo mio operare e sarei allora il creatore del disordine e sarei io stesso a causare la distruzione di queste creature.
(25) Come gli ignoranti agiscono nell'attaccamento al loro operare, così appunto gli uomini istruiti e consapevoli devono agire senza attaccamento, in vista di realizzare la conservazione del mondo.
(26) Che (colui che sa) non faccia nascere aberrazione mentale negli spiriti degli ignoranti che sono attaccati all'operare. Colui che sa deve far compiere tutte le opere, agendo nello spirito yogico del raggiunto equilibrio.

Il Sé non agisce

(27) Le opere di ogni genere sono compiute dai modi della natura; (ma) colui che è traviato dal sentimento del proprio ego pensa: "sono io colui che fa".
(28) Ma colui che conosce la sostanza delle due distinzioni (del Sé) dai modi della natura e dall'operare (che ad essi pertiene), o eroe dal braccio possente, pensando sono i modi ad agire sui modi, non patisce attaccamento.
(29) Coloro che sono fuorviati dai modi naturali patiscono attaccamento agli atti prodotti dalle qualità naturali stesse. Che nessuno dotato di scienza completa del tutto, faccia deviare le menti di costoro che hanno una scienza solo parziale.
(30) Abbandonando a me le opere tue, con la mente fissa al Primo Sé, libero dai desideri, esente da egoismo, combatti, libero da (codesta tua) febbre.
(31) Quegli uomini che, dotati di fede (e) liberi da sentimenti ostili (desiderio di discutere), di continuo si adeguano a questo mio insegnamento, son liberati dalle opere.
(32) Coloro invece che biasimando il mio insegnamento non lo seguono, questi appunto sappi che restano smarriti di fronte ad ogni sapienza, perduti e senza (porre) mente a nulla.
(33) In modo conforme alla sua propria natura agisce anche l'uomo che ha conoscenza. Gli esseri seguono (in genere) la loro propria natura. Che cosa mai potrà fare la coercizione?
(34) Attrazione e ripulsa che nascono da un senso si trovano ad esser fissati nei riguardi degli oggetti di (quel determinato) senso (cioè: ogni oggetto sensibile produce naturalmente attrazione o avversione, nel senso che gli si riferisce - N.T.). Sotto il dominio di queste cose mai venga alcuno, perché rappresentano per lui (gli eterni) due nemici.
(35) è migliore la legge intrinseca che a ciascuno pertiene, anche se solo inadeguatamente si riesca a praticarla, che non la legge altrui, anche se ben praticata. Migliore è la morte nel compimento della legge che ci compete, (perché) (l'attuazione del) la legge altrui porta con sé pericolo.

Il Nemico è Passione e Iracondia

Arjuna disse:
(36) Ma allora da che cosa aggiogato un uomo commette peccato, anche contro la sua volontà, o Varsneya, come per forza costretto?
Il Signore beato disse:
(37) Tale (come tu dici) è la brama, tale è l'ira, ed esse nascono da quel modo della natura che è il rajas, la passione, che tutto divora, tremendamente peccaminosa. Sappi che questo è, nel nostro mondo qui, il nemico.
(38) Come dal fumo è coperto il fuoco, come dalla polvere lo specchio, come dall'utero l'embrione, così questo mondo è ricoperto da quello (dal rajas, dalla passione).
(39) Avviluppata è la conoscenza da questo eterno nemico del saggio, o figlio di Kuntì, dal fuoco del desiderio, difficile da soddisfare, che assume forme a suo piacimento.
(40) I sensi, la mente, la facoltà di distinguere son chiamati il suo seggio; con questi avviluppando la conoscenza, esso svia l'anima incarnata.
(41) Quindi tu, o migliore fra i Bharata, dal principio controllando i sensi, uccidi il maligno distruttore della scienza e della conoscenza distinguente.
(42) Eccellenti sono i sensi, essi dicono, dei sensi piú grande è la mente, piú grande della mente è l'intelligenza distintiva, ma piú grande (ancora) dell'intelligenza è Lui (maschile nel testo).
(43) Così essendo venuto a conoscere colui che è al di là dell'intelligenza distinguente, rinsaldando il sé (inferiore) per mezzo del Sé, uccidi, o eroe dal forte braccio, il nemico che ha la forma del desiderio e che è così duro da affrontare.
Questo è il terzo capitolo che ha per titolo
"Lo Yoga dell'operare".
(KarmaYoga)


Capitolo IV
La via della conoscenza

La tradizione dello Jnana Yoga

Il Signore Beato disse:
(1) Questo yoga imperituro io già proclamai a suo tempo a Vivasvan; Vivasvan lo espose a Manu e Manu lo descrisse a Iksvaku.
(2) Così trasmesso dall'uno all'altro lo conobbero i reali profeti (finché) quello yoga si perse in questo nostro mondo, per il gran trascorrer del tempo, o uccisor dei nemici.
(3) Appunto questo antico yoga ti è stato oggi esposto da me; perché tu sei il mio fedele e il mio amico; questo è appunto il sommo segreto.
Arjuna disse:
(4) Posteriore è stata la nascita di (Tua) Vostra Signoria, anteriore invece la nascita di Vivasvan: in che modo si deve dunque intendere il fatto che Tu al principio gli abbia esposto queste cose?

La Teoria degli Avatara

Il Signore Beato disse:
(5) Molte sono le mie vite passate e così anche le tue, o Arjuna; io, le conosco tutte, ma tu non le conosci, o distruttore dei nemici.
(6) Sebbene sia non-nato e sia inalterabile nel Sé, sebbene sia il signore delle creature, pur essendo saldamente fondato in quella natura che mi è propria, io vengo all'essere (empirico) attraverso il potere che mi appartiene.
(7) Laddove ha luogo un declino del giusto, o Bharata, e l'affermarsi dell'ingiustizia, allora io creo me stesso nella forma dell'incarnazione.
(8) Per la protezione dei buoni, per la distruzione dei malvagi, per dare stabile fondamento al regno della giustizia, io vengo nell'esistere di età in età.
(9) Colui che conosce nella loro autentica essenza la mia divina nascita e il mio operare, non avrà altra nascita, ma a me egli verrà, o Arjuna.
(10) Liberi da passione, paura ed ira, in me consistenti (fatti di me), in me rifugiati, molti purificati dalla pratica austera della conoscenza, hanno raggiunto la mia condizione di essere.
(11) Quando gli uomini vengono a me, allora appunto io li accolgo; da tutte le parti (seguono il mio cammino) sulle mie orme insistono gli uomini, o Partha.
(12) Coloro che desiderano la fruizione delle loro opere, sacrificano in questo mondo agli dei (cioè alle varie forme della divinità - N.T.), perché rapido (effimero) è in questo mondo umano il godimento delle conseguenze delle opere.

L'essenzialità dell'assenza del desiderio nell'opera divina

(13) Il sistema delle quattro caste fu creato da me secondo la suddivisione delle qualità e delle opere. Sappi che io, sebbene sia il creatore, sono uno che non agisce e non muta.

L'agire senza attaccamento non porta alla condizione di vincolo

(14) Le opere non mi rendono impuro; in me non ha sede desiderio alcuno di frutto; colui che così mi conosce non riceve vincolo dall'operare.
(15) Con questa consapevolezza si dette luogo all'operare anche da parte degli uomini antichi che anelavano alla liberazione. Per questo compi anche tu l'opera (come) compiuta dagli antichi nei tempi andati.

Agire e non-agire

(16) Che cos'è l'agire? Che cos'è il non-agire? A questo proposito, anche gli antichi saggi-poeti sono esitanti. Io ti rivelerò che cos'è l'agire, e ciò conoscendo sarai liberato dal male.
(17) Si deve intendere che cosa sia l'agire e così anche s'ha da intendere che cosa sia l'agire non-retto e bisogna intendere che cosa sia il non-agire. Estremamente ardua è la strada dell'agire.
(18) Colui che vede nell'agire il non-agire e l'agire nel non-agire, quegli è saggio fra gli uomini, quegli è uno che ha realizzato l'unione e che ha portato del tutto a compimento l'opera sua.
(19) Colui le cui imprese sono tutte esenti dall'atto di volizione che procede dal desiderio, colui le cui opere sono bruciate al fuoco del conoscere, questo, appunto, i sapienti chiamano un uomo di sapere.
(20) Avendo dismesso l'attaccamento al frutto dell'operare, sempre soddisfatto, senza doversi appoggiare ad alcunché, egli non fa nulla, sebbene sia sempre occupato ad agire.
(21) Se non ha desideri, (se vive) con il controllo del proprio pensiero e del proprio sé, per esser uno che ha rinunciato ad ogni forma di possesso, dando luogo ad un agire del tutto limitato alla sfera corporea, non commette male.
(22) Colui che rimane soddisfatto del guadagno fortuito, che ha superato il regno del due, che è libero da sentimenti ostili, (che è) uguale (a se stesso) nel successo e nell'insuccesso, anche agendo, non rimane soggetto a vincoli.
(23) L'operare dell'uomo il cui attaccamento è scomparso, che ha raggiunto la liberazione, il cui spirito è saldamente fondato nel conoscere, che opera come per un sacrificio, si dissolve completamente.
(24) (Per quest'ultimo) l'atto dell'offrire è Brahma, Brahma è l'offerta stessa rituale; da Brahma è versata (l'azione che si identifica con il sacrifizio) nel fuoco sacrificale. Da colui che realizza Brahma nel suo operare, Dio è ciò che deve esser attinto.

Il sacrificio e il suo valore simbolico

(25) Alcuni yoginah offrono il (divino) sacrificio come rivolto agli dei, altri (invece) offrono il sacrificio per il sacrificio (per mezzo del sacrificio) nel fuoco di Brahma.
(26) Altri sacrificano l'udito e gli altri sensi nel molteplice fuoco del controllo di sé; altri offrono il suono e gli altri oggetti di senso nel fuoco molteplice del senso.
(27) Altri ancora offrono tutti gli atti dei loro sensi e gli atti del flusso vitale (prana) nel fuoco dello yoga dell'autocontrollo, acceso dalla conoscenza.
(28) Altri, in simile modo, son quelli che offrono sacrifici materiali (oppure) il sacrificio della loro vita da penitenti (oppure) il sacrificio degli esercizi yogici; ed altri ancora, asceti che osservano i voti, (son quelli che) offrono in sacrificio i loro studi e la loro dottrina.
(29) Altri poi similmente, interamente dediti al controllo del respiro, arrestando i movimenti di espirazione ed inspirazione, sacrificano il fiato che inspirano in quello che espirano e il fiato che espirano in quello che inspirano.
(30) Altri (poi), che son coloro che limitano il cibo, sacrificano
i flussi vitali (immergendoli) negli stessi flussi vitali. Tutti costoro nell'insieme sono quelli che sanno che (cosa) sia il sacrificio, e (sono coloro che) distruggono le impurità per mezzo del sacrificio.
(31) Coloro che mangiano il cibo sacro che resta del sacrificio attingono l'eterno Brahma; questo mondo non è di colui che non offre alcun sacrificio: come (potrebbe esserlo) un altro (mondo), o ottimo fra i Kuru (Arjuna)?
(32) Così dunque varie forme di sacrificio si dispiegano nel volto del Brahman. Sappi che esse tutte nascon dall'operare e, così sapendo, avrai la liberazione.

Conoscere ed Operare

(33) La conoscenza come sacrificio è maggiore di ogni sacrificio materiale, o distruttor dei nemici; ogni opera, senza escluderne alcuna assolutamente, interamente si risolve nel conoscere.
(34) Impara ciò con sentimento di sottomissione, formulando questioni e con reverente rispetto. Gli uomini che sanno e che hanno avuto la conoscenza immediata della verità ti mostreranno l'oggetto del conoscere.

Elogio del conoscere

(35) E quando tu avrai conosciuto questo, non cadrai di nuovo, o Pandava, nella confusione (di prima); per questo mezzo potrai vedere gli esseri tutti senza esclusione, nel Sé, quindi, in Me.
(36) Anche se tu fossi il piú (grande) peccatore di tutti i malvagi, potrai passare attraverso ogni peccato e superarlo, con il solo mezzo della nave del conoscere.
(37) Come il fuoco che arde riduce in cenere ciò che lo alimenta, o Arjuna, così il fuoco del conoscere riduce in cenere tutte le opere.
(38) Non si conosce su questa terra mezzo di purificazione che sia pari al sapere; colui che ha raggiunto la perfezione yogica lo trova, coll'andar del tempo, nel suo proprio sé, come qualcosa che gli appartiene.

La fede è necessaria per il raggiungimento della conoscenza

(39) Colui che ha fede, che ha ciò (la conoscenza-sapienza) per fine supremo, colui che ha il controllo dei sensi consegue la conoscenza-sapienza e, avendo conseguito la conoscenza, ben presto raggiunge la pace suprema.
(40) Ma colui che è completamente privo di conoscenza, colui che non ha fede, che ha l'animo dubbioso, perisce. Per colui che ha l'animo dubbioso non c'è né questo mondo, né un altro, non c'è felicità.
(41) Le opere non vincolano colui che ha rinunciato alle opere attraverso lo yoga, che ha distrutto i dubbi attraverso la conoscenza e che ha il dominio di sé, o possessore della ricchezza.
(42) Perciò, dopo aver tagliato con la spada della conoscenza questo dubbio che ha preso sede nel tuo cuore e che è opera dell'ignoranza, ricorri allo yoga e sorgi, o Bharata.
Tale è il quarto capitolo intitolato
"Lo Yoga del Conoscere - Sapere".
(Jnana Yoga)


Capitolo V
La vera rinuncia

Samkhya e Yoga portano allo stesso fine

Ariuna disse:
(1) Tu lodi, o Krsna, (nel contempo) la rinuncia alle opere e poi anche lo yoga (che comporta la loro realizzazione senza attaccamento). Quale delle due cose sia migliore (che una dov'essere), dimmi, come cosa ben stabilita.
Il Signore Beato disse:
(2) La rinuncia alle opere e il compierle senza intenzione egoistica son cose, tutte e due, che danno luogo a quella felicità della quale non c'è una maggiore. Ma dei due (termini dell'alternativa) il compiere le opere senza intenzione egoistica è superiore alla (pura e semplice) rinuncia alle opere (stesse)
(3) Colui che non odia, che non ha desideri deve essere chiaramente conosciuto come colui che è sempre permeato dello spirito della rinuncia; in quanto è esente dalla dualità, o eroe dal braccio possente, egli è facilmente libero da legame.
(4) Gli sciocchi proclamano che il Samkhya e lo Yoga sono due cose separate, ma non così proclamano coloro che sanno. Colui che si dedica in modo compiuto anche ad una (sola dottrina), ottiene il frutto di tutte e due.
(5) Quella condizione che è attinta da coloro che seguono la via della rinuncia (e della conoscenza intellettiva), essa appunto è raggiunta anche dagli uomini che seguono la via dell'operare. Colui che vede essere una sola (via) le vie della rinuncia e dell'azione, quello appunto vede (veramente).
(6) Ma la rinuncia, o uomo dalle braccia possenti, difficile è da ottenere senza lo Yoga. L'asceta che si dedica alla via dello yoga (del karmayoga), attinge ben presto l'Assoluto.
(7) Colui che dedicandosi costantemente alla via dello Yoga ha l'animo puro, colui che ha vinto se stesso, che è signore dei sensi, il cui sé è divenuto il sé di tutti gli esseri, anche se opera, non è macchiato (dal suo operare).
(8-9) "Io non faccio in realtà cosa alcuna": così può pensare colui che ha raggiunto l'unità con il divino e che conosce la verità delle cose; vedendo, udendo, avvertendo sensazioni tattili, percependo odori, gustando sapori, camminando, dormendo, respirando, parlando, respingendo, afferrando, aprendo gli occhi, chiudendoli, pur nell'atto di far tutto ciò, si rende conto del fatto che sono i sensi a volgersi intorno agli oggetti dei sensi.
(10) Colui che opera, dopo aver rinunciato all'attaccamento, deponendo le sue opere in Brahma, lui appunto non è macchiato dal peccato, così come foglia di loto non (è toccata) dall'acqua.
(11) Gli yoginah (qui, coloro che seguono la via dell'azione) compiono le loro opere con il corpo, con la mente, con la capacità discriminatrice intellettiva o anche soltanto coi sensi, rinunciando all'attaccamento, per purificare i loro sé individuali.
(12) Colui che realizza lo yoga secondo questi principii, rinunciando al frutto del suo operare, raggiunge la pace che non vacilla, ma colui che cosi non realizza lo yoga, essendo condizionato dai suoi desideri e restando attaccato al frutto dell'azione, subisce (di conseguenza) la legge del vincolo.
(13) L'anima incarnata, col rinunciare a tutte le azioni per un atto interiore, padrona di sé, a suo agio dimora nella città dalle nove porte, senza operare e senza far operare.
(14) Il Sommo non crea ciò che dà luogo agli atti, non gli atti stessi che gli uomini compiono, non (crea) la connessione del frutto con l'opera (che ne è condizione); ma la natura stessa delle cose esprime (tutto ciò).
(15) Colui che tutto compenetra non assume su di sé il merito di alcuno, né di alcuno il peccato. La conoscenza è avvolta nell'ignoranza; per questo, le creature sono smarrite.
(16) Coloro negli spiriti dei quali l'ignoranza è distrutta dalla conoscenza, di costoro la conoscenza manifesta, simile a sole splendente, l'Essere SOMMO.
(17) Coloro che hanno lo spirito pieno di Quello, che a Quello volgono le anime loro, che su Quello si fondano, che hanno Quello per fine principale (della loro pietas) attingono una condizione dalla quale non si torna indietro, essi che per mezzo della conoscenza fanno cader via le sozzure.
(18) I saggi son tali da vedere con lo stesso occhio un brahmano, di sapienza e modestia dotato, una vacca, un elefante, un cane e un uomo che (non appartiene a casta alcuna) mangi carne di cane.
(19) Anche in questo mondo qui la condizione mondana è vinta da coloro il cui spirito si fonda sul perfetto equilibrio. Brahma è esente da macchia ed è identico a sé; di conseguenza essi sono saldamente fondati nella realtà divina.
(20) Non ci si deve rallegrare nell'ottenere ciò che ci piace, né rattristare per aver in sorte ciò che non ci piace: colui che (in questo modo) è fermo nell'intelletto, fermo nell'animo, lui che conosce il Brahman, nel Brahman saldamente è fondato.
(21) Colui che non ha l'animo attaccato alle sensazioni relative agli oggetti esterni, trova quella felicità che ha sede nel Sé. Questi, che per mezzo dell'azione yogica, ha raggiunto l'equilibrio nel Brahman, gioisce di una imperitura felicità.
(22) Quei piaceri, quali che siano, che nascono dal contatto con gli oggetti, sono soltanto fonte di dolore, hanno un principio ed una fine, o figlio di Kuntì; di essi non gode il saggio.
(23) Chi è capace di aver la meglio, anche in questo mondo, sugli impulsi del desiderio e dell'ira, prima della liberazione dal corpo, quegli appunto è uno che ha raggiunto l'equilibrio interiore, quegli è un uomo felice.

La pace che sgorga dal di dentro

(24) Colui che possiede la felicità interiore, che possiede la letizia interiore ed è, parimenti, dotato di una luce interiore, quello yogin, sustanziato di Dio, attinge la divina beatitudine.
(25) Conseguono la divina beatitudine i santi veggenti i cui peccati sono ridotti a nulla, il cui ondeggiare fra due termini è spezzato (i cui dubbi sono fugati), che hanno raggiunto l'equilibrio spirituale e che provano piacere nel bene di tutti gli esseri.
(26) Presso gli asceti che si sono liberati del desiderio e dell'ira, che hanno sottomesso i loro spiriti e che conoscono il Sé si trova la beatitudine Brahmanica.
(27-28) Rendendo del tutto estranee le percezioni relative agli oggetti esterni, e concentrando lo sguardo fra le due sopracciglia, rendendo uguali ispirazione ed espirazione moventisi all'interno delle narici, il saggio che ha vinto i sensi, l'animo, la capacità discriminante, che è tutto fisso al fine della liberazione, che si è liberato del desiderio, del timore, dell'ira, quello appunto davvero è per sempre libero.
(29) Ed avendo conosciuto me come colui che gode dei sacrifici e delle penitenze, gran signore del mondo intero, amico di tutti gli esseri, raggiunge la pace.
Questo è il quinto capitolo intitolato
"Lo Yoga della rinunda all'azione".
(Karmasamnyasa Yoga)


Capitolo VI
Il vero Yoga

Rinuncia e azione sono una sola cosa

Il Signore beato disse:
(1) Colui che compie l'opera, che deve compiere, senza prendere in considerazione il frutto dell'opera stessa, quegli è il vero samnyasin (operatore di rinuncia), quegli è il vero yogin (che agisce nella rinuncia), non colui che non accende il fuoco sacro e che non compie i riti.
(2) Ciò che chiamano rinuncia sappi essere attività nell'autocontrollo, o Pandava, che in nessun modo può diventare uno yogi (attivo nell'autocontrollo) chi non ha messo da parte i suoi desideri egoistici.

Il mezzo ed il Fine

(3) L'agire è detto essere il mezzo del saggio desideroso di attingere lo yoga; la calma profonda è detta essere il mezzo di colui che si è elevato ad attingere lo yoga.
(4) Quando l'asceta non è piú, in verità, attaccato agli oggetti sensibili ed alle opere ed ha rinunciato a tutti i suoi desideri egoistici, allora si dice che si è elevato ad attingere lo yoga.
(5) Che (l'uomo) elevi se stesso per mezzo di se stesso; che egli non degradi se stesso; solo il Sé è amico del sé, solo il Sé è nemico del sé.
(6) Il Sé è amico del sé di colui, per il quale il sé è stato vinto dal Sé, ma contro colui che non possiede il Sé, quello che è il Sé autentico in ostilità si potrà volgere, come nemico.
(7) Il Sé sommo di colui che ha conseguito vittoria sul suo sé e che ha (di conseguenza) raggiunto la serenità (del dominio di sé) è tutto inteso a se stesso, nel freddo nel caldo nella felicità nella sventura, e ugualmente nell'onore e nel disonore.
(8) Lo yogin la cui anima si soddisfa della sapienza e della conoscenza, immutabile, padrone dei sensi, per il quale un pugno di terra, un sasso, un pezzo d'oro sono la stessa cosa, si dice aver raggiunto l'equilibrio yogico.
(9) Colui che ha lo stesso atteggiamento spirituale nei confronti degli amici e dei compagni, dei nemici e degli indifferenti, degli imparziali, di quelli che hanno odio e di quelli che sono parziali, nei confronti dei santi e ugualmente dei peccatori, quegli si distingue (fra tutti).

Ha importanza fondamentale il controllo continuo dello spirito e del corpo

(10) Lo yogin deve continuamente fissare la mente sul Sé universale, in solitudine restando, tutto solo, nel dominio del proprio spirito, esente da desideri e libero dal desiderio di appropriarsi di qualcosa.
(11) Dopo aver fatto mettere in un posto pulito il suo solito seggio, non troppo elevato né troppo basso, coperto di erba, di una pelle d'antilope, di una veste, una cosa sull'altra,
(12) allora, messosi sul seggio, fissando la mente su un unico punto, avendo messo sotto controllo le attività del pensiero e dei sensi, che egli pratichi lo Yoga per la purificazione del sé.
(13-14-15) Sempre allo stesso modo mantenendo immoti il corpo la testa e il collo, stando fermo, guardando fissamente la punta del proprio naso e senza guardare lo spazio d'intorno, coll'animo tranquillo e senza paura, saldo nel voto di castità dell'aspirante brahmano, dopo aver domato la sua psiche, col pensiero a me fiso, coll'animo in armonia sieda, col pensiero a me solo intento. Lo yogin che ha sottomesso il suo animo, tenendo sempre se stesso così armonizzato, raggiunge la pace, il supremo nirvana, che in me ha la sua sede.
(16) Ma lo Yoga non è in verità di colui che troppo mangia, né di colui che non mangia affatto (che troppo si astiene dal mangiare); non è di colui che ha l'abitudine del troppo sonno o di colui che (troppo) veglia, o Arjuna.
(17) Dell'uomo che è misurato negli alimenti e nel riposo, di colui che appropriatamente agisce negli atti della vita, di colui che con misura dorme e sta sveglio, diventa proprio lo Yoga che distrugge la differenza.

Lo Yogi perfetto

(18) Allorchè la mente che ha raggiunto l'equilibrio è fondata sul Sé e solo su di esso, esente da desideri, da tutte le passioni, si dice allora che ha raggiunto l'equilibrio yogico.
(19) Come una lampada che sta al riparo dal vento non si muove, cosi è dello yogin che ha sottomesso il suo spirito e che realizza l'unione col Sé.
(20) Ciò in cui il pensiero si ferma, bloccato dalla pratica della meditazione, ciò in cui (l'asceta) vedendo il Sé attraverso il sé, gode del Sé,
(21) ciò che egli conosce quale suprema gioia, accessibile alla capacità discriminativa e al di sopra dei sensi e in cui una volta presa stabile dimora non si muove dalla verità,
(22) quella conquista della quale l'asceta, una volta che l'abbia ottenuta, pensa che non possa esservi una superiore, nella quale, una volta presa stabile dimora, non è piú scosso neanche dalla sciagura che è di per sé la piú grave;
(23) si conosca come quello che chiamano Yoga questo distacco dalla somma delle cose che danno dolore; questo Yoga dev'essere realizzato con sicurezza e con animo per nulla afflitto (sereno).
(24) Rinunciando a tutti, senza eccezione, i desideri che sorgono dalla brama egoistica, con la mente tutti i sensi frenando da ogni parte,
(25) che egli a poco a poco cessi di agire, per mezzo della capacità discriminatrice sostenuta dalla fermezza; avendo la mente fissa sul Sé, non pensi ad alcuna altra cosa.
(26) Per qualsiasi cosa la mente si manifesti esagitata ed instabile, frenandola, la conduca sottomessa solo al Sé eterno.
(27) Perché la felicità somma sopravviene allo yogin dallo spirito calmo, le cui passioni si siano calmate e che, senza macchia, è divenuto una cosa sola con Brahma.
(28) Lo yogin che si è liberato di ogni sozzura, cosi tenendo il sé in costante armonia, con facilità esperisce l'infinita beatitudine del tatto di Brahma.
(29) Colui il cui sé ha raggiunto l'armonia dello yoga pensa il Sé in tutti gli esseri e tutti gli esseri nel Sé, dappertutto egli vede (o immediatamente pensa) nello stesso modo.
(30) Per colui che vede me dappertutto e vede tutto in me io mai non perisco né mai lui perisce per me.
(31) Lo yogin che nell'unità stando onora me come in tutti gli esseri presente, in me vive, da qualsiasi parte si volga.
(32) Colui che dappertutto considera ugualmente in simiglianza di se stesso, (prendendo se stesso come punto di riferimento per giudicare gli altri nello stesso modo), sia per le cose piacevoli sia per le spiacevoli, quello è considerato uno yogin perfetto, o Arjuna.

Il controllo del manas (insieme degli agglomerati psichici) è difficile ma è possibile

Arjuna disse:
(33) Di questo yoga che da te è spiegato in termini di armonia dello spirito, o Madhusudana, non vedo lo possibilità di una fondazione stabile, a causa dell'irrequietezza del manas (delle forze psichiche).
(34) Perché l'insieme delle forze psichiche è irrequieto, o Ksrna, è dotato di forza disgregatrice, è forte, è difficile da rimuovere. La possibilità di controllarlo io penso sia tanto poco agevole, quanto poco lo è controllare il vento.
Il Signore Beato disse:
(35) Senza dubbio, o signore dal forte braccio, il manas (il complesso delle forze psichiche) è difficile da controllare ed è irrequieto; tuttavia, o figlio di Kuntí, se ne può aver ragione per via d'esercizio e con la pratica. Dell'Indifferenza.
(36) Lo yoga è difficile da realizzare, così io penso, da parte di uno che non ha il controllo di sé; invece, può esser realizzato da parte di uno che, avendo l'animo domato, si sforzi con i propri mezzi.
Arjuna disse:
(37) Colui che, sebbene partecipe di fede, non riesca a realizzare l'ascesi, avendo l'animo che trascorre via dallo Yoga, non potendo raggiungere la perfezione yogica, per quale via deve andare egli o Krsna?
(38) Non è forse vero che colui che ha fallito e l'una e l'altra via perisce come una nuvola dispersa, senza che possa appoggiarsi ad alcunché, o eroe dal braccio possente, (e vaga) smarrito sulla strada che porta al Brahman?
(39) Tu, o Krsna, dovresti dissipare completamente questo mio dubbio, che davvero altri all'infuori di te non esiste, che sia in grado di dissiparlo.
Il Signore beato disse:
(40) O Partha, né in questo mondo né nell'altro può egli perire; perché nessuno che operi nobilmente percorre, mio caro, la strada della sventura.
(41) Avendo raggiunto il mondo dei bene-operanti (e quivi) per molti e molti anni avendo dimorato, colui che (per l'addietro) ha abbandonato la via dello Yoga, di nuovo rinasce nella casa di quelli che son mondi da macchia e son ricchi di qualità.
(42) Oppure nasce nella stirpe degli yoginah che sono saggi: ché in verità una nascita del genere è piú difficile da ottenere nel mondo.
(43) In questa condizione egli riassume i modi della concentrazione interiore, che erano già appartenuti alla vita anteriore, e attraverso di essi ancora di piú si sforza per la perfezione, o gioia dei Kuru.
(44) Da quella sua pratica anteriore egli è trascinato (ad operare yogicamente) senza che egli possa nulla in contrario; anche colui che desidera la conoscenza yogica sfugge ai limiti della sacra parola vedica.
(45) Ma lo yogin completamente mondo da peccati, che lotta con sforzo continuo, perfezionandosi attraverso parecchie nascite, con questi mezzi raggiunge il supremo fine.

Lo Yogin Perfetto

(46) Lo yogin è superiore agli asceti; e anche rispetto a quelli che conseguono la conoscenza è ritenuto superiore lo yogin; anche degli uomini che compiono i riti lo yogin è superiore: per questo diventa uno yogin, o Arjuna.
(47) E di tutti gli yoginah colui che rende culto a me, pieno essendo di fede, con il sé interiormente in me rifugiato, quello appunto è da me ritenuto essere colui che meglio ha realizzato lo Yoga.
Questo è il sesto capitolo che è intitolato
"Lo yoga della meditazione".
(Dhyana Yoga)

Testo tratto dall'edizione Ubaldini (Roma, 1964): Traduzione del testo sanscrito di Icilio Vecchiotti. (Sono state apportate alcune piccole modifiche qua e là nel testo a seguito della comparazione con altre versioni del poema.)

Testo sanscrito: http://www.scribd.com/doc/158812679/Bhagavad-Gita-Root-Text
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