"…la dottrina è infallibile, è a causa del fatto che essa è un’espressione della verità, la quale, in se stessa, è assolutamente indipendente dagli individui che la ricevono e che la comprendono. La garanzia della dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»". René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cap. "Sull’infallibilità tradizionale"

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giovedì 19 febbraio 2015

René Guénon, Forme tradizionali e cicli cosmici - cap. Ermete

René Guénon
Forme tradizionali e cicli cosmici
 

Ermete[1]

Parlando della tradizione ermetica, dicevamo che essa si riferisce propriamente ad una conoscenza d’ordine non metafisico, ma soltanto cosmologico, intendendo quest’ultimo termine nella sua duplice applicazione «macrocosmica» e «microcosmica». Questa affermazione, benché espressione della più stretta verità, non ha avuto la ventura di piacere a certuni che, vedendo l’ermetismo attraverso la loro propria immaginazione, vorrebbero farvi rientrare tutto indistintamente; il fatto è che costoro non hanno idea di cosa sia la metafisica pura…
Comunque, sia ben chiaro che in tal modo non abbiamo affatto voluto svalutare le scienze tradizionali ricomprese nell’ermetismo, né quelle che vi corrispondono sotto altre forme dottrinali d’Oriente o d’Occidente; tuttavia, bisogna saper mettere ogni cosa al suo posto, e queste scienze, come tutte le conoscenze specialistiche, sono soltanto secondarie e derivate in rapporto ai principi, di cui non sono che l’applicazione ad un ordine inferiore della realtà. Possono sostenere il contrario solamente coloro i quali vorrebbero attribuire all’«Arte regia» la preminenza sull’«Arte sacerdotale»[2]; ed è forse proprio questa, in fondo, la ragione più o meno consapevole delle critiche alle quali abbiamo appena accennato.
Senza preoccuparci oltre di quel che ciascuno può pensare o dire, poiché non è nostra abitudine tener conto delle opinioni individuali, le quali non esistono rispetto alla tradizione, non ci sembra inutile precisare ulteriormente alcuni punti, a conferma di quanto abbiamo già detto, con particolare riferimento a Ermete: nessuno infatti potrà contestare che da questo l’ermetismo deriva il suo nome[3]. L’Ermete greco in effetti presenta delle caratteristiche che rispondono esattamente a ciò di cui si tratta, e che si esprimono segnatamente nel suo principale attributo, il caduceo, di cui senza dubbio dovremo esaminare più esaurientemente il simbolismo, in altra occasione; per il momento, basti dire che tale simbolismo si riferisce direttamente ed essenzialmente a quella che si può chiamare l’«alchimia umana»[4], e che concerne le possibilità dello stato sottile, anche se esse devono essere viste soltanto come strumento preparatorio per una superiore realizzazione, come avviene, nella tradizione indù, per le pratiche equivalenti che rientrano nello Hatha-Yoga. Si potrà d’altronde trasferire tutto ciò all’ordine cosmico, poiché ciò che è nell’uomo è corrispondentemente nel mondo, e viceversa[5]; qui poi, in virtù di questa stessa corrispondenza, si tratterà propriamente del «mondo intermedio», in cui sono liberate forze la cui natura duale è rappresentata molto chiaramente dai due serpenti del caduceo. A questo proposito, sarà opportuno ricordare che Ermete è raffigurato come il messaggero degli Dei e come il loro interprete (herméneutès), ruolo che è quello di un intermediario fra i mondi celeste e terrestre, con la funzione ulteriore di «conduttore delle anime» (psycho pompos), che, in un ordine inferiore, si riferisce manifestamente al dominio delle possibilità sottili[6].
Qualcuno forse potrebbe obiettare, trattandosi di ermetismo, che qui Ermete sta per il Thoth egizio, al quale è stato assimilato, e che Thoth rappresenta propriamente la Saggezza, riferita al sacerdozio, quale custode e continuatore della tradizione; questo è vero, ma, poiché tale identificazione non ha potuto esser fatta senza ragione, bisogna riconoscere che in ciò si deve ravvisare più specialmente un certo aspetto di Thoth, corrispondente ad una certa parte della tradizione, quella cioè comprendente le conoscenze relative al «mondo intermedio». Infatti, tutto quanto si può sapere dell’antica civiltà egizia, stando alle vestigia che ha lasciato, mostra appunto che le conoscenze di quest’ordine vi erano molto più sviluppate e rivestivano un’importanza ben più considerevole che altrove. Del resto, vi è un altro accostamento, si potrebbe dire anche un’altra equivalenza, che dimostra come questa obiezione sarebbe senza portata reale: in India, il pianeta Mercurio (o Ermete) è denominato Budha, parola la cui radice significa propriamente la Saggezza; anche in questo caso, è sufficiente determinare l’ordine in cui questa Saggezza, che nella sua essenza è il principio ispiratore di ogni conoscenza, deve trovare la sua applicazione più particolare, quando essa è rapportata a questa funzione specializzata[7].
A proposito del nome Budha, c’è poi un fatto curioso da segnalare: esso in realtà è identico a quello dello scandinavo Odino, Woden o Wotan[8]; i Romani dunque non assimilarono arbitrariamente quest’ultimo al loro Mercurio, e d’altronde nelle lingue germaniche, il mercoledì, o giorno di Mercurio, è ancora oggi designato come il giorno di Odino. Forse ancor più degno di. nota è il fatto che questo stesso nome si ritrova esattamente nel Votan delle antiche tradizioni dell’America centrale; questo del resto ha i medesimi attributi di Ermete: infatti è Quetzalcohuatl, l’«uccello-serpente», e l’unione di questi due animali simbolici (corrispondenti rispettivamente ai due elementi aria e fuoco) viene rappresentata anche dalle ali e dalle serpi del caduceo[9].
Bisognerebbe essere ciechi per non vedere in fatti del genere un segno dell’unità di fondo di tutte le dottrine tradizionali; purtroppo, una tal cecità è fin troppo comune nella nostra epoca, in cui coloro che sanno davvero comprendere i simboli non sono che un’infima minoranza e in cui, al contrario, troppi sono i «profani» che si ritengono qualificati per interpretare la «scienza sacra», che essi adattano al capriccio della loro immaginazione più o meno disordinata.
Un altro punto non meno interessante è questo: nella tradizione islamica, Seyidna Idris viene assimilato contemporaneamente a Ermete e a Henoch; tale.duplice assimilazione, sembra indicare una continuità di tradizione che risalirebbe al di là del sacerdozio egizio, quest’ultimo avendo solamente raccolto il retaggio di quanto Henoch rappresenta, e che si riferisce manifestamente ad un’epoca anteriore[10]. Nello stesso tempo, le scienze attribuite a Seyidna Idris e poste sotto la sua speciale influenza, non sono le scienze puramente spirituali, ricollegate a Seyidna Aissa, cioè al Cristo; sono le scienze che si possono definire «intermedie», fra cui figurano in prima linea l’alchimia e l’astrologia; e sono appunto queste, in effetti, che si possono definire propriamente scienze «ermetiche». A questo punto, però, è il caso. di fare un’altra considerazione che, almeno a prima vista, potrebbe essere interpretata come una strana inversione, rispetto alle abituali corrispondenze: ognuno tra i sette profeti principali – come vedremo in un altro nostro studio – presiede a ciascuno dei sette cieli planetari, di cui costituisce il «Polo» (El-Qutb); ora, non è Seyidna Idris che presiede al cielo di Mercurio, bensì Seyidna Aissa, essendo il primo preposto al cielo del Sole; ciò, naturalmente, comporta la medesima trasposizione per le corrispondenze astrologiche delle scienze che sono loro rispettivamente attribuite. Si solleva in tal modo una questione molto complessa, che non possiamo pretendere di trattare esaurientemente in questa sede; vi ritorneremo forse in altra occasione, ma, per il momento, ci limiteremo a qualche osservazione che forse permetterà di intravederne la soluzione e che, in ogni caso, mostrerà almeno che in essa vi è ben altro che una semplice confusione e che ciò che potrebbe passare per tale agli occhi di un osservatore superficiale ed «esteriore», in realtà poggia, al contrario, su ragioni molto profonde.
Innanzitutto, non si tratta di un caso isolato, nel complesso delle dottrine tradizionali; si può infatti trovare qualcosa di molto simile nell’angelologia ebraica: in generale, Mikael è l’angelo del Sole e Raphael l’angelo di Mercurio, ma accade talvolta che i ruoli si invertano. D’altronde, se Mikael, in quanto rappresentante del Metatron solare, è assimilato esotericamente al Cristo[11], Raphael, conformemente al significato del suo nome, è il «divino guaritore», e il Cristo viene visto anche come «guaritore spirituale» e come «riparatore»; del resto, si potrebbero trovare ancora altre correlazioni fra il Cristo e il principio rappresentato da Mercurio fra le sfere planetarie[12].
Per la verità, presso i Greci la medicina era attribuita ad Apollo, cioè al principio solare, e a suo figlio Asklepios (trasformato in Esculapio dai Latini); ma, nei «libri ermetici», Asklepios diventa figlio di Ermete; si noti poi che il bastone che costituisce il suo attributo ha stretti rapporti simbolici con il caduceo[13]. L’esempio della medicina permette allora di comprendere come una medesima scienza possa avere degli aspetti che si riferiscono in realtà a differenti ordini, dal che derivano corrispondenze ugualmente differenti, anche se gli effetti che si producono all’esterno sono apparentemente simili, poiché vi è la medicina puramente spirituale o «teurgica», e vi è la medicina ermetica o «spagirica». Tutto questo, è in rapporto diretto con la questione che stiamo considerando; e forse un giorno spiegheremo perché la medicina, dal punto di vista tradizionale, era ritenuta essenzialmente una scienza sacerdotale.
D’altro canto, vi è quasi sempre una stretta connessione fra Henoch (Seyidna Idris) ed Elia (Seyidna Dhûl-Kifl), entrambi assunti in cielo senza essere passati attraverso la morte del corpo[14], e la tradizione islamica li situa tutti e due nella sfera solare. Parimenti, secondo la tradizione rosicruciana, Elias Artista, che è preposto alla «Grande Opera» ermetica[15], risiede nella «Cittadella solare», che è per l’appunto il soggiorno degli «Immortali» (nel senso dei Chirajîvîs della tradizione indù, vale a dire degli esseri «dotati di longevità», o la cui vita si perpetua per l’intera durata del ciclo)[16], e che rappresenta uno degli aspetti del «Centro del Mondo». Tutto ciò è sicuramente ben degno di riflessione e, se si considerano anche le tradizioni che, un po’ dovunque, assimilano simbolicamente il Sole stesso al frutto dell’«Albero della Vita»[17], si comprenderà forse lo speciale rapporto esistente fra l’influenza solare e l’ermetismo, in quanto quest’ultimo, come i «piccoli misteri» dell’antichità, ha per scopo essenziale la restaurazione dello «stato primordiale» umano: non è forse la «Cittadella solare» dei Rosa-Croce che dovrà «discendere dal cielo in terra», alla fine del ciclo, sotto forma di «Gerusalemme celeste», realizzando la «quadratura del circolo», secondo la misura perfetta della «canna d’oro»?



[1] Articolo pubblicato su Le Voile d’Isis, aprile 1932. [N.d.C.]

[2] Abbiamo esaminato questo argomento in Autorité spirituelle et pouvoir temporel. A proposito dell’espressione «Arte Regia» che si è conservata nella Massoneria, si potrà notare qui la curiosa rassomiglianza fra i nomi di Hermes e Hiram; ciò non vuol dire, evidentemente, che questi due nomi abbiano un’origine linguistica comune, tuttavia la loro costituzione è identica, e l’insieme HRM da cui sono formati essenzialmente potrebbe dar luogo anche ad altri accostamenti.

[3] Dobbiamo tener per fermo che l’ermetismo è di provenienza greco-egizia e che sarebbe un abuso estendere questa denominazione a ciò che, sotto forme diverse, vi corrisponde in altre tradizioni, così come sarebbe un abuso, ad esempio, denominare «Cabala» una dottrina che non fosse specificamente ebraica. Certo, se scrivessimo in ebraico, diremmo qabbalah per designate la tradizione in generale, così come, scrivendo in arabo, chiameremmo taçawwuf l’iniziazione, sotto qualsiasi forma: ma, trasferiti in un’altra lingua, i termini ebraici, arabi, ecc… devono essere riservati alle forme tradizionali, di cui le loro lingue d’origine sono l’espressione rispettiva, quali che siano, peraltro, le comparazioni o anche le assimilazioni alle quali possono legittimamente dar luogo; e in nessun caso bisogna confondere un certo ordine di conoscenza, considerato in se stesso, con tale o tal altra forma speciale di cui è stato rivestito in determinate circostanze storiche.

[4] Cfr. L’Homme et son devenir selon le Vêdânta, cap. XXI (1925).

[5] Come è detto nelle Rasâil Ikhwân es-Safâ, «il mondo è un uomo di grandi dimensioni, l’uomo è un mondo di piccole dimensioni» (el-âlam insân kabir, wa el-insan âlam çeghir). D’altronde, in virtù di tale corrispondenza, una certa realizzazione d’ordine «microcosmico» potrà comportare, come conseguenza accidentale per l’essere che vi è pervenuto, una realizzazione esteriore riferentesi all’ordine «macrocosmico», senza che quest’ultima sia stata perseguita di per se stessa, analogamente a quanto si è detto a proposito delle trasmutazioni metalliche, quando si è trattato della Tradizione Ermetica.

[6] Queste due funzioni di messaggero degli Dei e di «conduttore di anime», astrologicamente potrebbero essere riferite rispettivamente ad un aspetto diurno e ad uno notturno; da un altro punto di vista, vi si può anche ritrovare la corrispondenza con le due correnti discendente e ascendente, simboleggiate dai due serpenti del caduceo.

[7] Non bisogna confondere il nome Budha con quello di Buddha, designazione di Shâkya-Muni, benché entrambi abbiano evidentemente il medesimo significato radicale e benché poi taluni attributi del Budha planetario siano stati trasferiti successivamente al Buddha storico, raffigurandosi quest’ultimo come «illuminato» dalla irradiazione di questo astro, di cui avrebbe, in qualche modo, assorbito l’essenza in sé. A tale proposito, notiamo che la madre di Buddha è denominata Mâyâ-Dêvî e che, presso i Greci e i Latini, Maia era anche la madre di Ermete o di Mercurio.

[8] Si sa che la trasformazione della b in v o in w è un fenomeno linguistico frequentissimo.

[9] In materia, si veda il nostro studio su La langue des oiseaux (ora cap. VII della raccolta Symboles fondamentaux de la Science sacrée), in cui abbiamo fatto osservare che il serpente è opposto o associato all’uccello, a seconda che sia considerato nel suo aspetto malefico o benefico. Aggiungeremo che un’immagine come quella dell’aquila che tiene un serpente fra gli artigli (come appunto se ne trova in Messico) non evoca esclusivamente l’idea dell’antagonismo, rappresentata, nella tradizione indù, dalla lotta di Garuda contro il Nâga; specialmente nel simbolismo araldico, accade che il serpente sia rimpiazzato dalla spada (sostituzione particolarmente degna di nota, quando questa ha la forma di spada fiammeggiante, peraltro da riavvicinare ai fulmini che tiene l’aquila di Giove), e la spada, nel suo significato più elevato, rappresenta la Saggezza e la potenza del Verbo (si veda, per esempio, Apocalisse I, 16). C’è da rilevare che uno dei principali simboli del Thoth egizio era l’ibis, distruttore di rettili, divenuto, come tale, simbolo del Cristo, ma nel caduceo ermetico si ha il serpente sotto i suoi due aspetti opposti, come nell’immagine dell’anfesibena medievale (si veda Le Roi du Monde, cap. III, in fine, in nota).

[10] Non si dovrebbe forse concludere, in base a questa stessa assimilazione, che il Libro di Henoch, o almeno quello che è noto con questo titolo, dovrebbe essere considerato parte integrante del complesso dei «libri ermetici»? D’altra parte, taluni affermano anche che il profeta Idris si identifica con Buddha; quanto si è detto poco sopra mostra a sufficienza in che senso debba essere intesa questa asserzione, che in realtà si riferisce a Budha, l’equivalente indù di Ermete. Infatti, non potrebbe trattarsi del Buddha storico,la cui morte è un avvenimento noto, mentre di Idris è detto espressamente che è stato assunto vivente in cielo, in correlazione con l’Henoch biblico.

[11] Cfr. Le Roi du Monde, cap. III.

[12] È forse questa l’origine dell’errore di certuni, i quali considerano Buddha come il nono avatâra di Vishnu; in realtà, si tratterebbe di una manifestazione in rapporto con il principio designato come il Budha planetario; in tal caso, il Cristo solare sarebbe propriamente il Cristo glorioso, cioè il decimo avatâra, che dovrà venire alla fine del ciclo. Ricorderemo, a titolo di curiosità, che il mese di maggio deriva il suo nome da Maia, madre di Mercurio (che è detta essere una delle Pleiadi), alla quale ,era anticamente consacrato; ora, nel Cristianesimo, è divenuto il «mese di Maria», con un’assimilazione certo non solo fonetica, fra Maria e Maia.

[13] Attorno al bastone di Esculapio è avviluppato un solo serpente, quello che rappresenta la forza benefica, perché quella malefica deve scomparire, trattandosi del genio della medicina. Parimenti, si noti il rapporto fra lo stesso bastone di Esculapio, quale segno di guarigione, e il simbolo biblico del «serpente di bronzo»: a questo proposito, si veda il nostro studio su Sheth (ora cap. XX della raccolta Symboles fondamentaux de la Science sacrée).

[14] È stato detto che dovranno manifestarsi nuovamente sulla Terra alla fine del ciclo: sono i due «testimoni» di cui si parla nel capitolo XI dell’Apocalisse.

[15] Egli incarna in qualche modo la natura del «fuoco filosofale» e si sa che, secondo il racconto biblico, il profeta Elia fu innalzato al cielo su di un «carro di fuoco»; ciò si riferisce al veicolo igneo (taijasa nella dottrina indù) che, nell’essere umano, corrisponde allo stato sottile (cfr. L’Homme et son devenir selon le Vêdânta, cap. XIV).

[16] Cfr. L’Homme et son devenir selon le Vêdânta, cap. I. Ricordiamo anche, dal punto di vista alchemico, la corrispondenza del Sole con l’oro, designato dalla tradizione indù come la «luce minerale». L’«oro potabile» degli ermetisti è d’altronde la medesima cosa della «bevanda dell’immortalità», chiamata anche «liquore d’oro» nel Taoismo.


[17] Cfr. Le Symbolisme de la Croix, cap. IX.

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