"…la dottrina è infallibile, è a causa del fatto che essa è un’espressione della verità, la quale, in se stessa, è assolutamente indipendente dagli individui che la ricevono e che la comprendono. La garanzia della dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»". René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cap. "Sull’infallibilità tradizionale"

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giovedì 19 giugno 2014

René Guénon, Iniziazione e realizzazione spirituale - VIII - Salvezza e liberazione

René Guénon
Iniziazione e realizzazione spirituale 
VIII - Salvezza e liberazione

Abbiamo constatato di recente, e non senza stupore, che alcuni nostri lettori si trovano ancora in difficoltà a capire la differenza essenziale fra salvezza e Liberazione; eppure abbiamo illustrato una quantità di volte questo argomento che, in definitiva, non dovrebbe presentare lati oscuri per chi sia padrone della nozione degli stati molteplici dell’essere e, prima ancora, della distinzione fondamentale fra «io» e «Sé»[1].
È quindi opportuno ritornare sulla questione, per chiarire definitivamente ogni possibile equivoco e far piazza pulita delle obbiezioni.
Nelle condizioni attuali dell’umanità terrestre, è evidente che gli uomini, nella loro stragrande maggioranza, sono assolutamente incapaci di superare i limiti della condizione individuale, sia nel corso della vita, sia fuori da questo mondo dopo la morte corporea, che di per sé non può modificare per niente il livello spirituale in cui essi si trovano al suo sopraggiungere1. Dal momento che le cose stanno così, l’exoterismo inteso nella sua più ampia accezione, o in altre parole la parte di ogni tradizione che si rivolge indistintamente a tutti, può proporre loro esclusivamente una finalità d’ordine individuale, quelle d’altro genere essendo del tutto inaccessibili alla maggior parte degli appartenenti a quella tradizione, ed è precisamente tale finalità che costituisce la salvezza. Va da sé che quanto precede è ben lungi dal rappresentare la realizzazione effettiva di uno stato sopraindividuale, sia pure ancora condizionato; ché se poi si parla della Liberazione, questa, rappresentando l’acquisizione dello stato supremo e incondizionato, non è assolutamente più commensurabile con qualsiasi stato condizionato[2]. Aggiungiamo subito che se per certuni «il Paradiso è una prigione», come abbiamo detto in altre occasioni, ciò è proprio perché l’essere che si trova in tale stato, cioè chi è giunto alla salvezza, è ancora rinchiuso, e per una durata indefinita, entro i limiti che racchiudono l’individualità umana; questa condizione, in effetti, non può essere se non uno stato di «privazione» per coloro che aspirano ad essere affrancati da questi limiti e che ne sono effettivamente capaci già durante la vita terrestre per il loro grado di sviluppo spirituale, mentre invece gli altri, che non hanno attualmente in sé la possibilità di andar più lontano, questa «privazione» non l’avvertono affatto.
Ci si potrebbe allora porre questo problema: anche se gli esseri che si trovano in questo stato non sono coscienti di quel che esso ha di imperfetto in relazione agli stati superiori, quest’imperfezione è nondimeno reale; quale vantaggio vi è dunque a mantenerveli in tal modo indefinitamente, dato che è proprio questo risultato quello a cui di norma devono tendere le osservanze tradizionali di carattere exoterico? In realtà si tratta di un risultato molto importante perché, essendo in questo modo fissati nei prolungamenti dello stato umano finché questo stato sussisterà come tale nella manifestazione (il che equivale alla perpetuità o all’indefinità temporale), questi esseri non potranno passare ad un altro stato individuale, possibilità che, diversamente, sarebbe l’unica aperta davanti a loro; e ancora: perché tale continuazione dello stato umano è in questo caso una condizione più favorevole che non il passaggio ad un altro stato? Qui bisogna far intervenire la considerazione della posizione centrale propria dell’uomo nel grado d’esistenza cui appartiene, di contro alla situazione più o meno periferica di tutti gli altri esseri, la cui rispettiva superiorità od inferiorità specifica risulta direttamente dalla loro minor o maggior distanza da quel centro in virtù del quale, in misura diversa ma sempre solo parzialmente, partecipano delle possibilità che possono esprimersi completamente solo nell’uomo e tramite l’uomo. Orbene, quando un essere deve passare ad un altro stato individuale, nulla può garantire che esso si ritroverà in una posizione centrale (relativamente alle possibilità di questo stato) come quella che occupava in quanto uomo, anzi è estremamente probabile che incappi in una delle innumerevoli condizioni periferiche che nel nostro mondo sono caratteristiche degli animali o dei vegetali; è facile capire in quali condizioni di svantaggio egli verrebbe a trovarsi soprattutto relativamente alle possibilità di sviluppo spirituale, e ciò anche se questo stato, considerato nel suo insieme, fosse, com’è normale supporre, ad un grado di esistenza superiore al nostro. È questa la ragione per cui certi testi orientali affermano che «la nascita umana è difficile da ottenere», cosa beninteso ugualmente applicabile a ciò che vi corrisponde in qualsiasi altro stato individuale; ed è anche il vero motivo per cui le dottrine exoteriche presentano come un’eventualità temibile e addirittura sinistra la «seconda morte», cioè la dissoluzione degli elementi psichici mediante la quale l’essere, cessando di appartenere allo stato umano, deve necessariamente ed immediatamente nascere in un altro stato. Ben diverso (in realtà anzi del tutto opposto) sarebbe il caso in cui questa «seconda morte» desse adito ad uno stato sopraindividuale; ma ciò non rientra più nell’ambito dell’exoterismo, il quale non può e non deve occuparsi se non di quel che riguarda il caso più generale, mentre invece sono i casi d’eccezione che formano la ragion d’essere dell’esoterismo. L’uomo ordinario, attualmente incapace di conseguire uno stato sopraindividuale, potrà almeno ottenerlo, se giungerà alla salvezza, alla fine del ciclo umano; sfuggirà dunque ai pericoli di cui abbiamo parlato, e in questo modo non perderà i benefici della nascita umana; li conserverà anzi, a titolo definitivo, perché chi dice salvezza è come dicesse conservazione, il che, nella fattispecie, è quel che conta soprattutto; è per questo, e per questo soltanto, che la salvezza può essere riguardata come ciò che avvicina l’essere alla sua destinazione definitiva, e che in un certo senso costituisce, per improprio che sia un simile modo di parlare, un avviarsi verso la Liberazione.
Occorre però far bene attenzione a non lasciarsi indurre in errore da certe apparenti similitudini d’espressione, in quanto gli stessi termini possono assumere numerose accezioni, ed esser applicati a livelli molto diversi, a seconda che si riferiscano al dominio exoterico o a quello esoterico. Così, quando i mistici parlano di «unione con Dio», quel che essi intendono con tale espressione non è in alcun modo assimilabile allo Yoga; questa osservazione è particolarmente importante perché taluni potrebbero forse esser tentati di dire: quale finalità più alta per un essere dell’unione con Dio? Tutto dipende dal senso che si dà alla parola «unione»; i mistici in realtà, come tutti gli altri exoteristi, si interessano esclusivamente alla salvezza, né più né meno, anche se quel che hanno in vista costituisce, se si vuole, una modalità superiore di essa, in quanto sarebbe inconcepibile che non ci fosse una gerarchia anche fra gli esseri «salvati». Ma poiché l’unione mistica lascia in ogni caso sussistere l’individualità, non può trattarsi se non di un’unione del tutto esteriore e relativa, ed è più che evidente che i mistici non hanno neanche mai concepito la possibilità dell’Identità Suprema; essi si fermano alla «visione», e tutta l’estensione dei mondi angelici li separa ancora dalla Liberazione.



[1] Molta gente sembra credere che il solo fatto di morire sia sufficiente a dare ad un uomo qualità intellettuali e spirituali che in vita non possedeva affatto; è questa una strana illusione, e veramente non vediamo quali ragioni si possano invocare per darle anche solo un’apparenza di giustificazione. 
[2] Precisiamo per inciso che se abbiamo preso l’abitudine di scrivere «salvezza» con la minuscola e «Liberazione» con la maiuscola, come facciamo per «io» e «Sé», è per far rilevare che l’una è d’ordine individuale e l’altra d’ordine trascendente; questa osservazione ha lo scopo di evitare che ci si attribuiscano intenzioni che non abbiamo, come quella di voler in certo qual modo disprezzare la salvezza, quando invece si tratta semplicemente di darle, il più esattamente possibile, il posto che di fatto le spetta nella realtà totale.

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