"…la dottrina è infallibile, è a causa del fatto che essa è un’espressione della verità, la quale, in se stessa, è assolutamente indipendente dagli individui che la ricevono e che la comprendono. La garanzia della dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»". René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cap. "Sull’infallibilità tradizionale"

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lunedì 15 dicembre 2014

René Guénon, Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi - 29. Deviazione e sovversione

René Guénon
Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi 

Abbiamo trattato dell’azione antitradizionale, da cui il mondo moderno è stato per così dire «fabbricato», considerandola nel suo insieme come un’opera di deviazione nei confronti dello stato normale, stato normale che è quello di tutte le civiltà tradizionali, qualunque possano essere, beninteso, le loro forme particolari; questo modo di vedere le cose è di facile comprensione e non richiede commenti più estesi. Sennonché resta da fare una distinzione tra deviazione e sovversione: si potrebbe dire che la deviazione è passibile di gradi indefinitamente molteplici, di modo che essa può effettuarsi a poco a poco e in modo quasi insensibile; un esempio di quanto stiamo dicendo lo troviamo nel procedere della mentalità moderna dall’«umanesimo» e dal razionalismo al meccanicismo e poi al materialismo, e altresì nel processo secondo il quale la scienza profana è andata elaborando successivamente teorie dal carattere sempre più esclusivamente quantitativo, ciò che permette di dire che tale deviazione nel suo insieme, e fin dal suo inizio, ha in modo costante teso ad instaurare progressivamente il «regno della quantità». 
Ma, quando la deviazione sia giunta al suo termine estremo, essa si risolve in un vero e proprio «rovesciamento», vale a dire in uno stato diametralmente opposto all’ordine normale, ed è allora che si può parlare propriamente di «sovversione», secondo il significato etimologico della parola. È chiaro però che tale «sovversione» non va assolutamente confusa con il «capovolgimento» di cui parlammo a proposito dell’istante finale del ciclo, «capovolgimento» di cui essa è esattamente il contrario, perché, venendo precisamente dopo la «sovversione», e nel momento stesso in cui questa sembra essere compiuta, esso è in realtà un «raddrizzamento», che ristabilisce l’ordine normale e restaura lo «stato primordiale» che di quest’ordine rappresenta la perfezione nella sfera umana.
Si potrebbe dire che la sovversione, intesa in questo modo, non è in definitiva nient’altro che l’ultimo stadio e la conclusione della deviazione, o anche, ed è la stessa cosa, che tutta la deviazione non fa che tendere, in fondo, a produrre la sovversione, e di fatto nulla è più vero; nello stato presente delle cose, quantunque non si possa ancora dire che la sovversione sia completa, di essa esistono già segni ben visibili in tutto quel che presenta carattere di «contraffazione» o di «parodia», carattere a cui abbiamo più volte fatto allusione e sul quale ritorneremo più ampiamente in seguito. Per il momento ci accontenteremo di far notare che tale carattere costituisce, in se stesso, un marchio molto espressivo dell’origine reale di quanto ne è affetto e, per conseguenza, di tutta la deviazione moderna, della quale mette bene in evidenza la natura veramente «satanica». Quest’ultima parola, in effetti, si applica in modo proprio a tutto ciò che è negazione e rovesciamento dell’ordine, e di fatto sono questi, senza il minimo dubbio, i caratteri di quanto ci circonda e di cui possiamo constatare gli effetti; d’altronde, è forse il mondo moderno in sé qualcosa di diverso dalla pura e semplice negazione di ogni verità tradizionale? Sennonché, questo spirito di negazione è nello stesso tempo, ed in qualche modo per necessità, uno spirito di menzogna; esso si nasconde sotto ogni sorta di travestimenti, spesso i più inattesi, per non essere riconosciuto per quel che è, per farsi anzi passare per il suo contrario, ed è proprio in ciò che si rivela la contraffazione; è questa l’occasione per ricordare come corra il detto che «Satana è la scimmia di Dio», e come egli «si trasfiguri in angelo di luce». Tutto sommato, ciò equivale a dire che egli imita a modo suo, alterandole e falsificandole in modo da farle sempre servire ai propri fini, le cose stesse a cui vuole opporsi: per tale ragione avverrà che egli s’industrii affinché il disordine assuma le apparenze d’un falso ordine, che dissimuli la negazione d’ogni principio sotto l’affermazione di principi falsi, e via di questo passo. Evidentemente tutte queste imprese non potranno essere in realtà null’altro che simulacro e perfino caricatura, ma presentate in modo sufficientemente abile perché l’immensa maggioranza degli uomini se ne lasci ingannare; come stupirsene del resto, quando si vede quanto facilmente le soperchierie, anche le più grossolane, riescano ad imporsi alla folla, e come sia invece difficile in seguito riuscire a disingannarla? Già gli antichi dell’età «classica» solevano dire «vulgus vult decipi»; ed è indubbio che sempre esistettero, per quanto mai così numerose come ai giorni nostri, persone disposte ad aggiungere: «ergo decipiatur»!
Tuttavia, poiché contraffazione equivale a parodia, trattandosi di due termini che sono quasi sinonimi, c’è invariabilmente in tutte le cose di questo genere un elemento grottesco, il quale può essere più o meno appariscente, ma che in ogni caso non dovrebbe sfuggire a osservatori sia pur soltanto moderatamente perspicaci, se le «suggestioni» che essi subiscono inconsciamente non ne abolissero a tal riguardo la perspicacia naturale. Si tratta dell’aspetto per il cui tramite la menzogna, per quanto abile, non può far altro che tradirsi; ed è chiaro come anche questo sia uno dei «marchi» d’origine, inseparabili dalla contraffazione, i quali normalmente devono permettere di riconoscerla come tale. Se si volessero citare a questo proposito alcuni esempi scelti fra le differenti manifestazioni dello spirito moderno, non si avrebbe che l’imbarazzo della scelta, a cominciare dagli pseudo-riti «civili» e «laici», che tanta diffusione hanno avuto dappertutto in questi ultimi anni, e i quali mirano a fornire alla «massa» un surrogato puramente umano dei veri riti religiosi, per finire con le stravaganze di quel sedicente «naturismo» che, nonostante il suo nome, non è meno artificiale, per non dire «antinaturale», delle inutili complicazioni dell’esistenza contro le quali ha la pretesa di reagire con una ridicola commedia, il cui vero scopo è soltanto di far credere che lo «stato di natura» si confonde con l’animalità; né è stato risparmiato il semplice riposo dell’essere umano minacciato pur esso di essere snaturato dall’idea, contraddittoria in sé, ma ben conforme all’«ugualitarismo» democratico, di una «organizzazione del tempo libero»![1] È con intenzione che ricordiamo in questa sede soltanto fatti conosciuti da tutti, appartenenti in modo incontestabile a quello che può esser detto il «dominio» pubblico, e che da tutti possono conseguentemente essere constatati senza difficoltà; non è dunque incredibile che coloro che ne sentono, non diciamo il pericolo, ma anche solamente il ridicolo, siano così rari da rappresentare delle vere e proprie eccezioni? Trattando di queste cose, così come di molte altre, quel che si dovrebbe dire sarebbe «pseudo-religione», «pseudo-natura», «pseudo-riposo». Se si volesse sempre parlare secondo verità, si dovrebbero far precedere dal prefisso «pseudo» tutte le denominazioni dei prodotti specifici del mondo moderno, ivi compresa la scienza profana, la quale non è in sé nient’altro che una «pseudo-scienza» o un simulacro di conoscenza, e ciò per suggerire di cosa si tratti in realtà: niente più che falsificazioni, e falsificazioni il cui scopo è fin troppo evidente per coloro che sono ancora capaci di riflettere.
Fatte queste osservazioni, ritorniamo a considerazioni di carattere più generale: cos’è che rende possibile questa contraffazione, anzi, cos’è che la rende sempre più possibile e sempre più perfetta nel suo genere, se ci è permessa simile espressione in un’occasione come questa, a mano a mano che si procede nel cammino discendente del ciclo? La ragione profonda di ciò risiede nel rapporto d’analogia inversa esistente, come già da noi spiegato, tra il punto più elevato e il punto più basso; è questo che permette, in particolare, che siano realizzate, in misura corrispondente a quella in cui ci si avvicina al campo della quantità pura, quelle specie di contraffazioni dell’unità principiale che si manifestano nell’«uniformità» e nella «semplicità» verso cui tende lo spirito moderno, e che sono in qualche modo l’espressione più completa del suo sforzo di riduzione d’ogni cosa al punto di vista quantitativo. Non esiste probabilmente miglior illustrazione del fatto che la deviazione non deve far altro, se così si può dire, che svilupparsi e proseguire fino alla fine per condurre alla sovversione vera e propria, giacché quando ciò che vi è di più basso (perché si tratta infatti di qualcosa che è addirittura inferiore ad ogni possibile esistenza) tenta in questo modo di imitare e di contraffare i principi superiori e trascendenti, è effettivamente di sovversione che occorre parlare. Bisogna ad ogni modo ricordare che per la natura stessa delle cose la tendenza verso la quantità pura non potrà mai arrivare a produrre completamente il suo effetto; perché la sovversione sia di fatto completa, è dunque necessario che qualcos’altro intervenga, ed a questo riguardo potremmo ripetere, tutto sommato, quello che già abbiamo detto a proposito della dissoluzione, ponendoci solamente in un’ottica un po’ differente. Del resto, in entrambi i casi, appare evidente come si tratti di cose le quali hanno attinenza con il termine finale della manifestazione ciclica; ed è questa precisamente la ragione per cui il «raddrizzamento» dell’ultimo istante deve apparire, nel modo più esatto, un rovesciamento di tutte le cose rispetto allo stato di sovversione in cui esse si trovano immediatamente prima di questo istante.
Se si tiene conto dell’ultima osservazione, si può ancora aggiungere quanto segue: la prima delle due fasi che abbiamo distinto nell’azione antitradizionale costituisce semplicemente un’opera di deviazione, il cui prodotto proprio è il materialismo più completo e più grossolano; quanto alla seconda fase, essa potrebbe essere caratterizzata più particolarmente come un’opera di sovversione (giacché è veramente questo a cui tende), prima che si concluda nella costituzione di quella che abbiamo chiamato una «spiritualità alla rovescia», come il seguito delle cose dimostrerà ancor più chiaramente. Le forze sottili inferiori alle quali si fa ricorso in questa seconda fase possono veramente esser dette forze «sovversive» sotto ogni riguardo. Se ci è occorso d’applicare in precedenza la stessa parola «sovversione» all’utilizzazione «alla rovescia» di quel che rimane delle antiche tradizioni abbandonate dallo «spirito», è perché, nei due casi, si tratta di cose simili, giacché tali vestigia corrotte, in condizioni come quelle da noi descritte, cadono necessariamente anch’esse nelle regioni inferiori dell’ambito sottile. Ora daremo un altro esempio particolarmente chiaro dell’opera di sovversione, esempio che ci è fornito dal rovesciamento intenzionale del senso legittimo e normale dei simboli tradizionali. Si tratterà allo stesso tempo d’una buona occasione perché possiamo spiegarci più compiutamente sulla questione di quel duplice significato che i simboli generalmente contengono in sé, sul quale abbiamo avuto così spesso da appoggiarci nel corso della presente trattazione che non sarà affatto fuori tema fornire al suo proposito qualche precisazione maggiore.



[1] È il caso di aggiungere che questa «organizzazione del tempo libero» fa parte integrante degli sforzi compiuti, secondo quanto da noi segnalato più sopra, per obbligare gli uomini a vivere il più possibile «in comune».

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