"…la dottrina è infallibile, è a causa del fatto che essa è un’espressione della verità, la quale, in se stessa, è assolutamente indipendente dagli individui che la ricevono e che la comprendono. La garanzia della dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»". René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cap. "Sull’infallibilità tradizionale"

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sabato 13 dicembre 2014

René Guénon, Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi - 28. Le tappe dell’azione antitradizionale

René Guénon
Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi 

28. Le tappe dell’azione antitradizionale

Dopo le considerazioni da noi esposte e gli esempi dati fin qui, si potrà capire meglio in che consistano esattamente, in modo generale, le tappe di quell’azione antitradizionale che ha veramente «fatto» il mondo moderno come tale. Sennonché, occorre anzitutto rendersi conto che, dal momento che tutte le azioni effettive presuppongono necessariamente degli agenti, anche quest’ultima, come qualsiasi altra, non può essere una specie di produzione spontanea e «fortuita», e, poiché si esercita in particolare nel campo umano, deve per forza di cose comportare l’intervento di agenti umani.
Il fatto che quest’azione concordi con i caratteri propri del periodo ciclico in cui s’è prodotta spiega come essa sia stata possibile e come abbia potuto riportare un esito favorevole, ma non basta a spiegare il modo in cui essa è stata realizzata e non indica i mezzi che sono stati messi in funzione per riuscirvi. D’altronde, per essere convinti di ciò che diciamo, basta riflettere un poco su questo: le influenze spirituali stesse, in ogni organizzazione tradizionale, agiscono sempre per il tramite di esseri umani, i quali sono i rappresentanti autorizzati della tradizione, anche se quest’ultima è realmente «sopraumana» nella sua essenza; a maggior ragione lo stesso deve accadere in un caso in cui ad entrare in gioco non sono che influenze psichiche, e per di più di categoria inferiore, vale a dire esattamente íl contrario di un potere trascendente nei confronti del nostro mondo, senza contare che il carattere di «contraffazione» che in questo ambito si manifesta dappertutto, e sul quale ci toccherà ritornare, esige ancor più rigorosamente che le cose stiano in questo modo. E inoltre, poiché l’iniziazione, sotto qualsiasi forma si presenti, è ciò che incarna veramente lo «spirito» di una tradizione, e ciò che permette, per di più, l’attuazione effettiva degli stati «sopraumani», è evidentemente ad essa che deve opporsi nel modo più diretto (nella misura in cui un’apposizione del genere è tuttavia concepibile) ciò di cui stiamo dicendo, che tende invece, in tutti i modi, a spingere gli uomini verso l’«infraumano»; per modo che il termine «contro-iniziazione» è veramente quello che meglio serve alla designazione di ciò a cui si ricollegano, nel loro insieme e a gradi differenti (giacché anche qui, come nell’iniziazione, esistono per forza di cose dei gradi) gli agenti umani attraverso i quali prende corpo l’azione antitradizionale; e, si badi, non si tratta affatto d’una semplice denominazione convenzionale, usata per parlare in modo più comodo di qualcosa che in realtà non ha un nome proprio, bensì di un’espressione che corrisponde nel modo più esatto a realtà ben precise.
Di fatto balza all’occhio, da qualunque punto di vista si osservino le cose, che nell’insieme di quanto costituisce propriamente la civiltà moderna si deve immancabilmente constatare come tutto appaia sempre più artificiale, denaturato e falsificato. Molti di coloro che oggi criticano tale civiltà sono del resto colpiti da questo suo aspetto, quand’anche non sappiano poi approfondire la loro critica e non abbiano il minimo sospetto di quel che in realtà si nasconde dietro di essa. Tuttavia a noi parrebbe che debba bastare un po’ di logica per concludere che, se tutto è diventato così artificiale, la stessa mentalità a cui questo stato di cose corrisponde non dev’esserlo meno del resto, ciò che equivale a dire che anch’essa deve essere «fabbricata» e niente affatto spontanea. Fatta questa semplice riflessione, non si dovrebbero più trovare difficoltà a vedere gli indizi concordanti in tal senso moltiplicarsi da ogni parte e pressoché indefinitamente; sennonché c’è da pensare che sia sfortunatamente ben difficile sfuggire in modo così completo alle «suggestioni» a cui il mondo moderno in quanto tale deve la sua stessa esistenza e la sua possibilità di durare, giacché anche coloro che più risolutamente si dichiarano «antimoderni», in genere non riescono a vedere nulla di tutto ciò, ed è anzi proprio questa la ragione per cui i loro sforzi sono così sovente destinati a restare senza risultato e a manifestarsi quasi privi di ogni portata reale.
L’azione antitradizionale doveva necessariamente mirare, contemporaneamente, sia a cambiare la mentalità generale sia a distruggere tutte le istituzioni tradizionali d’Occidente, giacché è in questo senso che essa si esercitò prima di tutto e in modo diretto, nell’attesa di tentare in seguito di estendersi al mondo intero per mezzo degli Occidentali, preparati in tal modo a diventare i suoi strumenti. D’altra parte, una volta cambiata la mentalità, le istituzioni, che da quel momento non le corrispondevano più, dovevano necessariamente poter essere distrutte con facilità; è dunque il lavoro di deviazione della mentalità quello che appare in questo processo veramente fondamentale, in quanto è da esso che tutto il resto in qualche modo dipende, e di conseguenza è su di esso che è opportuno insistere in modo particolare. Evidentemente un tale lavoro non poteva essere portato a termine in un unico momento, anche se ciò che forse è più stupefacente è la rapidità con cui gli Occidentali hanno potuto essere indotti a dimenticare tutto quel che per loro era legato all’esistenza d’una civiltà tradizionale; quando si pensa alla incomprensione totale di cui i secoli XVII e XVIII dettero prova nei confronti del Medio Evo, e ciò da ogni punto di vista, dovrebbe essere facile capire che un cambiamento così completo e così brusco non poté compiersi in modo naturale e spontaneo. Ad ogni buon conto, occorreva prima di tutto ridurre, per così dire, l’individuo a se stesso, e questa, come abbiamo spiegato, fu soprattutto l’opera del razionalismo, il quale nega all’essere il possesso e l’uso d’ogni facoltà di carattere trascendente; è cosa ovvia, però, che il razionalismo incominci a far sentire i suoi effetti ancor prima di ricevere tale nome, riferito alla sua forma più particolarmente filosofica, così come vedemmo trattando del Protestantesimo. D’altronde, l’«umanesimo» del Rinascimento non era altro anch’esso se non il diretto precursore del razionalismo vero e proprio, giacché dire «umanesimo» significa dire pretesa di tutto ricondurre ad elementi puramente umani, e di conseguenza (per lo meno di fatto, se proprio non ancora in virtù di una teoria espressamente formulata) esclusione di tutto ciò che è sovraindividuale. In seguito occorreva rivolgere completamente l’attenzione dell’individuo verso le cose esteriori e sensibili, per rinchiuderlo, per così dire, non più soltanto nel campo umano, ma, mediante una limitazione ancor più ristretta, nel solo mondo corporeo: è qui che si situa il punto di partenza di tutta la scienza moderna, la quale, costantemente diretta in tal senso, doveva rendere questa limitazione sempre più effettiva. La costituzione delle teorie scientifiche, o se si vuole filosofico-scientifiche, dovette anch’essa procedere per gradi; e (anche a questo proposito possiamo però, in questa sede, soltanto ricordare in modo sommario quel che già abbiamo esposto) il meccanicismo aprì direttamente la strada al materialismo, che doveva significare, in modo pressoché irrimediabile, la riduzione dell’orizzonte mentale al campo corporeo, considerato da allora in poi l’unica «realtà», privata per di più di tutto ciò che non poteva essere inteso come semplicemente «materiale»; naturalmente l’elaborazione della nozione stessa di «materia» da parte dei fisici doveva avere in questo senso una parte importante. Da quel momento si era propriamente entrati nel «regno della quantità». La scienza profana, da Cartesio in poi meccanicistica, e diventata più specialmente materialistica a partire dalla seconda metà del secolo XVIII, doveva, nelle sue successive teorie, divenir sempre più esclusivamente quantitativa, mentre il materialismo, insinuandosi nella mentalità generale, riusciva a determinare in essa quell’atteggiamento, indipendente da ogni affermazione teorica, ma proprio per tale ragione tanto più diffuso e infine passato allo stato di una specie d’«istinto», che noi abbiamo chiamato «materialismo pratico»; successivamente questo atteggiamento stesso doveva essere ulteriormente rinforzato dalle applicazioni industriali della scienza quantitativa, le quali producevano l’effetto di vincolare sempre più gli uomini alle sole realizzazioni «materiali». L’uomo «meccanizzava» tutto e alla fine giungeva a «meccanizzare» se stesso, cadendo a poco a poco nello stato delle false «unità» numeriche perdute nell’uniformità e nell’indistinzione della «massa», vale a dire, in definitiva, nella molteplicità; certamente non si potrebbe immaginare trionfo più completo della quantità sulla qualità.
E tuttavia, mentre si compiva questo lavoro di «materializzazione» e di «quantificazione», che del resto non è ancora terminato, né mai potrà esserlo completamente, perché la riduzione totale alla quantità pura è irrealizzabile nella manifestazione, era già incominciato un altro lavoro, soltanto in apparenza opposto ad esso, e il suo inizio, vale la pena di ricordarlo, era coinciso con l’apparizione del materialismo propriamente detto. Questa seconda parte dell’azione antitradizionale doveva tendere non più alla «solidificazione», ma alla dissoluzione, sennonché, lungi dall’ostacolare la prima tendenza – vale a dire quella la cui caratteristica è la riduzione al quantitativo –, quest’ultima doveva anzi aiutarla quando fosse stato raggiunto il massimo grado possibile di «solidificazione», e quando la corrispondente tendenza, andata al di là del suo primo obbiettivo col voler ricondurre il continuo al discontinuo, fosse diventata essa stessa una tendenza alla dissoluzione. È dunque in questo momento che il secondo lavoro, il quale all’inizio si effettuava, a modo di preparazione, soltanto più o meno nascostamente e in tutti i casi in ambienti ristretti, doveva apparire alla luce del sole e assumere a sua volta proporzioni d’importanza crescente, e ciò mentre la scienza quantitativa diventava meno rigorosamente materialistica, nel senso proprio del termine, finendo addirittura col cessare di fondarsi sulla nozione di «materia», ridotta ad essere sempre più inconsistente e «sfuggente» dal processo stesso delle sue elaborazioni teoriche. È questa la condizione in cui ci troviamo al momento attuale: il materialismo in fondo sopravvive a se stesso, e senza dubbio potrà continuare a farlo per un tempo più o meno lungo, soprattutto in quanto «materialismo pratico»; ma in ogni caso esso ha ormai finito di avere la parte più importante nell’azione antitradizionale.
Dopo che il mondo corporeo fu chiuso nel modo più completo possibile, occorreva, pur non permettendo il ristabilirsi di alcuna comunicazione con i campi superiori, riaprirlo verso il basso, per farvi penetrare le forze dissolventi e distruttive dell’ambito sottile inferiore; sono perciò lo «scatenamento» di queste forze, se così si può dire, e la loro messa in funzione onde portare alla sua conclusione la deviazione del nostro mondo e condurre effettivamente quest’ultimo verso la dissoluzione finale, a costituire quella seconda parte, o seconda fase, di cui abbiamo detto. Si può infatti affermare che si tratta di due fasi distinte, quantunque siano state in parte simultanee, giacché, nel «piano» d’assieme della deviazione moderna, esse si seguono logicamente ed hanno il loro pieno effetto soltanto in modo successivo; d’altronde, a partire dal momento della costituzione del materialismo, la prima era in qualche modo virtualmente completa e doveva solo svolgersi seguendo lo sviluppo di quanto era implicito nel materialismo stesso; fu allora precisamente che cominciò la preparazione della seconda, della quale si sono visti finora soltanto i primi effetti, effetti però già sufficientemente palesi da permettere di prevedere quanto dovrà seguire, e da poter dire, senza nessuna esagerazione, che questo secondo aspetto dell’azione antitradizionale da questo momento passa veramente in primo piano nei disegni di quel che abbiamo più su chiamato collettivamente l’«avversario», e che possiamo ora con più precisione denominare «contro-iniziazione».

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