"…la dottrina è infallibile, è a causa del fatto che essa è un’espressione della verità, la quale, in se stessa, è assolutamente indipendente dagli individui che la ricevono e che la comprendono. La garanzia della dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»". René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cap. "Sull’infallibilità tradizionale"

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domenica 1 febbraio 2015

René Guénon, Forme tradizionali e cicli cosmici - cap. Atlantide e regione iperborea


René Guénon
Forme tradizionali e cicli cosmici
 

Atlantide e regione iperborea[1]

Nella rivista Atlantis (giugno 1929), Paul Le Cour riprende la nota di un nostro articolo dello scorso maggio[2] in cui affermavamo la distinzione fra Regione iperborea e Atlantide, contro coloro che vogliono confonderle e che parlano di «Atlantide iperborea». A dire il vero, sebbene questa espressione sembri effettivamente appartenere soltanto a Paul Le Cour, non era a lui solo che pensavamo, scrivendo quella nota, perché egli non è certo l’unico a confondere le questioni di cui si tratta. Tale confusione la si trova ugualmente in Herman Wirth, autore di un’importante opera sulle origini dell’umanità (Der Aufgang der Menschheit), edita di recente in Germania: questi usa costantemente il termine «nord-atlantico» per designare la regione che costituì il punto di partenza della tradizione primordiale.
Paul Le Cour, invece, a quanto ci risulta, è proprio il solo ad averci imprestato l’affermazione della esistenza di una «Atlantide iperborea»; e se a tal riguardo non lo abbiamo citato, è solamente perché le questioni personali contano per noi assai poco, unicamente avendo importanza il mettere in guardia i nostri lettori contro una falsa interpretazione, quale che possa essere la sua provenienza. Ci chiediamo in che modo Paul Le Cour ha mai letto quanto abbiamo scritto, e più che mai ce lo chiediamo ora, che ci fa dire che il Polo Nord, originariamente, «non era affatto quello d’oggi, ma si trovava, a quanto pare, in una regione prossima all’Islanda e alla Groenlandia». Dove avrà trovato affermazioni del genere? Siamo assolutamente sicuri di non aver mai scritto una sola parola al riguardo, di non aver mai fatto il minimo accenno alla questione, per noi secondaria, di un possibile spostamento del polo, dall’inizio del nostro Manvantara[3]; a maggior ragione non abbiamo mai precisato la sua collocazione originaria che del resto, per più d’un motivo, sarebbe difficile da definire rispetto alle terre attuali.
Le Cour dice ancora che, «malgrado il nostro induismo, ammettiamo che l’origine delle tradizioni è occidentale»; noi, invece, non la pensiamo affatto così: infatti, abbiamo sempre sostenuto che essa è polare, e il polo, a quanto si sa, non è occidentale più di quanto non sia orientale; insomma, ci ostiniamo a pensare che il Nord e l’Ovest sono due punti cardinali diversi, così come dicevamo nella nota presa di mira.
Solamente in un’epoca già lontana dalle origini, la sede della tradizione primordiale, trasferita in altre regioni, ha potuto divenire e occidentale e orientale, occidentale per taluni periodi, orientale per altri e, in ogni caso, sicuramente orientale nell’ultima fase, già molto prima dell’inizio dei cosiddetti tempi «storici» (in quanto sono i soli accessibili alle indagini della storia «profana»). D’altra parte ‑ lo si tenga ben presente ‑ non è certo «malgrado il nostro induismo» (Le Cour, adoperando questo termine, probabilmente non pensava di dir cosa tanto esatta), ma proprio a causa di esso, che consideriamo nordica l’origine delle tradizioni, anzi, più precisamente, polare, poiché questo dicono espressamente i Vêda, al pari di altri libri sacri[4]. La terra in cui il sole faceva il giro dell’orizzonte senza tramontare, doveva in effetti essere molto vicina al polo, se non identificarsi con esso; è stato anche detto che, in seguito, i rappresentanti della tradizione si spostarono in una regione, dove il giorno più lungo era il doppio di quelle più corto, ma questo particolare si riferisce già ad una fase ulteriore, che, geograficamente, non ha evidentemente più nulla a che vedere con la regione iperborea.
Può darsi che Le Cour abbia ragione a distinguere un’Atlantide meridionale da una settentrionale, anche se probabilmente, in origine, esse non erano separate; tuttavia non è men vero che la stessa Atlantide settentrionale non aveva nulla di iperboreo. Ciò che complica non poco la questione, e lo riconosciamo di buon grado, è il fatto che le medesime designazioni sono state applicate, nel corso del tempo, a territori ben diversi, e non solo alle successive localizzazioni del centro tradizionale primordiale, ma anche ai centri secondari che ne derivavano più o meno direttamente. Abbiamo segnalato questa difficoltà nel nostro studio su Le Roi du Monde[5], dove, proprio alla pagina cui si riferisce Le Cour, scrivevamo: «Bisogna distinguere la Tula atlantica (luogo d’origine dei Toltechi, probabilmente situata nell’Atlantide settentrionale) dalla Tula iperborea; in realtà è quest’ultima che rappresenta il centro primo e supremo per l’intero Manvantara attuale; essa fu l’“isola sacra” per eccellenza, e la sua posizione, all’origine, era letteralmente polare. Tutte le altre “isole sacre”, designate dovunque con nomi dal significato identico, furono soltanto delle immagini della Tula iperborea; e questo vale anche per il centro spirituale della tradizione atlantica, che regge soltanto un ciclo storico secondario, subordinato al Manvantara»[6]. E aggiungevamo in nota: «Nella determinazione del punto di congiunzione della tradizione atlantica con quella iperborea, una difficoltà di non poco conto deriva dalla sostituzione di certi nomi, sostituzione che può dar luogo a molteplici confusioni; ma il problema, nonostante tutto, non è forse interamente insolubile».
Quando parlavamo di quel «punto di congiunzione», pensavamo soprattutto al Druidismo, ed ecco che ‑ proprio a proposito del Druidismo ‑ troviamo ancora in Atlantis (luglio-agosto 1929) un’altra nota che testimonia come, talvolta, sia difficile farsi comprendere. Riguardo al nostro articolo di giugno sulla «triplice cinta»[7], Le Cour scrive quanto segue: «Fare di questo emblema unicamente un simbolo druidico, significa limitarne l’importanza; esso è verosimilmente anteriore e si irradia oltre il mondo druidico». Ora, siamo così lontani dal farne unicamente un simbolo druidico, che, nell’articolo in questione, dopo aver riportato, come dice lo stesso Le Cour, degli esempi ripresi in Italia e in Grecia, abbiamo scritto: «Il fatto che la medesima raffigurazione si ritrovi presso altri popoli, oltre che fra i Celti, indicherebbe l’esistenza, sotto altre forme tradizionali, di gerarchie iniziatiche costituite sullo stesso modello (della gerarchia druidica), il che è perfettamente normale». Quanto al problema della priorità, bisognerebbe sapere innanzitutto a che epoca precisa risale il Druidismo, ed è probabile che esso abbia origini molto più lontane, nel tempo, di quanto non si creda comunemente, tanto più che i Druidi erano i custodi di una tradizione di cui una parte notevole era incontestabilmente di provenienza iperborea.
Approfitteremo di questa occasione, per fare un altro rilievo, che pure ha la sua importanza: noi diciamo «iperboreo», per conformarci alla consuetudine invalsa a partire dai Greci; ma l’uso di questa parola dimostra che i Greci, almeno quelli dell’età «classica», avevano ormai perduto il senso della designazione originaria. In realtà, basterebbe dire «Boreo», che è l’esatto equivalente del sanscrito Varâha, o piuttosto, quando si tratta di una terra, al suo derivato femminile Vârâhî: è la «terra del cinghiale», che divenne anche la «terra dell’orso», in un’epoca successiva. durante il. predominio degli Kshatriya, al quale pose fine Parashu-Râma[8].
Per terminare questa necessaria messa a punto, ci resta ancora da dire qualche parola su tre o quattro argomenti che Le Cour affronta incidentalmente nelle sue due note; vi è innanzitutto un accenno allo swastika, a proposito del quale egli dice che «ne facciamo il segno del polo». Senza la minima animosità, vorremmo pregare qui Paul Le Cour di non assimilare il nostro caso al suo, poiché, infine, bisogna pur dire come stanno le cose: noi lo consideriamo come un «ricercatore» (e con ciò non si vogliono affatto sminuire i suoi meriti), che propone delle spiegazioni in base alle sue vedute personali, talvolta un po’ arrischiate, e questo è nel suo diritto, dato che egli non è ricollegato ad alcuna tradizione vivente e non è in possesso di alcun dato ricevuto per trasmissione diretta.
In altri termini, si potrebbe dire che egli fa dell’archeologia, mentre noi facciamo della scienza iniziatica, e sono questi due punti di vista che, anche quando toccano i medesimi argomenti, non potrebbero coincidere in nessun modo. Noi non «facciamo» dello swastika il segno del polo: diciamo che esso è il segno del polo, e lo è sempre stato, e che tale è il suo autentico significato tradizionale; e contro questo fatto ‑ che è ben diverso da quanto dice Le Cour ‑ né noi né Le Cour possiamo far nulla. Le Cour, il quale, evidentemente, può soltanto fornire delle interpretazioni più o meno ipotetiche, sostiene che lo swastika «è soltanto un simbolo, che si riferisce a un ideale ben poco elevato»[9]; ed è questo il suo punto di vista, e nulla di più, per cui noi siamo tanto meno disposti a discuterne, in quanto esso non rappresenta, dopo tutto, che un semplice apprezzamento, dettato dal sentimento; «elevato» o no, un «ideale» è per noi qualcosa di vacuo, e, per la verità, si tratta qui di cose ben più «positive», diremmo, se non si fosse abusato del termine.
Le Cour, poi, non si mostra soddisfatto della nota che abbiamo dedicato all’articolo di un suo collaboratore, il quale voleva vedere a tutti i costi un’opposizione fra l’Oriente e l’Occidente, dando prova, nei confronti dell’Oriente, di un esclusivismo deplorevole[10]. Egli scrive in proposito delle cose sbalorditive: «René Guénon, il quale è un logico puro, è soltanto capace d’indagare, tanto in Oriente che in Occidente, l’aspetto meramente intellettuale delle cose, come testimoniano i suoi scritti; e lo dimostra una volta di più, dichiarando che Agni è sufficiente a se stesso (cfr. Regnabit, aprile 1926) e ignorando la dualità Aor-Agni, sulla quale torneremo spesso, poiché essa è la pietra angolare del mondo manifestato». Nonostante la nostra abituale indifferenza rispetto a quanto si scrive sul nostro conto, non possiamo lasciar dire che siamo «un logico puro», quando, al contrario, consideriamo la logica e la dialettica nient’altro che dei semplici strumenti di esposizione, talvolta utili a questo titolo, ma del tutto esteriori, privi di interesse per se stessi. Noi ci ricolleghiamo, e lo ripetiamo ancora una volta, al solo punto di vista iniziatico, e tutto il resto, vale a dire tutto ciò che costituisce conoscenza «profana», è completamente privo di valore, ai nostri occhi. Se è vero che parliamo sovente di «intellettualità pura», è anche vero che questa espressione ha un ben diverso significato da quello attribuitole da Le Cour, il quale mostra di confondere «intelligenza» e «ragione», e, per un altro aspetto, prende in considerazione una «intuizione estetica», mentre non esiste altra vera intuizione che non sia l’«intuizione intellettuale», d’ordine sovrarazionale. Vi è qui d’altronde qualcosa di ben più formidabile di quanto non possa immaginare chi, manifestamente, non sospetta minimamente cosa possa essere la «realizzazione metafisica», e che probabilmente ci considera semplici teorici, il che prova una volta di più che egli ha letto davvero male i nostri scritti, che pure sembrano preoccuparlo stranamente.
Quanto alla storia di Aor-Agni, che noi non «ignoriamo» affatto, sarebbe ora di smetterla una volta per tutte con tali fantasticherie, di cui del resto Le Cour non è responsabile: se «Agni è sufficiente a se stesso», è per la buona ragione che questo termine, in sanscrito, designa il fuoco in tutti i suoi aspetti, senza alcuna eccezione, e coloro i quali pretendono il contrario dimostrano semplicemente, in tal modo, una completa ignoranza della tradizione indù. Non dicevamo nulla di diverso, nella nota del nostro articolo di Regnabit, che crediamo necessario riprodurre qui testualmente: «Sapendo che, fra i lettori di Regnabit, alcuni sono a conoscenza delle teorie di una scuola i cui studi, benché molto interessanti e apprezzabili sotto molti aspetti, richiedono tuttavia delle riserve, dobbiamo dire qui che non possiamo accettare l’uso dei termini Aor e Agni per designare i due aspetti complementari del fuoco (luce e calore). Infatti, la prima di queste due parole è ebraica, mentre la seconda appartiene al sanscrito, e non è lecito associare così dei termini presi da tradizioni differenti, quali che siano le concordanze reali fra di esse, ed anche l’identità congenita che si cela sotto la diversità delle forme; non bisogna confondere il “sincretismo” con la vera sintesi. Inoltre, se Aor è esclusivamente la luce, Agni è il Principio igneo integralmente considerato (l’esatto corrispondente dell’ignis latino), quindi è insieme luce e calore; limitare questo termine alla designazione del secondo aspetto è del tutto arbitrario e ingiustificato». C’è appena bisogno di dire che, nello scrivere questa nota, eravamo ben lungi dal pensare a Paul Le Cour; infatti, pensavamo unicamente a Hiéron de Paray-le-Monial, al quale si deve tale bizzarra associazione verbale. Riteniamo di non dover tenere in alcun conto le fantasticherie uscite dall’immaginazione un po’ troppo fertile del de Sarachaga, quindi prive di qualsiasi autorità e senza alcun valore dal punto di vista tradizionale, al quale intendiamo attenerci rigorosamente[11].
Infine, Le Cour approfitta dell’occasione per riaffermare la teoria anti-metafisica e anti-iniziatica dell’«individualismo» occidentale, ciò che, in definitiva, impegna lui solo, ed è perciò affar suo. Aggiunge poi, con una sorta di fierezza che dimostra quanto poco egli sia distaccato dalle contingenze individuali: «Restiamo fermi nelle nostre convinzioni, perché, nel dominio della conoscenza, noi siamo gli antenati». Questa pretesa è davvero straordinaria: Le Cour si crede dunque così vecchio? Gli Occidentali moderni non solo non possono considerarsi antenati di nessuno, ma non sono neppure dei discendenti legittimi, poiché hanno perduto la chiave della tradizione loro propria; non è certo «in Oriente che ha avuto luogo una deviazione», qualunque cosa possano dirne coloro che ignorano tutto delle dottrine orientali. Gli «antenati», per riprendere il termine di Le Cour, sono coloro che detengono effettivamente la tradizione primordiale; non potrebbero essercene altri e, nell’epoca attuale, essi non si trovano di sicuro in Occidente. 



[1] Articolo pubblicato su Le Voile d’Isis, ottobre 1929. [N.d.C.]

[2] Articolo intitolato Les pierres de foudre, pubblicato su Le Voile d’Isis, numero di maggio del 1929, e che ora costituisce il capitolo XXV della raccolta Symboles fondamentaux de la Science sacrée (1962).

[3] Tale questione sembra essere collegata a quella dell’inclinazione dell’asse terrestre, inclinazione che, secondo certi dati tradizionali, non sarebbe esistita dall’origine, ma sarebbe una conseguenza di ciò che gli Occidentali chiamano «la caduta dell’uomo».

[4] Chi vorrà avere riferimenti precisi al riguardo potrà trovarne nella ragguardevole opera di B.G. Tilak, The Arctic Home in the Vêda, che, disgraziatamente, è del tutto sconosciuta in Europa, certo perché l’autore era un Indù non occidentalizzato.

[5] [Tr. it.: Il Re del Mondo, Atanòr, Roma 1972 ‑ N.d.R.]

[6] A proposito della Tula atlantica, crediamo sia interessante riportare qui una informazione che abbiamo rilevato da un resoconto geografico del Journal des Débats (22 gennaio 1929), su Les Indiens de l’isthme de Panama, di cui perfino l’autore dell’articolo non ha sicuramente compreso l’importanza: «Nel 1925, gran parte degli Indiani Cuna si ribellò, uccise i soldati panamensi di stanza sul loro territorio e fondò la Repubblica indipendente di Tule, che ebbe per bandiera uno swastika su fondo arancione con bordatura rossa. Questa repubblica esiste tuttora». Ciò sta ad indicare che, per quanto riguarda le tradizioni dell’antica America, sussistono delle vestigia in misura molto maggiore di quanto non si creda.

[7] Articolo intitolato La triple enceinte druidique pubblicato su Le Voile d’Isis, giugno 1929, che costituisce attualmente il capitolo X di Symboles fondamentaux de la Science sacrée.

[8] Il nome di Vârâhî si applica alla «terra sacra», assimilata simbolicamente ad un aspetto particolare della Shakti di Vishnu, considerato allora specialmente nel suo terzo avatâra; a questo proposito, molto vi sarebbe da dire, e forse, un giorno, torneremo in argomento. Con lo stesso nome, non è stata mai designata l’Europa, come invece sembra aver creduto Saint-Yves d’Alveydre; d’altra parte, tali questioni avrebbero potuto essere più chiare, in Occidente, se Fabre d’Olivet e i suoi discepoli non avessero mescolato inestricabilmente la storia di Parashu-Râma e quella di Râma-Chandra, vale a dire il sesto e il settimo avatâra, che sono invece ben distinti, da ogni punto di vista.

[9] Vogliamo supporre che, scrivendo queste parole, Le Cour abbia pensato piuttosto alle interpretazioni moderne che non a quelle tradizionali dello swastika, come quella concepita ad esempio dai «razzisti» tedeschi, che si sono appropriati di questo emblema, paludandolo dell’appellativo barocco ed insignificante di hakenkreuz o «croce uncinata».

[10] Le Cour ci rimprovera di aver detto a questo proposito che il suo collaboratore «non ha certamente il dono delle lingue», e trova che la nostra «è un’affermazione infelice»; il fatto è che egli confonde semplicemente il «dono delle lingue» con le cognizioni linguistiche; in realtà, esso non ha assolutamente nulla a che vedere con l’erudizione.

[11] È lo stesso de Sarachaga che scriveva zwadisca per swastika; uno dei suoi discepoli, al quale una volta lo facemmo notare, ci assicurò che doveva avere i suoi motivi, per scriverlo così: ecco una giustificazione un po’ troppo semplicistica!

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