"…la dottrina è infallibile, è a causa del fatto che essa è un’espressione della verità, la quale, in se stessa, è assolutamente indipendente dagli individui che la ricevono e che la comprendono. La garanzia della dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»". René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cap. "Sull’infallibilità tradizionale"

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mercoledì 21 febbraio 2018

Guénon René, Considerazioni sull'Iniziazione - XXVI - Sulla morte iniziatica

Guénon René
Considerazioni sull'Iniziazione

XXVI - Sulla morte iniziatica

Un’altra delle  questioni che, come quella delle prove, sembrano essere scarsamente comprese dalla maggioranza di quei nostri contemporanei che hanno la pretesa di trattare di queste cose, è quella della cosiddetta «morte iniziatica»; ci è infatti frequentemente capitato di imbatterci, a questo proposito, in un’espressione come quella di «morte fittizia», espressione che testimonia dell’incomprensione più completa delle realtà di quest’ordine.

Coloro che si esprimono in questo modo vedono soltanto, evidentemente, l’esteriorità del rito e non hanno nessuna idea degli effetti che esso deve produrre su coloro che sono veramente qualificati; se così non fosse, essi si renderebbero conto che tale «morte», ben lungi dall’essere «fittizia» è invece, in un certo senso, anche più reale della morte intesa nel senso ordinario della parola, poiché è evidente che il profano, morendo, non diviene con ciò stesso iniziato, e la distinzione tra l’ordine profano (comprendendovi non soltanto ciò che è privo di carattere tradizionale, ma anche qualsiasi exoterismo) e l’ordine iniziatico è, a dire il vero, la sola che oltrepassi le contingenze inerenti agli stati particolari dell’essere e che abbia, di conseguenza, un valore profondo e permanente dal punto di vista universale. Ci accontenteremo di ricordare, a questo riguardo, che tutte le tradizioni insistono sulla differenza essenziale che esiste negli stati postumi dell’essere umano, a seconda che si tratti del profano o dell’iniziato; se le conseguenze della morte, assunta nella sua accezione abituale, sono in tal modo condizionate da questa distinzione, è dunque perché il cambiamento che dà accesso all’ordine iniziatico corrisponde a un grado superiore di realtà.
È bene chiarire che la parola «morte» dev’essere presa qui nel suo senso più generale, secondo il quale si può dire che ogni cambiamento di stato, qualunque esso sia, è al tempo stesso una morte e una nascita, a seconda che lo si consideri dall’uno o dall’altro lato: morte in rapporto allo stato antecedente, nascita in rapporto a quello successivo. L’iniziazione è generalmente descritta come una «seconda nascita», cosa che essa è effettivamente; ma questa «seconda nascita» implica necessariamente la morte al mondo profano e la segue in qualche modo immediatamente, poiché non si tratta, per esprimerci esattamente, che delle due facce di uno stesso cambiamento di stato. Per quanto riguarda il simbolismo del rito, esso sarà naturalmente fondato sull’analogia che esiste tra tutti i cambiamenti di stato: in ragione di questa analogia, la morte e la nascita in senso ordinario simboleggiano la morte e la nascita iniziatica, le immagini prese da esse essendo trasposte dal rito in un altro ordine di realtà. È il caso di notare in special modo, a questo riguardo, che ogni cambiamento di stato dev’esser visto come se avvenisse nelle tenebre, ciò che spiega il simbolismo del colore nero in rapporto con la realtà in questione[1]: il candidato all’iniziazione deve passare attraverso l’oscurità completa prima di accedere alla «vera luce». È in questa fase di oscurità che si effettua quella che viene indicata come la «discesa agli Inferi», di cui abbiamo parlato più ampiamente altrove[2]: si tratta, potremmo dire, di una specie di «ricapitolazione» degli stati antecedenti, per mezzo della quale le possibilità riferentisi allo stato profano saranno definitivamente esaurite, acciocché l’essere possa da quel momento sviluppare liberamente le possibilità d’ordine superiore che porta in sé, e la cui realizzazione appartiene propriamente all’ambito iniziatico.
D’altra parte, poiché considerazioni simili sono applicabili a qualsiasi cambiamento di stato, e visto che i gradi ulteriori e successivi dell’iniziazione corrispondono naturalmente anch’essi a cambiamenti di stato, si può dire che vi sarà nuovamente, per l’accesso a ciascuno di essi, morte e nascita, benché il «taglio», se è permesso esprimersi così, sia meno netto e di importanza meno fondamentale rispetto a quello relativo alla prima iniziazione, per il passaggio, cioè, dall’ambito profano all’ambito iniziatico. D’altro canto, è evidente che i cambiamenti subiti dall’essere nel corso del suo sviluppo sono realmente in molteplicità indefinita; i gradi iniziatici conferiti ritualmente, in qualsiasi forma tradizionale, non possono quindi corrispondere che a una specie di classificazione generale delle principali tappe da percorrere, e ciascuno di essi può riassumere in sé tutto un insieme di tappe secondarie e intermedie. Ma vi è, in questo processo, un punto più particolarmente importante, in cui il simbolismo della morte dovrà apparire nuovamente nel modo più esplicito, e ciò richiede ulteriori spiegazioni.
La «seconda nascita», vista come corrispettiva della prima iniziazione, è propriamente, come abbiamo già detto, quella che si può chiamare una rigenerazione psichica; ed è infatti nell’ordine psichico, cioè nell’ordine in cui si situano le modalità sottili dell’essere umano, che devono effettuarsi le prime fasi dello sviluppo iniziatico; ma queste ultime non costituiscono uno scopo in se stesse, e sono soltanto preparatorie in rapporto alla realizzazione di possibilità di ordine più elevato, cioè dell’ordine spirituale nel vero senso della parola. Il punto del processo iniziatico al quale abbiamo fatto allusione è perciò quello che segnerà il passaggio dall’ambito psichico all’ambito spirituale; e questo passaggio potrà essere considerato costituire più particolarmente una «seconda morte» e una «terza nascita»[3]. È opportuno aggiungere che questa «terza nascita» sarà rappresentata più come una «resurrezione» che come una nascita ordinaria, poiché non si tratta più di un «inizio» nel senso della prima iniziazione; le possibilità già sviluppate, e acquisite una volta per tutte, dovranno ritrovarsi dopo questo passaggio, ma «trasformate», in modo analogo a quello per cui il «corpo glorioso» o «corpo di resurrezione» rappresenta la «trasformazione» delle possibilità umane, al di là delle condizioni limitative che definiscono il modo d’esistenza dell’individualità come tale.
La questione, ricondotta così all’essenziale, è in fondo abbastanza semplice; ciò che la complica, come capita quasi sempre, sono le confusioni che si commettono mescolando a essa considerazioni che si riferiscono in realtà a cose del tutto diverse. È quel che si verifica specialmente riguardo alla «seconda morte», a cui molti pretendono di dare un significato particolarmente sfavorevole, non sapendo fare certe distinzioni essenziali tra i diversi casi in cui questa espressione può essere usata.
La «seconda morte», secondo quanto abbiamo detto, altro non è che la «morte psichica»; questo fatto può considerarsi suscettibile di prodursi, a scadenza più o meno lunga dopo la morte corporea – per l’uomo ordinario – al di fuori di ogni processo iniziatico; ma allora questa «seconda morte» non darà accesso alla sfera spirituale, e l’essere, uscendo dallo stato umano, passerà semplicemente a un altro stato individuale di manifestazione. Si tratta di una eventualità temibile per il profano, il quale ha tutti i vantaggi nell’essere mantenuto in quelli che abbiamo chiamato i «prolungamenti» dello stato umano, cosa che è d’altronde, in tutte le tradizioni, la principale ragione d’essere dei riti funerari. Ma la cosa è del tutto diversa per l’iniziato, perché questi realizza le possibilità stesse dello stato umano soltanto per riuscire a superarlo, e perché deve necessariamente uscire da tale stato, senza che abbia del resto bisogno per questo di attendere la dissoluzione dell’apparenza corporea, per passare agli stati superiori.
Aggiungiamo ancora, per non trascurare nessuna possibilità, che vi è un altro aspetto sfavorevole della «seconda morte», il quale si riferisce propriamente alla «contro-iniziazione»; quest’ultima, infatti, imita nelle sue fasi l’iniziazione vera, ma i suoi risultati sono in qualche modo all’inverso di questa e, evidentemente, essa non può in nessun caso condurre alla sfera spirituale, giacché, al contrario, non fa che allontanarne l’essere sempre di più. Allorché l’individuo che segue questa via arriva alla «morte psichica» si trova in una situazione non esattamente simile a quella del profano puro e semplice, ma molto peggiore, in ragione dello sviluppo che ha dato alle possibilità inferiori dell’ordine sottile; ma su questo argomento non insisteremo oltre, e ci accontenteremo di rinviare alle allusioni che su di esso abbiamo già fatto in altre occasioni[4], poiché, a dire il vero, è questo un caso che può presentare interesse soltanto da un punto di vista molto speciale, il quale, comunque sia, non ha assolutamente nulla a che vedere con la vera iniziazione. La sorte dei «maghi neri», come comunemente vengono chiamati, non riguarda che loro stessi, e sarebbe perlomeno inutile alimentare le divagazioni più o meno fantasiose a cui questo argomento dà luogo anche troppo spesso; di loro vale la pena di occuparsi soltanto per denunciarne i misfatti quando le circostanze lo esigano, e per opporvisi nella misura del possibile; e disgraziatamente, in un’epoca come la nostra, tali misfatti sono notevolmente più numerosi e gravi di quanto possano immaginare coloro che non hanno avuto occasione di rendersene conto direttamente.



[1] Questa spiegazione è ugualmente valida per quanto riguarda le fasi della «Grande Opera» ermetica, fasi che, come abbiamo già indicato, corrispondono rigorosamente a quelle dell’iniziazione.
[2] Cfr. L’Ésotérisme de Dante.
[3] Nel simbolismo massonico, ciò corrisponde all’iniziazione al grado di Maestro.
[4] Vedere Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi, capp. XXXV e XXXVIII.

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