"…la dottrina è infallibile, è a causa del fatto che essa è un’espressione della verità, la quale, in se stessa, è assolutamente indipendente dagli individui che la ricevono e che la comprendono. La garanzia della dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»". René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cap. "Sull’infallibilità tradizionale"

giovedì 2 ottobre 2014

René Guénon, Iniziazione e realizzazione spirituale - XXVI - Contro il «quietismo»

René Guénon
Iniziazione e realizzazione spirituale 

XXVI - Contro il «quietismo»
Quantunque abbiamo parlato sovente delle differenze profonde tra il misticismo e tutto ciò che appartiene all’ordine esoterico ed iniziatico, non crediamo inutile ritornare su di un punto particolare che si riallaccia a tale questione, avendo avuto occasione di constatare a questo proposito un errore assai diffuso: ci riferiamo alla qualifica di «quietismo» applicata a talune dottrine orientali.
Che si tratti di un errore, risulta già dal fatto che queste dottrine non hanno niente di mistico, quando invece il termine «quietismo» è stato coniato appositamente per definire una forma di misticismo, di quelle d’altronde che si possono definire «aberranti», e la cui caratteristica principale consiste nello spingere all’estremo quella passività che, ad un grado o ad un altro, è inerente al misticismo come tale. Ora, da una parte non conviene estendere l’uso di termini del genere a cose che non hanno niente a che fare con il dominio mistico, perché allora tali termini diventano altrettanto impropri quanto le etichette filosofiche applicate al di fuori della filosofia; la passività d’altronde, anche entro i limiti in cui si può considerarla in certo qual modo come «normale» dal punto di vista mistico, e a maggior ragione nella sua esagerazione «quietista», è del tutto estranea alle dottrine in questione. Per la verità, sospettiamo che l’imputazione di «quietismo», così come quella di «panteismo», non sia spesso, per certa gente, se non un pretesto per metter da parte o disprezzare una dottrina senza darsi la pena di studiarla più a fondo, o di cercare di comprenderla veramente; lo stesso dicasi, in modo più generale, per tutti gli epiteti peggiorativi che vengono impiegati per diritto e per traverso al fine di qualificare dottrine molto diverse, rimproverando ad esse di «cadere» in questo o in quell’altro, espressione abituale in casi del genere e assai significativa a tale proposito; ma, come abbiamo fatto osservare in altre occasioni, ogni errore ha necessariamente qualche ragione per prodursi, di modo che è bene esaminare le cose un po’ più attentamente. 
È fuor di dubbio che il quietismo, nel senso proprio della parola, gode in Occidente di cattiva reputazione soprattutto negli ambienti religiosi, il che in definitiva è naturale in quanto la varietà di misticismo che si definisce così è stata espressamente dichiarata eterodossa, e a giusto titolo, a causa dei numerosi e gravi pericoli che presenta sotto vari punti di vista; tali pericoli, in fondo, sono quelli inerenti alla passività portata al suo estremo e messa in pratica «integralmente», vogliamo dire senza che alcuna attenuazione venga apportata alle conseguenze in essa implicite in tutti gli ordini. Da questo lato non v’è dunque da stupirsi se coloro per cui le ingiurie sostituiscono le argomentazioni, e che malauguratamente sono anche troppo numerosi, si servono tanto del quietismo come del panteismo a guisa di «spauracchio», se così ci si può esprimere, per sviare quelli che se ne lasciano impressionare da tutto ciò di fronte a cui essi stessi provano sgomento, sgomento che, di fatto, è unicamente dovuto alla loro incapacità di comprensione. Ma v’è qualcosa di ancor più curioso, e cioè che la mentalità «laica» dei moderni ritorce volentieri questa stessa accusa di quietismo proprio sulla religione, estendendola indebitamente non soltanto a tutti i mistici, ivi compresi i più ortodossi, ma anche ai religiosi appartenenti agli ordini contemplativi, i quali d’altronde sono ai loro occhi tutti indistintamente «mistici», anche se in realtà non è affatto detto che lo siano; taluni poi spingono la confusione ancor più lontano, arrivando ad identificare in modo puro e semplice misticismo e religione.
Ciò si spiega molto facilmente con i pregiudizi inerenti alla mentalità occidentale moderna nel suo insieme; essa, rivolta esclusivamente verso l’azione esteriore, è arrivata poco a poco non soltanto ad ignorare per conto proprio tutto quanto riguarda la contemplazione, ma addirittura a provare nei suoi confronti, ovunque la incontri, un vero e proprio odio. Questi pregiudizi sono talmente diffusi, che molte persone sedicenti religiose, ma non per questo meno influenzate da tale mentalità antitradizionale, dichiarano volentieri di fare una gran differenza fra gli ordini contemplativi e quelli che si occupano di attività sociali; naturalmente non trovano che elogi per questi ultimi, ma, per contrapposto, sono subito pronti ad accordarsi con i loro avversari per chiedere la soppressione dei primi, con il pretesto ch’essi non sono più adatti ad un’epoca di «progresso» come la nostra! Non è inutile notare di sfuggita che, anche attualmente, una distinzione del genere sarebbe impossibile nelle chiese cristiane d’Oriente, ove non è neanche concepibile che qualcuno possa farsi monaco per una ragione diversa da quella di dedicarsi alla contemplazione, e ove la vita contemplativa d’altronde, ben lungi dall’essere accusata stupidamente d’«inutilità» e di «oziosità», è al contrario unanimemente considerata come quella superiore forma di attività che in realtà è.
Si osservi, a questo proposito, che nelle lingue occidentali si trova qualcosa di molto imbarazzante e tale da contribuire in parte ad ingenerare confusioni: si tratta dell’impiego dei termini «azione» e «attività», i quali evidentemente hanno un’origine comune, ma non lo stesso senso né la stessa estensione. L’azione è sempre intesa come un’attività d’ordine esteriore e di derivazione unicamente corporea, ed è proprio in ciò che essa si distingue dalla contemplazione a cui in certo qual modo sembra addirittura opporsi, benché qui, come ovunque, il punto di vista dell’opposizione abbia necessariamente un carattere illusorio, come altrove abbiamo spiegato, e che piuttosto si tratti di un complementarismo. Per contro, l’attività ha un senso molto più generale, ugualmente applicabile a tutti i domini e a tutti i livelli dell’esistenza: così, per fare l’esempio più semplice, si parla appunto di attività mentale benché, pure nell’imprecisione del linguaggio corrente, non si possa propriamente parlare di azione mentale; in un ordine più elevato, si può parlare altrettanto bene di attività spirituale, che tale in realtà è la contemplazione (distinta beninteso dalla semplice meditazione la quale non è che un mezzo messo in opera per arrivarci e che appartiene ancora al dominio della mentalità individuale). Vi è anche qualcosa di più: se il complementarismo dell’«attivo» e del «passivo» si considera in corrispondenza con l’«atto» e la «potenza» prese in senso aristotelico, si vede senza difficoltà che il più attivo è anche, proprio per questo, il più vicino all’ordine puramente spirituale, mentre l’ordine corporeo è quello in cui predomina la passività; ne deriva la conseguenza, paradossale solo apparentemente, che l’attività è tanto più grande e più reale quanto più si esercita in un dominio lontano da quello dell’azione. Disgraziatamente, la maggior parte dei moderni sembra non comprendere questo punto di vista, e ne derivano i più singolari equivoci come quello di certi orientalisti che non esitano a qualificare di «passivo» Purusha se si tratta della tradizione indù, o Tien se si tratta della tradizione estremo-orientale, cioè proprio quello che, al contrario, è il principio attivo della manifestazione universale!
Queste poche considerazioni permettono di capire perché i moderni siano tentati di vedere del «quietismo», o quel che credono poter chiamare così, in qualsiasi dottrina che ponga la contemplazione al di sopra dell’azione, cioè in qualsiasi dottrina tradizionale senza eccezione; essi sembrano credere d’altronde, che ciò equivalga in qualche modo a disprezzare l’azione, nonché a negarle qualsiasi valore, fosse pure nell’ordine contingente che le è proprio, cosa del tutto falsa in quanto non si tratta se non di mettere ogni cosa al posto che normalmente deve appartenerle: riconoscere che una cosa occupa il più basso gradino in una gerarchia, non significa affatto negare la legittimità della sua esistenza, in quanto essa è pur sempre un elemento necessario, dell’insieme di cui fa parte. Non sappiamo bene perché, sotto questo aspetto, si sia presa l’abitudine di prendersela specialmente con la dottrina indù, la quale in ciò non differisce assolutamente per niente dalle altre tradizioni sia orientali che occidentali; e del resto abbiamo dato sufficienti spiegazioni in diverse occasioni sul modo in cui essa considera l’azione perché sia necessario insistervi ancora qui. Faremo soltanto osservare, quanto sia assurdo parlare di «quietismo» a proposito dello yoga, come fanno taluni, se si pensa all’attività prodigiosa che occorre esplicare, e ciò in tutti i domini, per giungere al fine dello yoga (cioè in realtà allo yoga vero e proprio inteso in senso stretto, i mezzi preparatori non essendo designati così che per estensione); d’altronde si tratta nella fattispecie di metodi propriamente iniziatici che, come tali, sono essenzialmente caratterizzati dall’attività. Aggiungiamo, per prevenire possibili obbiezioni, che se le interpretazioni di qualche indù contemporaneo paiono prestarsi all’imputazione di «quietismo», ciò è dovuto al fatto che costoro non sono in alcun modo qualificati per parlare di queste cose, e che essi, per l’educazione occidentale che hanno ricevuto, sono quasi altrettanto ignoranti quanto gli Occidentali stessi nei confronti della propria tradizione.
Ma se si è convenuto rimproverare alla dottrina indù il disprezzo dell’azione, in generale è soprattutto a proposito del Taoismo che si sente il bisogno di parlare ancor più espressamente di «quietismo», e questo grazie alla funzione che vi svolge il «non-agire» (wou-wei), del quale gli orientalisti non capiscono assolutamente il vero significato, e che taluni di essi fanno sinonimo d’«inattività», di «passività», e anche di «inerzia» (è proprio perché il principio attivo della manifestazione è «non-agente» che essi lo prendono per «passivo» come dicevamo prima). E tuttavia alcuni di loro si sono resi conto che si tratta di un errore; ma poiché in fondo non arrivano ad una maggior comprensione dell’argomento e continuano a confondere azione ed attività, si rifiutano di tradurre wou-wei con «non agire», e sostituiscono questo termine con perifrasi più o meno vaghe ed insignificanti, che sminuiscono la portata della dottrina e non lasciano scorgere più niente del suo senso profondo e specificamente iniziatico. In realtà la traduzione «non-agire» è la sola accettabile benché, data l’incomprensione ordinaria, convenga spiegare come va intesa: non soltanto questo «non-agire» non è affatto inattività, ma, secondo quanto abbiamo indicato in precedenza, è al contrario la suprema attività: è infatti lontano al massimo dal dominio dell’azione esteriore, e completamente affrancato da tutte le limitazioni imposte a questa dalla sua natura propria; se il «non-agire» non fosse per definizione stessa al di là di tutte le opposizioni, si potrebbe dunque dire che esso, in qualche modo, è l’estremo opposto dello scopo che il quietismo assegna allo sviluppo della spiritualità.
Va da sé che il «non-agire», o ciò che gli equivale nella componente iniziatica delle altre tradizioni, implica, per chi vi è pervenuto, un perfetto distacco dall’azione esteriore, come d’altronde da tutte le altre cose contingenti, e ciò perché un essere del genere si pone al centro stesso della «ruota cosmica», mentre le suddette cose non appartengono che alla circonferenza di essa; se il quietismo, da parte sua, professa un’indifferenza che pare rassomigli sotto un certo riguardo a questo distacco, è certamente per tutt’altre ragioni. Allo stesso modo che fenomeni simili possono esser dovuti a cause molto diverse, modi d’agire (o, in certi casi, di astenersi dall’agire) che esteriormente sono gli stessi possono procedere dalle più diverse intenzioni; ma naturalmente, per coloro che si limitano alle apparenze, da ciò possono risultare molte false assimilazioni. Sotto questo rapporto ci sono effettivamente certi fatti, strani agli occhi dei profani, i quali potrebbero essere da loro invocati a sostegno dell’erroneo accostamento ch’essi vogliono stabilire fra il quietismo e certe tradizioni d’ordine iniziatico; ma ciò solleva talune questioni abbastanza interessanti in se stesse, da meritare che ad esse consacriamo in special modo un prossimo capitolo.

1 commento:

  1. Poiché il dominio spirituale è l'unico in cui risieda la vera e piena attività, un'azione sempre più esteriore, totalmente sottratta a qualsiasi reale consapevolezza, finisce paradossalmente per essere sospinta nel dominio della passività In realtà, l'azione sempre più frenetica e soggetta ad una quantità mostruosa di regole e sottosistemi, che vediamo svilupparsi ai nostri giorni, costituisce sempre più un'azione agita da altri o, piuttosto, da altro che l'apparente soggetto esteriore che ne è coinvolto. Gli esseri umani sono perciò sempre più "agiti" e tanto meno agenti, proprio e tanto più nella misura in cui agiscono esteriormente, alieni da qualsiasi capacità di comprensione spirituale e possibile facoltà contemplativa e proprio nella misura in cui agiscono nel più cieco attaccamento a fini particolari che gli vengono imposti dagli strumenti di suggestione del sistema. L'akama karma, l'azione priva di attaccamento, al contrario, può sembrare un'azione priva di fine, ma è invece, l'unica ad indirizzarsi al Fine supremo che non può avere determinazione ed è inesprimibile. Per quuesto, anche secondo Aristotele, la causa più importante era quella finale, l'unica a porsi, rispetto alle condizioni di esistenza di un agente umano individuale, nel futuro, anziché nel passato, libera in realtà da qualsiasi predeterminazione. In luogo del fine e della causa finale, la moderna civiltà delle macchine ha sostituito il "progetto". Nonostante le apparenze, il progetto è la più totale negazione della finalità, perché sostituisce alla causa finale posta nel futuro, una "proiezione" di una visione limitata e sistematica del Mondo che pretenderebbe di colonizzare il futuro in nome delle limitazioni già imposte nel passato. Gli architetti del passato non costruivano in base a progetti in senso moderno (in Occidente non ce ne sono pressoché pervenuti fino a tutto il XIII secolo), ma in base allo sviluppo di un disegno che era in realtà al di là del tempo, che doveva essere dunque "contemplato". L'intero apparato della multiforme e caotica azione dei sistemi moderni, si muove in base ad un mostruoso progetto che è l'impotente brama di divorare l'intero universo nelle limitazioni di una visione che è antiumana, perché, prima ancora, contraria alla natura profonda delle cose.

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