"…la dottrina è infallibile, è a causa del fatto che essa è un’espressione della verità, la quale, in se stessa, è assolutamente indipendente dagli individui che la ricevono e che la comprendono. La garanzia della dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»". René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cap. "Sull’infallibilità tradizionale"

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sabato 18 gennaio 2014

Titus Burckhardt, Sul «Barzakh»

Titus Burckhardt
Sul «Barzakh»

* Tratto da: Symboles. Recueil d'essais, Arché, Milano, 198o
 
I
Un esempio assai esplicito del doppio senso dei simboli[1] è dato dall'uso dell'espressione barzakh nell'esoterismo islamico. La parola barzakh è generalmente nota come designante nella teologia islamica un certo stato intermedio nell'evoluzione postuma dell'essere umano.
Ma l’esoterismo le dà un significato molto meno ristretto, pur basandosi d'altronde in maniera rigorosa sull'interpretazione metafisica dei versetti coranici che contengono il termine barzakh. Uno di questi versetti si trova nella sura Ar-Rahman: «Egli produce i due mari che si incontrano; fra i due mari c'è un istmo ( = barzakh) che essi non oltrepassano». E un altro si trova nella sura Al-Furqan: «Ed è Lui a produrre i due mari, l'uno dolce e potabile, l'altro salato e amaro; e ha fatto in mezzo ad essi un istmo (=barzakh) e una barriera insormontabile».
Secondo alcune interpretazioni note in ambito sufico, i due mari simboleggiano rispettivamente la Quiddità e le Qualità[2] , o, in altre accezioni, il manifestato e il non-manifestato, l'informale e il formale, la conoscenza immediata e la conoscenza teorica ecc. In definitiva, i due mari possono rappresentare i due gradi più o meno elevati, ma sempre consecutivi, della gerarchia dell'Essere (wujud).
Quanto al barzakh, che secondo una prospettiva «esterna» ha necessariamente il senso definito di «tramezzo», «elemento divisorio», esso può essere soltanto questo per una prospettiva che gli applica il principio della non-alterità. Quando lo si considera sotto il rapporto della sua situazione ontologica, se così si può dire, esso può apparire come un semplice tramezzo non solo dal punto di vista del grado di minore realtà, mentre, visto «dall'alto», deve costituire il punto di passaggio fra i due mari.
Lo si potrebbe dunque paragonare a un prisma che decompone la luce integrale d’un .mondo superiore nei vari colori d’un mondo inferiore, o, ancora, a una lente che concentra i raggi provenienti dall’alto filtrandoli attraverso un solo punto d’inversione.
Il barzakh è dunque elemento di separazione solo in quanto è esso stesso il punto d'origine di una prospettiva separativa alla quale esso si presenta come limite. E ciò trova d’altronde un’analogia in quello che viene chiamato il «punto cieco» nell'occhio fisico, nel luogo stesso in cui il nervo ottico lo perfora. •
Queste considerazioni sui due aspetti complementari del barzakh spiegano a sufficienza perché tale espressione sia talvolta usata, nel sufismo, come un sinonimo di qutb, «polo».
“Quello che viene chiamato il barzakh di un qualunque dominio dell'esistenza - diceva lo shaykh Sî Muhammad Tadili d’El-Jadîda - non è altro che il polo che regge tale dominio e dà ad esso la sua crescita”.
Come traspare dall'espressione «crescita», lo skaykh Tadilî aveva presenti soprattutto le applicazioni cosmologìche della teoria del barzakh: “In conformità della gerarchia dei mondi contenuti nel kawn el-kabîr[3], ogni modo o grado dell’individualità umana è presieduto da un barzakh, così come ogni facoltà umana è governata da un simile polo”.
Ciò può venir constatato, nella maniera più facile, nelle facoltà della concezione mentale, dove i barazikh (plurale di barzakh) costituiscono i cardini dei complementari «soggetto» e «oggetto», come pure nelle facoltà di percezione sensibile.
“Tutti i barazikh dell’uomo - diceva inoltre lo shaykh Tadilî  - dipendono dal suo barzakh centrale, che è il cuore (qalb)[4] mediatore fra i domini dello Spirito (Rûh) e dell’anima individuale (nafs)”.
D’altronde, l’aspetto fisico del cuore esprime assai chiaramente i diversi caratteri dei barazikh, poiché, secondo lo shaykh Tadilî, “è possibile rappresentarsi simbolicamente questi barazikh della gerarchia umana come altrettanti punti inafferrabili da cui emana una vibrazione luminosa, alternante concentrazione ed espansione in modo continuo e spontaneo. Ogni pulsazione d’un barzakh produce una trasformazione della luce vitale. Perché questa trasformazione non si inverta e non divenga, per una negligenza individuale, fatalmente «discendente», essa deve essere sempre determinata dall’orientamento spirituale e sostenuta da strumenti quali il dhikr (incantazione) o da metodi derivati dalla scienza della respirazione”. D'altronde questi metodi si basano, da un certo punto di vista, sull’analogia esistente fra le fasi della respirazione e la pulsazione dei barazikh.
Quanto al dhikr, occorre notare che tale parola significa anche «rammemorazione», «ricordo», il che consente di cogliere delle analogie fra l’incantazione e il ricorso al barzakh della memoria, situato fra i «mari» del ricordo e dell’oblio[5].

II
La natura bifronte, analoga a quella di Giano, che è tipica del barzakh, la sua duplice funzione di congiunzione e di separazione nel senso verticale, si traduce, sul piano orizzontale, nell’alternarsi di espansione e concentrazione. Sono, evidentemente, altrettanti aspetti del medesimo complementarismo. Ricorrendo a un’espressione logica elementare, è possibile rappresentare queste dualità rispettivamente con l'affermazione e la negazione.
Questo ci porta a un'applicazione corrispondente della formula della Shahada[6], che può essere definita essa stessa il barzakh dottrinale per eccellenza.
Generalmente la Shahada viene divisa in due parti, di cui la prima, ilâha, è chiamata an-nafz, la negazione, o as-salb, la soppressione, mentre la seconda, ill'Allâh, è detta al-ithbat, l'affermazione.
Ma, per applicare la Shahada più esplicitamente ancora alla teoria del barzakh, la suddivideremo in tre parti: Lâ ilâha, illâ e Allâh[7].
E per meglio renderei conto della natura del barzakh, cioè di illâ, che si trova collocato tra il «mare» della negazione, Lâ ilâha, e il «mare» dell’affermazione, Allâh, lo scomporremo nei suoi elementi costitutivi: la particella in (=se), che esprime una condizione, e la (=non), che esprime una negazione.
Ora, quando si sarà compreso che la particella in è un’affermazione condizionata, poiché ridà a ilahun (nominativo di ilâha)[8] la realtà, a condizione che questa non sia altro che la realtà di Allâh, si noterà che l’affermazione e la negazione sono contenute nel vocabolo illâ in ordine inverso in rapporto all’affermazione e alla negazione che «inquadrano» per così dire l’intera formula.
Calligrafia maghrebina della shahadah Lâ ilaha illâ Allâh (righe 1 e 2) Muhammad rasûl Allâh (righe 3 e 4)
Questa inversione non è naturalmente una semplice questione di ordine delle parole, poiché, come abbiamo indicato, la particella in è il «punto di riflessione» per la grazia di Allâh che si estende fino all'illusorio ilâhun: di ciò è possibile rendersi conto sostituendo il termine ilâha con una qualunque nozione positiva, la quale sarà allora negata in quanto essa si afferma, almeno illusoriamente, accanto all'ipseità di Allâh, e sarà affermata in quanto si identifica essenzialmente o principialmente con l’ipseità di Allah. D’altra parte, il secondo elemento di illâ, la particella negativa , si presenta in qualche modo come il «punto di riflessione» della prima parte della Shahada, costituita dalla negazione Lâ ilâha: il primo la della formula nega la nozione di «divinità» espressa dalla forma indeterminata ilâhun, mentre il secondo la singolarizza questa stessa nozione nella forma determinata Allâh («La Divinità»), che simboleggia qui la non comparabilità, e non la determinazione nel senso restrittivo del termine.
L’espressione illâ mostra dunque assai chiaramente le due funzioni del barzakh, che consistono da un lato nella mediazione in senso «ascendente», vale a dire nel passaggio dal manifestato al non-manifestato, passaggio o trasformazione che avviene sempre attraverso il punto cieco d'un’estinzione, o d’una morte - punto cieco che è al contempo il punto d'inversione dei rapporti.
La Shahada mostra che questi due aspetti apparentemente opposti sono integrabili nella concezione della «non-alterità», concezione che evidentemente oltrepassa il dominio della ragione e che, appunto per questo, dà alla sua espressione, la Shahada, una certa apparenza di pleonasmo[9].
I differenti aspetti del barzakh sono rappresentati, d'altro canto, nel tracciato del Sigillo di Salomone, e questo ci induce a considerare il rapporto del barzakh con al-insan al-kamil, «l'uomo universale», che, esprimendo l’analogia costitutiva di microcosmo e macrocosmo, è certamente il barzakh per eccellenza, o il simbolo per eccellenza, il che è poi lo stesso.
L'uomo universale, in Islam, è Muhammad, che comprende in sé tutto il hamd[10], l’aspetto positivo dell'esistenza. Il suo ruolo di barzakh è espresso dalla seconda delle due Shahâdatayn: Muhammadun rasùlu'llah, «Muhammad (è) l'inviato d'Allah».
Quando si pongono a confronto le due formule fondamentali Lâ ilâha ill'Allâh e Muhammadun rasûlu'llah, occorre notare che nella prima il barzakh si presenta precipuamente sotto il suo aspetto trasformatore (illâ= se non) e nella seconda sotto il suo aspetto di mediatore e di conservatore (rasûl =inviato).
Riferiamo ancora, dopo tali considerazioni, un’interpretazione sufica del versetto seguente, tratto dalla sura Ar-Rahman: «Egli produce i due mari che si incontrano; fra i due mari c'è un istmo (barzakh) che essi non oltrepassano». L’interpretazione in questione si riferisce all'Uomo universale e consiste nell’affermazione secondo cui il Profeta è l’«istmo», mentre i «due mari» sono rispettivamente Sayyidnâ 'Alî e Sayyidatnâ Fâtima[11].

III
La Risâla qushayriyya (Epistola qushayrita), famosissimo trattato dello shaykh Abu’l-Qaçim al-Qushayrî[12], contiene fra l’altro una sorta di compendio di certi «termini tecnici» tipici del sufismo. Alcuni orientalisti vi hanno voluto vedere una specie di psicologia religiosa, e questo perché, in effetti, alcuni dei termini commentati da al-Qushayrî riguardano il simbolismo dei sentimenti. Non è sbagliato vedere in ciò una «psicologia», vale a dire una scienza dello psichismo umano, poiché l'avvaloramento e il controllo degli elementi o energie psichiche fanno necessariamente parte integrante della Tarîqa («via» o metodo), ma è fuori luogo non rendersi conto della prospettiva simbolica in questa scienza sufica dello psichismo, prospettiva che conferisce a quest’ultimo tutta la sua portata spirituale.
Se le considerazioni qui formulate a proposito del barzakh le applicassimo ad alcuni passi dell'Epistola qushayrita, risulterebbe evidente il piano essenzialmente metafisico di quella che si è voluta chiamare una «psicologia religiosa».
Abbiamo visto che la duplice natura del barzakh si riflette su un qualunque piano cosmico attraverso l’alternanza delle due fasi di concentrazione e di espansione. Nel dominio delle emozioni, queste fasi si traducono nella maniera più diretta nei due modi primordiali secondo cui lo psichismo reagisce su quanto esso considera «realtà», vale a dire da una parte avremo il timore, che è una contrazione verso il centro della coscienza, e dall’altra avremo la gioia, o la speranza, che è un’espansione[13].
Ora, quando si tratterrà di integrare consapevolmente queste due fasi nell’ordine universale, occorrerà che esse non si riferiscano più a qualcosa che sia concepito come loro superiore. Quando il timore (al-khawf) e la speranza (ar-rajâ’) saranno orientati verso Allah, Essenza universale, non per questo verranno cancellati dal dominio psichico, ma saranno in qualche maniera ritmizzati, non essendo più sottoposti agl’impulsi caotici; si potrebbe dire che verranno determinati, in un certo modo, dal «Presente» nel tempo e dal «Centro» nello spazio, il polo che li regge e il fine verso cui tendono essendo divenuti una sola e medesima realtà.
Se le fasi di timore e speranza sono così determinate e assorbite dalla permanente attualità del presente immediato, di modo che il faqîr[14] che le realizza è diventato il «figlio dell’attimo» (ibnu’l-waqt), esse manifesteranno degli aspetti più essenziali e le si designerà mediante espressioni racchiudenti un significato cosmologico più generale, come quelle di «contrazione» (qabd) e di «espansione» (bast)[15].
Tali fasi possono poi trasformarsi negli stati complementari di hayba, espressione che possiamo tradurre solo approssimativamente con «terrore della maestà», e di uns, «intimità». Mentre delle due fasi di «contrazione» e di «espansione» (qabd wa bast) si dice che l’una è in proporzione dell’altra, da cui si deduce che bisogna considerarle come manifestantisi su un solo e medesimo piano, dello stato di hayba è detto che si identifica con quello di ghayba, «assenza» o «rapimento». È qui che ha luogo un passaggio dall’orizzontale alla verticale: e, in virtù dell’inversione attraverso la porta stretta del barzakh, l’assenza (nel mondo del farq, ossia della separatività) diventa Presenza (hudûr) nel mondo del jam’, dell'unione.
Al-Qushayrî cita le seguenti parole di Al-Junayd[16]: “«Il timore» di Allâh mi contrae (qabd), la speranza di Lui mi espande (bast); la Verità (haqîqa) mi unisce e la Giustizia (haqq) mi separa. Se Egli mi contrae col timore, mi estingue a me stesso (afnânî ‘annî), e se mi espande con la speranza, mi rinvia a me stesso. Se mi unisce mediante la Verità, mi ammette alla Sua Presenza (ahdaranî), e se mi separa mediante la Giustizia, mi rende testimone dell'altro-da-me e quindi pone fra me e Lui un velo”.


[1] Cfr. l'articolo di René Guénon, Du double sens des symboles, in "Etudes Traditionnelles", numero di luglio 1937. 
[2] La spiegazione di questi termini la si trova nell'antologia di 'Abd al-Karim al-Jili, De I'Homme universel (al-insan al-kâmil), trad. di Titus Burckhardt, Paris 1975 , Dervy-Livres. 
[3] Il macrocosmo. Secondo un detto sufico, “il Cosmo è simile a un uomo grande e l’uomo è simile a un piccolo cosmo”. 
[4] È assai significativo, sotto questo rapporto, che la radice della parola qalb, QLB, implichi l’idea di «rovesciare», mentre la radice QBL implica quella di «mettere l’uno di fronte all’altro», da cui l’espressione qibla (orientamento rituale); la parola qalb ha d’altronde anche il significato di «stampo», data l’inversione esistente fra «negativo» e «positivo» nella stampa.
[5] L’uso dei tempi, nella lingua araba, si rapporta al medesimo ordine di analogie: non è il presente del verbo che viene usato per simboleggiare l’eterno, ma il passato definito, o piuttosto quello che ad esso corrisponde in arabo. 
[6] La «testimonianza», cioè la formula fondamentale Lâ ilâha illà Allâh, «non c'è divinità se non La Divinità». La traduzione letterale è la seguente: = non; ilâha =divinità; in= se, = non (in+ lâ= illâ); Allâh =La Divinità. Secondo i grammatici arabi, il nome Allâh è originariamente costituito dall’articolo determinativo al e dal sostantivo ilâhu (nominativo di ilâha). 
[7] «Non c'è divinità»; «se non»; «La Divinità». 
[8] Ilàhun =divinità, una divinità; al-ilàhu =La Divinità; ilàha =accusativo dipendente dalla negazione. 
[9] Ciò ha provocato numerose traduzioni cervellotiche della Shahâda, fra cui una delle meno false è la seguente: «non c'è dio eccetto Allah», traduzione che, a causa della sua insufficienza, ha indotto molti a vedere nella Shahâda soltanto l'affermazione di un «monoteismo» assai semplicistico. 
[10] I nomi più essenziali del Profeta sono: ‘Abd Allâh, «servitore di Allah»"; Ahmad, «il migliore dei glorificanti»; Muhammad, «il migliore dei glorificati». Ahmad è considerato come l’aspetto esoterico di Muhammad. 
[11] ‘Alî è il Khalîfa (=luogotenente) esoterico per eccellenza; Fâtima è la figlia del Profeta e la sposa di ‘Alî. 
[12] Al-Qushayri fu discepolo di Abû 'Ali ad-Daqqâq e visse dal 376 al 465 dell'Egira, ossia dal 986 al 1074 d. C. 
[13] Questa espansione propria alla gioia si trova espressa in maniera del tutto spontanea, in arabo, nel verbo insharaha, «rallegrarsi», che vuoi dire letteralmente «allargarsi», «espandersi», in rapporto al petto colmo di gioia. Il verbo inbasata, che pure significa «rallegrarsi», contiene anch’esso, etimologicamente, un senso di «espansione». Per l’analogia fra il timore e la contrazione, si potrebbero citare le immagini verbali di parecchi lingue; notiamo soltanto,  come esempio particolarmente evidente, la parentela fra la parola tedesca Angst, «paura», e il latino angustus, «stretto».

[14] Il «povero» in Allâh o per Allâh.

[15] Fra i nomi di Allâh troviamo: al-Qâbid, «Colui che contrae» o «Colui che afferra», e al-Bâsit, «Colui che allarga».


[16] Abû’l-Qâçim al-Junayd, originario di una famiglia persiana, visse a Baghdad, dove mori nel 277 dell'Egira, 910 d.C. Fu uno dei maestri più grandi, chiamato «signore della truppa» e «pavone dei sapienti».