"…la dottrina è infallibile, è a causa del fatto che essa è un’espressione della verità, la quale, in se stessa, è assolutamente indipendente dagli individui che la ricevono e che la comprendono. La garanzia della dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»". René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cap. "Sull’infallibilità tradizionale"

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lunedì 23 giugno 2014

René Guénon, Iniziazione e realizzazione spirituale - X - Sulla «glorificazione del lavoro»

René Guénon 
Iniziazione e realizzazione spirituale 

X - Sulla «glorificazione del lavoro»

Al giorno d’oggi è di moda esaltare il lavoro, qualunque esso sia ed in qualsiasi modo lo si compia, come se esso, indipendentemente da ogni considerazione d’altro ordine, avesse di per sé un valore eminente; questo lavoro è il soggetto di innumerevoli declamazioni, tanto vuote quanto pompose, non solo nel mondo profano, ma, cosa ben più grave, anche nelle organizzazioni iniziatiche rimaste in Occidente[1]. 
È facile capire che questo modo di vedere le cose è direttamente in rapporto con l’esagerata necessità d’azione che caratterizza gli Occidentali moderni; il lavoro, in effetti, almeno quando lo si considera in questo modo, è evidentemente soltanto una forma dell’azione, e per di più una forma a cui, per un pregiudizio «moralistico», viene attribuita un’importanza superiore a qualsiasi altra, essendo quella che maggiormente si presta ad essere presentata in veste di «dovere» per l’uomo, e tale da contribuire ad assicurargli una «dignità»[2].
A ciò spesso si aggiunge l’intenzione nettamente antitradizionale di disprezzare la contemplazione, che si tenta di assimilare al «dolce far niente» quando, al contrario, essa è proprio l’attività più elevata che si possa concepire, mentre l’azione, separata dalla contemplazione, non può essere che cieca e disordinata[3]. Tutto ciò si giustifica fin troppo bene da parte di uomini che dichiarano, senza dubbio con sincerità, che «la loro fortuna consiste proprio nell’azione»[4], e noi diremmo volentieri nell’agitazione, perché quando l’azione è vista così, come fine a se stessa, quali che siano i pretesti «moraleggianti» invocati per giustificarla, essa non vale davvero più di tanto.
Contrariamente a quel che pensa l’uomo moderno, un lavoro qualsiasi, che chiunque indifferentemente può compiere unicamente per il piacere di agire o per la necessità di «guadagnarsi la vita», non merita affatto di essere esaltato; può anzi esser considerato come qualcosa di anormale, di opposto all’ordine che dovrebbe reggere le istituzioni umane, a giudicare da quante volte, nelle condizioni della nostra epoca, esso viene ad assumere un carattere che senza esagerazione può esser definito come «infraumano». Quel che i nostri contemporanei sembrano ignorare completamente, è che un lavoro non ha valore reale se non quando è conforme alla natura stessa dell’essere che lo compie, se non risulta in certo qual modo spontaneo e necessario a tale natura, sì da essere il mezzo da questa impiegato per realizzarsi il più perfettamente possibile. Ecco, in definitiva, la nozione vera e propria di swadarma, quella su cui si basa l’istituzione delle caste, e sulla quale abbiamo tanto insistito da poterci accontentare di ricordarla, senza dilungarci oltre. Si può anche pensare, a questo proposito, all’affermazione di Aristotele circa l’esecuzione da parte di ciascun essere del suo «atto proprio», che va inteso come esercizio di un’attività conforme alla propria natura, e nello stesso tempo, per diretta conseguenza di questa attività, come passaggio dalla «potenza» all’«atto» delle possibilità comprese in questa natura. In altre parole, affinché un qualsiasi lavoro sia ciò che dev’essere, occorre anzitutto che corrisponda per l’uomo ad una «vocazione» nel vero senso della parola[5]; e se così è, il profitto materiale che legittimamente potrà derivarne appare come un fine del tutto secondario e contingente, per non dire addirittura trascurabile, di fronte ad un altro fine superiore, che è poi lo sviluppo e come il compimento «in atto» della natura stessa dell’essere umano.
Va da sé che quel che andiamo dicendo costituisce una delle basi essenziali di qualsiasi iniziazione di mestiere, poiché la «vocazione» corrispondente è una delle qualificazioni richieste per un’iniziazione del genere, ed è anzi la prima e la più indispensabile di tutte[6]. Ma vi è un’altra cosa, su cui bisogna insistere specie dal punto di vista iniziatico: è infatti quest’ultimo che dà al lavoro, considerato secondo il concetto tradizionale, il suo significato più profondo e la sua portata più alta e che, andando oltre la considerazione della sola natura umana, lo riallaccia all’ordine cosmico stesso, cioè direttamente ai principi universali. Per capirla, si può partire dalla definizione dell’arte come «imitazione della natura nel suo modo di operare»[7], cioè della natura come causa (Natura naturans), e non come effetto (Natura naturata); dal punto di vista tradizionale infatti, non vi è alcuna distinzione fra arte e mestiere, come non ve n’è fra artista e artigiano, cosa su cui sovente abbiamo avuto occasione di spiegarci; tutto quanto è prodotto «conformemente all’ordine» merita, per questo solo fatto e allo stesso titolo, d’esser considerato come un’opera d’arte[8]. Tutte le tradizioni insistono sull’analogia fra gli artigiani umani e l’Artigiano divino, quelli come Questo operanti «mediante un verbo concepito nell’intelletto», il che, notiamolo di sfuggita, fa risaltare nel modo più netto possibile la funzione della contemplazione come condizione preventiva e necessaria per la produzione di qualsiasi opera d’arte; ed anche qui troviamo una differenza essenziale con la concezione profana del lavoro, la quale, come dicevamo prima, lo riduce a pura e semplice azione e con la pretesa per giunta di opporlo alla contemplazione. Secondo quanto espresso nei libri indù, «noi dobbiamo costruire come i Dêva lo fecero all’inizio», il che, esteso naturalmente all’esercizio di tutti i mestieri degni di questo nome, implica che il lavoro abbia un carattere veramente rituale, come d’altronde deve averlo ogni cosa in una civiltà integralmente tradizionale; e non soltanto si può dire che è questo carattere rituale ad assicurare la «conformità all’ordine» di cui parlavamo poco fa, ma addirittura ch’esso è tutt’uno con questa conformità[9].
Quando, nel suo dominio particolare, l’artigiano umano imita in tal modo l’operazione dell’Artigiano divino, egli partecipa all’opera stessa di questi in misura corrispondente, ed in una forma tanto più effettiva quanto più ha coscienza di questa cooperazione; e più egli realizza mediante il suo lavoro le virtualità della propria natura, più si accresce in pari tempo la sua somiglianza con l’Artigiano divino, e più le sue opere si integrano nell’armonia del Cosmo. È evidente come ciò sia lontano dalle banalità che i nostri contemporanei sono abituati ad esprimere credendo in questo modo di fare l’elogio del lavoro; questo, in realtà, quando è come tradizionalmente dev’essere, e soltanto in questo caso, supera di gran lunga tutto quanto essi sono capaci di concepire. Possiamo perciò concludere queste poche indicazioni, che sarebbe facile sviluppare quasi indefinitamente, dicendo questo: la «glorificazione del lavoro» corrisponde ad una verità, ed anche ad una verità di ordine profondo; ma l’abituale modo d’intenderla da parte dell’uomo moderno non è se non una deformazione caricaturale del suo significato tradizionale, deformazione che in qualche modo giunge addirittura ad invertirlo. In effetti, non si «glorifica» il lavoro con discorsi vani, cosa che non è neanche plausibile; ma quello stesso lavoro viene «glorificato», cioè «trasformato», quando, invece di essere una semplice attività profana, costituisce una collaborazione cosciente ed effettiva alla realizzazione del piano del «Grande Architetto dell’Universo».



[1] È noto che la «glorificazione del lavoro», in Massoneria, è il tema caratteristico dell’ultima parte dell’iniziazione al grado di Compagno; e, per disgrazia, attualmente la si interpreta in questo modo del tutto profano, invece d’intenderla, come si dovrebbe, nel senso legittimo e realmente tradizionale che ci proponiamo di illustrare in seguito.
[2] Diremo subito a questo proposito, che tra la concezione moderna del lavoro e quella tradizionale, vi è in generale, come abbiamo spiegato in precedenza, una differenza analoga a quella esistente fra il punto di vista morale e il punto di vista rituale.
[3] Ricordiamo qui una delle applicazioni dell’apologo del cieco e del paralitico, quella in cui essi rappresentano rispettivamente la vita attiva e la vita contemplativa (cfr. Autorité spirituelle et pouvoir temporel, cap. V).
[4] Citiamo questa frase da un commento al rituale massonico, il quale peraltro, sotto molti aspetti, non è nemmeno uno dei peggiori, cioè uno dei più influenzati dallo spirito profano.
[5] A questo proposito, come pure a proposito delle considerazioni che seguiranno, rinviamo per più ampi sviluppi ai numerosi studi che A K. Coomaraswamy ha consacrato particolarmente a questi problemi.
[6] Certi mestieri moderni e in particolare i mestieri puramente meccanici, per cui la «vocazione» non è assolutamente in gioco e che per conseguenza sono anormali in se stessi, non possono dar luogo valevolmente ad alcuna iniziazione.
[7] E non nelle sue produzioni, come immaginano i sostenitori di quell’arte cosiddetta «realista», che sarebbe più esatto chiamare «naturalista».
[8] Ricordiamo di sfuggita che questo concetto tradizionale dell’arte non ha niente in comune con le teorie «estetiche» dei moderni.
[9] Su tutto ciò vedere A. K. Coomaraswamy, Is Art a Superstition or a Way of Life? nella raccolta intitolata Why exhibit Works of Art? [La traduzione di una parte di questa raccolta è apparsa nei numeri di aprile-giugno e luglio-settembre 1964 della Rivista di Studi Tradizionali – N.d.T.]

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