"…la dottrina è infallibile, è a causa del fatto che essa è un’espressione della verità, la quale, in se stessa, è assolutamente indipendente dagli individui che la ricevono e che la comprendono. La garanzia della dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»". René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cap. "Sull’infallibilità tradizionale"

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venerdì 21 novembre 2014

René Guénon, Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi - 17. Solidificazione del mondo

René Guénon
Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi
 

17. Solidificazione del mondo

Ritorniamo ora alla spiegazione della maniera in cui si realizza effettivamente, nell’epoca moderna, un mondo conforme, nella misura del possibile, alla concezione materialistica; per comprenderlo, bisogna anzitutto rammentare che l’ordine umano e l’ordine cosmico non sono in realtà separati, come troppo facilmente ci si immagina ai giorni nostri, ma che al contrario sono così strettamente legati che ciascuno di essi reagisce costantemente sull’altro, e che esiste sempre una corrispondenza fra i loro rispettivi stati.
Questa considerazione è essenzialmente alla base di tutta la dottrina dei cicli e, se la si ignorasse, i dati tradizionali ad essa riferentisi sarebbero quasi del tutto inintelligibili; la relazione esistente fra certe fasi critiche della storia dell’umanità e certi cataclismi che si producono in determinati periodi astronomici ne rappresenta forse l’esempio più sorprendente; ma è evidente che questo non è che il caso estremo di tali corrispondenze, le quali esistono in realtà in modo continuo, anche se sono senza dubbio meno appariscenti quando le cose subiscono modificazioni graduali e quasi insensibili.
Ciò posto, è del tutto naturale che, nel corso dello sviluppo ciclico, la manifestazione cosmica nel suo complesso, e quindi la mentalità umana che vi è necessariamente inclusa seguano di pari passo uno stesso andamento discendente, nel senso già da noi precisato di un graduale allontanamento dal principio, e cioè dalla spiritualità primitiva inerente al polo essenziale della manifestazione. Questo cammino può dunque essere descritto, accettando qui i termini del linguaggio corrente perché idonei a mettere in evidenza la correlazione che stiamo esaminando, come una specie di progressiva «materializzazione» dell’ambiente cosmico; per cui soltanto quando questa «materializzazione» ha raggiunto un certo livello, già fortemente accentuato, può correlativamente apparire nell’uomo la concezione materialistica, come pure l’atteggiamento generale che praticamente le corrisponde, e che, come abbiamo detto, si conforma alla rappresentazione della cosiddetta «vita ordinaria»; senza questa effettiva «materializzazione», del resto, tutto ciò non avrebbe la minima parvenza di giustificazione, in quanto la realtà ambientale le apporterebbe ad ogni istante delle smentite troppo palesi. La stessa idea di materia, come la concepiscono i moderni, poteva veramente originarsi soltanto in queste condizioni; ciò che essa più o meno confusamente esprime non è in ogni caso nient’altro che un limite, il quale, nel corso della discesa in questione, non potrà mai di fatto essere raggiunto; intanto perché essa viene considerata in sé come qualcosa di puramente quantitativo, e poi perché, essendo supposta come «inerte», un mondo in cui ci fosse qualcosa di veramente «inerte» cesserebbe proprio per ciò immediatamente di esistere; questa è dunque la più illusoria di tutte le idee, in quanto non corrisponde assolutamente ad alcuna realtà, per bassa che sia situata nella gerarchia dell’esistenza manifestata. In altri termini, si potrebbe anche dire che la «materializzazione» esiste come tendenza, ma che la «materialità», termine ultimo di questa tendenza, è uno stato irrealizzabile; ne deriva, tra le altre conseguenze, che le leggi meccaniche formulate teoricamente dalla scienza moderna non sono mai suscettibili di una esatta e rigorosa applicazione alle condizioni dell’esperienza, perché in questa sussistono sempre elementi che loro sfuggono necessariamente, anche nella fase in cui il ruolo di tali elementi si trovi in qualche modo ridotto al minimo. Si tratta quindi solo di una approssimazione, la quale, in questa fase, e con riserva per casi divenuti allora eccezionali, se può essere sufficiente per i bisogni pratici immediati, implica pur sempre una semplificazione assai grossolana, che non soltanto le toglie ogni pretesa di «esattezza», ma anche ogni valore di «scienza» nel vero significato del termine; ed è appunto per questa stessa approssimazione che il mondo sensibile può assumere l’apparenza di un «sistema chiuso», tanto agli occhi dei fisici quanto nel corso degli avvenimenti che costituiscono la «vita ordinaria».
Invece di parlare di «materializzazione» come abbiamo fatto finora, si potrebbe anche, in fondo nello stesso senso ma forse in modo più preciso ed anche più «reale», parlare di «solidificazione»; i corpi solidi infatti, proprio per la loro densità ed impenetrabilità, sono quelli che più d’ogni altra cosa danno l’illusione della «materialità». Questo ci ricorda in pari tempo il modo, già segnalato in precedenza, in cui Bergson parla del «solido» come di ciò che in certo qual modo costituisce il campo proprio della ragione; da cui risulta evidente che egli, coscientemente o no (e senza dubbio assai poco coscientemente poiché non solo generalizza e non fa intervenire alcuna restrizione, ma per di più crede di poter parlare di «intelligenza», com’è sua abitudine, allorché quanto dice è applicabile unicamente alla ragione), si riferisce più specialmente a ciò che vede intorno a sé, cioè all’uso «scientifico» che viene fatto attualmente della ragione. Aggiungeremo che questa effettiva «solidificazione» è proprio la vera causa per cui la scienza moderna «riesce», non certo nelle sue teorie che non perciò sono meno false e del resto in continuo mutamento, bensì nelle sue applicazioni pratiche; in altre epoche, in cui tale «solidificazione» non era così accentuata, non solo l’uomo non avrebbe potuto pensare all’industria come la si concepisce oggi, ma questa stessa industria sarebbe stata assolutamente impossibile, analogamente a tutto l’insieme della «vita ordinaria» in cui essa tiene un posto così importante. Tanto basta, notiamolo di sfuggita, per tagliar corto a tutte le fantasticherie di sedicenti «chiaroveggenti» i quali, immaginando il passato sullo stesso modello del presente, attribuiscono a certe civiltà «preistoriche» e di data molto remota qualcosa del tutto simile al «macchinismo» contemporaneo: si tratta unicamente di una forma di quell’errore che fa dire volgarmente che «la storia si ripete», e che implica un’ignoranza completa di quelle che abbiamo chiamato determinazioni qualitative del tempo.
Per arrivare al punto da noi descritto, è necessario che l’uomo, proprio a causa di questa «materializzazione» o di questa «solidificazione» naturalmente operantesi in lui come nel resto della manifestazione cosmica di cui fa parte in modo tale da modificare notevolmente la sua costituzione «psicofisiologica», abbia perduto l’uso di quelle facoltà che normalmente gli permetterebbero di superare i limiti del mondo sensibile, in quanto, anche se quest’ultimo è realmente circondato da spesse paratie, mentre si può dire che non lo fosse nei suoi stati anteriori, è altrettanto vero che non può assolutamente esistere da nessuna parte una separazione assoluta tra ordini diversi di esistenza; una separazione del genere avrebbe l’effetto di sottrarre dalla realtà stessa il campo da essa racchiuso, cosicché anche l’esistenza di tale campo, cioè del mondo sensibile nel caso in questione, svanirebbe immediatamente. Ci si può d’altra parte, e legittimamente, chiedere come mai un’atrofia così completa e così generale di certe facoltà abbia potuto effettivamente prodursi; a questo scopo si è dovuto per prima cosa indurre l’uomo a prestare tutta la sua attenzione esclusivamente alle cose sensibili, ed è così che necessariamente ha dovuto cominciare quell’opera di deviazione che si potrebbe chiamare la «fabbricazione» del mondo moderno; quest’ultima, però, non poteva essa stessa «riuscire» se non precisamente in questa fase del ciclo, con l’utilizzare in modo «diabolico» le condizioni attuali dell’ambiente stesso. Comunque stiano le cose a proposito di quest’ultimo punto, sul quale non vogliamo per il momento insistere oltre, c’è da rimanere ammirati di fronte alla solenne scempiaggine di certe declamazioni care ai «volgarizzatori» scientifici (ma dovremmo piuttosto dire «scientisti»), i quali si compiacciono di affermare ad ogni piè sospinto che la scienza moderna fa indietreggiare senza posa i confini del mondo conosciuto quando, in realtà, è vero esattamente il contrario: mai questi confini sono stati così angusti come lo sono nelle concezioni ammesse dalla pretesa scienza profana, e mai il mondo e l’uomo si erano trovati così rimpiccioliti, al punto di essere ridotti a semplici entità corporee prive, per ipotesi, della sia pur minima possibilità di comunicazione con ogni altro ordine di realtà.
Vi è del resto un altro aspetto della questione, reciproco e complementare di quello finora trattato: in tutto ciò l’uomo non è ridotto al ruolo passivo di un semplice spettatore, che dovrebbe limitarsi a farsi un’idea più o meno vera, o più o meno falsa, di ciò che accade intorno a lui; egli è anzi uno di quei fattori che attivamente intervengono nelle modificazioni del mondo in cui vive; e dobbiamo aggiungere che è anche un fattore molto importante a causa della posizione propriamente «centrale» che egli si trova ad occupare in questo mondo. Parlando di questo intervento umano, non intendiamo alludere semplicemente alle modificazioni artificiali che l’industria fa subire all’ambiente terrestre, anche troppo evidenti del resto perché sia il caso di insistervi: questo è certamente di notevole importanza, ma non è tutto dal punto di vista in cui ci poniamo attualmente; intendiamo invece riferirci a qualcosa di completamente diverso, di non voluto da parte dell’uomo, almeno espressamente e coscientemente, ma che, in realtà, ha conseguenze molto più vaste. La concezione materialistica, in effetti, una volta formatasi e diffusasi in una maniera qualsiasi, non può che concorrere a rafforzare ulteriormente quella «solidificazione» del mondo che inizialmente l’ha resa possibile, e tutte le conseguenze direttamente o indirettamente derivate da tale concezione, ivi compresa la nozione corrente della «vita ordinaria», non fanno che tendere a questo stesso fine, poiché le reazioni generali dello stesso ambiente cosmico effettivamente cambiano a seconda dell’atteggiamento che l’uomo assume nei suoi confronti. Si può veramente affermare che certi aspetti della realtà si nascondano a chiunque la prenda in esame da profano e da materialista, e si rendano inaccessibili alla sua osservazione; questo non è un semplice modo di parlare più o meno «immaginoso», come qualcuno potrebbe credere, bensì la pura e semplice espressione di un fatto, così come è un fatto che gli animali fuggono spontaneamente e istintivamente di fronte a chiunque dimostri verso di essi un atteggiamento ostile. È questa la ragione per cui certe cose non potranno mai essere constatate da «scienziati» materialisti o positivisti, il che, naturalmente, li conferma ancor più nella convinzione della validità delle loro concezioni, dandone apparentemente una specie di prova negativa, allorché invece si tratta soltanto di un effetto di quelle stesse concezioni; beninteso, non è affatto vero che quelle cose abbiano cessato di esistere dopo la nascita del materialismo o del positivismo, soltanto esse si sono veramente «ritirate» dal campo a cui può accedere l’esperienza degli scienziati profani, e si astengono dal penetrarvi secondo modalità che potrebbero far supporre la loro azione o la loro stessa esistenza, non diversamente da come, in un altro ordine non privo del resto di rapporti con il precedente, il deposito delle conoscenze tradizionali si nasconde e si chiude sempre più strettamente di fronte all’invadenza dello spirito moderno. È in certo qual modo la «contropartita» della limitazione delle facoltà dell’essere umano a quelle di esse che riguardano esclusivamente la sola modalità corporea: a causa di questa limitazione, dicevamo, egli diviene incapace di uscire dal mondo sensibile; in conseguenza di ciò di cui stiamo ora parlando, perde inoltre ogni occasione per constatare un intervento manifesto di elementi sovrasensibili nello stesso mondo sensibile. Così viene per lui a completarsi, per quel tanto che è possibile, la «chiusura» di questo mondo, diventato tanto più «solido» quanto più si trova isolato da tutti gli altri ordini di realtà, anche da quelli a lui più vicini e che costituiscono semplicemente modalità diverse di uno stesso ambito individuale. All’interno di un mondo del genere, può sembrare che la «vita ordinaria» possa ormai svolgersi senza squilibri o incidenti imprevisti, come i movimenti di un «meccanismo» perfettamente regolato; l’uomo moderno, dopo aver «meccanizzato» il mondo che lo circonda, non tende forse come meglio può a «meccanizzare» se stesso in tutte le forme di attività che restano ancora aperte alla sua natura strettamente limitata?
La «solidificazione» del mondo, tuttavia, per quanto lontano possa spingersi effettivamente, non potrà mai essere completa, e vi sono limiti al di là dei quali essa non può andare poiché, come abbiamo detto, la sua estrema conseguenza sarebbe incompatibile con ogni esistenza reale, sia pure al più basso livello; non solo, ma, via via che avanza, tale «solidificazione» diviene sempre più precaria, poiché la più bassa delle realtà è anche la più instabile: la rapidità sempre crescente dei cambiamenti del mondo attuale lo testimonia in modo fin troppo eloquente. Niente può impedire che ci siano delle «fenditure» in questo supposto «sistema chiuso», il quale del resto, per via del suo carattere «meccanico», ha qualcosa di artificiale (è sottinteso che questo termine lo intendiamo in un’accezione molto più estesa di quella impiegata a definire le semplici produzioni industriali) che non è certo tale da ispirare fiducia nella sua durata; e, già attualmente, molteplici indizi mostrano appunto che il suo equilibrio instabile è in qualche modo sul punto di spezzarsi. È proprio per questo che quanto dicevamo del materialismo e del meccanicismo dell’epoca moderna quasi potrebbe, in un certo senso, esser messo al passato; ciò non significa che le loro conseguenze pratiche non possano continuare a svilupparsi ancora per qualche tempo, o che la loro influenza sulla mentalità generale non debba persistere più o meno a lungo, se non altro per via della «volgarizzazione» nelle sue diverse forme, ivi compreso l’insegnamento scolastico a tutti i livelli, in cui si trascinano numerose «sopravvivenze» di questo genere (sulle quali torneremo fra breve); ma è altrettanto vero che, al momento in cui siamo, la stessa nozione di «materia», così penosamente costituita attraverso tante diverse teorie, sembra sul punto di svanire; e tuttavia non è probabilmente il caso di felicitarsene oltre misura, poiché, come vedremo meglio in seguito, si può trattare, di fatto, soltanto di un passo in più verso la dissoluzione finale.

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