"…la dottrina è infallibile, è a causa del fatto che essa è un’espressione della verità, la quale, in se stessa, è assolutamente indipendente dagli individui che la ricevono e che la comprendono. La garanzia della dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»". René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cap. "Sull’infallibilità tradizionale"

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venerdì 19 dicembre 2014

René Guénon, Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi - 31. Tradizione e tradizionalismo

René Guénon
Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi

31. Tradizione e tradizionalismo

La falsificazione di tutte le cose, la quale è, come abbiamo detto, uno dei tratti caratteristici della nostra epoca, non è ancora la sovversione vera e propria, ma certo contribuisce abbastanza direttamente a prepararla; ciò che meglio lo mette in evidenza è forse quella che possiamo chiamare la falsificazione del linguaggio, vale a dire l’impiego abusivo di alcuni termini distolti dal loro significato vero, impiego che è in qualche modo imposto attraverso una costante suggestione da parte di tutti coloro che, in un modo o nell’altro, esercitano un’influenza di qualche genere sulla mentalità pubblica.

Né si tratta solamente di quella degenerazione a cui facemmo in precedenza allusione, in conseguenza della quale molte parole hanno finito col perdere il senso qualitativo che avevano in origine, per conservarne soltanto uno completamente quantitativo; è piuttosto un «deviamento», in virtù del quale certe parole sono applicate a cose che non vi si addicono assolutamente, e che talvolta sono anzi opposte a quelle che tali parole normalmente significano.
Si tratta innanzi tutto di un sintomo evidente della confusione intellettuale che regna dappertutto nel mondo attuale; sennonché non bisogna dimenticare che questa confusione è voluta da ciò che si nasconde dietro tutta la deviazione moderna; questa riflessione s’impone, in particolare, quando si vedono prender forma, da diverse parti contemporaneamente, tentativi di utilizzazione illegittima dell’idea stessa di «tradizione» da parte di persone che vorrebbero indebitamente identificare ciò che essa implica con le proprie concezioni in qualsivoglia campo. Ovviamente, non è che si debba sospettare, a questo proposito, della buona fede degli uni o degli altri, giacché in più d’un caso si può trattare di nient’altro che di pura e semplice incomprensione; l’ignoranza della maggioranza dei nostri contemporanei nei confronti di tutto quel che possiede carattere realmente tradizionale è così completa, che non è neppure il caso di stupirsene; ma, nello stesso tempo, si è pure obbligati a riconoscere che questi errori di interpretazione e questi involontari equivoci aiutano troppo bene certi «piani» perché non sia permesso chiedersi se la loro crescente diffusione non sia dovuta a qualcuna di quelle «suggestioni» che dominano la mentalità moderna e che in fondo tendono precisamente e sempre alla distruzione di tutto ciò che è tradizione nel vero senso della parola.
La mentalità moderna stessa, in tutti gli aspetti che la caratterizzano in quanto tale, non è altro, tutto sommato, ripetiamolo ancora una volta (perché si tratta di cose sulle quali non è mai inutile insistere), che il prodotto di una vasta suggestione collettiva, la quale, esercitandosi senza soste nel corso di diversi secoli, ha determinato la formazione e lo sviluppo progressivo dello spirito antitradizionale, in cui si riassume in definitiva l’intero insieme dei tratti distintivi di quella mentalità. Sennonché, per quanto poderosa ed abile sia questa suggestione, può giungere il momento in cui lo stato di disordine e di squilibrio che ne consegue diventi talmente appariscente che certuni non possano più fare a meno di accorgersene, e rischia allora di prodursi una «reazione o che comprometterebbe lo stesso risultato già acquisito; pare che oggi le cose stiano esattamente a questo punto, ed è significativo che un tale momento coincida precisamente, per una specie di «logica immanente», con quello in cui ha fine la fase puramente negativa della deviazione moderna, rappresentata dalla dominazione completa e incontrastata della mentalità materialistica. È a questo punto che interviene efficacemente, per distogliere tale «reazione» dall’obbiettivo verso cui tende, la falsificazione dell’idea tradizionale, resa possibile dall’ignoranza di cui dicevamo poco fa, la quale non è altro che uno degli effetti della fase negativa: l’idea stessa di tradizione è stata a tal punto distrutta, che coloro i quali aspirano a ritrovarla non sanno più da quale parte dirigersi e sono pronti ad accogliere tutte le false idee che saranno presentate loro in sua vece e sotto il suo nome. Costoro si sono resi conto, almeno fino ad un certo punto, di essere stati raggirati dalle suggestioni apertamente antitradizionali, e che le credenze che in tal modo gli erano state imposte non contenevano che errori e illusioni; invero è già qualcosa nel senso di quella «reazione» a cui intendiamo riferirci, ma, nonostante tutto, se le cose restano a questo punto, non può conseguirne alcun risultato effettivo. Di questo ci si rende perfettamente conto leggendo gli scritti, sempre meno rari, in cui si possono trovare le più giuste critiche nei confronti della «civiltà» attuale, ma nei quali, come ci è già occorso di segnalare, i mezzi esaminati per porre rimedio ai mali che si vanno denunciando hanno un carattere stranamente sproporzionato ed insignificante, in qualche modo addirittura infantile: progetti «scolastici» o «accademici», li si potrebbe chiamare, ma niente di più, e, soprattutto, niente che tradisca la minima conoscenza di ordine profondo. È a questo stadio che lo sforzo, per quanto lodevole e meritorio, può facilmente lasciarsi sviare verso attività che, a loro modo e nonostante certe apparenze, non faranno altro che contribuire ad accrescere ulteriormente il disordine e la confusione di quella «civiltà» di cui intendono operare la rigenerazione.
Costoro, di cui stiamo parlando, sono quelli che si possono propriamente qualificare «tradizionalisti», vale a dire coloro che sono animati semplicemente da una sorta di tendenza o d’aspirazione verso la tradizione, senza che abbiano nessuna conoscenza reale di quest’ultima; da questo si può misurare tutta la distanza che separa lo spirito «tradizionalistico» dal vero spirito tradizionale, il quale invece implica essenzialmente tale conoscenza, anzi, con questa conoscenza non fa che una sola cosa. In altre parole, il «tradizionalista» non è e non può essere che un semplice «ricercatore», ed è proprio questa la ragione per cui è sempre in pericolo di fuorviarsi, non essendo in possesso dei principi che soli potrebbero dargli una direzione infallibile; tale pericolo sarà naturalmente tanto maggiore in quanto egli troverà sulla sua strada, quali altrettanti trabocchetti, tutte le false idee suscitate dal potere d’illusione che ha un interesse capitale ad impedirgli di giungere al vero termine della sua ricerca. È infatti evidente che tale potere non può mantenersi e continuare ad esercitare la sua azione se non a condizione che ogni restaurazione dell’idea tradizionale sia resa impossibile, e ciò più che mai nel momento in cui si appresta a procedere ulteriormente nella direzione della sovversione, movimento in cui consiste, come abbiamo spiegato, la seconda fase di quest’azione. È dunque per esso tanto importante il far deviare le ricerche che tendono verso la conoscenza tradizionale, quanto lo è il far fallire quelle che, vertendo sulle origini e sulle cause reali della deviazione moderna, sarebbero capaci di svelare qualcosa della sua natura propria e dei mezzi d’influenza a sua disposizione; sono queste, per esso, due necessità in qualche modo complementari l’una dell’altra, tali da potersi considerare, tutto sommato, i due aspetti positivo e negativo di una stessa esigenza, fondamentale per la sua dominazione.
Tutti gli impieghi abusivi della parola «tradizione» possono, in proporzioni variabili, servire a questo scopo, a cominciare dal più volgare di tutti, quello che la fa sinonimo di «costume» o di «uso», provocando una confusione della tradizione con le cose più bassamente umane e più completamente prive d ogni significato profondo. Ma esistono altre deformazioni più sottili e di conseguenza più pericolose; esse hanno tutte però il carattere comune di far discendere l’idea di tradizione a un livello puramente umano, mentre, ben al contrario, non è e non può essere veramente tradizionale se non ciò che comporta un elemento di ordine sopraumano. È questo, di fatto, il punto essenziale, quello che costituisce in qualche modo la definizione stessa della tradizione e di tutto ciò che ad essa si ricollega; si tratta anche, naturalmente, di quel che occorre innanzi tutto impedire che sia riconosciuto per mantenere la mentalità moderna nelle sue illusioni, e a maggior ragione per procurargliene di nuove, le quali, lungi dall’accordarsi con una restaurazione del sopraumano, dovranno al contrario dirigere più efficacemente questa mentalità verso le modalità peggiori dell’infraumano. Del resto, per convincersi dell’importanza che viene attribuita alla negazione del sopraumano da parte degli agenti coscienti ed incoscienti della deviazione moderna, basta osservare in qual misura tutti coloro che hanno la pretesa di farsi «storici» delle religioni e delle altre forme della tradizione (che essi però confondono invariabilmente sotto l’unica denominazione di «religioni») si accaniscano, prima d’ogni altra cosa, a spiegarle con fattori esclusivamente umani; importa poco che, a seconda delle scuole, questi fattori siano psicologici, sociali o d’altra natura, anzi, la molteplicità delle spiegazioni presentate in questo modo permette perfino che un più gran numero di persone siano sedotte; quella che è costante è la volontà ben ferma di ridurre tutto al livello umano, non lasciando sussistere nulla di ciò che lo oltrepassa; coloro che credono nel valore di questa «critica» distruttiva sono per conseguenza, predisposti a confondere la tradizione con qualunque cosa, poiché di fatto non c’è più, nell’idea che è stata loro inculcata, nulla che la possa veramente distinguere da quanto è privo d’ogni carattere tradizionale.
Dal momento che tutto ciò che è di ordine esclusivamente umano non può, proprio per tale ragione, essere legittimamente qualificato tradizionale, non può esistere, per esempio, una «tradizione filosofica», o una «tradizione scientifica», nel senso moderno e profano della parola; né, ovviamente, può esistere una «tradizione politica», per lo meno in luoghi dove manchi completamente un’organizzazione tradizionale, com’è il caso del mondo occidentale attuale. Tuttavia si tratta di alcune delle espressioni che sono oggi d’uso corrente e che costituiscono altrettante deformazioni dell’idea di tradizione; è ovvio che se gli spiriti «tradizionalistici» di cui dicevamo in precedenza potranno essere indotti a lasciar deviare la loro attività verso questo o quello di tali campi e a limitare ad esso tutti i loro sforzi, le loro aspirazioni saranno di conseguenza «neutralizzate» e rese completamente inoffensive, quando poi non siano addirittura utilizzate, a loro insaputa, in un senso totalmente opposto alle loro intenzioni. Accade infatti che si giunga ad applicare l’appellativo di «tradizione» a cose che, per loro stessa natura, sono antitradizionali al massimo grado: così si parla di «tradizione umanistica», o addirittura di «tradizione nazionale», quando l’«umanesimo» o non è nient’altro che la vera e propria negazione del sopraumano e la formazione delle «nazionalità» è stato il mezzo utilizzato per distruggere l’organizzazione sociale tradizionale del Medio Evo. Né ci sarebbe molto da stupirsi se un giorno o l’altro qualcuno incominciasse a parlare di «tradizione protestante», di «tradizione laica» o di «tradizione rivoluzionaria», o se gli stessi materialisti finissero col proclamarsi i difensori di una «tradizione», se non altro in qualità di rappresentanti di qualcosa che appartiene già in gran parte al passato! Nello stato di confusione mentale a cui è pervenuta la gran maggioranza dei nostri contemporanei, le associazioni di termini più manifestamente contraddittori non hanno più niente che possa farli indietreggiare, o anche soltanto farli riflettere un poco.
Un’altra considerazione a cui siamo indotti da quel che precede è questa: quando tali persone, che si sono rese conto del disordine moderno per aver constatato il grado troppo visibile a cui esso è giunto attualmente (soprattutto da quando è stato superato il punto corrispondente alla massima «solidificazione»), vogliono «reagire» in un modo o nell’altro, il miglior modo di rendere inefficace questo bisogno di «reazione» non è forse quello di orientarle verso qualcuno degli stadi precedenti e meno «avanzati» della deviazione in questione, stadi in cui il disordine non aveva ancora assunto proporzioni così evidenti e si presentava, se così si può dire, sotto apparenze più accettabili anche per chi non fosse ancora totalmente accecato da certe suggestioni? Ogni «tradizionalista» d’intenzione deve normalmente affermarsi «antimoderno», ma non è che con ciò egli non possa essere, a propria insaputa, meno contaminato dalle idee moderne sotto qualche forma più o meno attenuata, e quindi più difficilmente discernibile, ma corrispondente tuttavia all’una a all’altra delle tappe percorse da tali idee nel corso del loro sviluppo; in questo campo nessuna concessione è ammissibile, quand’anche fosse involontaria o inconscia, giacché, dal loro punto di partenza al loro risultato attuale, e oltre ancora, tutto è ricollegato e concatenato inesorabilmente. A tal proposito ci preme ancora aggiungere questo: il lavoro che ha per scopo d’impedire a ogni «reazione» di mirare più in là che al ritorno di un disordine inferiore, mascherando in tutti i casi il carattere di quest’ultimo e facendolo passare per «ordine», si affianca esattamente a quello che viene eseguito, in altri campi, per far penetrare lo spirito moderno proprio all’interno di quanto in Occidente può ancora sopravvivere delle organizzazioni tradizionali d’ogni ordine; in entrambi i casi quello che si ottiene è lo stesso effetto di «neutralizzazione» delle forze di cui si potrebbe temere l’opposizione. Né d’altronde parlare di «neutralizzazione» è sufficiente, giacché dalla lotta che inevitabilmente deve aver luogo tra gli elementi che si trovano ridotti in tal modo e, per così dire, allo stesso livello e sullo stesso terreno, e la cui ostilità reciproca rappresenta ormai solo quella esistente tra produzioni diverse ed opposte della stessa deviazione moderna, può soltanto aver origine un ulteriore aumento del disordine e della confusione, e si tratterà in definitiva d’un passo avanti verso la dissoluzione finale.
Fra tutte le cose più o meno incoerenti che oggi si agitano e si urtano, fra tutti i «movimenti» esteriori, di qualunque genere siano, non è dunque assolutamente il caso, dal punto di vista tradizionale o anche semplicemente «tradizionalistico», di «prender partito», come si usa dire, perché ciò significherebbe soltanto lasciarsi ingannare, e, considerato che in realtà sono sempre le stesse influenze ad esercitarsi dietro tutte queste cose, intervenire nelle lotte volute da esse e da esse invisibilmente dirette equivarrebbe propriamente a fare il loro gioco; in queste condizioni, il semplice fatto di «prender partito» corrisponderebbe di per sé, per quanto inconsciamente, ad un atteggiamento veramente antitradizionale. Non vogliamo scendere qui ad alcuna applicazione particolare, sennonché non possiamo fare a meno di constatare, e ciò nel modo più generale, che in questo genere di cose i principi fanno difetto dappertutto, quantunque non si sia certamente mai tanto parlato di «principi» come si fa oggi da tutte le parti, applicando quasi indiscriminatamente questa denominazione a tutto ciò a cui essa meno si adatta, e talvolta addirittura a quel che al contrario implica la negazione d’ogni vero principio. E quest’altro abuso di una parola è pur esso rivelatore delle tendenze reali di quella falsificazione del linguaggio, di cui il deviamento del termine «tradizione» ci ha fornito l’esempio più tipico, e sul quale dovevamo insistere in modo particolare perché è più direttamente legato all’argomento del nostro studio, in quanto questo deve dare una veduta d’assieme delle ultime fasi della «discesa» ciclica. Non possiamo infatti arrestarci al punto che rappresenta l’apogeo del «regno della quantità», giacché quel che lo segue si ricollega troppo da vicino a quel che lo precede perché possa esserne separato se non in modo del tutto artificiale; non è nostra intenzione fare delle «astrazioni», le quali sono in definitiva una delle forme della «semplificazione» cara alla mentalità moderna, ma vogliamo esaminare invece, per quanto è possibile, la realtà com’essa è, senza amputarla di nulla di ciò che è essenziale per la comprensione delle condizioni dell’epoca attuale.

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